Le invasioni barbariche in Italia

Part 33

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Verso la fine del 780 Carlo passava il Natale a Pavia con la moglie Ildegarda, e i figli Carlomanno e Lodovico. Sebbene fosse questa volta venuto in Italia senza un esercito, la sua dimora fu pure importantissima, per le leggi o _capitolari_ che allora pubblicò, cercando di dare assetto definitivo al governo del paese. Alcune di queste leggi, già pubblicate in Francia, vennero ora sanzionate in Italia; altre furono fatte specialmente per essa, e quasi tutte a vantaggio della Chiesa. A questa egli assicurava la riscossione delle decime, aumentava le rendite; cercava di regolare anche il pagamento dei censi che le eran dovuti, di determinare la dipendenza dai metropoliti, e di render sicura l'amministrazione della giustizia per parte dei conti. Tutto ciò, com'è naturale, di pieno accordo e con soddisfazione del Papa, col quale il 15 aprile 781 passava la Pasqua in Roma, dove fece da lui ribattezzare il proprio figlio Carlomanno, che prese allora il nome di Pipino. E perciò d'ora in poi Carlo nelle lettere papali è chiamato sempre _compater noster_. Nello stesso giorno Pipino venne dal Papa consacrato re d'Italia, e Lodovico re d'Aquitania: atto questo di pura forma, giacchè l'uno di essi aveva appena compiuto quattro anni, e l'altro due solamente.

Certo tutto ciò accresceva non poco l'autorità del capo della Chiesa, il quale sembrava assumere ognor più la facoltà di fare e disfare i regni. Ma il potere supremo, effettivo e reale, anche in Italia, rimaneva nelle mani di Carlo, il quale solo firmava i pubblici documenti del regno, che uscivano ora dalla cancelleria franca.

CAPITOLO VIII

Irene governa in Costantinopoli — Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni — Torna in Italia e sottomette il Friuli e Benevento — Combatte gli Avari — Dispute religiose — Morte di Adriano I e suo carattere

Adesso tutto sembrava andare a seconda di re Carlo. In Costantinopoli a Costantino Copronimo era successo Leone IV iconoclasta, ed a questo succedeva nel 786 la vedova Irene, la quale venne incoronata insieme col figlio Costantino VI di soli dieci anni. Ella, che era favorevole al culto delle immagini, ed aveva, come donna, bisogno di consolidare la sua posizione sul trono, fece subito adesione alla Chiesa di Roma, e mandò a Carlo ambasciatori, chiedendo sposa per suo figlio la primogenita del Re, Rotruda, la quale aveva soli otto anni. Così pareva si potesse sperare non solo che a Costantinopoli s'andasse d'accordo coi Franchi, ma che non si dovesse porre alcun ostacolo al libero possedimento concesso alla Chiesa dell'Esarcato, della Pentapoli e delle terre sulle quali essa poteva dimostrare di avere legale diritto. Se non che appunto quando sembrava che si fosse per venire ad accordi, Carlo dovette improvvisamente partire, per ripigliare l'eterna guerra contro i Sassoni, di nuovo violentemente insorti. Egli li vinse e punì severamente, avendone, si dice, in un sol giorno condannati a morte 4500. Ma questo, invece di domarli, li fece insorgere con maggior violenza. Nell'anno 783, in cui perdette prima la moglie e poi la madre, dovè combatterli da capo, e dette finalmente ad essi un'altra decisiva disfatta. Dal campo di battaglia, che lasciò coperto di cadaveri, se ne tornò ricco di preda in Francia, ove diede sepoltura alla madre ed alla moglie, sposandone ben presto un'altra, Fastrada. Nella state del 785 egli dette ai Sassoni una nuova e grande disfatta. Il loro celebre capo Viduchindo, che li aveva sempre guidati, si sottomise e si convertì al cattolicismo, il che fu come il principio della sottomissione e conversione di tutto il popolo. Ma per arrivare a un tal resultato Carlo dovette successivamente spedire contro i Sassoni undici eserciti, nove dei quali furono comandati da lui in persona.

