Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490

Chapter 1

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SCRITTORI D'ITALIA

IACOPONE DA TODI

LE LAUDE

IACOPONE DA TODI

LE LAUDE

SECONDO LA STAMPA FIORENTINA DEL 1490

A CURA DI

GIOVANNI FERRI

BARI

GIUS. LATERZA & FIGLI

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1915

PROPRIETÁ LETTERARIA

GENNAIO MCMXV--40581

I

DE LA BEATA VERGINE MARIA E DEL PECCATORE

--O Regina cortese,--io so a voi venuto ch'al mio cor feruto--deiate medecare.

Io so a voi venuto--com'omo desperato da omn'altro aiuto;--lo vostro m'è lassato; se ne fusse privato,--faríeme consumare.

Lo mio cor è feruto,--Madonna, nol so dire; ed a tal è venuto,--che comenza putire; non deiate soffrire--de volerm'aiutare.

Donna, la sofferenza--sí m'è pericolosa; lo mal pres'ha potenza,--la natura è dogliosa; siate cordogliosa--de volerme sanare.

Non aio pagamento,--tanto so anichilato; faite de me stromento,--servo recomperato; donna, el prez'è dato:--quel ch'avest'a lattare.

Donna, per quel amore--che m'ha avut'el tuo figlio dever'aver en core--de darm'el tuo consiglio; succurrime, aulente giglio,--veni e non tardare.

--Figlio, poi ch'èi venuto,--molto sí m'è 'n piacere; adomandimi aiuto,--dollote voluntere; ètte oporto soffrire--co per arte voglio fare.

Medecaro per arte--emprima fa la diita; guarda li sensi da parte--che non dien piú ferita a la natura perita--che se possa aggravare.

E piglia l'oximello,--lo temor del morire; ancora si fancello,--cetto ce de' venire; vanetá lassa gire,--non pò teco regnare.

E piglia decozione--lo temor de lo 'nferno; pens'en quella prescione--non escon en sempiterno; la piaga girá rompenno--farallate revontare.

Denante al preite mio--questo venen revonta, ché l'officio è sio;--Dio lo peccato sconta; ca se 'l Nemico s'aponta,--non aia que mostrare.

II

DE LA BEATA VERGINE MARIA

O Vergine piú che femina--santa Maria beata.

Piú che femina, dico;--onom nasce nemico; per la Scrittura splico,--nant'èi santa che nata.

Stando en ventre chiusa,--puoi l'alma ce fo enfusa, potenza virtuusa--sí t'ha santificata.

La divina onzione--sí te santificòne, d'omne contagione--remaneste illibata.

L'original peccato--ch'Adam ha semenato, omn'om con quello è nato:--tu se' da quel mondata.

Nullo peccato mortale--en tuo voler non sale, e da lo veniale--tu sola emmaculata.

Secondo questa rima--tu se' la vergen prima, sopre l'altre soblima;--tu l'hai emprima votata

la tua vergenetate--sopr'omne umanetate ch'en tanta puritate--mai fosse conservata.

L'umilitá profonda--che nel tuo cor abonda, lo cielo se sprofonda--d'esserne salutata.

Virgineo proposito--en sacramento ascondito, marito piglia incognito--che non fosse enfamata.

L'alto messo onorato--da ciel te fo mandato; lo cor fu paventato--de la sua annunziata:

--Conceperai tu figlio,--será senza simiglio, se tu assenti al consiglio--de questa mia ambasciata.--

O Vergen, non tardare--al suo detto assentare; la gente sta chiamare--che per te sia aiutata.

Aiutane, Madonna,--ca 'l mondo se sperfonna se tarde la responna--che non sia avivacciata.

Puoi che consentisti,--lo figliol concepisti, Cristo amoroso desti--a la gente dannata.

Lo mondo n'è stupito--conceper per audito, lo corpo star polito--a non essere toccata.

Sopr'omne uso e ragione--aver concezione, senza corruzione--femena gravedata.

Sopre ragione ed arte--senza sementa latte, tu sola n'hai le carte--e sènne fecundata.

O pregna senza semina,--non fu mai fatt'en femina, tu sola sine crimina,--null'altra n'è trovata.

Lo verbo creans omnia--vestito è 'n te Virginia, non lassando sua solia,--divinitá encarnata.

Maria porta Dio omo,--ciascun serva 'l suo como; portando sí gran somo--e non essere gravata.

