Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490
Chapter 11
Se esco per lo gusto,--onne sapor te clama: --Amor, divino amore,--amor pieno de brama; amor preso m'hai a l'ama--per potere en me regnare.--
Se esco per la porta--che se chiama odorato, en onne creatura--te ce trovo formato; retorno vulnerato,--prendime a l'odorare.
Se esco per la porta--che se chiama lo tatto, en onne creatura--te ce trovo retratto; amor, e co so matto--de volerte mucciare?
Amor, io vo fugendo--de non darte el mio core, veggio che me trasformi--e faime essere amore, sí ch'io non son allore--e non me posso artrovare.
S'io veggio ad omo male--o defetto o tentato, trasformome entro en lui--e face 'l mio cor penato; amore smesurato,--e chi hai preso ad amare?
Prendeme a Cristo morto,--traime de mare al lito, loco me fai penare--vedendol sí ferito; perché l'hai sofferito?--Per volerme sanare.
LXXXIII
DE L'AMORE DE CRISTO IN CROCE, E COMO L'ANIMA DESIDERA DE MORIR CON LUI
O dolce amore--c'hai morto l'amore, prego che m'occidi d'amore.
Amor c'hai menato--lo tuo enamorato ad cusí forte morire, perché 'l facesti--ché non volesti ch'io dovesse perire? Non me parcire,--non voler soffrire ch'io non moia abracciato d'amore.
Se non perdonasti--a quel che sí amasti, como a me vòi perdonare? Segno è, se m'ami,--che tu me c'enami como pesce che non pò scampare. E non perdonare,--ca el m'è en amare ch'io moia anegato en amore.
L'amore sta appeso,--la croce l'ha preso e non lassa partire. Vocce currendo--e mo me cce appendo, ch'io non possa smarrire. Ca lo fugire--faríame sparire, ch'io non sería scritto en amore.
O croce, io m'apicco--ed ad te m'aficco, ch'io gusti morendo la vita. Ché tu ne se' ornata,--o morte melata; tristo che non t'ho sentita! O alma sí ardita--d'aver sua ferita, ch'io moia accorato d'amore.
Vocce currendo,--en croce legendo nel libro che c'è ensanguinato. Ca essa scrittura--me fa en natura ed en filosofia conventato. O libro signato--che dentro se' aurato, e tutto fiorito d'amore!
O amor d'agno,--magior che mar magno, e chi de te dir porría? A chi c'è anegato--de sotto e da lato e non sa dove sia, e la pazia--gli par ritta via de gire empazato d'amore.
LXXXIV
COMO È SOMMA SAPIENZIA ESSERE REPUTATO PAZO PER L'AMOR DE CRISTO
Senno me pare e cortesia--empazir per lo bel Messia.
Ello me sa sí gran sapere--a chi per Dio vol empazire, en Parige non se vidde--ancor sí gran filosofia.
Chi per Cristo va empazato,--par afflitto e tribulato; ma è maestro conventato--en natura e teologia.
Chi per Cristo ne va pazo,--a la gente sí par matto; chi non ha provato el fatto--pare che sia fuor de la via.
Chi vol entrare en questa scola,--troverá dottrina nova; la pazia, chi non la prova,--giá non sa que ben se sia.
Chi vol entrar en questa danza,--trova amor d'esmesuranza; cento dí de perdonanza--a chi li dice villania.
Ma chi va cercando onore,--non è degno del suo amore, ché Iesú fra doi latrone--en mezo la croce staía.
Ma chi cerca per vergogna,--ben me par che cetto iogna; iá non vada piú a Bologna--a 'mparar altra mastria.
LXXXV
COMO SE DEVE AMAR CRISTO LIBERALMENTE COMO ESSO AMÒ NOI
--O amor che m'ami,--prendime a li toi ami, ch'io ami co so amato.
O amor che ami--e non trovi chi t'ami, chi sal per li toi rami--sempre se chiama engrato.
O engrato nobile,--sommerso en ammirabile, non puoi salire equabile--d'amore adoguagliato.
O amore attivo--che non trovi passivo, che venga a l'amativo--d'amor purificato.
Amor c'hai nome amo,--plural mai non trovamo, da te fonte gustamo,--amor da te spirato.
Amor, mostrame el como,--ché 'l quanto, non è omo che nol somerga el somo--del quanto smesurato.
