Le invasioni barbariche in Italia

Part 30

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Se si getta ora uno sguardo a tutto quello che abbiam detto finora, si vedrà subito quante e quanto gravi ragioni spingessero i Papi a favorire i Franchi, per esserne poi protetti. Ma Zaccaria III, che voleva star bene con tutti, s'era incontrato con Liutprando, ed aveva fatto ogni opera per concludere con lui una pace durevole. Il re longobardo gli aveva promessa la restituzione dei beni patrimoniali usurpati alla Chiesa nell'Esarcato, nella Pentapoli ed altrove; aveva promesso anche di ripigliare e restituire al Papa i quattro castelli che nel Ducato romano erano stati indebitamente occupati da Trasimondo. Se non che, appena fissate queste condizioni d'una pace che doveva durare venti anni, occupò invece lo Spoletino, e lo dette ad un proprio nipote; pose a Benevento Gisulfo il figlio di Romualdo II (742). Poco dopo, avuto a Terni un altro colloquio col Papa, restituì i castelli e mantenne la più parte delle promesse fatte. Ma nel 743, essendo tornato a Pavia, di nuovo mandò l'esercito nell'Esarcato, contro Ravenna. E di nuovo stava per cedere alle preghiere di papa Zaccaria, che andò a visitarlo in Pavia nel 742, quando nel gennaio del 744 morì.

Gli successe il figlio Ildebrando, che si dimostrò assai inetto, e fu subito sostituito da Rachi, duca del Friuli, che regnò cinque anni, dei quali si sa assai poco: ritiratosi più tardi dal mondo, vestì l'abito monacale. Allora ascese al trono Astolfo, valoroso, impetuoso in guerra, ma politico assai poco accorto; e s'avanzò verso Ravenna che prese, ponendo in tal modo fine all'Esarcato. Subito dopo si diresse minaccioso verso Roma nel 752, quando era già morto Zaccaria. Allora fu eletto Stefano II, che morì tre giorni dopo. Il successore prese lo stesso nome, e per la brevità del Papato di colui che lo aveva preceduto, venne chiamato anch'egli Stefano II e non III (752-57). Questi che fu uomo di molto valore politico, uno dei grandi Papi, mandò subito ambasciatori ad Astolfo per conchiudere un'altra pace, che doveva durare quarant'anni, e venne rotta invece dopo quattro mesi, senza possibilità di rinnovarla (752). Alle ripetute ambascerie il re longobardo rispondeva con minacce contro il Ducato romano. Da questo lato adunque non v'era adesso nulla da sperare.

Il Papa trattava perciò con Costantinopoli, donde arrivava ambasciatore il silenziario (capitano della guardia imperiale) Giovanni; e lo mandò col proprio fratello Paolo ad Astolfo, provandosi a chiedere la retrocessione dei possessi e delle città indebitamente occupate nell'Esarcato e nella Pentapoli: _ut Reipublicae loca_.... _usurpata proprio restitueret dominio_.[42] Ma Astolfo rispose che di ciò avrebbe trattato, per mezzo di suoi ambasciatori, direttamente coll'Imperatore. Il Silenziario allora tornò indietro, ed il Papa mandò con lui i suoi messi a Costantinopoli, per dire che era omai inutile fidarsi dei Longobardi; piuttosto era il caso di spedire un esercito per difendere Roma e l'Italia contro le loro aggressioni. Finora dunque le relazioni del Papa coll'Imperatore appaiono amichevoli. A questo infatti Stefano II si rivolgeva quando Astolfo, dopo d'avere occupato l'Esarcato, _fremens ut leo_, minacciava di tutta la sua ira Roma ed il popolo romano. Il pericolo era veramente grande e vicino. Il Papa fece infatti solenni preghiere e litanie, andando in processione con gran seguito, scalzo e coperto di cenere, a S. Pietro, a S. Maria Maggiore, a S. Paolo, portando innanzi, sospeso ad una croce, il patto di pace violato da Astolfo. Da Costantinopoli non veniva intanto nessun aiuto, nè c'era speranza che venisse. Lo stato delle cose pareva disperato.

