Le invasioni barbariche in Italia

Part 29

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Il primo che seppe riunire i Franchi fu Clodoveo, col quale s'iniziò la dinastia dei Merovingi. Capo d'una tribù salica, egli successe al padre nel 481; riuscì, mediante il suo ingegno ed il suo valore, ad unire Salici e Ripuari, e fu ritenuto come il fondatore della monarchia. Ma pur troppo fu anche un uomo senza scrupoli, che per ottenere il suo intento, si coprì d'ogni più crudele delitto contro alleati e contro parenti, ricorrendo al tradimento ed al sangue, per mezzo di sicari o colle stesse sue mani. La lunga serie di crudeli delitti, attribuiti a lui ed ai suoi successori, fu tale da far credere che siano stati molto esagerati dalla leggenda; ma per quanto se ne levi, resta pur sempre tanto da doverne raccapricciare. Questi delitti uniti a grandi dissolutezze contribuirono finalmente ad indebolire la dinastia per modo da renderne inevitabile la caduta. Tra i fatti che nella vita di Clodoveo più agevolarono la costituzione della monarchia, furono le guerre contro gli Alamanni, e la sua conversione al cattolicismo, invece che all'arianesimo, come avevano fatto gli altri barbari. La guerra alamanna ebbe una grande importanza storica, perchè con essa cominciò quella reazione dell'Occidente contro l'Oriente, che fu continuata dopo di lui, e pose fine alle grandi migrazioni dei popoli germanici. La conversione al cattolicismo, della quale durante la stessa guerra egli aveva fatto voto a Dio, se gli concedeva la vittoria, iniziò la conversione del suo popolo. E la monarchia ne ebbe subito il favore della Chiesa romana, che, per mezzo de' suoi vescovi, era organizzata ben più fortemente dell'ariana. I Franchi così divennero il popolo eletto da Dio a difesa del Papa e della religione, il che agevolò anche la loro fusione coi Romani. Ed è singolare davvero il notare come sin d'ora apparisca chiaro nella mente degli uomini il futuro destino di questo popolo. Gregorio di Tours che scrisse poco dopo, nel narrare i continui delitti del Re, ripete spesso: ogni giorno Iddio faceva cadere un nuovo nemico di Clodoveo, ingrandendone il regno, perchè egli «camminava diritto nelle vie del Signore, e faceva ciò che gli era grato.» Altrove lo chiama addirittura un novello Costantino. E così altri scrittori più o meno vicini parlano in modo da far chiaramente capire, che in questo nuovo Costantino essi già prevedono Carlo Magno. Maravigliosa addirittura è la persistenza con la quale i Papi continuarono attraverso i secoli l'opera loro, quasi imponendo ai Franchi la missione voluta, preveduta dalla Chiesa; e non smisero mai fino a che essa non ebbe il suo adempimento con la coronazione di Carlo Magno e la fondazione del potere temporale. L'imperatore Atanasio intanto conferiva a Clodoveo le insegne del Patriziato ed il Consolato, che egli assunse a Tours, nella chiesa di San Martino, dove i vescovi lo salutarono uomo di Dio, nuovo Costantino. La capitale fu fissata a Parigi.

