Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490

Chapter 10

Chapter 103,675 wordsPublic domain

Ergo l'avere è amato,--ca io son odiato; però en folle è stato--chi 'n tal pensier sí m'ama.

Veggio la gentileza--che non aggia riccheza, retornará en vileza,--onom l'apella brama.

L'omo enserviziato--da molta gente è amato; vedutolo enfermato,--onom sí lo sciama.

L'omo te vole amare--mentre ne pò lograre, se nogl puoi satisfare,--tògliete la tua fama.

L'omo c'ha santetate,--trova grande amistate; se gl vien la tempestate,--rómpegliese la trama.

Fuggo lo falso amore,--che non me prenda 'l core; retornome al Signore--che solo vero ama.

LXXIII

DEL GRAN PREZO DATO PER VIL DERRATA, CIOÈ CRISTO PER L'OMO

O derrata, guarda al prezo,--se te vuoli enebriare; ca lo prezo è 'nebriato--per lo tuo enamorare.

Lo tuo prezo è 'nebriato,--de cielo en terra è desciso; piú che stolto reputato,--lo re de paradiso a que comparar s'è miso--a sí gran prezo voler dare?

Aguardate esto mercato,--che Dio patre ci ha envestito, angeli, troni, principato--ostopiscon de l'audito: lo Verbo de Dio infinito--darse a morte per me trare.

Ostupisce cielo e terra,--mare ed onne creatura; per finir meco la guerra--Dio ha presa mia natura, la superbia mia d'altura--se vergogna d'abassare.

O ebrieza d'amore,--como volesti venire per salvar me peccatore?--Se' te messo a lo morire, non saccio altro ch'ensanire--poiché m'hai voluto ensegnare.

Poiché lo saper de Dio--è empazato de l'amore, que farai, o saper mio?--Non vol gir po' 'l tuo Signore? Non pòi aver maiur onore--ch'en sua pazia conventare.

O celeste paradiso,--encoronato stai de spina, ensanguinato, pisto, alliso--per darmete en medicina; grave è stata mia malina--tanto costa el medicare.

Nullo membro ce par bello--stare so 'l capo spinato, che non senta lo flagello--de lo capo tormentato; vegio lo mio Sire empicato--ed io volerme consolare.

O Signor mio, tu stai nudo--ed io abondo nel vestire, non par bello questo ludo:--io satollo e tu en famire, tu vergogna sofferire,--ed io onore aspettare.

Signor povero e mendíco,--per me molto affatigato, ed io peccator iniquo,--ricco, grasso e reposato; non par bello esto vergato:--io en reposo e tu en penare.

O Signor mio senza terra,--casa, letto, massaria, lo pensier molto m'afferra,--ché so errato de tua via; grande faccio villania--a non volerte sequitare.

Or renunza, o alma mia,--ad onne consolazione, el penar gaudio te sia--vergogna ed onne afflizione, e questa sia la tua stazone:--de morir en tormentare.

O gran prezo senza lengua,--viso, audito senza cuore, esmesuranza en te regna,--hai anegato onne valore; lo 'ntelletto sta de fore--o' l'amore sta a pascuare.

Poi che lo 'ntelletto è preso--da la grande smesuranza, l'amor vola a desteso,--va montando en desianza; abracciando l'abundanza,--l'amiranza el fa pigliare.

L'amiranza li mette el freno--a l'amor empetuuso, en reverenzia fasse meno,--non presume d'andar suso, lo voler de Dio gli è 'nfuso--che 'l suo voler fa nichilare.

Poi che l'omo è anichilato,--nasce l'occhio da vedere, questo prezo esmesurato--poi l'acomenza sentire, nulla lengua lo sa dire--quel che sente en quello stare.

LXXIV

LA BONTÁ DIVINA SE LAMENTA DE L'AFFETTO CREATO

La Bontade se lamenta--che l'Affetto non l'ha 'mata, la Iustizia è appellata--che ne degia ragion fare.

La Bontade ha congregate--seco tutte le creature, e danante al iusto Dio--sí fa molto gran romure, che sia preso el malfatture--e síene fatta vendetta, c'ha offesa la diletta--nel suo falso delettare.

La Iustizia enestante--l'Affetto sí ha pigliato, e con tutta sua famiglia--en prigione l'ha carcerato, che déi esser condennato--de la 'ngiuria c'ha fatta, tráglise fore una carta--qual non può contrariare.