Sebbene in questo mezzo le cose d'Italia fossero andate sempre migliorando, e sempre a vantaggio dei Papi, favoriti da coloro che governavano la Penisola in nome di Pipino, ma sotto l'autorità effettiva di Carlo, pure Adriano I non era soddisfatto. Egli si rallegrava dei trionfi del Re e della conversione dei Sassoni, ma chiedeva con crescente insistenza le _giustizie_ di S. Pietro, senza determinar mai con precisione quali e quante veramente fossero: pareva che le andasse di continuo allargando. Ora insisteva più specialmente sul territorio della Sabina, che era stato, egli diceva, sempre promesso, non però mai reso. E di simili lamenti son piene le sue lettere dal 781 al 783. — Il Re, così concludeva il Papa, aveva fatto fare le sue indagini, per accertarsi dello stato vero delle cose; s'erano per tutto interrogati gli anziani, e dopo essersi venuto in chiaro d'ogni cosa, non s'era poi nulla concluso. — Le stesse domande il Papa faceva alla imperatrice Irene, per quelle terre che erano state tolte alla Chiesa dai Bizantini nella Calabria, in Sicilia e altrove. E procedendo d'una cosa in un'altra, finiva col proporre anche un pieno accordo della Chiesa d'Oriente con quella d'Occidente, «affinchè non continuasse ad esservi ancora un'infausta scissura, quando si parlava sempre di concordia e di amicizia.»

Certo le cose in Italia non erano quiete. Il Papa si doleva sempre di non aver le sue terre; Arichi duca di Benevento, ritenendosi affatto indipendente, minacciava di continuo i vicini per la voglia che aveva d'ingrandire il proprio Stato. Carlo tornava perciò da capo in Italia, e dopo aver passato a Firenze il Natale del 786, continuava il suo cammino verso Roma, avanzandosi alla volta di Benevento. Arichi s'era armato con la intenzione di difendersi in Salerno, dove poteva dal mare ricever soccorso; ben presto però venne ad un accordo col Re. Il Duca si sottomise a lui nel modo stesso in cui i suoi antecessori erano stati sottomessi al re dei Longobardi; pagò un'indennità, e diede in ostaggio il proprio figlio Grimoaldo. Ma ora si turbarono le relazioni con Costantinopoli. Nel 787 andò a monte il matrimonio della figlia di Carlo con Costantino figlio d'Irene, il quale nell'anno seguente sposò una moglie armena. Carlo tuttavia non poteva adesso pensare a ciò, perchè, celebrata la Pasqua del 787 a Roma, dovette tornare in Germania a combattere il duca di Baviera, che in quell'anno finalmente si sottomise del tutto.

Verso la fine del 787 s'udì ad un tratto che nell'antica Calabria era sbarcato Adelchi. Il Papa affermava che questi veniva in aiuto del duca Arichi, con intenzione di metterlo alla dipendenza di Costantinopoli, per poi fare insieme con esso uno sbarco a Ravenna. Ma quali che fossero siffatti disegni, ben presto il duca Arichi e suo figlio Romualdo morivano, lasciando al governo la vedova Adalberga, accorta e risoluta, che parteggiava manifestamente pei Franchi. Ella chiese a re Carlo che liberasse l'altro suo figlio Grimoaldo, tenuto sempre in ostaggio. Questi fu rimandato, e subito prese possesso del Ducato, senza punto occuparsi del Papa, nè delle richieste che esso continuamente faceva di terre, di diritti, di giustizie di S. Pietro. Il Duca s'apparecchiava intanto alla guerra contro i Bizantini, d'accordo con Carlo, occupato sempre in Germania ove ben presto dovette combattere gli Avari. Questi erano gli avanzi che, scampati alla rovina del loro impero ai tempi di Eraclio, s'erano rifugiati nella Pannonia, e per un momento ancora ricompariscono sulla scena, avanzandosi un momento sino al Friuli.

Nel 788 soldati bizantini sbarcavano nell'Italia meridionale in aiuto di Adelchi; e contro di essi marciavano insieme con alcuni Franchi mandati da Carlo, Grimoaldo coi suoi Beneventani e Ildebrando cogli Spoletini. I Bizantini furono ricacciati in Sicilia; Adelchi si ritirò, senza che se ne sentisse più parlare. E per tutti questi fatti la potenza e l'autorità di Carlo ne crebbero a dismisura in Italia. Egli dimostrava però sempre una grandissima deferenza verso il Papa, così nelle grandi come anche nelle piccole cose. Gli chiedeva perfino, quasi ad autorità superiore nell'Esarcato, il permesso di esportare da Ravenna alcuni marmi e mosaici, per servirsene nelle costruzioni che voleva fare in Aquisgrana ed altrove.