--El como te mostrai--quando me encarnai, per te peregrinai--en croce consumato.
El quanto armáse en sete,--ché non for mai aprete l'altissime secrete--en subietto finato.
Non reman dal daiente,--ma dal recipiente, non è sufficiente--a Dio nullo creato.
Lo enfinito amare,--finito en demostrare, la mostra terminare--in amor sterminato.
En quilli amorosi abissi--gli santi son sommersi, dentro e da fore oppressi--d'amore spelagato.
L'alteza è infinita,--longeza non compíta, largeza sterminata,--profondo sprofondato.
Non puòtte piú l'amore--mostrar fatto maggiore, che farme lo minore--en degli omini deiettato.
Qual pazo vorria fare,--per formicaio campare, en formica tornare--per formicaio campato.
Maggior fo mia stoltizia--la grande alteza mia de prender questa via--de farme om penato.
Io non te amai per mene,--'nante te amai per tene, non me crebbe bene--del mio fatigato.
Per te non fui maggiore,--né senza te minore, trasseme l'amore--che fusse reformato.
Se m'ami per aver gloria,--mercenaia hai memoria; attento stai a mia solia--pur del remunerato.
Non m'ami per amore,--ché 'l prezo te sta en core; se 'l prezo ne trai fuore,--l'amor tuo è anichilato.
Se la tua utilitate--te trae ad amorositate, poco d'aversitate--te fa l'amor cagnato.
Se l'amore è libero--che non sia avaro albitrio, gentil fa desiderio--non condizionato.
Non c'è condizione--né messa per ragione, è fatta l'unione--che non veste vergato.
Da l'amativo amabile--esce l'amor mirabile, l'amore è poi durabile--semper in idem stato.
LXXXVI
COMO L'ANIMA DIMANDA PERDONANZA DE L'OFFENSIONE E GUSTO D'AMORE
Amor dolce senza pare--sei tu, Cristo, per amare.
Tu sei amor che coniugni,--cui piú ami spesso pugni; onne piaga, poi che l'ugni,--senza unguento fai sanare.
Amor, tu non abandoni--chi t'offende, sí perdoni; e de gloria encoroni--chi se sa umiliare.
Signor, fanne perdonanza--de la nostra offensanza, e de la tua dolce amanza--fanne um poco assagiare.
Dolce Iesú amoroso,--piú che manna saporoso, sopra noi sie pietoso,--Signor, non n'abandonare.
Amor grande, dolce e fino,--increato sei divino, tu che fai lo serafino--de tua gloria enflammare.
Cherubin ed altri cori,--apostoli e dottori, martiri e confessori,--vergene fai iocundare.
Patriarche e profete--tu tragisti da la rete; de te, amor, áver tal sete,--non se crédor mai saziare.
Dolce amor, tanto n'ame,--al tuo regno sempre clame, saziando d'onne fame,--tanto sei dolce a gustare.
Amor, chi de te ben pensa,--giammai non déi far offensa; tu sei fruttuosa mensa--en cui ne devem gloriare.
Nella croce lo mostrasti,--amor, quanto tu n'amasti; ché per noi te umiliasti--e lassasti cruciare.
Amor grande fuor misura,--tu promission secura, de cui nulla creatura--d'amar non se può scusare.
Dáite a chi te vol avere,--tu te vien a proferire, amor, non te puoi tenere--a chi te sa ademandare.
Ademando te amoroso,--dolce Iesú pietoso, che me specchi el cor gioioso--de te solo, amor, pensare.
Lo pensar de te, amore,--fa enebriar lo core, vol fugir onne rumore--per poterte contemplare.
Contemplando te, solazo,--pargli tutto 'l mondo laccio, regemento fa de pazo--a chi non sa el suo affare.
Tu se' amor de cortesia,--en te non è villania, dámmete, amor, vita mia,--non me far tanto aspettare.
LXXXVII
DE L'AMOR DIVINO LA MISURA DEL QUALE È INCOGNITA
Amor che ami tanto,--ch'io non so dir lo quanto del como esmesurato!
La mesura se lamenta--del como esmesurato, sua ragion vole a distenta--parli l'amor tribulato; la smesuranza s'è levata,--messo ha el freno a la mesura, non faccia sommergetura,--ché non sería piú comportato.
