Le invasioni barbariche in Italia
Part 7
Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere subito da Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per difendere Onorio e domare i ribelli. Ma quando seppe che questi non correva nessun pericolo, che non dava neppur segno di disapprovare quello che sotto i suoi occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, al quale era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia fra una parte e l'altra dell'esercito. Questo fece scoppiare la rivolta anche fra i suoi, pronti a difendere lui, ed a vendicare i compagni. Il tumulto fu tale che la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu costretto a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i messi di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando solennemente d'avere ordine di prenderlo in custodia, salva la vita. Ma quando poi, stando alla fede giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito che era sopravvenuto l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo avevano colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter mano alle armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso aveva capito che ormai tutto era inutile; e pensando, anche in quell'ultima ora, alla salute dell'Impero più che alla sua propria, non volle, morendo, provocare la guerra civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise tranquillo la testa alla scure. Suo figlio fu ucciso in Roma, sua figlia Termanzia venne dal palazzo imperiale rimandata alla madre Serena, cui era poco dopo serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti degli amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati barbari, vennero perseguitati; le loro mogli e i loro figli uccisi. E quasi a coronare l'opera nefasta, Onorio pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali vietava di far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando la distruzione dei loro altari.
La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia fu, che un numero grandissimo di soldati barbarici, trentamila circa, così almeno si dice, andarono ad ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne a un tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa poteva, che cosa voleva egli fare adesso? Certo non sognava neppure di rovesciare l'Impero o d'impadronirsene. Egli non se ne dichiarava neanche nemico. Si trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva bisogno di vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un modo o l'altro, ma in un modo riconosciuto e legale, far parte dell'Impero, pronto anche a servirlo, a ricostituirne l'autorità contro i ribelli nella Gallia o altrove, assumendo il grado di _Magister utriusque militiae_. Ma quando ciò fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de' barbari, ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire. Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, esso sentiva, in parte almeno, la dignità del suo grado, e pensava che, cedendo alle voglie d'Alarico, difficilmente avrebbe potuto resistere poi a domande simili di altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile ora, dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito barbarico, quando Costantino, alla testa delle legioni, minacciava di staccare dall'Italia la Gallia, la Britannia e la Spagna. Queste erano le grandi difficoltà di trovare una soluzione pratica; e di qui il pericolo gravissimo che correva adesso l'Impero.
Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare Roma, e dettare le sue condizioni. Impadronito infatti che egli si fu della foce del Tevere e del porto d'Ostia, la Città eterna, che non aveva un esercito per difendersi, e non era stata approvvigionata, si trovò subito stretta dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu forza quindi venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che gli abitanti, spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il fieno, così avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E invece di scendere a più miti consigli, alzava sempre più le sue pretese. — Ma che cosa ci lascerai tu allora? — dissero i Romani. Ed egli: — La vita! — Le notizie però che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e sempre così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede si può prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto più che, se Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non voleva essere tenuto un nemico, e molto meno un distruttore dell'Impero. Ma egli aveva bisogno di vivere coi suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame. Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila libbre d'oro e trentamila d'argento, oltre una quantità di vesti di seta e di droghe. E per raccogliere questa somma voluta dai barbari, i Romani dovettero fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti dei tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; ma a molti pareva anche di sinistro augurio, perchè i Pagani non erano allora scomparsi affatto, e fra i Cristiani stessi non mancavano di quelli che speravano tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano avere così lungamente protetto Roma.
Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica capitale del mondo ridotta ad una umiliazione creduta fino allora impossibile, e che pur doveva essere superata da altre ancora più crudeli. Si vuole che ora appunto venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè vedova di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla Placidia, la figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa bellezza. Ma essa aveva allora diciotto anni o poco più, e se è facile credere che la sorella d'Onorio dovesse essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non è ugualmente facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per riuscire a muovere essa il popolo alla vendetta.