Si presentava quindi più che mai naturale il pensiero di rivolgersi ai Franchi. Pipino non poteva dimenticare che ai Papi doveva la sua consacrazione. A lui dunque Stefano II si rivolse, facendogli sapere che desiderava andare solennemente a visitarlo; ma voleva prima essere invitato, sia per rispetto alla propria dignità, sia per essere garantito contro gli ostacoli che al suo viaggio poteva mettere Astolfo. Il re non esitò a manifestare il suo buon volere; prima però di dare un passo che avrebbe potuto obbligarlo a far poi la guerra, volle esser sicuro dell'assenso dei Grandi, senza i quali non sarebbe stato facile, quando la necessità se ne presentasse, di condurre l'esercito in Italia. I magnati franchi non potevano avere ragione di speciale avversione contro i Longobardi, che, appena invitati, s'erano mossi per venir loro in aiuto nella guerra contro gli Arabi. A quei Grandi perciò il Papa, che era anche politico accortissimo, scrisse una lettera che ci è rimasta, esortandoli a non venir meno all'amore verso S. Pietro e la Chiesa. Quando Pipino li convocò in assemblea, fu subito deliberato d'inviare a Roma una solenne ambasceria, con le più ampie assicurazioni, per invitare il Papa a venire in Francia. Ambasciatori furono due grandi dignitari franchi, Crodegango vescovo di Metz ed il _gloriosissimo_ duca Auticario. Essi arrivarono a Roma nel 753, quando i Longobardi di Astolfo s'erano impadroniti di Ceccano, che faceva parte del Ducato di Roma. Poco prima (settembre 753) era tornato da Costantinopoli il silenziario Giovanni, con la missione d'invitare il Papa a recarsi in persona da Astolfo, per indurlo a restituire all'Impero le terre che gli aveva tolte. Ed il 14 ottobre 753 Stefano II insieme col Silenziario, con i due ambasciatori franchi e con gran seguito, andò a Pavia per tentar di persuadere Astolfo a restituire a chi di diritto, _propria restitueret propriis_,[43] le terre indebitamente usurpate. Ma non si concluse nulla, perchè Astolfo accettò i doni che gli furono recati, e ricusò ogni concessione.

Il Papa allora continuò il suo cammino, e nonostante ogni tentativo contrario fatto dal re longobardo per dissuaderlo, passate le Alpi, andò in Francia. Nel mese di dicembre, quando era ancora cento miglia lontano dalla villa di Ponthion, fra Vitry e Bar-le-Duc, incontrò il giovanetto Carlo primogenito del Re, quegli che fu poi noto nella storia col nome di Carlo Magno. Il 6 gennaio 754 incontrò il Re stesso che, sceso da cavallo, lo accompagnò per un buon tratto. Assai solenne fu l'ingresso in Ponthion, fra una moltitudine festante, che cantava sacri inni. Non erano appena entrati nel palazzo, che il Papa chiese al Re che volesse egli personalmente difendere la causa di S. Pietro e della Repubblica romana, _causam Beati Petri et Reipublicae Romanorum_. Ed il Re senza esitare giurò di «restituire in ogni modo l'Esarcato e gli altri luoghi e diritti della Repubblica». Come mai questo mutamento di linguaggio? Dopo avere chiesto la restituzione delle terre all'Impero, si parla invece di S. Pietro e della Repubblica dei Romani; e d'ora in poi si continua a parlar sempre della Repubblica, di S. Pietro e della santa Chiesa di Dio, lasciando l'Impero assolutamente da parte.