Alla sua morte (511) il regno restò diviso fra i quattro figli, e cominciò quel periodo di corruzione e lussuria, di guerre civili, di sanguinosi tradimenti e delitti, che lo fecero paragonare al regno degli Atridi. Nel 558 Clotario I, l'ultimo sopravvissuto dei figli di Clodoveo, riunì di nuovo i Franchi, e dopo la Sua morte la monarchia si divise nuovamente fra i suoi quattro figli: e così si continuò per lungo tempo. Molto si è discusso sulla vera natura di queste divisioni, che gettarono il paese in una serie continua di guerre civili. Sostengono alcuni storici francesi, che si divise _la royauté plutôt que le royaume_. Ma il vero è che i Franchi non formavano ancora un sol popolo, che mancava affatto il concetto di nazionalità e di Stato, che la Francia non esisteva. Secondo le idee barbariche il loro regno, che solo dalla violenza e dalla conquista era unito, appariva quale proprietà del conquistatore, e quindi per legge di eredità veniva diviso tra i suoi figli. Anche i servizi pubblici erano più che altro resi alla persona del re. Mancava l'idea di un'amministrazione accentrata ed organica; il diritto pubblico assai poco si distingueva dal privato. E per quanto disgregata fosse ancora questa società barbarica, il contatto continuo che essa ebbe con la romana, l'azione della Chiesa, l'unità geografica del paese fecero sì che i Franchi tendessero lentamente, ma pur costantemente a coordinarsi in unità. I quattro regni (Austrasia, Neustria, Aquitania, Burgundia), sorti e risorti dopo la morte di Clodoveo I, si ridussero nel secolo VII sostanzialmente ai soli due primi. Nella Neustria, formata dalla Gallia occidentale e meridionale, erano i Salici, ed in essi avevano acquistato maggior forza gli elementi romani; nell'Austrasia erano i Ripuari, ed in essi avevano invece maggiore prevalenza gli elementi germanici, favoriti dal contatto e dalle relazioni continue colla patria antica.

Dapprima il predominio spettò alla Neustria ed ai Salici, ai quali appartenne Clodoveo, il fondatore della monarchia e della dinastia merovingia. Alla Neustria appartennero ancora i primi quattro re, che in tempi diversi unirono di nuovo la monarchia, l'ultimo dei quali fu Clodoveo II (638-56). Il centro di ciascuno di questi governi soleva essere allora il Palazzo, in cui primo ufficiale era il Maestro o Maggiordomo. Il suo ufficio si riduceva dapprima ad amministrare la proprietà regia; ma coll'andare del tempo il suo potere andò crescendo sempre più, sino a che egli divenne ministro delle finanze, poi primo ministro, e finalmente addirittura capo del governo. A poco a poco, dopo che i quattro regni si erano ridotti a due, la Neustria cioè e l'Austrasia, il centro di gravità passò dalla prima alla seconda. I Ripuari prevalsero sui Salici, e naturalmente gli elementi germanici sui romani. Andò allora crescendo il numero delle adunanze o assemblee popolari, crebbe il potere di quei nobili germanici, che formarono più tardi l'aristocrazia feudale. Ed essi s'andarono nell'Austrasia stringendo sempre più intorno al Maestro di Palazzo: qualche volta lo elessero e riconobbero come loro capo. Così a poco a poco egli fu più potente dei Re merovingi, che rapidamente decaddero, divenendo tanto deboli e spregevoli, da essere chiamati _rois fainéants_: da ultimo dovettero cedere il posto ai loro rivali. Alla dinastia merovingia successe allora quella assai più potente, più intelligente ed anche più morale dei Carolingi.

Dopo la morte di Clodoveo II (656) i Maestri di Palazzo erano divenuti nell'Austrasia così potenti, che pareva tendessero a formare colà un Ducato separato ed autonomo. Ma i legami sempre stretti fra Salici e Ripuari, e l'unità territoriale del paese spingevano invece inevitabilmente alla formazione di un solo regno con la prevalenza dei Ripuari. E questo nuovo regno fu iniziato per opera di Pipino, detto d'Héristal dal suo castello. Egli era Maestro di Palazzo nell'Austrasia, dove assunse anche titolo di Duca, e finì coll'esser di fatto padrone di tutto il Regno. Alla sua morte (16 dicembre 714) seguì un periodo di disordine e di lotte fra i suoi eredi, dalle quali uscì finalmente vittorioso Carlo Martello suo figlio naturale, che sebbene non arrivasse ad essere altro che Duca nell'Austrasia e Maestro di Palazzo nella Neustria, pareva invece che fosse successo al padre come un principe ereditario di tutto il regno. Uomo d'alto ingegno politico e di grande valor militare, riuscì a fondare stabilmente la sua dinastia.

