Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490

Chapter 13

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Staendo en questa altura de lo mare, io grido fortemente: --Succurre, Dio, ch'io sto su l'anegare!-- E per fortuna scampai malamente; non vadano a pescare nell'alto de lo mare, ché fa follia se d'onne cosa empría--non se vole spogliare.

Spogliar se vole l'omo d'ognecovelle, cioè en questo stato, e ne la mente non posseder covelle; se nell'altro vuole essere chiamato, dé' esser purgato dal fuoco; quello è luoco da paragonare.

Abnegare se vole onne volere che fin al cristallino è nagitto; e nulla cosa se pò possedere finente al tempo ch'io ho sopraditto; queste l'ho certo scritto;--de lo secondo stato non può essere operato, cioè piú en su la terra, ben me pare.

L'autunni son quadrati, son stabiliti, non posson voltare; li cieli son stainati, lo loro silere me faccion gridare; o profondato mare,--altura del tuo abisso m'ha certo stretto a volerme anegare.

Anegato onne entelletto è 'n un quiito, però che son ghiacciate tutte l'acque, de gloria e de pena so sbandito, vergogna né onor mai non me piacque, né nulla me despiace,--ché la perfetta pace me fa l'alma capace en onne loco potere regnare.

Regnare nello regno e nello regno sta lo principato; navigase so segno, possede Roma e tutto lo senato, e questo senatore--sí sana onne langore, l'apostolo te puote esercitare.

Puote esercitare un cielo, ché questo cielo sta molto celato; ha perduto onne zelo possede el trono e tutto el dominato, e lo patriarcato,--che tanto su è menato, in Israel sí vole militare.

Lo patriarca sí vol dimorare entro ne l'arca degli suoi secriti, ed in Israel sí vole regnare, però en esso regno so fugiti, loco si so uniti ed han fugiti tutti gli altri regni: quella è la terra che voglion redetare.

Terra de promission n'è promessa, ch'en essa terra regnò l'om perfetto; e tutti gli perfetti regna en essa che per virtute posto ci on l'affetto; privato lo 'ntelletto,--sguardando nell'aspetto, en onne loco se posson transformare.

Formati senza forma, mozze tutte le facce per amore, però che son tornati en prima forma; e questa è la cagione:--chi sta nel terzo stato del novo Adam plasmato non vol pensar peccato né operare.

XCIII

PIANTO DE LA MADONNA DE LA PASSIONE DEL FIGLIOLO IESÚ CRISTO

Donna del paradiso,--lo tuo figliolo è preso, Iesú Cristo beato.

Accurre, donna, e vide--che la gente l'allide! credo che llo s'occide,--tanto l'on flagellato.

--Como esser porría--che non fece mai follia, Cristo, la spene mia,--omo l'avesse pigliato?

--Madonna, egli è traduto,--Iuda sí l'ha venduto, trenta denari n'ha 'vuto,--fatto n'ha gran mercato.

--Succuri, Magdalena,--gionta m'è adosso piena! Cristo figlio se mena,--como m'è annunziato.

--Succurri, Madonna, aiuta!--ch'al tuo figlio se sputa e la gente lo muta,--hanlo dato a Pilato.

--O Pilato, non fare--lo figlio mio tormentare, ch'io te posso mostrare--como a torto è accusato.

--Crucifige, crucifige!--Omo che se fa rege, secondo nostra lege,--contradice al senato.

--Priego che m'entendáti,--nel mio dolor pensáti; forsa mò ve mutati--de quel ch'avete pensato.--

Tragon fuor li ladroni--che sian suoi compagnoni: --De spine se coroni!--ché rege s'è chiamato.

--O figlio, figlio, figlio!---figlio, amoroso giglio, figlio, chi dá consiglio--al cor mio angustiato?

Figlio, occhi giocondi,--figlio, co non respondi? figlio, perché t'ascondi--dal petto ove se' lattato?

--Madonna, ecco la cruce,--che la gente l'aduce, ove la vera luce--déi essere levato.

--O croce, que farai?--el figlio mio torrai? e que ci aponerai,--ché non ha en sé peccato?

--Succurri, piena de doglia,--ché 'l tuo figliuol se spoglia; e la gente par che voglia--che sia en croce chiavato.

--Se glie tollete 'l vestire,--lassatemel vedire come 'l crudel ferire--tutto l'ha 'nsanguinato.