La sua operosità pareva che non dovesse aver mai posa: ogni giorno sorgevano nuovi pericoli, ai quali egli prontamente riparava. Nel 791 era occupato nella guerra contro gli Avari in Germania e nel Friuli. Nel 792 dovè reprimere una congiura del suo figlio naturale Pipino, detto il gobbo, il quale si ribellò perchè era assai scontento d'essere stato escluso dalla successione al trono a vantaggio, come sembrava credere, del fratello legittimo, a cui s'era, già lo vedemmo, dato recentemente lo stesso suo nome. Ma ben presto fu vinto e chiuso in un convento. Anche Spoleto e Benevento davano assai da fare colle loro continue minacce di ribellione.

A questo tempo appunto, quando cioè gli Avari minacciavano il Friuli, dovrebbe riferirsi il fatto cui accenna una carta, che ha la data dell'824. Volendosi restaurare le mura di Verona per metterla in istato di difesa, sarebbe sorta una grave disputa tra la città ed il Vescovo, a cui essa voleva imporre un terzo della spesa, quando egli credeva di esser tenuto a pagarne solo un quarto. Si venne perciò ad una specie di giudizio di Dio, il quale riuscì a favore del Vescovo. Da una tal narrazione s'è voluto dedurre, che fin d'allora esistesse un principio d'autonomia in qualcuna delle città longobarde. Ma non si è punto sicuri che la carta sia autentica, ed assai probabilmente essa accenna a fatti di tempi posteriori.

Nel por mano alla sua opera legislativa e di organizzazione dello Stato, Carlo si occupò continuamente della organizzazione della Chiesa ed anche delle questioni religiose. Nel 794 radunava un Sinodo a Francoforte, pigliando parte vivissima alle dispute teologiche. In una di esse combattè la così detta dottrina dell'_Adozianismo_, che era venuta di Spagna, ed ammetteva la doppia natura di Gesù Cristo, dichiarando che, come Verbo, era sostanzialmente figlio di Dio, come uomo era figlio solo per grazia e libera volontà del Padre. L'altra disputa religiosa, non meno vivace, fu d'indole diversa. Il settimo Concilio generale tenuto a Nicea (787), nel sanzionare il culto delle immagini, aveva ammesso che alle immagini dei Santi si dovesse come alla Croce rivolgere la preghiera, accendere i lumi, bruciare l'incenso. Tutto ciò poteva non sembrare eccessivo in Oriente, dove s'accendevano i lumi e si bruciava l'incenso anche dinanzi all'immagine dell'Imperatore; ma così non era in Occidente. E la cosa divenne anche più grave, quando nel tradurre, per ordine di papa Adriano, le conclusioni del Concilio, alla parola _onorare_ i Santi, quale era nell'originale, si sostituì l'altra ben diversa, _adorare_. E quindi il Re con ragione, dopo essersi opposto all'Adozianismo, si oppose anche alla pretesa che ai Santi si prestasse lo stesso culto in forma di _latria_, dovuto alla Trinità. Se non che questo era un combattere mulini a vento, essendosi a Nicea parlato di _onorare_, non di _adorare_. Il Papa perciò, senza consentire alla condanna (e non avrebbe potuto) delle recenti conclusioni di Nicea, non le approvò neppure. E ciò egli fece, non solamente per la forma insolita che avevano, ma anche perchè voleva far conoscere il suo malcontento a Costantinopoli, dove non mostravano nessuna voglia di restituire le terre che egli diceva usurpate alla Chiesa nell'Italia meridionale. In sostanza si dimostrò contento delle deliberazioni prese a Francoforte. Il 10 agosto dello stesso anno 794, re Carlo perdeva la moglie Fastrada, e subito dopo dovette ripigliare ancora una volta la guerra sassone, che fu continuata energicamente nel 795.