Con una serie di guerre vittoriose contro i Sassoni, i Frisi, i Bavari e gli Alamanni (718-30), pose termine alle invasioni germaniche; e quando si fu assicurato da quel lato, si rivolse contro gli Arabi, i quali, essendosi coi Musulmani d'Africa avanzati nella Spagna, avevano già passato i Pirenei. Nel 732 dette loro a Poitiers una rotta, che fu davvero memorabile, non solo pel gran numero dei morti, i quali la leggenda fece ascendere a 375,000; ma anche perchè venne con essa fiaccata in Francia la minacciosa potenza dei Musulmani, che furono poco dopo respinti al di là dei Pirenei. Nel 737 Carlo Martello occupò anche la Provenza, e così riuscì ad esser padrone di tutta la Francia, che tenne fino alla sua morte (741).

CAPITOLO II

Carlo Martello e le prime origini del Feudalismo — Il Papa si volge per aiuto ai Franchi

Ma Carlo Martello non era solamente un soldato, era anche un grande uomo di Stato; ed a lui si deve se fin d'allora l'aristocrazia franca andò pigliando quella forma che doveva portar poi alla costituzione del feudalismo, il quale dette più tardi una nuova forma alla società in Europa, e merita di essere studiato per la grande importanza che ebbe anche in Italia. Sulle sue origini si è molto discusso, alcuni credendole romane, altri invece germaniche. Il vero è però che esso, come tutte le istituzioni del Medio Evo, risulta da elementi germanici e romani, i quali s'incontrano, s'intrecciano e si confondono fra loro. È un'aristocrazia germanica, se si guarda a coloro che la costituirono, e ne fecero parte; ma è anche una istituzione composta di elementi romani, che dalla società germanica furono profondamente alterati.

Il feudo è certo una nuova forma di quella proprietà individuale, affatto ignota alla primitiva società barbarica. Al concetto del dominio assoluto e personale dell'uomo sulla terra s'aggiunse in esso il concetto, romano del pari, del dominio giuridico sull'uomo. E così nella società germanica, alterata e trasformata da questi elementi che ad essa sono estranei, s'andarono allora formando, come nella romana, dei potenti signori. Resi dalla conquista padroni delle terre, essi furon capi dell'esercito, e pigliarono parte principale al governo.

Nel tempo stesso in cui la società germanica, seguendo questo cammino, s'allontanava dalla sua origine e perdeva il suo primitivo carattere, la romana, seguendo un cammino diverso, subiva anch'essa una trasformazione. I latifondisti, aumentando sempre più le loro terre, erano riusciti ad esser padroni di vastissime estensioni; ma questi enormi possessi non davan loro diritto di pigliar parte al governo, che teoricamente almeno emanava dal solo Imperatore. Il fatto però non rispondeva alla teoria, da cui invece sempre più si allontanava. Colla decadenza dell'Impero, indebolendosi la forza del governo centrale, i ricchi proprietari divenivano, insieme colle terre, padroni degli uomini che le coltivavano o le abitavano, e così cominciarono a comandarli ed a governarli. Questo fatto, che nella società romana appariva come effetto della decadenza, sembrava invece essere nella germanica effetto d'una trasformazione progressiva, che ne cresceva la coesione e la forza. Le due società, partendo da due punti opposti, avanzandosi in due direzioni contrarie, finivano coll'incontrarsi e confondersi fra loro, per dare origine ad una società nuova.

I latifondi romani, coltivati da schiavi o da coloni che pagavano un canone in natura, continuavano sempre ad ingrossare, annettendosi le terre dei piccoli proprietari vicini. I quali, oppressi dalle tasse e dai debiti, quando non si potevano più reggere, finivano col cedere volontariamente le loro terre al latifondista, per riprenderle in affitto come suoi coloni. Perdevano così, con la proprietà, la loro indipendenza; ma trovavano un protettore, che li liberava dalle tasse e dall'usura, e rendeva loro almeno tollerabile la vita. I grandi proprietari solevano avere uffici che in qualche parte li esentavano dalle tasse, e l'aumento delle terre non aumentava per essi le spese generali di amministrazione: così tutto era a vantaggio loro, e anche de' loro dipendenti. Entrati una volta in questa via, si procedette sempre più rapidamente in essa. Perfino interi villaggi finivano coll'abbandonarsi al latifondista, che pareva già un piccolo sovrano feudale.