Anche in questo momento Alarico era lontano dal voler abusare della forza. Cercava invece di venire ad un accordo, rinunziando a molte delle sue antiche pretese. Non chiedeva più d'esser _Magister utriusque militiae_; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia del Norico, invece delle più vaste e fertili terre domandate in passato. Ma Onorio che, per la morte di Arcadio, sperava si potesse ristabilire l'armonia, se non l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava gli aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e molte migliaia di schiavi fuggitivi e di barbari sbandati dell'esercito imperiale, che alcuni fanno in tutto ascendere a quarantamila, andassero liberamente saccheggiando il paese.
Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne cavar nulla, circondò Roma per la seconda volta, e tentando di mettersi d'accordo coi Pagani, che ivi si trovavano, e cogli Ariani, gli uni e gli altri irritati per gli ultimi editti contro di essi emanati da Onorio, proclamò nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria volontà, e indurlo a sanzionare, con qualche forma legale, le sue pretese. Ma invece pareva che nessuno riuscisse a prenderlo sul serio. Lo stesso Onorio, che dapprima se n'era impensierito, e pensava a mettersi in salvo, avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi difendere in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico riusciva a mettersi d'accordo con Attalo, al quale, come greco, ripugnava d'abbandonare Roma e l'Impero in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma giunta a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: _Pone praetium carni humanae._ Quasi volessero dire: dobbiamo noi dunque mangiarci addirittura fra di noi? Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar nulla neppure da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, ma sempre invano, d'intendersi. Si decise allora al passo più audace della sua vita, e che doveva avere un seguito funesto, una grande importanza nella storia del mondo.
Il giorno 24 agosto 410, sia per tradimento, sia per strattagemma di guerra, Alarico, senza incontrare resistenza, entrò col suo esercito per la Porta Salara nella città di Roma. Era un fatto nuovo, da otto secoli non mai avvenuto, nè creduto possibile. La maraviglia fu perciò così grande, che tutti restarono come sbalorditi, e lo stesso re visigoto sembrava esserne così sgomento, che dopo tre soli giorni s'affrettò a ripartire. Certo un esercito di barbari, venuti in sostanza come conquistatori, non potè restare in Roma senza molte violenze e saccheggi. Ma tutto quello che noi sappiamo di sicuro c'induce a credere che le violenze furono assai minori di quel che poteva supporsi, e che s'andò più tardi dicendo. Il palazzo di Sallustio, presso la Porta Salara, fu subito bruciato, ma d'altri incendi non si parla determinatamente, sebbene possa supporsi che ne siano avvenuti. E tutti gli aneddoti tramandatici dagli storici o dalla leggenda tendono solo a provare il grande rispetto che Alarico dimostrò ai Cristiani, alle loro chiese, sopra tutto alle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, e al diritto di asilo. Infatti coloro che si rifugiarono nei luoghi sacri furono salvi. Ma anche fuori delle chiese i Cristiani, quelli sopra tutto che eran dati a vita religiosa, o che avevano la custodia di sacri oggetti, furono dai Goti rispettati, tali essendo gli ordini severissimi del loro capo. Orosio, S. Agostino, S. Girolamo parlano di questo sacco di Roma con orrore; ma vi riconoscono una giusta punizione di Dio contro gl'increduli, che ancora non s'erano convertiti e speravano aiuto dagl'idoli pagani. Per essi Alarico non è che uno strumento nella mano di Dio, il suo ingresso in Roma è destinato ad accelerare il trionfo del Cristianesimo; e riconoscono che i danni furono assai minori di quanto poteva supporsi, e di quanto si disse da molti.
Onorio intanto se ne stava chiuso in Ravenna, dove si trovava anche il Papa, invano andato colà, per tentare un qualche accordo fra Alarico ed il sempre titubante Imperatore. Si narra, a provare sempre più la indifferenza ed indolenza d'Onorio, che, quando gli fu recata la desolante notizia, _Roma è perita_, egli credette che si trattasse d'un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome appunto di Roma; ed esclamò: «Ma come mai è ciò possibile, se poco fa gli ho dato da mangiare colle mie proprie mani?» Questo aneddoto però lo abbiamo da Procopio, che scrisse centocinquanta anni più tardi, e che quando s'allontana dai suoi tempi, non è più un autore molto credibile.