Lo sapor de sapienza--l'affetto sí ha sotterrato, lo lume de intelligenza--udite tratto c'ha pensato: l'affetto sí ha pigliato--ed hallo messo en pregione, sottomesso a la ragione,--loco l'ha terrafinato.
L'affetto, poi ch'è en pregione,--piange con gran desianza; nullo consólo se vol dare--de la preterita offensanza, de chi gli ha tolta la speranza--poi la comenza a biastemare, e non se vol consolare--sí sta en sé contaminato.
O amor contaminato,--tutto pieno de furore, d'onne tempo hai mormorato,--ène entrato en possessore; la iustizia ch'è assessore,--sí t'ha preso a condennare, d'onne officio te privare,--ché non sai far bon iudicato.
La iustizia sí è presa--da lo senno del sapere, una ragion gli è commessa--che non degia preterire, la scienzia far tacere--ed onne atto alienare, e le virtute esaltare,--se non sería excomunicato.
O amor ch'èi tempestoso,--ch'en te non fai recetto, ètte sottratto el prestato,--conquassato sta l'aspetto; ma el desio del diletto--abracciato ha el disiare, con lo vile en sé vilare--non vederse en sé vilato.
O audito senza audito,--che en te non hai clamore, entelletto senza viso--hai anegato onne valore; non hai en te possessore,--da altri non èi posseduto, onne atto sí t'è renduto,--sí sta l'amore affissato.
L'odorato t'è renduto,--non sai dir que è delettare, lo sapore è fatto muto,--non sai dir piú que è gustare; lo silenzio ce appare,--ché gli è tolto onne lenguaio; allor par giá quietaio,--vive en sé ben roborato.
Tutti gli atti vecchi e novi--en un nichilo son fondate, son formati senza forma,--non han termen né quantitate, uniti con la veritate;--coronato sta l'affetto, quietato lo 'ntelletto,--nell'amore trasformato.
LXXXVIII
COMO IN L'OMO PERFETTO SONO FIGURATE LE TRE IERARCHIE CON LI NOVI CORI DE ANGELI
L'omo che può la sua lengua domare, grande me pare che agia signoria; ché raro parlamento può l'om fare che de peccar non agia alcuna via; agiome pensato de parlare, reprendomi, ché faccio gran follía; ca senno en me non sento né affare a far devere grande diceria; ma lo volere sforza el ragionare preso ha lo freno e tiello en sua balía.
Però me sería meglio lo tacere, ma veggio ch'io non lo posso ben fare; però parlo e dico el mio parere ed a correzione ne voglio stare; pregove tutti che vi sia en piacere de volere lo mio ditto ascoltare, e recurriamo a Dio en cui è 'l sapere che l'asina de Balaam fece parlare, ch'ello me dia alcuna cosa dire che sia sua laude e a noi possa giovare.
Pareme che l'omo sia creato a la imagine di Dio e semiglianza; lo paradiso pareme ordinato de nove orden d'angeli en ordenanza; en tre ierarchie è el loro stato de quella beatissima adunanza, or facciamo che l'uomo sia en stato che truove en sé quella concordanza; e pareme d'averlo retrovato, se io non fallo nella mia cuitanza.
Tre ierarchie ha l'omo perfetto: la prima si è ben encomenzare; lo secondo stato è piú eletto ch'en megliorar fa l'om perseverare; ottimo lo terzo sopra eletto, omo che consuma en ben finare; non se ne trovò ancor decetto chi con questi tre volse albergare, molto me ne trovo en gran defetto ché io al primo ancor non volse entrare.
Aggiome veduto e ben pensato che l'uom perfetto a l'arbor se figura, che, quanto piú profondo è radicato, tanto è piú forte ad onne rea fortura; de vil corteccia veggiolo amantato, conservace l'umore e la natura, de rami, foglie e frutto è adornato lavora d'onne tempo senza mura; da poi che 'l frutto hacce appicciato, conservalo, nutrica e poi el matura.
La fossa dove questo arbor se planta parme la profonda umilitate; ché se la radicina loco achianta, engrossace ad trar l'umiditate, e fa l'arbor crescere ed enalta, non teme freddo né nulla siccitate; standoce gli ucelli, loco canta, esbernace con grande suavitate, nascondece lo nido e sí l'amanta, che non se veggia a sua contrarietate.
