Le invasioni barbariche in Italia
Part 28
Il dì 11 febbraio 731 Gregorio II moriva, e gli succedeva Gregorio III (731-41), che pareva volesse avversare i Longobardi e favorire l'Imperatore; ma quando radunò il Concilio (731), che dichiarò esclusi dalla Chiesa i nemici delle immagini, la rottura con Costantinopoli fu da capo inevitabile, e la lotta s'andò sempre più inasprendo. L'Imperatore infatti aggravò le tasse in Italia, massime nella Calabria[40] e nella Sicilia, dove erano vasti possessi della Chiesa. E questo par che fosse anche il momento in cui le chiese di quelle province furono unite al patriarcato di Costantinopoli, separandole da Roma, il che fu causa che l'Italia meridionale rimanesse lungamente grecizzata.[41] Fu però l'ultimo colpo recato alla Chiesa di Roma dall'Impero, ormai occupato sempre più nella lotta contro i Musulmani, e lacerato dalle civili discordie. Intanto il Papa si trovava senza aiuto esposto alle minacce dei Longobardi.
Era questo un periodo di grande trasformazione, di continua mutabilità e di crisi profonda così per l'Italia come pel Papato. Da una parte le minacce dei Longobardi lo spingevano verso l'Imperatore; da un'altra questi era lontano, occupato, impotente a dare aiuto; ed anche quando avesse potuto darlo, la disputa delle immagini avrebbe resa vana ogni speranza d'accordo. Tale fu la ragione per la quale i Papi, con quell'accortezza politica che loro non mancò mai, con uno sguardo veramente profetico, cominciarono fin d'ora a volgere la loro attenzione verso i Franchi. Già da un pezzo convertiti al Cattolicismo, e sempre più potenti, questi erano divenuti strenui difensori della Chiesa e della religione cattolica. Essi combattevano ora valorosamente contro i Musulmani, che dall'Africa, per la Spagna, erano penetrati minacciosi in Francia; e come vedremo, li ricacciarono al di là dei Pirenei. Nel volgere lo sguardo ai Franchi, già balenava nella mente dei Papi il concetto d'un nuovo ordinamento politico del mondo, tale che li liberasse dalla continua minaccia dei Longobardi, senza farli cadere in balìa dei Bizantini, che nel momento del pericolo li abbandonavano, per volerli poi opprimere quando il pericolo si dileguava. Intanto tutto era disordine e confusione, tutto continuamente mutava; non era quindi possibile seguire nessun disegno prestabilito e determinato: dominava il caso, bisognava perciò aspettare che venisse un momento opportuno.
Ravenna si trovava in mano dei Longobardi, senza che si possa saper con precisione come e quando ciò avvenisse. Troviamo alcune lettere di papa Gregorio III (che altri vorrebbe attribuire al suo predecessore), nelle quali verso il 734 egli scriveva al doge di Venezia Orso e ad Antonino patriarca di Grado, invitandoli ad andare coi Veneti e coll'esarca Eutichio (727-50), che s'era allora rifugiato presso di loro, a ripigliare per l'Impero la capitale dell'Esarcato, levandola di mano ai Longobardi. Il Doge, accettato l'invito, mosse insieme coll'Esarca all'assalto, questi dalla parte di terra, quegli dal mare, sbarcando le sue genti. Ravenna fu presa; Ildeprando, nipote di Liutprando, fu fatto prigioniero; il duca Peredeo venne ucciso. Un tal fatto, per quanto sia ne' suoi particolari oscuro, ci dimostra che Venezia era ornai già costituita poco meno che a Stato indipendente; e ci fa anche vedere qual mutabile, vertiginosa politica seguissero allora i Longobardi, il Papa e l'Imperatore. Ognuno di essi voleva assicurarsi il predominio in Italia a danno degli altri, e quindi s'univa ora a questo ora a quello, mutando di continuo, per non render troppo potente nessuno dei due rivali. Quando i Longobardi minacciavano di prevalere, il Papa s'avvicinò all'Impero; ma la discordia con questo ricominciò subito, ed allora il Papa favorì da capo Liutprando, che ne profittò, come abbiamo già visto, per estendere la sua potenza in Italia, e sottomettere alla sua autorità Benevento e Spoleto. Il Papa che si sentiva allora come stretto in un cerchio di ferro, e vedeva i Romani minacciar di correre alle armi, mutò di nuovo la sua condotta, aiutando i due Duchi contro il Re. Le relazioni di Roma con Spoleto e Benevento hanno quindi una grande importanza; sono quelle che costituiscono, determinano ora il carattere predominante della politica italiana. Trasimondo di Spoleto, che poco prima s'era, come il duca di Benevento, sottomesso a Liutprando, lasciandogli ostaggi, si ribellò, e Liutprando lo assaliva, obbligandolo a fuggirsene in Roma. Avrebbe voluto che il Papa ed i Romani glielo dessero nelle mani; ma essi ricusaron di ciò fare, ed il Re decise d'avanzarsi subito oltre il confine, occupando quattro castelli del Ducato romano.