Certo è invece che, dopo tre giorni di dimora in Roma, Alarico mosse per l'Italia meridionale, e s'avanzò saccheggiando sino a Reggio di Calabria. Colà si apparecchiava ad imbarcarsi, per andare non si sa ben dove. Secondo alcuni voleva recarsi in Sicilia, secondo altri in Africa, che era il granaio dell'Impero, cui sperava così d'imporre condizioni d'un accordo tollerabile. Ma ad un tratto andò tutto a monte. Le navi, su cui doveva traversare lo stretto, naufragarono; ed egli stesso, improvvisamente ammalatosi, morì (410). I suoi, secondo si narra, deviarono il letto del fiume Busento e, dopo averlo colà seppellito, fecero riprendere alle acque il corso primitivo, per nascondere così a tutti la tomba del loro valoroso duce.
CAPITOLO VII
Dalla morte di Alarico alla costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia
La morte di Alarico mutò sostanzialmente lo stato delle cose. I Goti elessero a succedergli suo cognato Ataulfo, il quale, anche meno di lui, voleva esser nemico dell'Impero. Abbiamo di ciò una preziosa testimonianza in Orosio. Questi narra d'avere incontrato un compagno d'armi d'Ataulfo, del quale gli riferì i discorsi. «Dapprima, avrebbe detto il successore d'Alarico, era stata mia intenzione farmi padrone dell'Impero, ed assumere in esso il posto di Cesare Augusto, trasformando in Gotia la Romania.[17] Ben presto però l'esperienza mi persuase, che ciò non era possibile, perchè Roma aveva dominato il mondo, non solo con le armi, ma anche colle leggi e con la disciplina. E i Goti, per la loro indomita barbarie, non sanno obbedire alle leggi, senza di che _Respublica non est Respublica_. Pensai perciò di ricondurre, mediante le armi dei Goti, il nome romano all'antica sua gloria. Non potendo essere il distruttore dell'Impero, desiderai, colla pace, esserne il restauratore.»
Ad ispirargli questi sentimenti dovè contribuire ancora un altro fatto. Partendo da Roma, Alarico aveva menato seco, insieme con la preda, molti prigionieri. Fra questi era Galla Placidia, la celebre bellezza, che faceva parte d'una generazione di donne, tutte per questa loro bellezza famose, e che ebbero perciò, come già notammo, una gran parte nei destini del mondo. La sua ava Giustina aveva dominato Valentiniano I. La loro figlia Galla conquistò l'animo di Teodosio I. Galla Placidia, nata dal loro matrimonio, trascinata ora prigioniera in Calabria, innamorò di sè perdutamente Ataulfo, che voleva sposarla, il che lo spingeva sempre più ad atteggiarsi da Romano. Certo è che, appena eletto, Ataulfo abbandonò ogni pensiero della Sicilia e dell'Africa, e ripartì per condurre i suoi nella Gallia, dove sperava trovar per essi una sede adatta, col consenso dell'Impero, di cui voleva possibilmente essere amico. Era il pensiero che, sotto forme diverse, rinasceva sempre, d'unire in qualche modo Romani e barbari, accogliendo i Goti come parte dell'Impero, valendosene a difenderlo. Lo avevano avuto Teodosio, Stilicone ed Alarico stesso; nulla di strano che lo avesse anche Ataulfo. Onorio, è ben vero, s'era a ciò dimostrato avverso; ma lo stato delle cose era divenuto tale adesso, che anch'egli poteva desiderare d'accettare il disegno più volte respinto.