Dopo l'esplicito rifiuto di Astolfo, era chiaro che la restituzione delle terre richieste si poteva ottener solo colle armi. Ed il Papa, che naturalmente pensava sopra tutto ai casi suoi, arrivato in Francia, dovette accorgersi con gran piacere, che se Pipino era ben disposto ad aiutar lui e la Chiesa, non aveva nessuna voglia di fare una guerra nell'interesse dell'Imperatore. Le terre che gli fosse riuscito di prendere colle sue armi, quando non le avesse egli ritenute per diritto di conquista, avrebbe potuto darle, in forza del sentimento religioso, alla Chiesa ed al suo Capo, non però mai ad altri. Anche i Longobardi, piuttosto che vederle in mano dei Franchi o dell'Imperatore, avrebbero preferito che fossero concesse al Papa, a cui più facilmente potevano sperare di ritoglierle. Era perciò naturale che Stefano II, uomo assai accorto, cercasse profittare di un tale stato di cose. E quindi nei suoi discorsi, nelle sue lettere, invece di restituzione all'Impero, cominciò a parlare di restituzione a Roma, a S. Pietro, alla Chiesa. Pipino intanto lo aveva invitato a passar l'inverno nella Badia di S. Dionigi, presso Parigi, e di là così l'uno come l'altro fecero ripetuti, ma vani tentativi d'indurre Astolfo a volere, per evitare ogni effusione di sangue, pacificamente «restituire alla Repubblica, alla santa Chiesa i suoi diritti, le sue proprietà.» In sostanza par che si chiedessero ora pel Papa l'Esarcato e la Pentapoli, che dai Longobardi erano stati tolti all'Impero. L'idea di succedere a questo in Italia era balenata nella mente dei Papi fin dal momento in cui Astolfo aveva occupato l'Esarcato. Non volevano che, impadronendosi di esso e della Pentapoli, i Longobardi divenissero troppo potenti. E se Pipino, dopo aver conquistato quelle province, avesse ricusato di restituirle all'Impero, l'occasione sarebbe stata opportunissima per rendere potente la Chiesa, facendole dare ad essa. E così fu che invece d'Impero si cominciò a parlare di Repubblica e di popolo romano, che, secondo le idee del tempo, erano sotto la speciale protezione di S. Pietro, rappresentato in terra dal Papa, capo visibile della Chiesa. Il popolo romano aveva eletto l'Imperatore, ed eleggeva il Papa; era una cosa sola coll'Impero e con la santa Repubblica, la quale, nel linguaggio comune, si confondeva allora colla Chiesa. Sostituire quindi all'Impero la Chiesa ed il Papa pareva la cosa più semplice e naturale del mondo. Anche le quattro terre o castelli, che da Liutprando erano stati tolti al Ducato romano, il quale, teoricamente almeno, era già tenuto come legittimo possesso del Papa, furono dallo stesso Liutprando restituiti «a S. Pietro.»

Il vero è che Astolfo, senza punto occuparsi di queste sottili distinzioni, non voleva ceder nulla a nessuno. Bisognava quindi fare la guerra. Pipino radunò i Grandi in due assemblee, tenute la prima il giorno 1º marzo 754 a Braisne, non lungi da Soissons, e la seconda il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy, presso Laon. In questa fu deliberata la guerra. Si parla anche d'uno scritto, nel quale Pipino avrebbe allora fatto solenne promessa, che le terre le quali egli si proponeva di conquistare, sarebbero da lui restituite al Papa. Della esistenza di un tale scritto alcuni dubitano non poco; certo è però che, scritta o non scritta, la promessa fu fatta, e venne poi mantenuta.

Le ansietà del Papa erano state in questo tempo grandissime. L'aver dovuto passare le Alpi nella fine di autunno, il crudo inverno della Francia, le continue opposizioni che alcuni dei Grandi avevano fatte alla guerra, erano state più che sufficienti a turbarne l'animo ed alterarne la salute. A tutto ciò s'aggiunse che, in questo mezzo appunto, Carlomanno, il fratello di Pipino, per istigazione, a quanto pare, di Astolfo, uscito improvvisamente dal convento di Montecassino, era venuto in Francia a perorare presso il fratello la causa longobarda. Il che aumentò lo sgomento del Papa, ed irritò non poco anche Pipino, il quale naturalmente temeva che questa venuta potesse ridestare nei figli di suo fratello la speranza di succedere al trono paterno. Ma che cosa poteva mai fare un frate contro l'autorità del Papa, e contro la forza del Re, che ormai era padrone di tutto il regno riunito? Carlomanno infatti fu ben presto costretto a rinchiudersi in un convento di Vienne presso il Rodano, dove poco dopo morì. Anche i suoi figli dovettero prendere la tonsura.