Lo ceppo che la radice sí divide pareme la fede che è formata, e le radice dodece ce vide, gli articoli con essa congregata; se ensemora non gli tien, la conquide deguasta l'arbor tutta conquassata, se ensemora l'abracci, sí te ride, allítate nella buona contrata, e cámpate dal loco o' s'allide quilli che la tengono viliata.
Lo stipite ch'en alto se depone pareme l'altissima speranza, divide da la terra tua magione, condúcetela en ciel la vicinanza; se loco ce demori onne stagione gaudio ce trovi en abundanza; cerchi la citade per regione, cantasi lo canto de alegranza, párete lo mondo una pregione, videlo pieno de grande fallanza.
Lá 've gli rami hanno nascimento pareme che sia la caritate; la prima ierarchia è 'l comenzamento, tre rami ce trovi en unitate; destenguese per bello ordenamento ciascuna en sua proprietate; grande trovi en loro comenzamento pensando nella loro varietate, l'uno senza l'altro è sviamento e non verria a compíta veritate.
Lo primo ramo d'esto encomenzare, lo qual al primo orden se figura, angeli sí audimo nominare, sí come n'amaestra la Scrittura; angelo se vole enterpretare messo nobilissimo en natura, messo che ne l'alma pòi trovare; paiome gli pensier senza fallura, lo Spirito santo halli ad inspirare che nullo gli pò aver per sua fattura.
Poi che se' stato assai nello pensiere, che de lo star con Dio hai costumanza, lo diletto méttete a vedere gli ben c'hai recevuti en abundanza, e chi se' tu per cui volse morire, che rotta gli hai la fede e la lianza, e che esso Signor volse soffrire da me peccatore tanta offensanza; de vergogna vogliomene vestire, non trovo loco ne la mia cuitanza.
De lo pensiere nasce un desio, che el secondo ramo puoi appellare; arcangeli figura, como creio, che summi messi puoti enterpretare; de pianger non trovo unqua remeio, enfiase lo core a suspirare, ed ov'è 'l mio Signor ch'io non lo veio? derrata so ch'el volse comperare; respondemi, Signor, c'altro non cheio; desidero morir per te amare.
La lezione damme una ensegna ca, se voglio trovar lo mio Signore, ad opera compíta opo è ch'io vegna, se vol che viva e cresca lo suo amore; lo terzo ramo mostrame ed assegna nome de virtute per dottore; chi questo ramo prende, bene aregna, albergalo con l'altro emperadore, e de viver prende una convegna che sempre va crescendo per fervore.
La seconda ierarchia, co a me pare, che en tre distinzione è ordinata, che nella prima non puoi dimorare; se con questa non fai tua giornata, con l'impedimenti opo t'è pugnare; se vol che vada en pace la contrata, li cinque sensi opo t'è domare che la morte al core hanno ministrata; dominazione si può appellare questa signoria cusí beata.
Lo secondo ramo è principato, en elle creature ordinamento, che ciò che vede ed ode ed ha pensato, ciascuna rieca suo consolamento, laudando lo Signor che l'ha creato per sua pietate e piacemento; ciascuna conserva lo suo stato, reprèndete c'hai fatto fallimento, consèrvate lo core en uno stato che sempre de Dio trovi pascimento.
Le vizia, che stanno a la nascosta, ciascuno se briga de aiutare, de non lassar l'albergo fanno rosta, ciascuno se briga de esforzare; l'orden de le potestá se cci acosta, tutte le virtude fa congregare: la battaglia dura sí s'è mosta l'una contro l'altra a preliare; le vizia sí fugono la iosta, lassan lo campo e brigan de mucciare.
L'umilitate la superbia vide, d'un alto monte sí l'ha tralipata; la envidia, vedendo, sí se allide, la caritade l'arde ed ha brusata; e l'ira, ciò sentendo, sí se occide, la mansuetude sí l'ha strangulata; l'accidia, che unqua mai non ride, iustizia l'ha troppo ben frustata; avarizia, c'ha morti li suoi rede, la pietate sí l'ha scorticata.
Lussuria sí sta molto adornata, pensa per sua belleza de campare; ma la castitate l'ha accorata, molto dura morte gli fa fare; ed en un pilo sí l'ha sotterrata, e loco agli vermi fala devorare; la gola sí n'è molto empaurata, discrezione volese amantare; ma la temperanza l'ha pigliata, tienla en pregione e fálase enfrenare.