Infatti l'intera Prefettura della Gallia era caduta in gran disordine, un vero caos, e pareva che fosse per staccarsi affatto dall'Impero. Dopo che Stilicone aveva ritirato le legioni dal Reno, i barbari, come vedemmo, erano entrati in essa numerosi (406); e poco dopo arrivava Costantino, già proclamato imperatore nella Britannia. Questi non potè ricacciare i barbari; ma, preso possesso della regione che è ora Alsazia-Lorena, era riuscito ad impedire almeno nuove invasioni, occupando molte città della Gallia, e più tardi anche della Spagna: le altre parti di queste province rimanevano però in potere dei barbari. Il fatto è che dopo la morte di Stilicone e di Arcadio (408), la disciplina militare era andata sempre più scomparendo. I generali, da un pezzo divenuti tutti più o meno quasi capitani di ventura, assai spesso si separavano gli uni dagli altri, operando ciascuno per proprio conto, innalzando nuovi pretendenti all'Impero, che trovavano sempre appoggio in una parte dei soldati. E così, dopo che Costantino era stato eletto nella Britannia, venne nella Spagna proclamato Massimo. In quella Prefettura si trovavano dunque due pretendenti all'Impero, ed una gran moltitudine di barbari, che taglieggiavano e saccheggiavano il paese. Onorio mandò nella Gallia un esercito comandato da Costanzo, soldato valoroso, il quale tentò con energia di ristabilirvi l'autorità del legittimo Imperatore. Massimo allora, ben presto abbandonato dai suoi, fuggì; Costantino, assediato in Arles, si arrese, e fu col figlio Giuliano mandato ad Onorio, il quale, violando la parola del suo generale, li fece uccidere ambedue (411). Così pareva che, spariti i due pretendenti, non rimanessero che i barbari. Ma questi avevano già messo su un altro pretendente all'Impero nella persona di Giovino, appena che il generale Costanzo s'era ritirato in Italia. E da capo scorrevano liberamente per tutto.
In tali condizioni, l'andata d'Ataulfo colà non poteva dispiacere ad Onorio. Prima di tutto si liberava l'Italia dai Goti, il che era già molto. Ataulfo inoltre andava con l'intenzione d'occupare il paese, e per ciò fare doveva combattere Giovino ed i barbari che lo sostenevano. Questo spiega, in qualche parte almeno, il fatto, certo singolarissimo, che Ataulfo potè traversare tutta l'Italia dal sud al nord, senza che si sappia se egli trovò ostacoli di sorta, anzi senza che si sappia nulla addirittura di questo suo lungo viaggio. Entrato nella Gallia (412), egli tenne dapprima una condotta incerta; ma poi attaccò ed uccise Saro generale romano, che s'era volto a favore di Giovino. Subito dopo si mosse contro questo e contro il fratello di lui; li vinse ed uccise ambedue, inviando le loro teste ad Onorio, che le fece esporre a Cartagine. Ivi era stata poco prima domata un'altra ribellione, la quale fece sentire la sua azione indiretta anche nella Gallia.
Ataulfo intanto si mostrava sempre più invaghito di Galla Placidia, e voleva sposarla. Ma ad Onorio ripugnava assai il concedere ad un barbaro la sorella e figlia d'imperatori, tanto più che ne era pazzamente innamorato anche il suo generale Costanzo, cui egli l'avrebbe data assai più volentieri. Ed Ataulfo era tanto desideroso d'accordi, che sembrava ora, non ostante la sua passione, disposto a rimandarla a Ravenna, avendo da Onorio avuto promessa di larghi approvvigionamenti di grano, del quale aveva urgente bisogno per l'esercito. La ribellione d'Africa rese però impossibile il mantener la promessa, ed Ataulfo si sentì allora libero da ogni vincolo verso di Onorio. Prese quindi, per conto proprio Narbona, Tolosa, Bordeaux, e tentò di prendere anche Marsiglia, ma gli fu impedito da Bonifazio, altro valoroso generale di Onorio (413).