Il giorno di Natale del medesimo anno moriva Adriano I, sotto il cui papato erano, come abbiam visto, seguiti avvenimenti di grande importanza, sebbene non sempre per sua personale iniziativa. È ben vero che egli chiamò in Italia re Carlo, il quale distrusse il regno longobardo ed iniziò il potere temporale dei Papi; ma pareva che ciò fosse avvenuto più per forza inevitabile delle cose, che per opera personale di lui. Nelle lettere a Carlo egli ricordava sempre Costantino, «che aveva fatto la gran donazione, perchè non era giusto che l'Imperatore terreno esercitasse la propria potestà là dove l'Imperatore celeste aveva costituito il suo principato sacerdotale.» E teneva tanto alla propria autorità, che si dolse col Re, quando questi accolse alcuni abitanti della Pentapoli, i quali erano andati a lui senza averne ricevuto il permesso dal Papa. «Come i Franchi, egli scriveva, non vengono a Roma senza licenza del Re, così costoro non avrebbero dovuto andare in Francia senza licenza del Papa. E come questi rispetta il Patriziato del Re, così il Re dovrebbe rispettare quello di S. Pietro.» Nè voleva ammettere che Carlo s'ingerisse negli affari di Ravenna, perchè l'Esarcato e la Pentapoli appartenevano ormai a S. Pietro. Ma queste erano tutte più o meno teorie; padrone di fatto era il Re. Adriano potè evitare molti pericoli, riconoscendo il vero stato delle cose, e sottomettendosi con prudenza alla necessità, non ostante le sue proteste e le continue riserve per mantenere intatti i diritti della Chiesa. Il suo successore, che fu d'un carattere più intransigente, e rispettava un po' meno le apparenze, ebbe ben presto, come vedremo, a soffrirne gravi conseguenze.

CAPITOLO IX

Elezione di Leone III — Ambasceria franca a Roma — Irene imperatrice — Gravi tumulti in Roma — Il Papa a Padeborn — Suo ritorno a Roma — Carlo viene a Roma, dove è coronato imperatore dal Papa, il giorno di Natale 800

Il giorno dopo la morte di Adriano I veniva eletto Leone III, consacrato il 27 dicembre 795. Il suo predecessore, che nel 772 datava ancora le Bolle pontificie secondo gli anni in cui l'Imperatore aveva governato, cominciò, dopo che Carlo fu padrone d'Italia, a datarle secondo gli anni del proprio pontificato, riconoscendo però sempre la superiore autorità dell'Imperatore. Leone III invece le datò subito secondo gli anni del regno di Carlo «re dei Franchi e dei Longobardi, Patrizio dei Romani, dopo la sua conquista d'Italia.» Così fu rotto il legame della Chiesa con Costantinopoli, da cui il nuovo Papa veniva di fatto a dichiararsi indipendente. Il suo primo atto fu di annunziare a Carlo la morte del predecessore e la propria elezione, inviandogli le chiavi d'oro di S. Pietro e la bandiera della città di Roma, come a Patrizio, di cui egli senza esitare riconosceva la superiore autorità. Lo invitava nel medesimo tempo a mandar suoi messi in Roma, per ricevere il giuramento di fedeltà dal popolo.

Il concetto che Leone III s'era formato del nuovo stato di cose lo fece chiaramente vedere anche nel celebre mosaico da lui ordinato, per metterlo nel triclinio del Laterano. Esso è ora scomparso, ma una riproduzione, fatta nel 1743 da una copia in disegno, se ne vede oggi nella Piazza di Porta S. Giovanni in Laterano, vicino alla basilica, sul muro esterno dell'edifizio della Scala Santa. Di là le figure di quel mosaico sembrano contemplare, attraverso la Campagna, gli uliveti di Tivoli, e più lungi ancora gli Appennini umbri e sabini, il cui diafano colore di tanto in tanto, durante l'inverno, sparisce sotto la cortina di neve che li ricopre. Esso è diviso in tre compartimenti. In quello di mezzo, che è il più ampio, si vede la figura maestosa di Cristo circondato dagli Apostoli, che manda pel mondo a predicare il Vangelo. Una mano è distesa a benedire, l'altra tiene un libro su cui è scritto: _Pax vobis_. Nel compartimento a destra si vede di nuovo Cristo che siede tra papa Silvestro e l'imperatore Costantino, i quali, in assai più piccole proporzioni, sono inginocchiati ai due lati. Nel compartimento a sinistra la grande figura di S. Pietro sta con le chiavi sulle ginocchia, e ai due lati sono inginocchiati Leone III e re Carlo, anch'essi in piccole proporzioni. San Pietro dà al Papa una stola, ed al Re la bandiera di Roma. Sotto si legge: _Beate Petre donas vitam Leoni PP. et bictoriam Carulo Regi donas_.