Poi che le virtute hanno venciuto, ordenano d'aver la signoria; lo terzo stato claman per aiuto, ché, senza lui, prendon mala via; cercano la Scrittura, han envenuto o' lo Signor de riposar desia, concordia sí hanno conceputo, ch'en trono de lo 'mperio segga dia; el per elezione l'hanno elegiuto che rega e tenga tutta la bailía.
Le virtute fanno petizione a la signoria que deggian fare, ché ciascuna vol la sua ragione, ed estatuto vogliono ordenare; de la concordia trovan la magione, lá 'v'ella co lloro deggia reposare, e discordia mettono en pregione, che onne ben faceva deguastare; ed onne tempo vogliono ragione e nullo feriato voglion fare.
Concordia non può bene regnare, se de sapere non ha condimento; lo secondo ramo fonno clamare che de sapere ha l'amaestramento; cherubini vogliono abracciare, contemplando el Signor per vedemento, ed en sua scola voglion demorare, che da lui recevan lo convento; lo 'ntelletto volsece apicciare, ché de legere ha forte entendemento.
Ché, quanto piú el sapere va crescendo, tanto piú trova en Dio la smesuranza; lo 'ntendemento vasse devencendo, anegalo en profondo per usanza l'ordene serafico, apparendo nello 'nfocato viver per amanza; questo defetto vásecce ademplendo, abraccian lo Signor per desianza e cusí sempremai lo va tenendo, en ciò la caritate ha consumanza.
Or preghiamo lo Signore potente che per sua bontade e cortesia esso dirizi sí la nostra mente, che sempre tengam la diritta via; sí ch'en futuro non siam perdente d'aver en cielo la sua compagnia; molto se porrá tener dolente chi nello 'nferno fatt'ha albergaria, ché sempre viverá en fuoco ardente; campene noi la Vergene Maria. Amen.
LXXXIX
ARBORE DELL'AMORE DIVINO
Un arbore è da Dio plantato--lo qual amor è nominato.
--O tu, omo, che c'èi salito,--dimme en que forma èi tu gito, perché 'l viagio me sia aprito,--ché sto en terra otenebrato.
--Se 'l te dico, poco vento--mo m'encasca, sí sto lento! ancora non agio vento,--'nante so molto tempestato.
--Giá non è tua questa storia--'nante è a Dio tutta gloria; non me trovo en mia memoria--che tu per arte l'aggi acquistato.
Se 'l me dice, mo pò avenire--che mo me fai de loto uscire, se per te vengo a Dio servire--a Dio m'averai guadagnato.
--A laude de Dio lo te dico--e per avermete ad amico: empaurato dal Nemico,--fui a questo arbore menato.
Con la mente ci aguardai,--e de salir m'enfiammai, fui da pede ed io 'l mirai--ch'era tanto smesurato.
Li rami erano en tanta altura,--non ne posso dir mesura; lo pedale en dirittura--era tutto desnodato.
Da nulla parte non vedea--co salire ce potea, se non da un ramo che pendea--ch'era a terra repiegato.
Questo era un rametello--ch'era molto poverello, umilitate era segello--de questo ramo desprezato.
Adviáme per salire,--fóme ditto:--Non venire, se non te brighi de partire--da onne mortal peccato.--
Venneme contrizione,--lavaime con confessione, e feci satisfazione,--co da Dio me fo donato.
Al salire retornando,--e nel mio cor gía pensando e gía molto dubitando--del salir afatigato.
Pregai Dio devotamente--ch'al salir me fos iuvente, ca, senza lui, non è niente--de tutto quel ch'avea pensato.
Da ciel me venne una vuce--e disse:--Ségnate con cruce, e piglia el ramo de la luce--lo qual a Dio è molto a grato.--
Con la croce me signai,--e lo ramo sí pigliai, tutto lo core ci afittai--sí ch'en alto fui levato.
Poi, levato en tanta altura,--trovai amor de dirittura, lo qual me tolse onne paura--onde el mio cor era tentato.
Encontenente ch'io fui gionto,--non me lassò figer ponto de far sopra me un gionto--en un ramo sopra me plantato.