L'Affetto pensa ensanire,--poi che se sente en pregione; ché solea aver libertade,--or suiace a la ragione; la Bontá ha compassione,--succurre che non perisca, de grazia gli dá una lisca--e nel senno el fa tornare.

L'Affetto, poi che gusta el cibo--de la grazia gratis data, lo 'ntelletto e la memoria--tutta sí l'ha renovata, e la volontá mutata--piange con grande desianza la preterita offensanza--e nullo consólo se vol dare.

Empreso ha novo lenguaio,--ché non sa dir se non «amore». Piange, ride, dole e gaude--securato con timore; e tal segni fa de fuore,--che paiono de om stolto, dentro sta tutto racolto,--non sente da fuor que fare.

La Bontade sí comporta--questo amore furioso, ché con esso sí confige--questo mondo tenebroso, el corpo luxurioso--sí remette a la fucina, perde tutta la sentina--che 'l facea deturpare.

La Bontá sottra' a l'affetto--lo gusto del sentimento; lo 'Ntelletto, ch'è 'n pregione,--esce en suo contemplamento, l'Affetto vive en tormento,--de lo 'ntender se lamenta, ché 'l tempo gli empedimenta--del corrotto che vol fare.

Lo 'Ntelletto, poi che gusta--lo sapor de sapienza, lo sapor sí l'asorbisce--nella sua gran complacenza; gli occhi d'entelligenza--ostopiscon del vedere, non voglion altro sentire--se non questo delettare.

L'Affetto non se cci acorda,--ché vol altro che vedere, ché 'l suo stomaco se more--se non i porge que paidire; vole a le prese venire,--sí ha fervido appetito, lo sentir che gli è fugito--piange senza consolare.

Lo 'Ntelletto dice:--Tace,--non me dare piú molesta, ché la gloria che io vegio--sí m'è gaudiosa festa; non me turbar questa vesta,--deveríe esser contento contentar lo tuo talento--en questo mio delettare.

--Oimè lasso, que me dici?--par che me tenghi in parole, ché tutto el tuo vedimento--sí me paion che sian fole, ché consumo le mie mole,--ché non hone macinato, e tanto agio degiunato--e tu me ne stai mò a gabare.

--Non te turbar se me vegio--beneficia create, ca per esse sí conosco--la divina Bonitate; siram reputati engrate--a non volerle vedere, però te devería piacere--tutto sto mio fatigare.

--Tu ce offendi qui la fede--de gir tanto speculando, e la sua immensitate--de girla abreviando; e vai tanto asutigliando,--che rompe la ligatura, e toglime 'l tempo e l'ura--del mio danno arcoverare.

Lo 'Ntelletto dice:--Amore--ch'è condito de sapere, pareme piú glorioso--che questo che vòi tenere; se io me sforzo a vedere--chi, a cui e quanto è dato, será l'amor piú levato--a poterne piú abracciare.

--A me par che sapienza--en questo fatto è iniuriata, de la sua immensitade--averla sí abbreviata; per veder cosa creata,--nulla cosa n'hai compreso, e tiemme sempre sospeso--en morirme en aspettare.--

La Bontade n'ha cordoglio--de l'Affetto tribulato, poneglie una nova mensa,--ché ha tanto degiunato; lo 'Ntelletto è admirato,--l'Affetto entra l'ha tenuta, la lor lite sí è finuta--per questo ponto passare.

Lo 'Ntelletto sí è menato--a lo gusto del sapore, l'Affetto trita coi denti--ed enghiotte con fervore, poi lo coce co l'amore,--tráine 'l frutto del paidato, ed ai membri ha dispensato--donde vita possan trare.

LXXV

DE LA DIVERSITÁ DE CONTEMPLAZIONE DE CROCE

--Fuggo la croce che me devora, la sua calura non posso portare.

Non posso portare sí grande calore che getta la croce, fuggendo vo amore; non trovo loco, ca porto nel core la remembranza me fa consumare.

--Frate, co fuggi la sua delettanza? io vo chirendo la sua amistanza; parme che facci grande vilanza de gir fugendo lo suo delettare.

--Frate, io fuggo, ché io son ferito; venuto m'è 'l colpo, e 'l cor m'ha partito; non par che senti de quel c'ho sentito, però non par che ne sacci parlare.

--Frate, io sí trovo la croce fiorita, de soi pensieri me sono vestita, non ce trovai ancora ferita, 'nante m'è gioia lo suo delettare.