--Donna, la man gli è presa--e nella croce gli è stesa, con un bollon gli è fesa,--tanto ci l'on ficcato!

L'altra mano se prende,--nella croce se stende, e lo dolor s'accende,--che piú è multiplicato.

Donna, li piè se prenno--e chiavellanse al lenno, onne iontura aprenno--tutto l'han desnodato.

--Ed io comencio el corrotto:--Figliolo, mio deporto, figlio, chi me t'ha morto,--figlio mio delicato?

Meglio averíen fatto--che 'l cor m'avesser tratto, che, nella croce tratto,--starce desciliato.

--Mamma, o' sei venuta?--mortal me dái feruta, ché 'l tuo pianger me stuta,--ché 'l veggio sí afferrato.

--Figlio, che m'agio anvito,--figlio, patre e marito, figlio, chi t'ha ferito?--figlio, chi t'ha spogliato?

--Mamma, perché te lagni?--voglio che tu remagni, che serve i miei compagni--ch'al mondo agio acquistato.

--Figlio, questo non dire,--voglio teco morire, non me voglio partire,--fin che mò m'esce 'l fiato.

Ch'una agiam sepultura,--figlio de mamma scura, trovarse en affrantura--matre e figlio affogato.

--Mamma col core affletto,--entro a le man te metto de Ioanne, mio eletto;--sia il tuo figlio appellato.

Ioanne, esta mia mate--tollela en caritate, aggine pietate--ca lo core ha forato.

--Figlio, l'alma t'è uscita,--figlio de la smarrita, figlio de la sparita,--figlio attossicato!

Figlio bianco e vermiglio,--figlio senza simiglio, figlio, a chi m'apiglio?--figlio, pur m'hai lassato.

Figlio bianco e biondo,--figlio, volto iocondo, figlio, perché t'ha el mondo,--figlio, cusí sprezato?

Figlio, dolce e piacente,--figlio de la dolente, figlio, hatte la gente--malamente trattato!

O Ioanne, figlio novello,--morto è lo tuo fratello, sentito aggio 'l coltello--che fo profetizato.

Che morto ha figlio e mate--de dura morte afferrate, trovarse abracciate--mate e figlio abracciato[4].

NOTE:

[4] La soprascripta lauda pertinente a la Madonna è posta in questo loco per clausura de le precedente: el principio de le quali è pur da lei: e per uno separamento da le seguente laude trovate in diversi libri. Le due proxime erano in uno libro antiquo scripto de l'anno M.CCC.XXXVI. in la citá de Perugia: e non in altri libri maxime todini: et in la seconda si vede certi defecti (Nota del Bonaccorsi.)

XCIV

COMO L'ONORE E LA VERGOGNA CONTENDONO INSIEME

Udite una entenzone--ch'è fra Onore e Vergogna, qual è piú dura pogna--ad om virtuoso passare.

La Virtute, forteza armata,--tolle la sua schiera, e la Vergogna gli è contra--con la sua dura maniera; nella prima frontiera--Vergogna fa dura bataglia, l'altra e poi zanzavaglia,--ché nulla cosa può fare.

Forteza, da poi ch'entra--ad la Vergogna patire, ella va vigorando--e la Vergogna avilire; non gli può enante fugire,--lá unqua la trova l'abatte, l'ascempio de Cristo combatte--che volse vergogna portare.

Tanto è 'l gaudio che porta--chi va per la via del Signore, che onne vergogna sí abatte--e nullo gli ha 'nante valore; 'nante 'l se reputa onore--poter vergogna suffrire, ché séquita il dolce suo sire--che volse 'n vergogna finare.

La Temperanza s'acconcia--armata d'umilitate, l'Onore armato sta contra--affolto con sua dignitate; battaglie ce son smesurate;--vencendol s'envigoresce, sempre piú forte ci aresce,--quando 'l te credi finare.

De l'onor c'hai conculcato--nasce piú forte onore; se om terreno nol vede--battaglie t'en porti nel core, poi che per li signi de fore--odi che se' santo chiamato tu, Satanas encarnato,--odi de te tal parlare.

Tutta la vita tua en pianto--parme che sia reputato, vedendo 'l Signor en vergogna--ed io so d'onore amantato; o cor mio tribulato,--l'arra porto d'enferno, vivo nel mio dispiacenno--e campo per tal preliare.