Poi ch'en quel ramo fui salito,--che da man ritta era insíto, de suspiri fui ferito,--luce de lo sponso dato.
Da l'altra parte volse 'l viso--e ne l'altro ramo fui affiso, e l'amor me fece riso--però che m'avea sí mutato.
Ed io, sopra me guardanno,--doi rami ce vidde entanno, l'uno ha nome perseveranno,--l'altro amor continuato.
Salendo su cresi posare,--l'amor non me lassò finare, de sopra me féme guardare--en un ramo sopra me fermato.
Salendo su sí resedea,--le poma scritte ce pendea, le lacrime ch'amor facea,--ché lo sponso gli era sí celato.
Da l'altra parte volse 'l core--vidde el ramo de l'ardore, passando l'ha sentito amore--che m'avea sí rescaldato.
Stando loco non finava,--l'amor molto m'encalzava, de menar me lá 've stava--en un ramo sopra me esaltato.
Poi ch'en quel ramo me alzasse,--scritto era ch'io me odiasse, perché tutto amor portasse--a quel Signor che m'ha creato.
Al ramo da l'altra parte--trasseme amor per arte a lo contemplar che sparte--lo cor d'onne amaricato.
A lo ramo de piú alteza--sí fui tratto con lebeza, o' languisce en alegreza--sentendo d'amor con odorato.
Da l'altra parte pusi mente,--vidi ramo ante me piacente, passando l'ardor pongnente--ferendo al cor l'ha stemperato.
Stemperato de tal foco,--lo mio cor non avea loco, fui furato a poco a poco--en el ramo sopra me fidato.
Tanto d'amor fui ferito,--ch'en quel ramo fui rapito o' lo mio sponso fo apparito--e con lui fui abracciato.
En me medesmo venni mino,--menato en quel ramo divino, tanto viddi cosa en pino,--che lo cor ce fo anegato.
A le laude del Signore--ditto t'aggio el suo tenore; se vol salire, or pone 'l core--a tutto quel ch'agio parlato.
En el arbor de contemplare--chi voi salir, non dé' posare, pensier, parole e fatti fare--ed ita sempre esercitare[3].
NOTE:
[3] Agionto en alcuni libri:
Non è dato a creatura--salir ultra sta misura, la Trinitá sola è for misura,--lo sommo inaccessibil chiamato.
Tredece ramora con li frutti,--de sette gradora produtti, se gli potrai salir tutti,--serai en perfetto stato.
(Nota del Bonaccorsi).
XC
COMO L'ANIMA SE LAMENTA CON DIO DE LA CARITÁ SUPERARDENTE IN LEI INFUSA
Amor de caritate,--perché m'hai sí ferito? lo cor tutt'ho partito--ed arde per amore.
Arde ed incende, nullo trova loco, non può fugir però ched è legato, sí se consuma como cera a foco; vivendo more, languisce stemperato, demanda de poter fugire um poco, ed en fornace tròvase locato; oimè, do' so menato?--A sí forte languire? Vivendo sí, è morire,--tanto monta l'ardore!
'Nante che el provasse, demandava amare Cristo, credendo dolzura; en pace de dolceza star pensava, for d'ogni pena possedendo altura; pruovo tormento qual non me cuitava, che 'l cor se me fendesse per calura; non posso dar figura--de que veggio sembianza, ché moio en delettanza--e vivo senza core.
Aggio perduto el core e senno tutto, voglia e piacere e tutto sentimento, onne belleza me par loto brutto, delize con riccheze perdimento; un arbore d'amor con grande frutto, en cor piantato, me dá pascimento, che fe' tal mutamento--en me senza demora, gettando tutto fòra,--voglia, senno e vigore.
Per comperar amor tutto aggio dato, lo mondo e mene, tutto per baratto; se tutto fosse mio quel ch'è creato, daríalo per amor senza onne patto; e trovome d'amor quasi engannato, ché, tutto dato, non so dove so tratto; per amor so desfatto,--pazo sí so tenuto; ma, perché so venduto,--de me non ho valore.
Credeame la gente revocare, amici che me fuoro, d'esta via; ma chi è dato piú non se può dare, né servo far che fugga signoria; prima la pietra porríase amollare ch'amor che me tien en sua bailía: tutta la voglia mia--d'amor sí è enfocata, unita, trasformata:--chi tollerá l'amore?