O parto enaudito,--lo figliol partorito entro del ventre uscito--de matre segellata!

A non romper sogello--nato lo figliol bello, lassando lo suo castello--con la porta serrata!

Non siría convegnenza--la divina potenza facesse violenza--en sua cas'albergata.

O Maria, co facivi--quando tu lo vidivi? or co non te morivi--de l'amore afocata?

Co non te consumavi--quando tu lo guardavi, ché Dio ce contemplavi--en quella carne velata?

Quand'esso te sugea,--l'amor co te facea, la smesuranza sea--esser da te lattata?

Quand'esso te chiamava--e mate te vocava, co non te consumava--mate di Dio vocata?

O Madonna, quigli atti--che tu avev'en quigl fatti, quigl'enfocati tratti--la lengua m'han mozzata.

Quando 'l pensier me struge,--co fai quando te suge? lo lacremar non fuge--d'amor che t'ha legata.

O cor salamandrato--de viver sí enfocato, co non t'ha consumato--la piena enamorata?

Lo don della fortezza--t'ha data stabilezza portar tanta dolcezza--ne l'anema enfocata!

L'umilitate sua--embastardío la tua, ch'ogn'altra me par frua--se non la sua sguardata.

Ché tu salist'en gloria,--esso sces'en miseria; or quigna conveneria--ha enseme sta vergata?

La sua umilitate--prender umanitate, par superbietate--on'altra ch'è pensata.

Accurrite, accurrite,--gente; co non venite? vita eterna vedite--con la fascia legata.

Venitel a pigliare,--ché non ne può mucciare, che deggi arcomperare--la gente desperata.

III

CONTENZIONE INFRA L'ANIMA E CORPO

Audite una 'ntenzone--ch'è 'nfra l'anima e 'l corpo; battaglia dura troppo--fin a lo consumare.

L'anima dice al corpo:--Facciamo penitenza, ché possiamo fugire--quella grave sentenza

e guadagnar la gloria--ch'è de tanta piacenza; portimo onne gravenza--con delettoso amare.--

Lo corpo dice:--Turbome--d'esto che t'odo dire; nutrito so 'n delicii,--nollo porría patire; lo celebr'aio debele,--porría tost'empazire: fugi cotal pensiere,--mai non me ne parlare.

--Sozo, malvascio corpo,--lussurioso, engordo! ad omne mia salute--sempre te trovo sordo; sostieni lo flagello--d'esto nodoso cordo, emprende sto discordo--ché t'è ci opo danzare!

--Succurrite, vicini,--ché l'anima m'ha morto! alliso, ensanguenato,--disciplinato a torto! o impia, crudele,--ed ad que m'hai redotto? starò sempr'en corrotto,--non me porrò allegrare.

--Questa morte sí breve--non mi siría 'n talento. Somme deliberata--de farte far spermento; dagl cinque sensi tollere--omne delettamento, e nullo piacemento--t'agio voglia de dare.

--Si da li sensi tollime--li mei delettamenti, siragio enfiato e tristo,--pieno d'encrescementi; torrotte la letizia--nelli tuoi pensamenti; megli'è che mo te penti--che de farlo provare.

--La camiscia spògliate--e vesti sto cilizo; la penetenza vètate--che non abbi delizo; per guidardone dónote--questo nobel pannizo, ché de coio scrofizo--te pensai d'amantare.

--Da lo 'nferno recastela--questa veste penosa; tesseala 'l diavolo--de pili de spinosa; omne pelo pareme--una vespa orgogliosa; nulla ce trovo posa,--tanto dura me pare.

--Ecco lo letto; pòsate,--iace en esto gratizo! lo capezal aguardace--ch'è un poco de paglizo: lo mantellino cuoprite,--adusate col miccio; questo te sia deliccio--a quel che te voglio fare!

--Guardate a letto morbedo--d'esta penna splumato! pietre rotonde vegioce--che venner dal fossato; da qual parte volgome,--rompome el costato; tutto son conquassato,--non ce posso posare.

--Corpo, surge; lèvate!--ché suona matutino; leva su, sonocchiate--en officio divino; legge nuove emponote--perfine a lo maitino; emprende esto camino--che sempre t'è opo fare.

--Como surgo, levomi,--che non aggio dormito? Degestione guastase,--non aggio ancor padito; scorsa m'è la regoma--per lo freddo c'ho sentito; el tempo non è fugito,--lassame ancor posare!