All'ambasceria mandata da Roma, Carlo rispondeva con un'altra, di cui parte principale era l'abate Angilberto, noto per la sua dottrina ed il suo amore alla poesia, che gli fecero dare il soprannome di Omero. Le istruzioni avute erano assai semplici. Doveva ricordare al Papa la necessità di «serbare la santità della vita, e di provvedere alla osservanza dei sacri canoni.» Ed il Re scriveva poi direttamente ad Adriano: «Angilberto viene a discorrere con Voi di tutto ciò che crederete necessario alla esaltazione di Santa Chiesa e di Dio, alla stabilità del vostro onore e del nostro Patriziato. Noi vogliamo con Voi, come già col vostro predecessore, stringere patti d'alleanza, ed avere la vostra benedizione. Spetta a noi, mercè l'aiuto di Dio, difendere di fuori con le armi la Chiesa contro i pagani e gl'infedeli, proteggerla dentro con la conservazione della cattolica fede. Spetta a voi, o Santo Padre, assistere le nostre milizie, con le mani levate al cielo, come Mosè, affinchè il popolo cristiano possa conseguire vittoria contro i nemici di Cristo.» Carlo prendeva adunque l'attitudine non solamente di protettore del Papa, ma anche di sostenitore della vera fede. L'ammonizione sulla necessità di serbare il buon costume, dimostrava che era giunta in Francia notizia delle molte e gravi accuse che in Roma si movevano al Papa dai suoi nemici e calunniatori.

Tutto intanto continuava ad andare a favore del Re, ed insieme con la fortuna cresceva l'animo suo e dei suoi seguaci. Il suo dotto consigliere Alcuino gli ricordava continuamente, che era stato chiamato da Dio ad essere non solo il più potente sovrano del mondo, ma anche il sostenitore della vera fede. Adesso non c'era più da temer nulla dall'Impero d'Oriente, divenuto tale che nessuno osava parlarne senza arrossire. Di là non poteva minacciare nessun pericolo, nessuna opposizione alla soverchiante potenza di Carlo. Irene aveva cominciato a governare col figlio Costantino VI, tenendolo sottoposto sino ad umiliarlo non solo, ma anche a batterlo. Egli se ne emancipò finalmente, escludendola dal governo, e confinandola. Ma era così debole, così dissoluto, capriccioso e violento, che nel 797 una rivoluzione rimise sul trono la madre, la quale potè non solamente deporlo, ma anche adoperare contro di lui ogni violenza, facendogli da ultimo cavare gli occhi: non riuscì però a farlo morire come aveva sperato. Non solo adunque sul trono di Costantinopoli si trovava una donna, il che non era mai sino allora seguito, e pareva perciò enorme; ma questa donna, colla sua condotta verso il figlio, aveva dimostrato di essere un mostro.

Nè andavano gran fatto meglio le cose a Roma, dove la debolezza dell'Impero e la lontananza di Carlo avevano di nuovo fatto scatenare selvagge passioni. I _judices de clero_, e i _judices de militia_, che già da qualche tempo comandavano nella Città, si sollevarono. I primi, come già vedemmo, eran ricchi prelati, amici o parenti dei Papi. Di mezzo ad essi si sceglievano i sette ministri che reggevano la Curia, ed amministravano gl'interessi della Chiesa; ed alla loro testa si trovava il _Primicerius_, che nelle pubbliche cerimonie veniva subito dopo il Papa. Quest'ufficio, sotto Adriano I, la cui famiglia, già nobile e potente, divenne allora potentissima, era stato tenuto da suo zio Teodato, che ebbe anche il titolo di _Consul et Dux_. Gran potere avevano avuto pure i due nipoti del Papa, Teodoro e Pasquale, il secondo dei quali fu, dopo Teodato, nominato Primicerio, ed alla morte di Adriano ritenne l'ufficio, giacchè secondo l'usanza esso non mutava col mutare dei Papi. S'era quindi assuefatto a farla da padrone, e veniva perciò avversato da Leone III, di cui era naturalmente nemico. Egli ed il sacellario Campulo (forse altro nipote del Papa defunto) si posero alla testa dei _judices de clero_, e dei _judices de militia_, i quali ultimi, formando l'aristocrazia laica, comandavano l'esercito; e tutti insieme volevano ora impadronirsi affatto del governo della Città.