Vergogna è 'l nimico palese,--puoite da longa coprire, l'Onor è el nimico de ciambra,--non li puo' enante fugire; parme piú forte ad transire--onore en profonda umilitate che non è soffrir mia vilitate--en forteza abracciata de core.

XCV

ALTRO CANTICO NEL QUALE PUR SE PARLA DE ANICHILAZIONE E TRASFORMAZIONE, COME NELLA XCII LAUDA DE SOPRA POSTA. ED IN DUE STANZIE DE QUESTA APPARE DEFETTO.

Que farai, morte mia,--che perderai la vita? Guerra infinita--sirá tuo cuor demorare.

Or que farai, morte mia,--che perderai la vita? Se io t'aggio nutrita--io me ne pento; e poi la morte non tornai a vita,--guerra infinita sí t'arepresento;--però taccio ed assento, quel che voglio non faccio--e quel che voglio desfaccio; la lengua ne taccio--co omo obstinato.

Non enante la morte--se trova la vita; oimè! te vita--porríate trovare; ma po' la morte--se truova la vita, ma perde la vita--cotal demorare; elato me pare--cotal exercire, non può pervenire--a lo infinito stato.

Oimè!--ed io per te vo te fugendo, parlando tazo,--lassando allazo, dentro a la pelle--sta lo encreato.

Oimè! la tua pelle--è tanto rotta, che dentro non può stare;--or facciamo che sia morta, la vita sua fori a lo scorticare--per fede te convien passare, e desperanza trovare--del bene e del male esser scortecato.

Dentro a lo scortecato s'è remesso--colui che vo cercanno, or faciam che sia quesso--voler morir per non vivere entanno; par molto cosa dura--la morte e la vita far una, mozzare onne figura--e non posseder nullo aspetto.

Mozzata onne figura--de lo suo iudicato, cacciato onne sospetto--de lo suo principato, negato el suo volere--como non fusse nato, omo anichilato--vive nel suo avetare.

El mio avetare è quesso--de sotto a onnecovelle e so en tal luoco messo--ben ne dirò le novelle, non sa fin ca ne stende,--agiogne en onne luoco, e questo molto par poco--a chi non l'ha comparato.

Dentro a lo comparato s'è remesso--colui che s'è venduto, or facciam che sia quesso--voler morir per render lo tributo; e questa è la cagione,--per retribuzione a terzo dine serai resuscitato.

Resuscitato, pareme morire,--en mente e 'n atto vergogna non fugire,--ed ad onore non so tratto, piacere e despiacere,--non far con nullo patto, desperato tragiatto--al viso[5] ioco ha passato.

Passa fede e speranza--la credenza del certo, la caritate unisce,--spogliase ne l'affetto, cacciato onne volere,--mozzato onne sospetto, non ci ha trovato aspetto--el vero trasformato.

Trasformato la imagine--de Dio la simiglianza, ha pensato e postose--de non far mai piú fallanza, li angeli de cielo sguardano--en questa simiglianza, presi da l'abundanza--de l'omo ch'è reformato.

Reformato nell'essere--de la virtú creata, trasformata ne l'essere--envisibile encreata, visibile invisibile--non nobile avilare, el suo vilare--per nobile avilato.

Quello che è non se può dire,--puòse dire quel che non è; lo dir vero si è mentire,--lo mentire è quello che è; ed è tanto alto quello che è,--non ha forma né mesura; e fuor de la imaginatura,--ché non me ci ho trovato.

NOTE:

[5] Una lacuna nel testo [Ed.].

XCVI

EXCUSAZIONE CHE FA EL PECCATORE A DIO DE NON POTER FAR LA PENITENZIA A LA QUALE DA LUI È CONFORTATO[6]

--Troppo m'è grande fatica,--Meser, de venirte drieto, ca 'l mondo è gionto con meco,--voglio a lui satisfare.

--Se vuol satisfare al monno,--figliolo, andarai a lo 'nferno, e senza niuno cordoglio--ferito serai de coltello, e pisto serai de martello,--che mai men non te verrane.

--Non posso far penitenza--mangiar una volta la dia, iacer con la tonica centa--mai non lo sofferiría, emprima me departo da tia--che questo possa durare.

--Figliuol, se da me te parte,--en eterno non sería lieto, d'ogne ben perdi la parte--e d'ogne mal serai repleto; lá ove so strida, puza e gran fleto--anderai ad estare.