Fra tante angoscie Stefano II finalmente s'ammalò, e durante la malattia gli apparvero, secondo la leggenda, S. Dionigi, S. Pietro e S. Paolo, che gli promisero guarigione perfetta, a condizione che facesse erigere un nuovo altare in S. Dionigi. Ed il 28 luglio 754 non solamente l'altare era costruito, ma nella stessa chiesa si compieva un atto solenne, il quale dimostrava la grande accortezza e perseveranza del Papa. In questa stessa chiesa egli consacrava ed incoronava Pipino e la moglie Bertrada, consacrava anche i due figli Carlo e Carlomanno. Ma Pipino, si può qui domandare, non era stato già coronato, non era stato consacrato da S. Bonifazio per ordine del Papa? A che fine ripeter la cerimonia? Non solamente la consacrazione per mano propria del Papa era assai più autorevole; ma questi, consacrando anche la regina ed i figli del Re, consacrava addirittura la dinastia. Quel giorno infatti, sotto pena di scomunica, egli imponeva ai Grandi franchi di non mai più eleggere nell'avvenire un re «che fosse disceso da altri lombi». Così erano per sempre messi da parte non solo i diritti dei Merovingi, ma quelli ancora che potevano avanzare i figli di Carlomanno.

Oltre di ciò Stefano II, nel consacrare Pipino, gli dette anche il titolo di Patrizio, cosa che ha fatto molto disputare, perchè questo era un titolo dato solo dall'Imperatore a grandissimi personaggi come Odoacre, Teodorico, gli Esarchi; ed ora veniva concesso dal Papa a Pipino, senza che l'Imperatore protestasse. Qualcuno ha supposto che questi avesse dato a Stefano l'incarico di conferirlo, quando lo aveva inviato a chiedere la restituzione delle terre all'Impero. Arrivato però il Papa in Francia, e conosciuto lo stato vero delle cose, mutato animo, decidendosi a prendere esso in Italia il posto dell'Impero, avrebbe creduto anche di poter conferire in suo proprio nome il titolo di Patrizio. Questo titolo era semplicemente onorifico, ma soleva darsi solo a chi aveva già un altissimo ufficio; ed il Papa lo dava a re Pipino come a difensore della Chiesa. Questi infatti è d'ora in poi chiamato indistintamente Patrizio o Difensore della Chiesa.

CAPITOLO IV

Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi — Donazione dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa — Muore Astolfo — Desiderio re dei Longobardi — Disordini in Roma — Elezione di Paolo I e sua morte

Nell'estate del 754, poco dopo la sua consacrazione, Pipino raccolse l'esercito per l'impresa d'Italia, non senza fare un ultimo tentativo di risolvere pacificamente la gran lite, promettendo ad Astolfo anche buona somma di denaro. Ma fu tutto inutile, e l'esercito franco dovè porsi in cammino. I Franchi s'avanzarono con alla testa il loro Re; li accompagnava il Papa col suo cappellano, con l'abate Fulrado di S. Dionigi, e con altri prelati. Passato il Cenisio, alle Chiuse presso Susa, vi fu uno scontro nel quale l'avanguardia dei Franchi sostenne l'urto di tutto l'esercito longobardo, che nella ristrettezza del luogo non potè spiegare le proprie forze, e fu così fieramente battuto, che la disfatta venne attribuita a miracolo.

Astolfo dovette allora ritirarsi a Pavia, dove fu ben presto assediato e costretto a venire a patti, che furono: restituire Ravenna e diverse altre città, con la promessa di non più molestare il Ducato romano, dando in garanzia quaranta ostaggi. E questi patti, secondo il Libro pontificale (I, 451), sarebbero stati formulati in una _pagina scritta_. Le terre così ottenute vennero da Pipino cedute al Papa, che ormai senza più esitare cercava di sostituirsi in Italia all'Imperatore. Più volentieri, più risolutamente che mai lo faceva adesso che questi aveva radunato un sinodo (753), il quale condannò il culto delle immagini, dichiarandolo nuova idolatria. Ma quando i Franchi ed il Papa si furono ritirati, ciascuno a casa sua, Astolfo, dopo che ebbe ceduto Narni ai Franchi, non solamente violò i patti, senza ceder più nulla a nessuno; ma s'avanzò col suo esercito nel Ducato romano, saccheggiando perfino le chiese. Il 1º di gennaio 756 egli era sotto le mura di Roma, e minacciava che se non gli aprivano le porte, e non gli davano nelle mani la persona stessa del Papa, avrebbe messo i cittadini a fil di spada.

Stefano II allora mandava a Pipino lettere sopra lettere, con solenni ambascerie, descrivendo le «stragi e le iniquità dei nefandissimi Longobardi». L'ultima di queste lettere era indirizzata al Re ed ai suoi figli, in nome addirittura di S. Pietro, il quale, dopo aver detto che le ingiurie recate alle popolazioni, ai luoghi sacri e profani erano tali che le pietre stesse ne avrebbero pianto, finiva invocando il pronto aiuto del popolo franco, eletto da Dio a difesa della Chiesa. Ogni indugio diveniva adesso una grave colpa, di cui si sarebbe dovuto rendere stretto conto a Dio.