--Ed io la trovo piena de sagitte ch'escon del lato; nel cor me son fitte, el balestrier en ver me l'ha diritte, on arme ch'aggio me fa perforare.

--Io era cieco ed or veggio luce, questo m'avenne per sguardo de cruce; ella me guida, ché gaio m'aduce, e senza lei son en tormentare.

--E me la luce sí m'ha acecato; tanto lustrore de lei me fo dato, che me fa gire co abacinato, c'ha li bel occhi e non pote mirare.

--Io posso parlar, ché stato so muto, e questo ella croce sí m'è apparuto; tanto de lei sí aggio sentuto, ch'a molta gente ne pos predicare.

--E me fatt'ha muto che fui parlatore, en sí grande abisso entrat'è el mio core, ch'io non trovo quasi auditore con chi ne possa de ciò ragionare.

--Io era morto ed or aggio vita, e questo e la croce sí m'è apparita; parme esser morto de la partita ed aggio vita nel suo demorare.

--Ed io non so morto, ma faccio el tratto, e Dio lo volesse ch'el fosse ratto! star sempremai en estremo fatto e non poterme mai liberare!

--Frate, la croce m'è delettamento, nollo dir mai ch'en lei sia tormento; forsa non èi al suo giognemento che tu la vogli per sposa abracciare.

--Tu stai al caldo, ma io sto nel fuoco; a te è diletto, ma io tutto cuoco; con la fornace trovar non pò loco, se non c'èi entrato non sai quegn'è stare.

--Frate, tu parli che io non t'entendo, como l'amore gir vòi fugendo, questo tuo stato verría conoscendo se tu el me potessi en cuore splanare.

--Frate, el tuo stato è en sapor de gusto, ma io c'ho bevuto, portar non pò el musto, non aggio cerchio che sia tanto tusto che la fortura non faccia alentare.

LXXVI

DEL IUBILO DEL CORE CHE ESCE IN VOCE

O iubilo del core,--che fai cantar d'amore! Quando iubilo se scalda,--sí fa l'uomo cantare; e la lengua barbaglia--e non sa que parlare, dentro non pò celare,--tanto è grande el dolzore!

Quando iubilo è acceso,--sí fa l'omo clamare; lo cor d'amore è preso--che nol pò comportare, stridendo el fa gridare--e non vergogna allore.

Quando iubilo ha preso--lo cor enamorato, la gente l'ha en deriso,--pensando suo parlato, parlando smesurato--de que sente calore.

O iubil, dolce gaudio,--ched entri ne la mente, lo cor deventa savio--celar suo convenente, non può esser soffrente--che non faccia clamore.

Chi non ha costumanza--te reputa empazito, vedendo svalianza--com omo ch'è desvanito, dentro lo cor ferito--non se sente de fuore.

LXXVII

DE L'AMOR MUTO

O amore muto--che non vòi parlare, che non sie conosciuto!

O amor che te celi--per onne stagione, ch'omo de fuor non senta--la sua affezione, che non la senta latrone--per quel c'hai guadagnato, che non te sia raputo.

Quanto l'om piú te cela, tanto piú foco abundi; om che te ven occultando--sempre a lo foco iugne, ed omo c'ha le pugne--de voler parlare, spesse volte è feruto.

Omo che se stende--de dir so entendimento, avenga che sia puro--el primo comenzamento; vience da fuor lo vento--e vagli spaliando quel ch'avea receputo.

Omo che ha alcun lume--en candela apicciato, se vol che arda en pace,--mettelo a lo celato; ed onne uscio ha enserrato--che nogl venga lo vento che 'l lume sia stenguto.

Tal amor ha posto--silenzo a li suspiri, èsse parato a l'uscio--e non gli lascia uscire; dentro el fa partorire--che non se spanda la mente da quel che ha sentuto.

Se se n'esce el suspiro,--esce po' lui la mente, va po' lui vanegiando,--lassa quel c'ha en presente: poi che se ne resente,--non puote retrovare quel ch'avea receputo.

Tal amor ha sbandito--da sé la ipocrisia, che esca del suo contado--che trovata non sia; de gloria falsa e ria--sí n'ha fatta la caccia de lei e del suo tributo.

LXXVIII

DE L'AMOR VERO E DISCREZION FALSA

L'amor lo cor sí vol regnare,--discrezion vol contrastare.