--Ed o' staisti a 'mprendere--tu questa medicina? per la tua negligenza--dotte una disciplina; si piú favelli, tollote--a pranzo la cocina; ché questa tua malina--penso de medecare.

--Or ecco pranzo ornato--de delettoso pane nero, azemo e duro--che nol rosecára 'l cane! Non lo posso enghiuttire,--sí reo sapor me sane! Altro cibo me dáne,--se me voli sostentare.

--Per lo parlar c'hai fatto,--tu lassarai el vino; né a pranzo né a cena--non mangerai cocino; se piú favelli, aspèttate--un grave disciplino; questo prometto almino--non te porrá mucciare.

--Recordo d'una femena--ch'era bianca, vermiglia, vestita, ornata, morbeda,--ch'era una maraviglia; le sue belle fateze--lo pensier m'asutiglia; molto sí me simiglia--de potergli parlare.

--Or attende 'l premio--de questo c'hai pensato; lo mantello artollote--per tutto sto vernato; le calzamenta lassale--per lo folle cuitato; ed un disciplinato--fin a lo scorticare.

--L'acqua che bevo noceme,--caggio 'n etropesía; lo vino, prego, rendeme--per la tua cortesía! Se tu sano conserveme,--girò ritto per via; se caggio 'n'enfermaría,--opo me t'è guardare.

--Poi che l'acqua nòcete--a la tua enfermentade e lo vino noceme--a la mia castitade, lassa lo vino e l'acqua--per la nostra sanetade; sostien necessitate--per nostra vita servare.

--Prego che non m'occide!--nulla cosa demanno; en veritá promettote--de non gir mormoranno; lo entenzare veiome--che me retorna en danno; che non caggia nel banno--vogliomene guardare.

--Se te vorrai guardare--da omne offendemento, sirotte tratta a dare--lo tuo sostentamento; e vorròme guardare--dal tuo encrescemento; sirá delettamento--nostra vita salvare.

Or vedete 'l prelio--c'ha l'omo nel suo stato! tante son l'altre prelia,--nulla cosa ho toccato; che non faccian fastidio,--aggiol'abbreviato; finisco sto trattato--en questo loco lassare.

IV

DE LA PENITENZIA

O alta penitenza,--pena en amor tenuta! grand'è la tua valuta,--per te ciel n'è donato.

Se la pena teneme,--èmme despiacemento; lo spiacere recame--la pena en gran tormento; ma si aggio la pena--redutt'en mio talento, èmme delettamento--l'amoroso penato.

Sol la colpa è 'n'odio--a l'anema ordenata; e la pena gli è gaudio--en vertut'esercetata; lo contrario sentese--l'anema ch'è dannata; la pena è 'n'odiata,--la colpa en delettato.

O mirabil odio,--d'omne pena signore! nulla recev'ingiuria,--non se' perdonatore; nullo nemico trovite,--omn'om si è 'n'amore; tu sol el malfattore--degno del tuo odiato.

O falso amor proprio,--c'hai tutto lo contraro! molta recepe engiuria--de perdonanza avaro; molti nemici troviti,--null'om te trovi caro; lo tuo vivere amaro--lo 'nferno ha comenzato.

O alta penetenza,--en mio odio fondata, atto de la grazia--che fo per gratis data, fuga l'amor proprio--con tutta sua masnata, ché l'anema ha sozata--en bruttura de peccato.

En tre modi pareme--divisa penetenza: contrizion è prima--ch'empetra la 'ndulgenza; l'altr'è confessione--che l'anema ragenza; l'altr'è satisfacenza--de deveto pagato.

Tre modi fa nell'anima--peccato percussure: la prima offende Dio--ched è suo creatore; la simiglianza tolleglie--ch'avea de lo Signore, e dáse en possessore--del demone dannato.

Contrizion adornase--de tre medicamente: contra l'offeso Dio--dágli dolor pognente, contra la deformanza--un vergognar cocente, ed un temor fervente--che 'l demone ha fugato.

Per lo temore cacciase--quella malvagia schiera, la simiglianza rendeglse--per la vergogna vera, per dolor perdonase--l'offesa de Dio fera ed en questa manera--corre questo mercato.

Confessione pareme--atto de veretade, occultata malizia--redutta a chiaritade; per la bocca reiettase--tutta la 'nfermetade; riman l'uom en sanetade,--dal vizio purgato.