--Begl me porest predecare--che gli tuoi fatti me mettan gola, bever voglio e mangiare--mentrunque la vita me dura, ché l'alma non girá sola--lá unque la vogli tu mandare.

--Dimme perché non hai gola--de questo ch'io te promitto, parla e non far demora,--ch'io t'amonisco a diritto; aggiote tratto d'Egipto,--pare che ce vogli tornare.

Quaranta dí degiunai--e stetti per te carcerato, ben lo potesti emparare,--tanto te fo predecato; ma, se me te parti da lato,--so che dannato serai.

--Se vòi ch'io te dica el vero,--questo non m'è piacemento, la carne fresca e 'l bon vino--vorría manecar onne tempo, ma troppo m'è gran tormento--quando me fai degiunare.

--Figliuol, non avesti cagione--per la qual tu m'èi fugito, ché so stato tuo servidore,--io te ho calciato e vestito; or t'èi arragnato con meco--e par che me vogli lassare.

Figliuol, pur non me lassare,--paradiso averai en tua bailía, lá ove è dolce posare--né lite ce trovi né briga, e priegane santa Maria--che te ce deggia menare.

Gran maraviglia me done--como l'hai tanto tardato, ma saccio c'hai freddo el core--e dentro sei tutto ghiacciato; ca l'amor non t'ha rescaldato,--ch'el non ci hai lassato entrare.

Lassa entrar lo mio amore,--aguardame ritto, figliuolo, degli anni ben trenta e doi--bussai per farte gran dono, or par che vogli gir nudo--e veste non vòi portare.

Or veni, entra a le nozze,--ch'onne cosa è apparechiato; io mò t'apro le porte,--sederai longhesso 'l mio lato, l'occhi e la bocca e lo naso,--io sí te voglio basciare.

Como non te mette gola--questo ch'io t'ho proferito? Or viene e non far dimora,--credi quel ch'io te dico, veni a veder lo convito,--quanto è dolce e soave.

--Or non me venir piú dentorno,--ch'io non ce voglio venire; stare me voglio col monno,--alegrar ed averme bene; da poi ch'io vengo a morire,--allora me mena a posare.

--Figlio, non è tésta la via,--se tu vol campar da lo 'nferno; ch'io durai sí gran fatiga,--morte, ruina e flagello; per farte venir al mio renno,--en croce me fece chiavare.

--Meser, ben è tésto vero--che tu fusti morto per mene, la carne non me dá pace,--combatteme la notte e lo dine; ma quando a te voglio venire,--non me lo lassa pensare.

--Or non gli credere, figlio,--ca è nemica de Dio; ché Adam ne gí nello 'nferno,--però che a la carne assentío, pena e dolor ce patío,--però che poi lei volse andare.

--Ben me ne piglia cordoglio,--amor, tanto m'hai bargagnato; portasti la croce su en collo--ed en essa ce fusti ferrato; ed io l'ho dementecato--e non ci ho potuto badare.

--Se te ne piglia cordoglio,--figliuolo, a ragion lo fai, ch'hai sequitato lo mondo,--de que ragion renderai; e debito fatto ci hai--lo qual te convien pagare.

Ora me rende ragione--de questo c'hai endebitato, ch'èi stato falso amadore--e me per altri hai lassato, ed a quel ch'io t'agio ensegnato--non hai voluto guardare.

--Non la conobbi, Mesere,--questa tua santa scrittura, visso so a tentazione--beffe me n'ho fatto a tut'ura, ma la sentenzia tua è dura--e non ce pò l'om appellare.

Io me ne appello a Madonna--de questa tua dirittura, ch'altri non è chi ci agiogna--che siede en ròcca sicura, ed essa t'è matre e figliuola--e tu me t'èi fatto carnale.

Ca io per ragion te lo provo--che tu me déi far perdonanza, eri Dio e facestite omo--e questo me poni en bilanza; per darme de te securanza--mia forma volesti pigliare.

NOTE:

[6] Questa lauda sequente era pur nel dicto libro antiquo ed ancora in alcuni todini, benché paia assai bassa como la XX in ordine che incomenza: «Oimè, lasso dolente» (Nota del Bonaccorsi).

XCVII

AMAESTRAMENTO AL PECCATORE CHE SE VOLE RECONCILIARE CON DIO[7]

O peccator dolente,--che a Dio vuol retornare, questa lauda t'ensegna--quello che déi fare.

