Le invasioni barbariche in Italia
Part 5
Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono contro gli Ostrogoti, con impeto tale che il resistere divenne impossibile. Il capo degli Ostrogoti, Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i suoi, dopo essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni circa, rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma restando uniti sotto propri capi. In questo modo gli Unni, sempre più ingrossati, sempre avanzando, arrivarono al fiume Dniester, al di là del quale erano i Visigoti. Lo passarono improvvisamente di notte (376), assalendo i Visigoti di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una parte di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella Dacia occidentale, dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai quali si unirono, comunicando loro il proprio spavento. E fu tale questo spavento che, sebbene Fritigerno fosse assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla testa di 200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo non mai più visto. Un esercito numerosissimo, con le donne, i vecchi, i bimbi, le loro suppellettili sui carri, sulle spalle; una moltitudine di gente, che si fa ascendere ad un milione, correva al Danubio, per passarlo e mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati romani cercarono dapprima impedire questa specie di inondazione umana. Alcuni infatti vennero colle armi respinti nel fiume dove affogarono. Ma come si poteva resistere ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che si avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano pietà, accecati, impazzati dalla paura, la quale comunicava ad essi un impeto più irresistibile d'ogni coraggio? Fritigerno dichiarò, che essi erano pronti a servire sotto le bandiere romane, accettando ogni condizione. Ma chi gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe seguito? E chi poteva resistere?
Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo fratello Valentiniano I era stato associato all'Impero, e dopo avere domata la ribellione di Procopio, regnava sicuro. Di natura debole ed incerta, non vedendo nessuna possibilità di fermare l'onda che s'avanzava, s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di 200,000 uomini dovesse riuscire utile all'Impero. E concesse loro il passaggio. I patti furono che dovessero cominciare col deporre le armi e consegnare ostaggi. Ma quali patti si potevano in tanta confusione mantenere? E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione di persone sopravvenute all'improvviso? Si principiò col numerarli e disarmarli. Ma poi bisognò subito smettere. Alcuni già morivano estenuati dalla fame, altri senza dare ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da mangiare. Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo prezzo. Ed i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere le armi, davano denaro, suppellettili, stoffe, per aver da mangiare. Si dice, che alcuni, pur di non veder morire di fame le mogli e i figli, s'indussero a venderli schiavi.
E così un milione di barbari, duecentomila dei quali in armi, si trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non la vittoria, ma la paura e la fuga avevano loro aperto la via. Ma intanto erano entrati, ed erano sofferenti, affamati, irritati per le violenze ed ingiustizie patite. Fritigerno, uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere la coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel che egli era secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti ed Ostrogoti che, passato il Danubio, venivano a raggiungerlo, e dalle simpatie mal represse, che i barbari dell'esercito imperiale mostravano per lui ed i suoi. Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale della Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i Goti si dimostrarono subito uniti e pronti a procurarsi da vivere anche colla forza delle armi. E si capì allora quali gravi conseguenze era per portare la decisione presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe egli potuto impedire che un fiume così impetuoso, rotto l'argine, straripasse?
La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. Si narra che, avendo il generale romano Lupicino invitato a banchetto i capi dei Goti, essi vennero, pieni di sospetto, con una scorta numerosa. E quando s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di Goti e Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata la spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla testa de' suoi. Ben presto, a poche miglia dalla città, vi fu uno scontro (377), nel quale Lupicino e gl'imperiali furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes, pose fine alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani. Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa di poco momento, ma grandissime ne furono le conseguenze morali. Coloro che erano entrati nell'Impero come fuggiaschi, implorando pietoso aiuto, s'erano a un tratto mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che liberamente percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia quando essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente respinti, giacchè, prima delle armi da fuoco, le mura delle città presentavano al nemico ostacoli quasi sempre insuperabili. Ritiratisi nella Dobruscia, furono dai Romani assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un campo trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una seconda battaglia, che essendo stata d'esito incerto, ne rese inevitabile una terza.