Pipino non fu sordo all'invito del Santo, e nella primavera del 756 mosse di nuovo per la stessa via contro Astolfo, che, abbandonato l'assedio di Roma, durato già tre mesi, corse a Pavia. Di là mandò l'esercito contro i Franchi; ma questi, passato il Cenisio, dettero una nuova rotta al nemico, e procedettero oltre. Nel suo cammino Pipino s'incontrò con un ambasciatore che veniva da Costantinopoli, e che si provò a persuaderlo di restituire all'Impero le terre indebitamente occupate dai Longobardi. Egli allora rispose chiaro, che non era venuto in Italia a far la guerra «per nessun interesse mondano, in favore di nessun uomo; ma per amore di S. Pietro e venia de' suoi peccati.» Dopo di che andò all'assedio di Pavia, dove Astolfo dovette ben presto arrendersi di nuovo. E questa volta naturalmente i patti furono assai più duri che nel 754. Oltre una forte contribuzione di guerra ed un annuo tributo, dovette cedere un maggior numero di città, e dar nuovi ostaggi. Il Libro pontificale dà la lista di queste città, comprendendovi Comacchio, Ravenna, tutto il paese fra l'appennino ed il mare, da Forlì a Sinigaglia: la Marca d'Ancona, Faenza, Bologna, Imola e Ferrara non vi sono comprese. Si tratta in sostanza dell'Esarcato e della Pentapoli, quali però erano stati ridotti dopo le conquiste fatte dai Longobardi prima di Astolfo. L'abate Fulrado fu allora incaricato d'andare personalmente, con buon numero di soldati franchi, a prendere la consegna delle città, facendosi dare le chiavi, e per maggiore sicurezza anche nuovi ostaggi. Le chiavi furono in Roma consegnate al Papa insieme con l'atto di donazione «a S. Pietro, alla Santa Repubblica romana, ed a tutti i successivi pontefici». Questa donazione scritta fu messa nella Confessione di S. Pietro, e vi si trovava ancora, secondo l'autore della vita di Stefano II, quando egli scriveva (L. P., I, 453). Ben presto, come vedremo, i Papi cominciarono a chiedere assai di più.

In quello stesso anno 756, pochi mesi dopo che Pipino s'era ritirato in Francia, Astolfo moriva. Egli era stato un sincero cattolico, aveva fondato chiese e conventi, e se aveva portato via dalla Campagna romana reliquie e corpi di Santi, lo aveva fatto per averli nelle chiese del suo regno: tuttavia era stato in lotta continua col Papa. Valoroso in guerra, seguì anch'egli, come la più parte dei re longobardi, una politica capricciosa ed inconseguente, che lo condusse nella seconda parte del suo regno a perdere tutto quello che aveva guadagnato nella prima. Alla sua morte vi fu tra i Longobardi una minaccia di guerra civile, a causa della successione. Rachi uscì dal convento di Montecassino, per tentar di succedere al fratello; ma ebbe a competitore Desiderio duca di Toscana, che, mediante larghe promesse al Papa, ne ottenne il favore. Questi indusse Rachi a tornarsene nel suo convento; scrisse a Pipino esaltando i meriti di Desiderio, e le molte promesse che aveva fatte alla Chiesa; pregava perciò anche lui di volerlo favorire e d'incoraggiarne le buone intenzioni. Si trattava adesso, diceva il Papa, di condurre a compimento la bene incominciata impresa, facendo restituire a S. Pietro ed alla Chiesa anche le terre che prima di Astolfo avevano fatto parte dell'Esarcato e della Pentapoli. Non era possibile governare quel paese, tenendo separate popolazioni che assai lungamente erano state unite. «Ora, così concludeva il Papa, che è morto Astolfo seguace del demonio, divoratore del sangue dei cristiani, e che, mediante l'aiuto vostro e dei Franchi, è successo Desiderio, uomo mitissimo e buono, noi vi preghiamo non solo di spronarlo a perseverare nella retta via; ma di cooperare con lui a liberarci dalla pestifera malizia dei Greci, ed a farci riavere le proprietà indebitamente tolte alla Chiesa.»