Tutto ciò seguiva del pari coi grandi proprietari ecclesiastici. I vescovi ed i conventi erano infatti, pei molti donativi dei fedeli, divenuti anch'essi latifondisti. Le continue immunità e privilegi, da essi ottenuti in numero sempre maggiore, finivano col porli in condizione anche più vantaggiosa dei laici. Cominciarono ben presto a dare in affitto i loro grandi possessi sotto forma di _precaria_, che era una concessione revocabile della proprietà, con un canone che, per la sua tenuità, dava alla concessione stessa il nome di _benefizio_.

Questi privilegi, sia dei laici che degli ecclesiastici, andavano crescendo di numero e di entità a misura che da una parte s'indeboliva la forza dello Stato, e dall'altra aumentava la potenza della Chiesa. E fin dal secolo VI il latifondista esercitava una specie di giurisdizione non solo sugli schiavi, ma anche sui coloni e dipendenti. Responsabile per essi verso l'autorità governativa, questa interveniva solo quando egli la invocava. Nell'Italia bizantina i grandi proprietari, divenuti capi dell'esercito, assunsero i maggiori uffizi, che venivano trasmessi per eredità nelle loro famiglie. L'ufficio si connetteva colla proprietà di colui che ne era investito, il quale aveva una duplice giurisdizione, come possessore cioè e come ufficiale civile o militare. In questo modo s'andò formando un'aristocrazia di possidenti, divenuti alti funzionari in conseguenza della loro proprietà, e di funzionari che s'arricchivano in conseguenza dei loro uffici. Essi armarono qualche volta i loro schiavi, i coloni, i clienti e gli amministratori, come vedemmo fare a Cassiodoro, per difendere sè stessi ed i loro averi dai pericoli che li minacciavano durante le invasioni.

In conclusione, la società romana s'andava decomponendo in una quantità di ricchi potenti, chiamati _honesti_, _clarissimi_, _nobiles_, che disprezzavano la _vilissima plebs_ dei nullatenenti. Nella società germanica invece, la quale non conosceva lo Stato e non aveva idea alcuna d'accentramento, il potere sociale naturalmente cadeva diviso in mano dei forti, che disprezzavano i deboli e gl'inermi, e divenivano ricchi in conseguenza della conquista. Così cominciò a formarsi quella nuova aristocrazia che si doveva più tardi costituire col nome di feudalismo.

Ed anche questo avvenne nella società ecclesiastica al pari che nella laica. I vescovi, le chiese, i conventi, concedevano le terre in forma di _benefizi_. Il vario possesso della terra cominciò a qualificare la diversa condizione degli uomini, che è un altro dei caratteri del feudalismo; ed intorno ai vescovi, ai conventi, alle chiese, s'andarono formando gruppi di beneficiari, che erano in germe i futuri vassalli. I re merovingi abbondarono nelle concessioni d'immunità ai vescovi; esentarono da imposte i beni ecclesiastici, dal che derivava naturalmente il divieto agli agenti del fisco d'entrare nel territorio immune.

Se ora noi consideriamo quali saranno più tardi i caratteri del feudo, troveremo che essi sono già tutti in formazione nella società romana, dalla quale passarono poi nella germanica, alterandosi sostanzialmente. Nella storia non v'è mai nulla di affatto nuovo; il presente e l'avvenire sono sempre costruiti coi rottami del passato.