Ma quello che è più, invece di pensare a restituire Galla Placidia, la sposò senz'altro a Narbona, nel gennaio del 414. Questo matrimonio, anche pel modo in cui fu celebrato, ebbe addirittura un'importanza storica. Quel giorno infatti non solo la sorella di Onorio, la figlia di Teodosio, sposava un barbaro; ma le nozze furono solennizzate con una pompa affatto romana, in casa d'Ingenuo, uno dei più autorevoli cittadini di Narbona. Il barbaro Ataulfo portava la tunica romana. Dinanzi alla sposa, adorna di splendidi abiti romani, s'inginocchiarono cinquanta giovani, ciascuno dei quali aveva nelle mani due vassoi, l'uno pieno d'oro, l'altro pieno di pietre ed oggetti preziosi, che eran parte della preda fatta nel sacco di Roma, e che ora venivano offerti a lei, preda più preziosa ancora, la quale di prigioniera diveniva regina dei Goti. A rendere sempre più solenne questa singolare cerimonia, si recitarono versi latini. E come per porre il colmo a tutto ciò, il coro era diretto da Attalo, quel preteso imperatore, che noi vedemmo per breve tempo tenuto su da Alarico, il quale poi lo depose. Esso era stato costretto a seguire il campo goto, come una specie d'ostaggio di cui potersi valere qualora se ne presentasse l'occasione. Adesso dirigeva il coro che celebrava le nozze d'Ataulfo e di Galla Placidia! Tutto simboleggiava così quella unione goto-romana, che dopo essere stata un pensiero, un desiderio di moltissimi, doveva finalmente essere in parte attuata da Teodorico. Dal matrimonio allora celebrato nacque un figlio chiamato Teodosio, che ben presto morì.
Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi Onorio e Costanzo, i quali si trovarono d'accordo nel contrariare i Goti in più modi, specialmente ponendo ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella Gallia di navi con vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i Pirenei, per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire le sue genti. Ma qui egli cadde improvvisamente vittima del pugnale d'un assassino (415), sia che fosse una delle vendette molto comuni fra i barbari, sia che fosse opera del partito avverso alle simpatie romane d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in più modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto Singerico, il quale si dimostrò subito avversissimo al nome romano ed alla memoria d'Ataulfo, di cui uccise i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare lo stesso della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente, costringendola ad andare a piedi, per dodici miglia, in mezzo ai prigionieri e dinanzi al suo cavallo. Ma anch'egli durò poco, essendo stato dopo soli sette giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole assai più temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, cui cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e ne ebbe in compenso 600,000 misure di grano per le sue genti. Onorio celebrò allora il suo undecimo consolato, entrando in Roma come un trionfatore, menando seco, legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, la quale dapprima sembrava assai restìa a sposare Costanzo, sempre di lei perdutamente innamorato, perchè egli era un soldato rozzo e dedito solo alla vita militare, s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e ne ebbe due figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto a compagno nell'Impero da Onorio; Galla Placidia ebbe allora il titolo di Augusta, e più tardi, dopo la morte del marito (421) e del fratello (423), fu reggente, perchè suo figlio si trovava tuttavia in età minore.
Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè più volte vittoriosamente nella Spagna i Vandali e gli Alani. Prese poi con i suoi Goti stabile dimora nella Gallia (419), occupando varie delle città tenute già prima da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla quale ultima ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito col consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più tardi questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima parte nella guerra che l'Impero d'Occidente dovè sostenere contro gli Unni. Narbona però, che da Costanzo era giudicata strategicamente necessaria ai Romani, e Marsiglia furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente scorrazzavano ancora liberamente altri barbari.
Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico dramma, cominciato quando gli Unni cacciarono i Goti al di qua del Danubio. Una volta che la Tracia riuscì insufficiente a mantenerli tutti, una buona parte di essi si mossero, sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo aver molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono nella Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto d'accordo con l'Impero, fu nondimeno il principio della definitiva separazione dell'intera Prefettura della Gallia dall'Italia. La Britannia infatti, che ne faceva parte, era già abbandonata, e vicina a subire le invasioni barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie di Belisario, non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente detta, ad eccezione di poche terre al sud, era interamente nelle mani dei barbari, e quindi destinata anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia.
CAPITOLO VIII
Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa