Le invasioni barbariche in Italia
Part 4
Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma e l'Italia si sentirono come abbandonate, lasciate fuori della vita politica. L'unione del Cristianesimo coll'Impero, ambedue di carattere universale, faceva naturalmente sorgere il concetto d'una Chiesa universale, la quale infatti s'andò subito formando e modellando sulle istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, ora che cessava d'essere la capitale politica, Roma si sentiva spinta a divenire la capitale religiosa del mondo. Il suo vescovo volle essere non solo il successore di S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di Cesare e di Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, non meno potente e più solido di quello politico, che ormai minacciava rovina. Ed in ciò era mirabilmente secondato dalle popolazioni italiane, nelle quali la vita religiosa cominciò a manifestare un'attività, che fra poco doveva divenire così febbrile, così generale da confondersi con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, cominciato con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche alla testa della Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, prendeva parte alle dispute teologiche, faceva pesare la sua autorità nel deciderle, e proclamava le decisioni prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non poteva tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. Così si ponevano fin d'ora i primi germi di quelle lotte che riempirono poi tutto il Medio Evo. Lo Stato venne ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito religioso dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo di Roma, contribuendovi non poco l'indole intellettuale e morale, affatto diversa, delle due popolazioni.
Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa teologica sorta fra Ariani ed Atanasiani, che si diffuse come un rapido incendio da un capo all'altro dell'Impero. A noi può sembrare oggi assai strano che una sottile controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma fondamentale nel Cristianesimo, ma del concetto stesso di Dio e delle sue relazioni con l'uomo. Iddio si presenta alla nostra ragione come causa prima, al nostro sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina a noi, facendogli assumere forma quasi personale ed umana. Il Cristianesimo soddisfece a questo doppio bisogno del nostro animo, riconoscendo in Dio Padre il creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per redimerci dal peccato e salvarci. Lo spirito greco, che in sostanza è il creatore della teologia cristiana, cominciò ben presto a sottilizzare, ed Ario sostenne che il Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva essere identico a lui, non poteva essere _ab aeterno_, doveva avere un principio, sia pure quanto si voglia remoto.
Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria era stato educato alla filosofia di Platone, che aveva considerato Iddio sotto il triplice aspetto di causa prima, di _logos_ o ragione, di spirito animatore dell'universo. Sostenne perciò risolutamente il concetto del Dio trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, e disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la divinità di Gesù Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza (_homoousios_) del Padre. — E voi, gli rispondeva Ario, ammettete non più un Dio solo, ma due. — Sinodi e Concili si successero allora rapidamente gli uni agli altri. Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno tale da far dire perfino che si disorganizzavano le poste dell'Impero. Per le vie, per le piazze, nelle chiese, nelle case non si parlava che del Padre e del Figlio, della loro sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea (325), radunato da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio; ma l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, il quale, anche per ragioni politiche, si sforzava di mantenere l'unità religiosa dell'Impero. Alcuni, che presero nome di semiariani, dissero che il Figlio era non di sostanza identica (_homoousios_), ma pur simile (_homoiousios_) a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera dell'alfabeto. Ma ciò non poteva bastare a far cessare l'ardore della controversia. Altri, adottando la formola detta di Sirmio, dal luogo dove fu concordata, cercavano evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe. Atanasio però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva ogni accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, perseguitato dall'imperatore Costanzo, figlio di Costantino, deposto da patriarca d'Alessandria, cacciato in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso nella sua sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. E quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in cui ufficiava fu circondata dalle milizie imperiali, egli, fermo sulla sua sedia, continuò la lettura dei Salmi, nonostante le insistenze de' suoi fedeli, che lo scongiuravano di porsi in salvo; ed ordinava invece che si mettessero essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei suoi, scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, e si ritirò nella Tebaide, donde continuò la sua propaganda.
Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse tanta fermezza nella propria fede, non era allora un fatto nè isolato nè strano. Ma ciò che dava alla battaglia da Atanasio così valorosamente sostenuta, un grande valore storico, era il fatto che dietro a lui stava tutto l'Occidente, con alla testa il vescovo di Roma, Liberio. Questi apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma fosse superiore a quella di Costantinopoli, e indipendente affatto dall'Impero. Quando si cercò di vincerlo con le lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li fece deporre sulla soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il tempio del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne nacque un così violento tumulto, che solo di notte e di nascosto si potè portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo a sconfessare Atanasio, gli venne offerta grossa somma di denaro. Ma la respinse indignato, dicendo: «Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.» Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro tuo pari osa farmi limosina come ad un colpevole? Comincia col farti buon cristiano prima che tu osi rivolgermi la parola.» E piuttosto che cedere, accettò l'esilio.
L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo Felice. Ma il popolo disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. Quando Liberio, oppresso dagli anni e dai malanni, si lasciò indurre ad accettare la formola incerta di Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con l'antipapa Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini e donne, giovani e vecchi, gridando unanimi: Un Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357). Essendosi Felice provato a resistere, si pose mano alle armi, e così fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non si tenne però conto alcuno dell'avere esso accettato la formola di Sirmio. Pei Romani l'accettazione fu come non avvenuta.
Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. E prima di tutto si cominciava a veder chiaro, che lo spirito sempre pratico della Chiesa di Roma era deliberato a mantener salda l'unità della fede, senza venire a transazioni di sorta, senza spaventarsi di nulla, evitando le troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la stessa lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma al concetto del Dio trino ed uno della dottrina atanasiana, destinata a trionfare. Si vide oltre di ciò, che il vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore una posizione indipendente di capo della Chiesa universale. In Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata formando una generazione nuova, che lo sosteneva, piena di audacia e di avvenire, senza paura nè dell'Imperatore, nè del suo esercito.
Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed Atanasiani aveva diviso i Cristiani. E questo dovette agevolare la via ad un tentativo singolare davvero, ma non senza importanza storica, il quale ebbe luogo appunto allora, e mirava niente meno che a far risorgere il Paganesimo. S'era già visto a un tratto, con inaspettata rapidità, diffondersi in Roma, fra le classi più colte, una nuova dottrina filosofica col nome di Neoplatonismo, venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un misticismo e simbolismo orientale, svolgendo la filosofia di Platone, essa esaltava il concetto del divino nel mondo e nell'anima umana, la cui suprema felicità faceva consistere nella contemplazione di Dio, col quale essa cercava confondersi. Questa dottrina, che da una parte mirava alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità pagane, da un altro risentiva visibilmente l'azione del Cristianesimo che essa, per mezzo del simbolismo, presumeva di porre in armonia con quelle. Era un fenomeno singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne nel secolo XV, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, per mezzo del Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore le antiche divinità greche. Se non che i tempi erano molto diversi. Nel quarto secolo era assai maggiore la forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini la fede cristiana.
Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento la sua dottrina, e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli aveva un supremo disprezzo pei beni di questo mondo, e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè lo credeva di ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia, secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. L'oracolo aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava era esso stesso divino. E morendo, le sue ultime parole furono: «Io faccio un ultimo sforzo per condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha di divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di quaranta anni, ed acquistò subito una incontestata autorità. A lui ricorrevano tutti come ad arbitro, ed i morenti gli affidarono più volte la cura dei propri beni e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i suoi seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi senatori, uno dei quali, Rogaziano, s'era così esaltato nella nuova dottrina, che per essa abbandonò la cura dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i più alti uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale, che continuava ancora nella società pagana della decadenza, sebbene da molti sia negata. Se non che il Neoplatonismo, più ancora dello Stoicismo, era una dottrina filosofica, capace di esaltare solo alcuni pochi spiriti eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo.
Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, perchè abbandonò il Cristianesimo, nel quale era stato educato. Della famiglia di Costantino, ed uomo d'alto ingegno, venne più tardi iniziato al Neoplatonismo, all'ammirazione della poesia e mitologia greca, al segreto dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. Nel primo periodo della sua vita pubblica (355-61), si trovava, col titolo di Cesare, alla testa delle legioni di Gallia, dove acquistò gran nome, combattendo i Franchi e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del Reno. Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di Costanzo (5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre in Costantinopoli, cercando subito di rimettervi in onore il Paganesimo. E siccome egli era anche un filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il favore di tutti coloro che erano stati o temevano di dover essere perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in Oriente, e gli Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere per ora lasciati in pace, capivano che il trionfo del Paganesimo non poteva ormai essere altro che un fenomeno effimero e passeggiero.
Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche politico. Voleva come _Pontifex Maximus_, per mezzo del Neoplatonismo, far risorgere le antiche divinità; e voleva, qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla conquista dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, ed ora in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo il nemico, procedè fra mille difficoltà, attraversando una regione piena di canali, ed inondata. Sempre combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri, e per togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare le navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno del paese, che trovò abbandonato e deserto, bruciati i raccolti e le città. Il ritirarsi era divenuto impossibile, e Giuliano combatteva ancora vittoriosamente, quando il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè in quell'ultima ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici che l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere con Dio. Ed augurò che l'Impero venisse nelle mani d'un uomo giusto. Con lui spariva il suo sogno, e gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che per la fretta di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che non era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la protezione dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, disposta anche ora, pur di non essere separata da esso, a difendersi da sè. Così lasciava la porta aperta al nemico, senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio personale, giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli nel febbraio del 364.
Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande importanza, seguì pure durante la controversia tra Ariani ed Atanasiani, e fu la conversione d'una parte dei Goti al Cristianesimo. E ad essa tenne poi dietro a poco a poco, la conversione di tutti i barbari. Era quasi un secolo che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in quella regione doveva essere già profondamente penetrata. Ciò vien provato dal fatto, che nonostante la lunga dimora colà delle popolazioni germaniche, nonostante la invasione e la dura oppressione seguita più tardi per opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi quella regione circondata da Magiari e da Slavi, serba pur sempre visibilissimo e tenacissimo il carattere romano, come provano il nome di Romania che porta, la lingua che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando nella Dacia, i Goti si trovavano inoltre in continuo contatto con l'Impero. E così cominciarono lentamente ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi un uomo veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il vero iniziatore della loro conversione e della loro cultura.
Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove apprese il greco, il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. Dedicò poi la sua vita intera a tradurre la Bibbia, ed a convertire i suoi connazionali, ai quali insegnò anche l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli. La sua traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è il più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura germanica. Si è molto discusso, per sapere quale potè esser la ragione per la quale Ulfila preferì l'Arianesimo alla dottrina atanasiana, tanto più che sino a che non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti gli altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, nel quale fu perciò educato. E si può anche ritenere, che alla mente rozza de' suoi connazionali, e in genere dei barbari, che uscivano da un paganesimo grossolano, dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia neoplatonica, al concetto della identica sostanza del Dio trino ed uno.
La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse l'incivilimento, da un'altra li divise più che non erano, indebolendoli di fronte ai Romani. Infatti gli Ostrogoti, che abitavano la Dacia orientale, distendendosi dentro la Russia meridionale, rimasero pagani, come i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al sud-ovest, e si trovavano perciò a contatto coi Romani. A questa divisione religiosa se ne aggiungeva anche una politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico, della nobile famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano separati i Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni di essi, rimasti sempre pagani, stavano sotto Atanarico, ed erano avversi a quelli divenuti cristiani, che, comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno portavano il titolo di Giudici, forse perchè erano stati in origine di quei capi di _Pagi_, ai quali, come vedemmo, gli scrittori romani davano nome di _Principes_ o _Magistratus_, e che amministravano anche la giustizia.
Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da questo lato almeno, l'Impero potesse lungamente ancora restare sicuro. E ciò tanto più che, quando nel 365 Procopio e Valente combattevan fra di loro, ed una parte dei Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente combattuti (367-69), costringerli a concludere la pace ed a ritirarsi. Ma avvenimenti improvvisi ed inaspettati, che nessuna mente umana avrebbe potuto mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose.