Abbiamo già visto come Tacito racconti, che presso i re barbari si trovava un _Comitatus_ composto dei loro più intimi, i quali non solo vivevano col principe, ma con lui e per lui combattevano. Da essi vennero poi gli _Antrustiones_ franchi, simili ai Gasindi longobardi, e precursori dei Paladini di Carlo Magno. Ed a questi loro fidi, come ai capi dell'esercito, i re franchi fecero altri larghi donativi, dando terre in benefizio. E in benefizio si dettero allora anche gli uffici, i quali nella società germanica erano sempre una concessione personale del re. Persino le tasse e l'amministrazione della giustizia mancavano di quel carattere pubblico, giuridico, impersonale, che è proprio dello Stato romano. Lo stesso obbligo del servizio militare derivava dal legame di fedeltà personale verso il re, non già da un dovere verso lo Stato. Tutta la società s'andava così sempre più dividendo in gruppi di protetti e di protettori. E quando i re cominciarono ad avvedersi che questi nuovi signori minacciavano di divenire più forti di loro, riducendo la monarchia in una confederazione di potenti, stretti al sovrano dal solo vincolo della fedeltà, era troppo tardi per portarvi rimedio.

Il primo passo veramente notevole verso ciò che doveva poi essere il feudalismo, lo dette Carlo Martello. A suo tempo i vescovi erano divenuti così ricchi che si crede possedessero un terzo di tutte quante le terre coltivabili nella Francia. E questi loro possessi, colle immunità annesse, promovevano la loro indipendenza non solo politica di fronte al re, ma anche religiosa di fronte al Papa. Carlo Martello fece però sentire su di essi la sua mano potente, iniziando una riforma che fu tra le più notevoli del suo regno. Le necessità della guerra, quella sopra tutto contro i Musulmani, l'obbligarono a cercar modo di remunerare largamente i capi dell'esercito. E senza molti scrupoli, cominciò col deporre alcuni vescovi, investendo dei loro vescovadi i suoi fedeli, il più delle volte uomini di guerra. Ciò non aveva nulla di strano in un tempo, nel quale i vescovi combattevano alla testa degli eserciti al pari dei grandi signori laici. Spogliò più tardi molte chiese, vescovi e conventi d'una parte considerevole delle loro tenute, che dette ai capi dell'esercito, i quali sostenevano le spese della guerra, pagando del proprio gli uomini che sotto di loro combattevano. Così, danneggiando il clero, rese i nobili sempre più potenti ed a lui più affezionati.

Non è quindi da maravigliarsi, che la tradizione ecclesiastica gli divenisse fieramente avversa, e lo chiamasse nemico dei vescovi, spogliatore della Chiesa. Se non che a questa ed alla religione Carlo Martello aveva reso così grandi servigi, che fu pur forza perdonargli il danno che aveva ad esse recato per meglio condurre a termine la guerra contro gl'infedeli. Anche le guerre da lui fatte in Germania riuscirono a vantaggio della religione. Le battaglie furono colà precedute dalle missioni religiose, che vi fondarono la organizzazione definitiva della Chiesa cattolica, spianando la via alle conquiste, da cui venivano a lor volta aiutate. Le missioni, come vedemmo, erano già da un pezzo cominciate dalla Irlanda. Le continuarono più tardi i missionari anglosassoni, fra i quali tutti primeggiò Vinifrido, chiamato poi S. Bonifazio. La sua opera nella Germania, già convertita dagl'Irlandesi, fu appunto la organizzazione della Chiesa cattolica, che egli pose in relazione con quella di Francia, sottoponendole ambedue all'assoluta autorità del Papa. Così S. Bonifazio, aiutato da Carlo Martello, spianava in Germania la via alle vittorie di lui, all'assimilazione di quelle genti, e nello stesso tempo alla futura costituzione dell'Impero carolingio. Sin da questo momento, papa, principe e missionario cooperavano inconsapevolmente a quella unione civile, religiosa e militare, che doveva poi attuarsi col nuovo impero di Carlo Magno. Da per tutto vennero per opera di S. Bonifazio fondate nuove chiese e nuovi monasteri, fra i quali quello assai celebre di Fulda (744). E così per lungo tempo egli continuò, fino a che, credendo d'aver compiuto l'opera sua in Germania, e sentendosi sempre più mosso dallo spirito ardente ed irrefrenabile del suo apostolato, che non lo lasciava star fermo, se ne andò a convertire i pagani della Frisia, dove trovò finalmente l'ambito martirio circa l'anno 754.