Tu déi esser pentuto--de tutto el tuo peccato, e déilo confessare--col core umiliato, e far la penitenza--sí como t'è comandato, e, poi che l'hai lassato,--noi déi mai repigliare.

Tu déi ben perdonare--a chi t'ha fatto offensanza col core e con la bocca--senza niuna fallanza; e se tu hai altri offeso,--déi cheder perdonanza acciò che Iesú Cristo--ti degga perdonare.

Se tu hai de l'altrui,--rendelo interamente, quanto puoi piú cetto,--non lo 'nduciar niente; e non ti confidare--né in figlio né in parente, perché hanno costumanza--del troppo retardare.

Tu déi recessare--onne ria compagnia, per ciò che fa cadere--molto cetto in follia; e costumar con buoni--che ti don buona via, per la qual tu possi--l'alma tua salvare.

La bocca déi aver chiusa--e la lengua affrenata, e non li trar lo freno,--se non poche fiata; e sempre sie sollicito--tenerla ben guardata, per ciò che ha costumanza--de molto morsecare.

Chi la sua bocca ha aperta,--e la lengua tagliente, molto legiermente--deventa maldicente; ed onne ben che fai--poco ti vale o niente, ché la tua mala lengua--tutto tel fa furare.

Al tuo corpo misero--non déi acconsentire, per ciò che sempre vole--manecare e dormire, e non cura niente--giamai a Dio servire, en ioco ed in solazo--sempremai vorría stare.

Fallo levar per tempo--senza nulla pigrezza, e mettilo in fatica--che non li sia agevolezza, e vallo recessando--d'onne carnal vaghezza; se questo non li fai,--te fará tralipare.

Falli fare astinenza,--che non sia piú goloso; portar li panni aspri,--che non sia piú gioioso; ed operare buone opere--che non stia piú ozioso, e, perché è mal servo,--délo disciplinare.

Tu déi stare affissato,--non déi gir molto atorno, ché nuoce de vedere--le vanitá del monno; non portar gli occhi in alto,--ma portali in profonno, per ciò che son ladroni--de l'anima predare.

Quello che l'occhio vede--sí lo riporta al cuore, el falo repensare--de lo carnale amore, e, poi che ci ha pensato,--sí retrova el pegiore, e perciò è buona cosa--sempre l'occhio guardare.

Tu déi guardar l'orecchie--da li mali udimenti, e retener le mano--dai villan toccamenti, e déi esser ben composto--nelli tuoi portamenti, sí che onne om che ti vede--si possa edificare.

Tu déi stare all'offizio--molto devotamente, e de onne adversitate déi essere paziente; ad qualunche te domanda,--rispondi umilmente, ed onne intenza inutile,--quanto puoi, recessare.

Non déi essere schifo,--né molto desdegnoso, sí com'è lo zitello--che è superbo e lagnoso; le mano déi aver larghe--e lo core pietoso, ed onne cosa che dái,--molto volontier dare.

Le parole de Dio--volontier déi udire, ed alli tuoi prelati--umilmente ubidire, e li santi sacerdoti--in reverenzia avere, perciò che son pastori--per l'anime salvare.

E ciascuno in suo luoco--déi portare in amore, e conservare pace--sempre nel tuo core, ed onne altra persona--déi credere tuo migliore, e 'n tutti li tuoi fatti--te déi umiliare.

L'umilitate è quella--che fa essere amato, e da Dio e dal mondo--essere esaltato, e lo tuo core sempre--te fa aver consolato, perciò la umilitate--molto la devi amare.

Tu devi lo tuo core--conservare en netteza, non li lassar pensare--nulla laida laideza, acciò che possi fare--piú degna peniteza, en nullo male amore--te devi delettare.

La tua confessione--déi far molto spesso, e li tuoi offendimenti--déi dicere tu stesso, acciò che Cristo Dio--sempre ti stia dapresso, de li suoi benefizi--lo déi regraziare.

Tu te déi sforzare--de gire sempre inanti, e non tornare endrieto--sí como fon li granchi, acciò che tu aggi--la corona de li santi, nel ben c'hai cominciato--devi perseverare.

NOTE:

[7] Queste cinque laude proxime sequente erano nel libro todino in fine (Nota del Bonaccorsi).

XCVIII

COMO LA RAGIONE CONFORTA L'ANIMA CHE RETORNI A DIO

Perché m'hai tu creata,--o creatore Dio, e poi recomperata--per Cristo Iesú mio?