È chiaro che ora non si tratta più della pura e semplice attuazione delle antiche promesse fatte da Pipino, ma di nuove domande. Il Papa chiedeva l'Esarcato e la Pentapoli nella loro primitiva ed assai più vasta estensione; chiedeva inoltre anche le terre, le proprietà della Chiesa, sparse altrove, che erano state indebitamente occupate dai Longobardi o dai Bizantini. Il momento pareva opportuno per attuare ciò che Desiderio gli aveva fatto sperare in compenso dei grandi servigi a lui resi per farlo salire sul trono. Se non che ben presto si vide, che neppure il nuovo re dei Longobardi aveva voglia di mantenere le sue promesse. Infatti, dopo aver ceduto Faenza e Ferrara, non dette più altro. Stefano II però fu dalla morte, che lo colpì il 26 aprile 757, liberato dal dolore di questo crudele disinganno.

La successiva elezione, che fu assai tumultuosa, cominciò a mettere in evidenza i grandi mutamenti che dovevano seguire a Roma, in conseguenza della nuova politica dei Papi. La donazione di Pipino rendeva il capo della Chiesa sovrano temporale. Se era divenuto padrone dell'Esarcato e della Pentapoli, voleva naturalmente essere anche padrone effettivo del Ducato romano. Infatti a Roma d'ora in poi non si trova più un Duca, perchè il Papa vuol farne esso le veci. Ma questo appunto sollevò la nobiltà laica, o sia i _Judices de Militia_, i quali si trovavano alla testa dell'esercito, e vennero in fierissima lotta con la nobiltà ecclesiastica, o sia i _Judices de clero_, i quali, per la nuova autorità assunta dal Papa, avrebbero voluto comandar essi in Roma. Fortunatamente, il 29 maggio 757, venne consacrato nuovo papa il fratello del defunto, che prese il nome di Paolo I. Questi dovette subito accorgersi che c'era ben poco da fidarsi di Desiderio; si volse perciò a Pipino, annunziandogli la sua elezione, come prima soleva farsi all'Esarca, e chiedendogli aiuto contro i nobili, che divenivano sempre più riottosi. Ad essi Pipino scriveva raccomandando obbedienza al Papa; ed abbiamo la lettera con cui il _Senatus atque universi populi generalitas_ rispondevano «all'eccellentissimo Signore da Dio eletto, e vittorioso Pipino re dei Franchi, patrizio dei Romani.» In essa promettevano obbedienza al Papa, che chiamavano «Padre comune.»

Il conflitto principale continuava però sempre ad essere coi Longobardi, e si complicava ora, perchè Desiderio era d'un carattere mutabilissimo, che doveva poi essere la rovina sua e del suo regno. Quando i duchi di Benevento e di Spoleto accennavano a ribellarsi a lui, avvicinandosi invece al Papa ed ai Franchi, egli, per mantenere intatta la sua autorità, andò subito con la forza a deporli, sostituendoli con altri di sua fiducia. E dopo di ciò il suo primo pensiero fu di volgersi all'imperatore Costantino V, detto Copronimo, promettendo d'aiutarlo a ripigliare l'Esarcato e la Pentapoli. Ma quando s'accorse che per questa via non riusciva a nulla, perchè l'Imperatore era occupato altrove, mutò nuovamente pensiero, e da capo s'avvicinò al Papa, che, sebbene di mala voglia e senza fidarsene, pur lo accolse. In verità anche il Papa si trovava in una difficilissima posizione. Non poteva sperar nulla da Pipino, trattenuto ora nelle guerre d'Aquitania e di Sassonia; e doveva nello stesso tempo impensierirsi delle nuove difficoltà che gli suscitava l'Imperatore, giacchè al conflitto politico coll'Oriente s'aggiungeva ora quello religioso a causa delle immagini. Costantino Copronimo, infatti, profittando della tendenza del clero franco, che sembrava essere avverso al Papa non solo nella disputa delle immagini, ma anche in quella sulla Trinità, cercava di venire con Pipino ad un accordo religioso, cui sperava dovesse facilmente seguire l'accordo politico. Ma Pipino, sebbene accettasse la discussione, finì col restar fedele alla Chiesa di Roma.