L'amor ha presa la forteza,--la volontá de grande alteza, sagitta 'l cor, lancia dolceza,--da c'ha ferito, lo fa 'npazare.

Discrezion de grande altura--d'onguento ha presa l'armatura, ed en ragion, lá 'v'ella mora,--con ella se vol defensare.

L'amor non ce vol ragione,--'nante sagetta suo lancione, però che 'l cor vol per pregione--e 'l corpo mettere en penare,

Discrezion al cor s'acosta--e fagli cordogliosa posta, la carne el sente, sí s'è mosta--a dargli tutto 'l suo affare.

L'amor non cessa, 'nante manna--de grande ardor la sua vivanna, lo cor manuca e pur encanna--ed èi sí forte tal mangiare.

Discrezion sí parla al core:--Se tu non hai me per signore, végiote che 'l tuo ardore--non porrá perseverare.--

L'amor udendo, sí sagitta--de gran secreto sua lancitta, la carne el sente, sta afflitta,--ché l'impeto non pò portare.

Discrezion parla secreta,--al cor sí mostra sua moneta: --Or piglia pian la tua saleta,--che tu non possi enfermare.--

L'amor spera en sua forteza,--cotal parlar li par matteza, del gran Signor piglia largeza--ch'esso sí l'ha da mal guardare.

Discrezion dice:--Sie saggio,--ca molta gente veduto agio, sequitando lor desiagio,--né dicer posson poi né fare.--

L'amor sí l'ode e non lo 'ntende,--de gran fervor suo arco tende, sagetta 'l cor, tutto l'accende--del gran Signor che non ha pare.

La carne dice a la ragione:--Io me t'arendo per pregione, aiutame ch'io ho cagione,--ché l'amor me vol consumare.

Ché non farían sufficenza--mille corpi a sua ademplenza, e con Dio sí se entenza--che 'l se crede manecare.

Abraccia Dio e vollo tenere--e quel che vole non sa dire, sputar non lassa né ranscire--che non se possa travagliare.

Su del cielo piglia parte,--poi con meco sí combatte, enganname con la sua arte,--sí sa dolce predicare.

Ché parla sí dolcemente,--che me sottra' da tutta gente, poi si piglia sí la mente,--che non la lassa suspirare.

Pregovi che m'aiutiti,--che un poco l'affreniti, ché i soi pensier me son feriti--che tutta me fan concussare.

Pigliar voglio pensamento--a non adempir el suo talento, de star solo non gli assento--ch'io non possa contrastare.

Del mondo sirò accompagnata,--de lui giragio enfacendata, ch'io non sia allapidata,--embrigarògli el meditare.--

La ragion dice:--Non te giova,--l'amor vencer vol la prova; s'egli en dí non te trova,--la notte tu non pòi mucciare.--

LXXIX

DELLA BONTÁ DIVINA E VOLONTÁ CREATA

La bontate enfinita--vol enfinito amore, mente, senno e core--lo tempo e l'esser dato.

Amor longo fidele,--in eterno durante, alto de speranza,--sopra li ciel passante, amplo en caritate,--onne cosa abracciante, en un profondo stante--de core umiliato.

La volontá creata,--en infinitate unita, menata per la grazia--en sí alta salita, en quel ciel d'ignoranzia--tra gaudiosa vita, co ferro a calamita--nel non veduto amato.

Lo 'ntelletto ignorante--va entorno per sentire, nel ciel caliginoso--non se lassa transire, che fôra grande eniuria--la smesuranza scire, siría maior sapire--che lo saper ch'è stato.

Lo 'ntelletto ignorante--iura fidelitate, sotto l'onnipotenza--tener credulitate, de mai ragion non petere--a la difficultate, vive en umilitate--en tal profondo anegato.

O savia ignoranza,--en alto loco menata, miracolosamente--se' en tanto levata, né lengua né vocabulo--entende la contrata, stai co dementata--en tanto loco ammirato.

--O alma nobilissima,--dinne que cose vide! --Veggo un tal non veggio--che onne cosa me ride; la lengua m'è mozata--e lo pensier m'ascide, miracolosa side--vive nel suo adorato.

--Que frutti reducene--de esta tua visione? --Vita ordinata--en onne nazione; lo cor ch'era immondissimo,--enferno inferione, de trinitá magione--letto santificato.

Cor mio, se' te venduto--ad alto emperatore, nulla cosa creata--m'archieda omai d'amore, ché non è creatura--posta en tanto onore, a me è 'n gran descionore--se en mio cor fosse entrato.