L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a combattere i Persiani, saputo della ribellione dei Goti, concluse in fretta la pace, per venire con le sue genti ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici miglia da Adrianopoli, ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia, nella quale il valore dei soldati romani dette splendida prova di sè; ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, che la loro disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga marcia, sotto il sole ardente di agosto, si trovarono di fronte al nemico, in un luogo così stretto, che non potevano muoversi nè fare libero uso delle proprie armi. Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. Di Valente, che era nella battaglia, non si seppe più nulla, e ne fu quindi in diversi modi narrata la fine. La disfatta fu grande, ed alcuni scrittori, esagerando non poco, la paragonarono a quella di Canne. Certo è che quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, dove era il tesoro imperiale, vennero respinti con una energia che non si aspettavano. E quando si ritirarono saccheggiando, dando poi l'assalto alle mura di Costantinopoli, ebbero una lezione anche più severa. La cavalleria saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore addirittura selvaggio. Uno di essi fu visto correre nudo sul suo cavallo, inseguire un Goto, raggiungerlo, sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran terrore, perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro di loro.
CAPITOLO V
Teodosio
In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e l'esercito era stato battuto. In Occidente, a Valentiniano I era successo il figlio Graziano, il quale, per volere delle legioni, aveva dovuto assumere a compagno il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre per la sua bellezza, superata da quella più celebre ancora della figlia Galla. Graziano dette a Valentiniano, cioè alla madre che ne faceva le veci, il governo dell'Italia e dell'Africa. Egli intanto teneva fronte valorosamente, nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano avanzarsi da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, dove il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole della gravità d'un tale stato di cose, e della generale ansietà in cui tutti perciò si trovavano, egli prese una risoluzione assai fortunata. Elesse a suo compagno per l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva già dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio era noto pel suo valor militare, per la sua prudenza, e quindi la scelta venne accolta con generale favore.
Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto strategico, dove raccolse e riordinò l'esercito, cominciando a provarlo in una serie di fortunate scaramucce, che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello dei Goti. E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi cominciarono a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando sempre più la loro discordia, accogliendone parecchi sotto le sue bandiere, mostrandosi loro favorevole per modo, che si fece la reputazione d'amico dei Goti. E così potè nel 382 concludere una capitolazione, con la quale venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia come _foederati_. Quali fossero con precisione i patti, nei loro più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti restavano come amici nell'Impero, di cui riconoscevano l'autorità, obbligandosi a difenderlo con le armi, ad ogni richiesta. Ebbero case da abitare, terre da coltivare, e i soldati ricevevano anche paga in danaro o in grano. Ma non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano uniti come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui era il pericolo. Certamente se si pensa che Teodosio li aveva trovati nemici, armati, minacciosi, che scorrevano e saccheggiavano liberamente il paese, senza che fosse possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto meno distruggere un milione d'uomini, la capitolazione conclusa fu un savio atto di governo. E tale venne generalmente tenuta. Ma intanto l'Impero s'era messo la serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un momento all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di altri, i quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano le bandiere romane, o spezzavano le catene della schiavitù.
Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua fermezza, Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la fortuna lo secondava ogni giorno più. Graziano sembrava divenuto adesso un altro uomo. Trascurava il governo e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, per il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli dettero per successore Massimo (383), e poi lo uccisero. Massimo ambiva di governar tutto l'Occidente, e quindi, dopo i primi accordi, venne in dissenso con Valentiniano II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con la madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero aiuto a Teodosio. E questi dapprima esitò, avendo già troppo da fare. Sentiva però i vincoli di gratitudine verso la famiglia di Valentiniano II, e s'era innamorato della sorella di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora insieme colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 lo vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere Massimo, che poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso.
Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano II, che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto caduto sotto l'assoluto dominio del generale franco Arbogaste, che, essendosi in Aquileia condotto con gran valore, ed avendo colle proprie mani ucciso il figlio di Massimo, pretendeva ora farla addirittura da padrone. Tutto ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il quale voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato franco crebbe a tal segno, che l'Imperatore, perduta la pazienza, pose mano alla spada per ucciderlo. Ne fu allora trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo morto (15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece che era stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste.
Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico che osò farla da Imperatore romano, non di nome, ma di fatto, esempio che vedremo d'ora in poi molte volte imitato. Egli, come seguì poi sempre a questi barbari, non osava salire sul trono, assumendo in proprio nome l'Impero. Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere la porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, sebbene cristiano, Eugenio, per secondare Arbogaste, si diede a favorire i Pagani, ancora abbastanza numerosi in Roma. Così credeva di trovar seguito contro Teodosio; ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva ora spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma anche dalla moglie Galla, che voleva vendicar la morte del proprio fratello Valentiniano, e dai vescovi, dal clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della religione cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. Se non che, sapendo che il generale franco aveva grande valore e molta autorità sui propri soldati, si apparecchiò per due anni interi all'impresa (393-4). La quale fu ritardata anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio 394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più bella della bellissima madre, e destinata, in quel secolo corrotto, ad esercitare un gran potere politico, in mezzo ad una serie di strane vicende.
Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente alla testa d'un poderoso esercito. Ne facevano parte, fra gli altri, ventimila Goti federati, sotto il comando dei loro migliori generali, e con essi era anche il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a grande fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per combattere Massimo, presso il fiume Frigido, in un punto equidistante da Emona (Laybach) ed Aquileia, Teodosio s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche dall'impetuoso vento Bora, che suole infierire colà, ed allora soffiava in viso al nemico, il 6 settembre 394 Teodosio ottenne piena vittoria. Eugenio fu preso dai soldati, che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla propria spada. Questa vittoria di Teodosio ebbe una grande importanza storica. Per essa l'Impero rimase politicamente riunito sotto di lui, che lo tenne con mano assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche l'unità religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, della dottrina di Atanasio, alla quale, sin dal principio del suo regno, egli era restato sempre fedele. Tutto questo determina il valore storico di Teodosio, ed è ciò che gli fece giustamente avere il nome di Grande.
Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli riuscì a stringere anche il connubio dell'Impero colla Chiesa più che non avesse potuto fare lo stesso imperatore Costantino. E la Chiesa se ne giovò grandemente, facendo rapidi progressi, come si vide nel gran numero che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina, quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo e S. Ambrogio, il celebre vescovo di Milano. Questo fu anche il tempo in cui s'andò formando la teologia latina, la quale si può veramente dire che sia insieme religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa mira sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità universale e la forza politica della Chiesa. Un altro dei grandi personaggi di questo tempo fu Damaso, il vescovo di Roma, che successe a Liberio (366). Egli ascese sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento tumulto; proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è superiore alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici debbono essere giudicati.
Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero desse forza all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi di futuri conflitti, come si vide fin dai tempi di Teodosio. Egli era molto amico del lusso e delle spese, per tenere sempre più alto lo splendore e la dignità del suo grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, le statue dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome venne ingiuriato. Questa volta egli finì coll'usare clemenza. Più tardi però, nel 390, un altro assai più grave tumulto si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto l'imprigionamento d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi ufficiali vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente trascinati per le vie. Teodosio, che era allora a Milano, rimase di ciò tanto sdegnato, che ordinò una punizione esemplare, anzi feroce, senza distinguere innocenti o colpevoli. Si parla di settemila uccisi, che alcuni fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, S. Ambrogio, gli scrisse una lettera che è pervenuta sino a noi (Ep. 51), nella quale, condannando l'eccidio, lo invitava a penitenza, giacchè non avrebbe, egli diceva, potuto far entrare nel tempio del Signore, per pigliar parte alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani del sangue di tanti innocenti.