CAPITOLO IV
Gli Unni
Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, Celti, Germani, appartengono alla stessa famiglia ariana, che dall'Asia sud-ovest, movendosi per direzioni diverse, venne in Europa. Ma ora comparisce per la prima volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che faceva parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, cui si dà il nome di turanica. Esso era destinato ad avere, per qualche tempo, non piccola parte nei destini dell'Impero.
In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende dall'est all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra la catena altaica e quella del Tauro, il quale manda le sue diramazioni verso il sud, abita una vasta moltitudine di popoli diversissimi. Sono all'occidente i Finno-Ugri, più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure costumi e caratteri etnografici comuni. Anche le molte e molto varie lingue che parlano, sono tutte monosillabiche ed agglutinate. Le condizioni d'un clima assai freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non irrigano abbastanza da poter rendere la terra coltivabile coll'aratro, non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade quelle popolazioni, che dimorano perciò nelle tende, circondate da numerosi armenti di cavalli, di vacche, e secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano principalmente di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è loro ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, occupati sempre, quando non sono in guerra, della caccia anche d'animali feroci, come la tigre, l'orso, il cignale salvatico. Oltre la tenda, non hanno case, nè villaggi o città. Sono poligami e non conoscono altra forma sociale che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo valoroso che le comandi, s'uniscono qualche volta in moltitudini sterminate. Le quali, per la consuetudine che hanno di vivere in continuo moto, sempre in armi, possono, senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i carri, le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte queste popolazioni ebbero una gran parte nei destini del mondo. Di tanto in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe dal loro altipiano, inondando, sconvolgendo tutto, formando dei grandi imperi, che sembrano un momento impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto con la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar luogo più tardi, con uguale procedimento, alla rapida formazione d'altri imperi, che progrediscono e spariscono del pari. I Mongoli, sotto i successori di Gengis Kahn, combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il muro della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi capi di eserciti, i quali governano con assoluto dominio, pagando solo un tributo al loro capo supremo. Qualche cosa di simile si vide anche negli Arabi, sebbene d'altra indole, d'altra razza, i quali si distesero dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. È una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale sembra potersi distendere all'infinito, sino a che l'amalgama dei vincitori coi vinti non ne comincia la decomposizione, che procede anch'essa rapidamente.
Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non portano nel mondo nuove idee, ma spesso diffondono quelle degli altri popoli coi quali vengono a contatto. Esse sembrano dalla Provvidenza mantenute nelle loro prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza e barbarie, per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli appartenevano gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di quei Magiari che più tardi occuparono l'Ungheria, dove sono anche oggi. Erano Finni, che dimoravano nell'Ural. Nel quarto secolo, spinti forse da altre popolazioni più orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud, con una furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. Nel 374 piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, e dopo averli disfatti, ne aggregarono una parte ai loro eserciti, che così ingrossarono, spingendosi fino alla Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono alquanto, prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore che ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni che ce ne lasciarono i cronisti, nelle leggende che intorno ad essi si formarono. Jordanes, il più antico storico dei Goti, che nella metà del sesto secolo, compilò la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro, e che andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e poligami: «Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono nessun condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. Mangiano cruda la carne, dopo averla tenuta qualche tempo fra le loro gambe e il dorso dei cavalli che cavalcano. Piccoli di statura, agili di membra e robusti, sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, somiglia ad un pezzo informe di carne, con due punti neri e scintillanti, invece di occhi. Hanno pochissima barba, perchè usano tagliar col ferro il viso dei loro bimbi, acciò imparino prima a sopportar le ferite, che a gustare il materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa nel suolo, e sotto forme umane vivono come animali. Nacquero dal connubio di spiriti maligni con streghe cacciate nelle foreste dai Goti, alla cui rovina esse li generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che insegnarono loro la via da tenere nell'andare all'assalto dei Goti. E fu in questo modo. Andando alcuni Unni a caccia, s'imbatterono in una cerva misteriosa, la quale, volgendosi nel suo cammino continuamente indietro, pareva li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva facilmente passarsi la Palude Meotide, scomparve a un tratto, segno manifesto che essa era veramente uno degli spiriti maligni avversi ai Goti.»