Se creatura pete--per lo mio amor avere, vadane a la bontade--che l'ha distribuire, ch'io non aggio que fare,--ella ha lo possedere, può far lo suo piacere,--ché lo s'ha comparato.

Lo tempo me demostra--ch'io gli ho rotta la legge, quando l'aggio occupato--en non servire de rege; o tempo, tempo, tempo,--en quanto mal sommerge a chi non te correge--passando te oziato!

LXXX

DE L'AMORE DIVINO DESTINTO IN TRE STATI

--Sapete voi novelle de l'amore che m'ha rapito ed assorbito el core, e tiemme empregionato en suo dolzore, e famme morire en amor penato?

--De l'amore che hai demandato molti amori trovamo en esto stato, se tu non ne declar del tuo amato, risponder noi non te ce saperimo.

--L'amor ch'io ademando sí è 'l primo, unico, eterno e sta sublimo; non par che 'l conoscati, como stimo, da ch'en plurale avete la 'ntendenza.

--Questo respondere giá non è fallenza, de lo tuo amor non avem conoscenza; se non t'encresce a dicerne sua valenza, delettane l'audito d'ascoltare.

--L'amor ch'io ademando è singulare; cielo e terra empie col suo amare, en cosa brutta non pò demorare, tanto è purissimo.

L'amor ch'io demando è umilissimo, el cor, o' se reposa, fa 'l ditissimo, umilia l'affetto superbissimo per sua bontade.

Enfondeme nel cor fedelitate, famme guardar da le cose vetate, le cose concedute ed ordenate fammele usar con temperanza.

Divide da la terra mia speranza, conducelame en ciel la vicinanza, famme citadin per longa usanza de la gran citade.

Loco sí son le cose ordinate la scola se cce tien de caritate, tutte le gente de quelle contrate ciascuno en amore è conventato.

Distinguese l'amore en terzo stato: bono, meglio, sommo, sublimato; lo sommo sí vole essere amato senza compagnia.

Parlar de tale amor faccio follia, diota me conosco en teologia, l'amor me constregne en sua pazia e famme bannire.

Prorompe l'abundanza en voler dire, modo non gli trovo a proferire, la veritá m'empone lo tacere, che non lo so fare.

L'abundanza non se pò occultare, loco sí se forma el iubilare, prorompe en canto che è sibilare, che vidde Elia.

Partámone ormai da questa via, a le doi distinzion che so empria, e logo sí figam la diceria che si convene.

Sempre lo meglio sta sopra lo bene; se tu non ami el prossimo co tene, e te non ami como si convene, tu, cieco, el cieco meni a tralipare.

Emprima t'è opo con Dio ordinare, e da lui prender regola d'amare, amor saggio e forte en adurare e mai non smaglia.

Fame, sete e morte nol travaglia, sempre lo trovi forte a la battaglia, a patir pena ed onne ria travaglia e star quiito.

Lo corpo sí ha redutto al suo servito, li sensi regolati ad obedito, gli eccessi sottoposti so a punito ed a ragione.

Tutta sta quieta la magione, gli officia distinte per ragione; se nulla ce nascesse questione, ston al iudicio.

Lo iudice che sede al malefizio ser Conscio è vocato per offizio, non perdona mai per pregarizio né per timore.

Non perdona al grande né al minore, nulla cosa occulta gli sta en core, tutta la corte vive con tremore ad obedenza.

Poi che l'alma vive a conscienza, contien amar lo prossimo en piacenza, amor verace par senza fallenza de caritate.

Trasfórmate l'amor en veritate nelle persone che son tribulate, e, compatendo, magior pena pate che 'l penato.

Quel per alcun tempo ha reposato, lo compatente ce sta cruciato, notte e giorno con lui tormentato e mai non posa.

Non pò l'om sapere questa cosa se non la caritate chi l'ha enfusa, como nel penato sta retrusa a parturire.

Partámone ormai dal nostro dire, e ritornimo a Cristo nostro sire, che ne perdoni lo nostro fallire e díene pace.

--Lo vostro ditto, frate, sí ne piace, però che vostro dicer è verace; de sequir voi tal via sí n'aiace, che ne salvimo. Amen.--

LXXXI

DE L'AMOR DIVINO E SUA LAUDE

O Amor, divino amore,--amor, che non se' amato.