Lo satisfare pareme--iustizia en suo atto; fruttificata morte--fece l'arbor desfatto, fruttificata grazia--sí fa l'albor refatto, ciascun senso fa patto--de vivere regolato.

L'audito entra en scola--a 'mprendere sapienza, lo viso getta lacreme--per la gravosa offenza, lo gusto entra en regola--en ordinata astinenza, l'odor fa penetenza,--'n'enfermaría s'è dato.

E lo tatto puniscese--degli suoi delettamente, li panni molli spogliasi,--vestese panni pognente, de castetate adornase--guardata en argomente, e far de sé presente--a Dio molto è grato.

V

DE CINQUE SENTIMENTI

Cinque sensi mess'on pegno--ciascun d'esser el piú breve; la lor delettanza leve--ciascun briga breviare.

Emprima parla l'audito:--I' ho 'l pegno guadagnato; lo sonar ch'aio audito--dal mi' organo è fugato; en un ponto fo 'l toccato--e nulla cosa n'ha tenere; però ve dovería piacere--la sentenzia a me dare.

Lo viso dice:--Non currite,--ch'i' ho venta la sentenza; le forme e color che vide,--chiusi li occhi e fui en perdenza; or vedete l'armagnenza--co fo breve abreviata! la sentenza a me sia data--non me par da dubitare.

Lo gusto sí dá 'l libello--demostrando sua ragione: --La mia brevetá passa,--questo non è questione; a l'entrar de la magione--doi deta fo 'l passaio e lo delettar que n'aio--che passò co somniare.

L'odorato sí demostra--lo breve delettamento: --D'oltramar venner le cose--per aver mio piacemento, spese grande con tormento--ce vedete che fuor fatte; qual me ne remaser parte--voi lo potete iudicare!

Lo tatto lussurioso--ce vergogna d'apparire, le deletto puteglioso--lo vergogna proferire, or vedete 'l vil piacere--quegno prezo ci ha lassato! un fetor esterminato--ch'è vergogna mentovare.

Non fia breve lo penare--c'ha sí breve delettanza; longo siría a proferire--lo penar esmesuranza; omo, vedi questa usanza--ch'è un ioco di guirmenella; posta ci hai l'anima bella--per un tratto che vòi fare.

Anema mia, tu se' eterna,--eterno vòi delettamento; li sensi e lor delettanza--vedi senza duramento; a Dio fa' tuo salimento,--esso sol te può empire; loco el ben non sa finire,--ché eterno è 'l delettare.

VI

DE LA GUARDA DE SENTIMENTI

Guarda che non caggi, amico, guarda!

Or te guarda dal Nemico,--che se mostra esser amico; no gli credere a l'iniquo,--guarda!

Guarda 'l viso dal veduto,--ca 'l coragio n'è feruto; ch'a gran briga n'è guaruto,--guarda!

Non udir le vanetate,--che te traga a su' amistate; piú che visco apicciarate,--guarda!

Pon' al tuo gusto un frino,--ca 'l soperchio gli è venino; a lussuria è sentino,--guarda!

Guárdate da l'odorato,--lo qual ène sciordenato; ca 'l Signor lo t'ha vetato,--guarda!

Guárdate dal toccamento,--lo qual a Dio è spiacemento, al tuo corpo è strugimento,--guarda!

Guárdate da li parente--che non te piglien la mente; ca te faran star dolente,--guarda!

Guárdate da molti amice,--che frequentan co formice; en Dio te seccan le radice,--guarda!

Guárdate dai mal pensiere,--che la mente fon ferire, la tua alma enmalsanire,--guarda!

VII

DE PERICOLI CHE INTERVENGONO A L'UOMO CHE NON GUARDA BENE EL VISO ED ALTRI SENTIMENTI

O frate, guarda 'l viso,--se vuoi ben riguarire! ca mortal ferite a l'alma--spesse fiate fon venire.

Dal diavolo a l'alma--lo viso è ruffiano, e quanto può se studia--de mettergliela en mano; se ode fatto vano,--reportalo a la corte; la carne sta a le porte--per le novelle audire.

Audita la novella,--la carne fa sembiaglia e contra la rascione--sí dá grande battaglia, e suo voler non smaglia--con la voglia emportuna; se trova l'alma sciuna,--fallase consentire.