S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli del secolo, uno di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, la forza che andava prendendo la Chiesa in Italia. Disceso da una delle più nobili famiglie romane, tenne prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di Milano, dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna e l'onore di convertire S. Agostino alla religione cristiana. In lui la fermezza della fede era uguale alla energia indomabile del carattere. Nel 385 non volle nella sua diocesi concedere alla imperatrice Giustina neppure una sola chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo. — L'Impero, egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, non della casa del Signore, nella quale non comanda la forza. — Quando, per minacciarlo, furono a lui mandati i soldati goti, egli li affrontò dinanzi alla chiesa, domandando loro: se era per invadere la casa del Signore, che avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di Priscilliano, egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente lo biasimò, quando ordinava che fosse ricostruita una sinagoga bruciata dal popolo. — Il vescovo, così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si deve ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore Gesù Cristo. — E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, ripetè le stesse cose, aggiungendo che questi doveva lasciare libertà di parola al sacerdote, cui non è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con tale suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta quando avvennero le stragi di Tessalonica.
Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio si provò ad entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò sulla soglia dicendogli: — Se la tua mondana potenza ti acceca a questo segno, ricordati che anche tu sei uomo, e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono sacre quanto la tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato a piegar l'animo indomito del vescovo, il suo ministro Rufino, quello stesso che lo aveva incitato alla strage di Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe; ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che l'Imperatore sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio rispose: — Dovrà passare sul mio cadavere. — La leggenda ha voluto con tutti questi minuti particolari colorire un fatto vero; ed essi servono mirabilmente a ritrarre il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio Teodosio dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far penitenza (25 dicembre 390), ripetendo il Salmo CIX. 25: «L'anima mia è attaccata alla polvere; vivificami secondo la tua parola.» Nulla certo è più nobile d'una condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova visibile della straordinaria potenza che aveva allora assunto la Chiesa, che andava di fatto formando in Italia una generazione nuova di uomini, ai quali spettava l'avvenire. Ma se tale era di fronte all'Impero l'ardimento d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello del Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta la storia del Medio Evo.
E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, che Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, non minori pericoli minacciavano nell'avvenire le condizioni politiche generali, come si cominciò a vedere subito dopo la morte di lui, seguita nella sua età di cinquanta anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava aver dato un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio lo aveva trovato diviso, disordinato, minacciato; e potè ricostituirlo, riunendolo ed infondendogli nuova vita. Ma era pur troppo una ricostituzione solamente temporanea. Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo non era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano sempre. Solo la sua grande autorità ed energia aveva potuto riuscire a tenere in equilibrio forze così diverse e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale equilibrio gli procurò giustamente il nome di Grande; ma a farlo durare occorrevano costantemente una mano ferma e sicura, una mente superiore. Era quello che veniva appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu lasciato ai due suoi figli del pari incapaci.
CAPITOLO VI
Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico
Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi sempre diviso in varie parti, sotto imperatori diversi, più o meno dipendenti da uno di essi. Questa divisione, che non escludeva il concetto della unità, era stata suggerita dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare a voler governare e difendere tutto l'Impero contro i nemici, che da ogni parte contemporaneamente lo assalivano. Teodosio, come vedemmo, potè riunirlo sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò nuovamente diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò l'Oriente, ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che intendesse con ciò di formare due Imperi separati,[16] come si è più volte ripetuto. Se non che, questa divisione seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne mutarono il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre però con la partecipazione dell'esercito, s'era fin dal tempo di Costantino, e più ancora di Valentiniano I, andato introducendo il principio ereditario, cercandosi, per quanto era possibile, di non uscire dalla stessa famiglia. Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i due figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente dall'altro. Ma essi erano ambedue di minore età, Arcadio avendo 18 anni, Onorio soli 10, e però l'uno e l'altro ancora incapaci di governare. E Teodosio, che ben lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle cure del prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso generale Stilicone, _Magister utriusque militiae_, un Vandalo che aveva gloriosamente combattuto sotto di lui contro Eugenio, e ad esso aveva raccomandata la difesa dell'Impero. Così non solo i due imperatori minorenni erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, che tra di loro non potevano andare d'accordo. Tutto ciò portava inevitabili difficoltà per l'avvenire.