Amor, la tua amicizia--è piena de letizia non cade mai en tristizia--lo cor che t'ha assagiato.

O amor amativo,--amor consumativo, amor conservativo--del cuor che t'ha albergato!

O ferita gioiosa,--ferita dilettosa, ferita gaudiosa,--chi de te è vulnerato!

Amore, unde entrasti,--ché sí occulto passasti? Nullo signo mostrasti--unde tu fusse entrato.

O amor amabile,--amor delettabile, amor encogitabile--sopr'onne cogitato!

Amor, divino fuoco,--amor de riso e gioco, amor non dái a poco,--ché se' ricco smesurato.

Amor, con chi te poni?--con delette persone, e lassi gran baroni,--ché non fai lor mercato.

Tale non par che vaglia--en vista una medaglia, che quasi como paglia--te dái en suo trattato.

Chi te crede tenere,--per sua scienzia avere, nel cor non può sentire--che sia lo tuo gustato.

Scienzia acquisita--mortal sí dá ferita, s'ella non è vestita--de core umiliato.

Amor, tuo magisterio--enforma el desiderio, ensegna l'evangelio--col breve tuo ensegnato.

Amor che sempre ardi--e i tuoi coraggi inardi, fai le lor lengue dardi--che passa onne corato.

Amore grazioso,--amore delettoso, amor suavetoso,--che 'l core hai saziato.

Amor ch'ensegni l'arte--che guadagni le parte, de cielo fai le carte,--en pegno te n'èi dato.

Amor, fidel compagno,--amor, che mal se' a cagno, de pianto me fai bagno--ch'io pianga el mio peccato.

Amor dolce e suave,--de cielo, amor se' chiave; a porto meni nave--e campa el tempestato.

Amor che dái luce--ad omnia che luce, la luce non è luce,--lume corporeato.

Luce luminativa,--luce demostrativa, non viene a l'amativa--chi non è en te luminato.

Amor, lo tuo effetto--dá lume a lo 'ntelletto, demóstrali l'obietto--de l'amativo amato.

Amor, lo tuo ardore--ad enflammar lo core uniscil per amore--ne l'obietto encarnato.

Amor, vita secura,--riccheza senza cura, piú ch'en eterno dura--ed ultra smesurato.

Amor che dái forma--ad omnia c'ha forma, la forma tua reforma--l'omo ch'è deformato.

Amore puro e mondo,--amor saggio e iocondo, amor alto e profondo--al cor che te s'è dato.

Amor largo e cortese,--amor con larghe spese, amor, con mense stese--fai star lo tuo affidato.

Lussuria fetente--fugata de la mente, de castitá lucente,--mundizia adornato.

Amor, tu se' quel ama--donde lo cor te ama, sitito con gran fama--el tuo enamorato.

Amoranza divina,--ai mali se' medicina, tu sani onne malina,--non sia tanto agravato.

O lengua scotegiante,--come se' stata osante de farte tanto enante--parlar de tale stato?

Or pensa que n'hai detto--de l'amor benedetto, onne lengua è en defetto--che de lui ha parlato.

Se onne lengue angeloro--che stanno en quel gran coro parlando de tal foro,--parlaran scelenguato.

Ergo co non vergogni?--nel tuo parlar lo pogni, lo suo laudar non giogni,--'nante l'hai blasfemato.

--Non te posso obedire--ch'amor deggia tacire, l'amor voglio bandire,--fia che mo m'esce 'l fiato.

Non è condizione--che vada per ragione, che passi la stagione--ch'amor non sia clamato.--

Clama la lengua e 'l core:--Amore, amore, amore! chi tace el tuo dolzore--lo cor li sia crepato.

E ben credo che crepasse--lo cor che t'assagiasse; se amor non clamasse,--trovárese afogato.--

LXXXII

COMO L'ANIMA TROVA DIO IN TUTTE CREATURE PER MEZO DE SENSI

O amor, divino amore,--perché m'hai assediato? Pare de me empazato,--non puoi de me posare.

Da cinque parte veggio--che m'hai assediato: audito, viso, gusto,--tatto ed odorato; se esco, so pigliato,--non me te pos'occultare.

Se io esco per lo viso,--ciò che veggio è amore, en onne forma èi pento,--ed en onne colore; represèntime allore--ch'io te deggia albergare.

Se esco per la porta--per posarme en audire, lo sono e que significa?--Representa te, sire; per essa non può uscire--ciò cche odo è amare.