Conscienzia resiste,--demostra lo peccato: --Dio ne siría offeso--e tu siríe dannato.-- Lo corpo mal vezato--risponde com'è uso: --Dio sí è piatuso,--lo me porrá parcire.--

La veretá risponde:--Tu alleghi falsamente, ché Dio mai non perdona--se non è penitente; pentir sofficiente--non l'hai in tua redetate; partirte dai peccate--con verace pentire.--

La carne dice:--Io ardo,--non lo posso portare, satesfamme esta fiata,--che me possa posare; vogliote poi iurare--de starte sempre suietta; sirò sí casta e netta--che te sirá em piacere.--

Responde la ragione:--Seríe detoperata, e poi da omne gente--seríe sempre adetata; ecco la mal guidata--confusion de parente, che fa tutta sua gente--con gran vergogna gire!--

Lo diavolo ce parla--ed ensegna:--Questa posta tu la puoi far occulta,--d'omne gente nascosta; passa questa giostra,--nullo pensar facciamo; se piú lo 'nduciamo,--tosto porri' empascire.--

Tanti sono li tumulti--e gli émpeti carnale, che la ragion tapina--s'enchina a quisti male; doventa bestiale--e perde omne ragione; tanta confusione--non se porría scoprire.

Da poi ch'è caduta,--conscienzia è mordace; l'acqua e lo vento posa,--de stimolar non tace! lo cor perde la pace--e perde l'allegreza e viengli tal tristeza,--non si può reverire.

Sospicasi la misera--che 'l saccia omnechivegli; se vede gent'ensemora,--pensa de lei pispigli; se gli vol dar consigli,--non par che ci aian loco; perdut'ha riso e ioco--ed onne alegrez'avere.

Borbotanse le cose,--le gente a pispigliare; li parenti sentolo,--coménzate a lagnare; lo cor vorría crepare,--tant'ha 'lbergate doglie! tentat'è de rei voglie--de volerse perire.

Lo diavolo ce rieca--mala tentazione: --Que fai, detoperata--d'onne tua nazione? Questa confusione--non è da comportare; molte fa desperare,--en mala morte finire.--

Guarda, non glie credere!--ché gionge al mal el peio; ché questa tua caduta--sí pò aver remeio; contra te fa asseio--de volerte guardare, con pianto confessare;--sí porrai reguarire.

Vedete li pericoli--con breve comenzate, che nascon gli omicidii--e guastan le casate; guardateve a l'entrate--che non entre esto foco! si se cce anida loco,--nol porrai scarporire.

Or vedete el frutto--del mal delettamento: l'alma el corpo ha posto--en cotanto tormento; síate recordamento,--frate, la guarda fare; se vòi l'alma salvare,--non ce stare a dormire.

VIII

DE L'ORNAMENTO DELLE DONNE DANNOSO

O femene, guardate--a le mortal ferute; nelle vostre vedute--el basalisco mostrate.

El basilisco serpente--occide om col vedere, lo viso envenenato--sí fa el corpo morire; pegio lo vostro aspetto--fa l'anime perire da Cristo, dolce sire,--che care l'ha comparate.

Lo basilisco ascondese,--non se va demostrando; non vedendo, iacese--e non fa ad alcun danno; peggio che 'l basalisco--col vostro deportanno, l'anime vulneranno--colle false sguardate.

Co non pensate, femene,--col vostro portamento quant'anem'a sto secolo--mandate a perdimento? solo col desiderio,--senz'altro toccamento, pur che gli èi en talento,--a l'aneme macellate.

Non ve pensate, femene,--co gran preda tollite, a Cristo, dolce amore,--mortal dáite ferite? serve del diavolo,--sollecete i servite; colle vostre schirmite--molt'anime i mandate.

Dice che acóncete,--ché piace al tuo signore; ma lo pensier engannate,--ché nogl se' en amore; s'alcun stolto aguardate,--sospezion ha en core che contra lo su onore--facce mali trattate.

Lagna poi e fèrite--e tiente en gelosia, vuol saper li luocora--e quegn'hai compagnia; porrate poi l'ensidie,--si t'ha sospetta e ria; non giova dicería--che facce en tuoi scusate.

Or vede che fai, femena,--co te sai contrafare! la tua persona piccola--co la sai dimostrare! sotto li piede méttete--ch'una gigante pare, puoi con lo strascinare--cuopre le suvarate.

Se è femena pallida,--secondo sua natura, arosciase la misera--non so con que tentura; se è bruna, embiancase--con far sua lavatura; mostrando sua pentura,--molt'aneme ha dannate.