Amor, tu m'hai creata--per la tua cortesia, ma so villana stata--per la mia gran follia, fuor de la mia contrata--smarrita aggio la via, la vergine Maria--me torni all'amor mio.

Anima peccatrice,--co l'hai potuto fare, o falsa meretrice,--senza lo sposo stare? Ché sai che esso lo dice:--Chi a me vorrá tornare, farollo delettare--nello dolce amor mio.--

Occhi miei, piangete,--non cessate a tutte ore, ché fare lo dovete--per trovar l'amore; ch'io n'aggio sí gran sete,--che me strugge el core, de Cristo Salvatore,--ché esso è l'amor mio.

O Pier, Paulo e Giovanni,--lo dolce Evangelista, Gregorio ed Augustino--e l'amante Battista, rendeteme l'amore--ch'io non sia sí trista, morragio s'io sto in quista--ch'io non aggia l'amor mio.

O umile Francesco,--de Dio tutto enfiammato, che Cristo crucifisso--portasti in cor formato, priega el mio gran Signore,--ch'io ho tanto aspettato, che tosto a l'apenato--soccorra l'amor mio.

O crucifisso amore,--recòrdati la lancia, che te fo data al core--per me trar de pesanza; donqua ritorna, amore,--non far piú demoranza, fallami la speranza--s'io non t'ho, amor mio.

Non posso piú soffrire--li tuoi lamenti, gli amorosi languire--che tu fai spessamente; or briga de venire,--lieva in alto la mente, farrotte esser gaudente--del dolce Iesú mio.

Or te diletta, sposa,--de me quanto tu voli, ché ben sei gloriosa,--tanto d'amor tu oli! Non esser vergognosa,--non c'è perché te duoli, trovato hai quel che voli,--cioè el dolce amor mio.

XCIX

CONDIZIONE DEL PERPETUO AMORE

L'amor ch'è consumato--nullo prezzo non guarda, né per pena non tarda--d'amar co fo amato.

Consumato l'amore,--sí va pene cercando, se ama sé dilettando,--sta penoso. E con grande fervore--al diletto dá bando, per viver tormentando--angoscioso. Allora sta gioioso--e sé conosce amare, se fugge el delettare--e sta en croce chiavato.

Servo che prezzo prende,--ch'ama sempre diletto, sí porta nell'affetto--pagamento. Per lo prezzo vendere--lo prezzo, gli è difetto; non è anco perfetto--lo stormento. Se amor non fo tormento,--sí non fo virtuoso, né sirá glorioso--se non fo tormentato.

L'amor vero, liale--odia sé per natura, vedendosi mesura--terminata. Perché puro, leale--non ama creatura, né se veste figura--mesurata. Caritá increata--ad sé lo fa salire, e falli partorire--figlio d'amor beato.

Questo figlio che nasce--è amor piú verace de onne virtú capace,--copiosa. Dove l'anima pasce--fuoco d'amor penace, notricasi de pace--gloriosa. E sta sempre gioiosa--e si 'namora tanto, che non potrebbe el quanto--esser considerato.

C

DE LA INCARNAZIONE DEL VERBO DIVINO

Fiorito è Cristo nella carne pura, or se ralegri l'umana natura.

Natura umana, quanto eri scurata, ch'al secco fieno tu eri arsimigliata! Ma lo tuo sposo t'ha renovellata, or non sie ingrata--de tale amadore.

Tal amador è fior de puritade, nato nel campo de verginitade, egli è lo giglio de l'umanitade, de suavitate--e de perfetto odore.

Odor divino da ciel n'ha recato, da quel giardino lá ove era piantato, esso Dio dal Padre beato ce fo mandato--conserto de fiore.

Fior de Nazzareth si fece chiamare, de la Giesse Virgo vuols pullulare, nel tempo del fior se volse mostrare, per confermare--lo suo grande amore.

Amore immenso e caritá infinita m'ha demostrato Cristo, la mia vita; prese umanitate in deitá unita, gioia compíta--n'aggio e grande onore.

Onor con umilitá volse recepere, con solennitá la turba fe' venire, la via e la cittade refiorire tutta, e reverire--lui como Signore.

Signor venerato con gran reverenza, poi condannato de grave sentenza, popolo mutato senza providenza, per molta amenza--cadesti in errore.

Error prendesti contra veritade quando lo facesti viola de viltade, la rosa rossa de penalitate per caritade--remutò el colore.