Che in presenza d'un tale stato di cose, i Papi si volgessero per aiuto ai Franchi, non c'è da maravigliarsene. E noi abbiamo già visto come sin dal 739 Gregorio III, minacciato da Liutprando, e sapendo che l'Imperatore non l'avrebbe aiutato, si rivolse due volte a Carlo Martello, riponendo in lui e nei Franchi ogni sua speranza. Si è affermato che il Papa facesse allora dichiarare a Carlo Martello, che egli ed il popolo romano si volevano separar dall'Impero. Questa affermazione, fatta mezzo secolo dopo dal cosiddetto continuatore di Fredegario, prova in ogni modo quali erano già fin d'allora le idee intorno al dissidio esistente fra Roma e Costantinopoli, dissidio che doveva portar ben più gravi conseguenze nell'avvenire.

CAPITOLO III

Pipino eletto re dei Franchi, consacrato dal Papa per mezzo di S. Bonifazio — Il Papa, minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere aiuto

A Carlo Martello che di fatto, sebbene non di nome, era divenuto re dei Franchi, successero i figli Carlomanno e Pipino, i quali legalmente non erano anch'essi che Maestri di Palazzo, tanto che fu sentito il bisogno di cavar dal convento Childerico dei Merovingi, e metterlo su quel trono (743), sul quale egli fu l'ultimo dei _rois fainéants_, l'ombra addirittura d'un re.

C'era da aspettarsi prima o poi una lotta aspra e sanguinosa tra i due fratelli; ma invece Carlomanno, dopo le stragi da lui compiute nella guerra contro gli Alamanni (746), si ritirò, disgustato del mondo, prima in un convento da lui fondato sul Soratte, poi a Montecassino; e così Pipino restò senza rivali. Se non che allora appariva anche più chiaro che, giuridicamente parlando, unico sovrano legittimo era Childerico, per quanto non sembrasse altro, e di fatto altro non fosse che un re spodestato. Era una questione che non si poteva risolvere colla violenza, e senza risolverla Pipino sarebbe restato sempre nella falsa posizione di un usurpatore. Pensò quindi di rivolgersi a papa Zaccaria III, perchè coll'autorità della religione facesse quello che la spada non poteva fare. E mandò a lui una solenne ambasceria chiedendo se era lecito che assumesse il titolo di re colui che non faceva nulla addirittura, e non piuttosto colui che di fatto governava, ed in tutto ne esercitava l'ufficio. In vero solo il Papa poteva sciogliere i sudditi dal giuramento d'obbedienza, e tranquillizzando la loro coscienza, por fine ad uno stato anormale di cose. Che doveva, che poteva rispondere Zaccaria III? La nuova dinastia ormai esisteva di fatto, era padrona della monarchia, aveva difeso la religione ed era essa sola in grado di dare alla Chiesa quell'aiuto che nessun altro più le voleva o poteva dare. Nell'Impero il principio ereditario di successione al trono non era stato mai sanzionato, e nei barbari era assai comune la elezione dei loro re. Il Papa adunque rispose, che ove fosse a vantaggio del paese, e se ne promovesse davvero il benessere, era conveniente che assumesse il titolo di re colui che di fatto ne esercitava l'ufficio. E così fu che Pipino si decise a compiere il suo colpo di Stato. Nel novembre del 751, in un'assemblea di Grandi radunati a Soissons, egli venne solennemente innalzato al trono, e proclamato re, «per consiglio e consenso di tutti i Franchi, coll'assenso della Santa Sede, per elezione della Francia intera, con la consacrazione dei vescovi e l'obbedienza dei Grandi.» A questa elezione, che fu fatta secondo il costume germanico, s'aggiunse la consacrazione celebrata, in nome del Papa, da S. Bonifazio alla testa dei vescovi, consacrazione che ricordava quella di Saul per mano di Samuele. Il misero Childerico ebbe la tonsura, e fu chiuso in un convento insieme col figlio.