Mostrerá la misera--ch'aggia gran trecce avolte; la sua testa adornase--co fossen trecce acolte o de tomento fracedo--o' so pecciòle molte, cosí le gente stolte--da lor son engannate.

Per temporal avenesse--che l'om la veda sciolta vedi che fa la demona--colla sua capovolta! le trez'altrui componese--non so con que girvolta; farattece una colta--che paion en capo nate.

Que fará la misera--per aver polito volto? porrásece lo scortico--che 'l coio vecchio n'ha tolto; remette 'l coio morbedo,--parrá citella molto; sí engannan l'omo stolto--con lor falsificate.

Poi che a la femina--èglie la figlia nata, co la natura formala,--pare una sturciata; tanto lo naso tiraglie,--strengendo a la fiata, che l'ha sí reparata--che porrá far brigate.

Son molte che per omene--non fon nullo aconciato; delettanse fra l'altre--aver grand'apparato; non ce pense, misera,--che per van delettato lo cor s'è vulnerato--de molte enfermetate?

Non hai potenza, femina,--de poter preliare; ciò che non puoi con mano,--la lengua lasse fare; non hai lengua a centura--de saperle gettare parole d'adolorare--che passan le corate.

Non giacerá a dormire--quella che hai ferita; tal te dará percossa--che no ne sirai lita; d'alcun te dará 'nfamia--che ne sirai schernita; menarai poi tu vita--con molte tempestate.

Sospicará maritota--che non sie de lui prena; tal glie verrá tristizia,--che gli secará omne vena; acoglieratte en camora--che nol senta vicena; qual ce trarai mena--de morte angustiata!

IX

CONSIGLIO DE L'AMICO A L'ALTRO AMICO CHE VOGLIA TORNARE A DIO

--O frate mio, briga de tornare--nante ch'en morte si' pigliato.

Nante che venga la morte,--sí briga de far lo patto; ca 'l tuo ioco è 'n quella sorte--ch'è apresso a udir matto; nante che sia 'l ioco fatto,--briga lassarlo entaulato.

--Frate, ciò che tu me dici,--te ne voglio amor portare, ché fai co fan i bon amice--che de l'amico vol pensare; ma ho fameglia governare--che ne so molto embrigato.

--Se tu regge la fameglia,--non la regger de l'altroi; al poder tuo t'arsomeglia,--quegne spese far ne pòi; non morir pro i figliol toi;--ca poco n'èi regraziato.

--Frate, se l'altrui sí rendo,--giran li me' figli mendicati; nol posso far, tutto m'accendo--de lassargli desolati; dai vicin serían chiamati--figli di quel desprezato.

--Frate, or pensa la sconfitta--che non aspetta el pate e 'l [figlio; e sí piglia la via ritta--da mucciar da quel empiglio; e quel ch'aspetta en quel piglio--el figlio e 'l pate è poi legato.

--Frate, avuto agio en usanza--ben vestir e ben calzare; non porría soffrir vilanza--en questa guisa desprezare; faríame a deto mostrare:--Ecco l'uomo mal guidato.

--Testo a l'amo s'arsimiglia--ca de for ha lo dolzore, e lo pesce, poi che 'l piglia,--sentene poco sapore; dentro trova un amarore--che gli è molto entossecato.

--Non porría degiun suffrire--per la mia debeletate; mename a lo morire--le cocin mal frumiate; e sí per mia necessitate--voglio ciò che son usato.

--Frate, or pensa le pregiune:--regi e conti ce son stati, e donzelli piú che tune--en tal fame s'on trovati, che i calzar s'on manecati;--con que loto ci on trescato!

--Non porría veghiar la notte--e star ritto en orazione; parme cosa tanto forte--de metterme a derenzione; ché, se veghio per stagione,--tutto 'l dí ne vo agirlato.

--Or pensa gli encastellati--co so attenti al veghiare! che da for so assediati--da chi lor sí vol pigliare; tutta notte sto a gridare,--ché 'l castel non sia robbato.

--Frate, sí m'hai sbagutito--con lo tuo bon parlamento che nel cor sí so ferito--d'un divin accendimento; pigliar voglio pensamento--ch'io non sia piú engannato.

Gir ne voglio a lo patrino--ad accusar la mia matteza; meglio m'è esser pelegrino--che d'aver questa riccheza, la qual me mena a la dureza--de quel fuoco acalurato.

X