Il 25 di aprile 797, giorno di S. Marco, destinato alla processione delle solenni litanie, Leone III, accompagnato da Pasquale e da Campulo, s'avanzava a cavallo, seguito dal clero, per la via che da S. Giovanni in Laterano conduce a S. Lorenzo in Lucina. Appena che furono giunti a S. Silvestro in Capite, sbucarono colle armi sguainate i congiurati, che assalirono il Papa, gettandolo giù da cavallo e ferendolo. Cercarono poi, secondo la barbara usanza bizantina, di accecarlo e di strappargli la lingua, lasciandolo a terra semivivo. Pasquale e Campulo, che eran d'accordo coi congiurati, s'unirono con essi, e chiusero il Papa nel vicino convento; poi, per maggiore sicurezza, lo condussero a Sant'Erasmo sul Celio. La leggenda vuole che colà egli miracolosamente riacquistasse gli occhi e la lingua, che la storia invece crede non avesse mai perduti. I congiurati non osarono procedere alla elezione d'un nuovo Papa, tanto più che essi non avevano cospirato contro il capo della Chiesa, ma contro il signore della Città. Essendo Leone III guarito ben presto delle sue ferite, fu da alcuni dei suoi famigliari, tra cui il ciambellano Albino, calato con funi dalle mura del convento, e menato in S. Pietro. Colà venne il duca di Spoleto, Guinigildo, coi suoi armati, in compagnia d'un messo di re Carlo, e lo condussero a Spoleto. Un'ambasceria fu subito mandata in Francia, per render conto al Re dell'accaduto, aggiungendo che il Papa voleva parlargli. Carlo rispose che sarebbe subito venuto in persona, se non fosse stato trattenuto da una nuova spedizione contro i Sassoni. Lo aspettava perciò a Padeborn, ed avrebbe inviato ad incontrarlo l'arcivescovo Ildibaldo di Colonia, il conte Ascario ed il proprio figlio Pipino re d'Italia, che lo avrebbero, per maggior sicurezza ed onore, accompagnato fino a lui. Il viaggio del Papa, in compagnia di molti prelati, fu trionfale. Incontrò prima l'Arcivescovo, poi Pipino, che con una parte dell'esercito lo accompagnò a Padeborn, dove Carlo lo accolse solennemente, alla testa delle sue schiere, le quali ricevettero in ginocchio la benedizione papale. Il Re lo intrattenne poi con grandi feste, e gli fece anche larghi donativi.

Da Roma, dove la rivoluzione imperversava, continuavano intanto ad arrivare gravissime accuse contro il Papa, e si pregava il Re che volesse sottoporlo ad un giudizio, perchè si trattava di colpe tali da doverlo deporre, se non riusciva a dimostrarsene innocente. La cosa appariva infatti tale che Carlo, sebbene trattenuto dalle cure della guerra, par che si decidesse a consultare l'opinione del suo fido Alcuino circa l'opportunità di continuare in persona la guerra, o recarsi invece subito a Roma, per provvedere allo stato ivi sempre incerto e tumultuoso delle cose. Ed Alcuino allora scrisse al Re una lettera assai notevole, in cui gli diceva: «Fino ad ora vi sono state nel mondo tre potestà: il Vicario di San Pietro, sacrilegamente oggi ingiuriato e maltrattato; l'Imperatore, laico, dominatore della nuova Roma, il quale, in modo non meno barbaro, venne balzato dal trono, su cui fu messa una donna; e finalmente la regia dignità da Gesù Cristo a Voi affidata, per reggere il popolo cristiano. Essa ora sovrasta a tutti in sapienza e potenza; in Voi perciò è riposta la salute della Cristianità. Bisogna che prima pensiate a portare rimedio al capo (_cioè Roma_), per pensare dopo a guarire i piedi (_cioè i Sassoni e gli altri nemici_), i cui mali son sempre meno pericolosi.»