Fu questo il momento in cui Gregorio III scrisse la prima lettera che ci sia pervenuta fra quelle dirette a Carlo Martello, colui che seppe davvero consolidare la dinastia franca dei Carolingi. Gli chiedeva aiuto contro i Longobardi, i quali avevano osato devastare perfino la chiesa di S. Pietro, che allora era fuori delle mura di Roma. Il momento era assai male scelto, perchè Carlo Martello si trovava allora occupato nella guerra contro gli Arabi, ed aveva chiesto l'aiuto di Liutprando, che si mosse subito verso il nord. Ma se Carlo non potè allora venire a difendere la Chiesa contro Liutprando, contribuì pure indirettamente a farlo allontanare da Roma. Il Papa ne profittava subito per aiutar Trasimondo a ripigliare il suo Stato; ed egli l'occupò con la promessa, che poi non mantenne, di riconquistare e restituire a lui le terre del Ducato romano indebitamente usurpate da Liutprando. Questi, quando fu giunto nell'Italia superiore, seppe che la guerra contro gli Arabi era in Francia finita, e si diresse allora verso Ravenna, saccheggiando le terre che erano proprietà della Chiesa. Traversata la Pentapoli, tornò di nuovo nello Spoletino, di dove, nonostante la valida resistenza delle popolazioni, penetrò nel Ducato romano (740), facendo man bassa sugli armenti, sulle terre, sulle masserizie appartenenti alla Chiesa.
Gregorio III scriveva allora un'altra lettera a Carlo Martello, chiedendogli che mandasse in Roma i suoi messi a vedere coi loro occhi quale era lo stato vero delle cose. Non abbandonasse, egli diceva, la Chiesa per l'amicizia dei nefandissimi Longobardi. I duchi di Spoleto e di Benevento meritavano di essere da lui favoriti contro Liutprando, il quale li perseguitava solo perchè amici del Papa. E concludeva ricordando la precedente lettera, mandata con una solenne ambasceria, che gli aveva portato le chiavi d'oro della tomba di S. Pietro. Queste erano una preziosa reliquia, perchè si poneva in esse la limatura delle catene del Santo. Ma neppure adesso Carlo Martello si trovava in grado di poter soccorrere efficacemente il Papa, il quale era scontentissimo anche perchè Trasimondo non gli aveva mantenute le promesse fatte. Pareva perciò che volesse per disperazione avvicinarsi di nuovo a Liutprando, quando il 10 dicembre 741 cessò di vivere. Due mesi prima (22 ottobre) era morto Carlo Martello, lasciando la Francia divisa fra i due figli Carlomanno e Pipino. L'anno precedente (18 giugno) era morto l'imperatore Leone III. E così in breve tempo scomparivano dalla scena la più parte di coloro che l'avevano occupata. Restava ancora, ma per breve tempo, Liutprando.
Quando dopo soli quattro giorni di sede vacante venne eletto papa Zaccaria (741-52), greco e perciò amico dell'Impero, egli aveva poco da temere per parte dei Franchi o di Costantinopoli; doveva invece pensar seriamente ai Longobardi. La sua pronta consacrazione è assai notevole, perchè la brevità del tempo fu tale, che bisogna supporre che l'approvazione venisse dall'Esarca per mezzo del duca di Roma, o direttamente da questo. Sin dal 739 duca di Roma era Stefano, il quale portava anche il titolo di patrizio, cosa fino allora insolita. Si può quindi ritenere che, come altrove, così anche il Ducato romano s'andasse separando dall'Esarcato, e divenisse quasi indipendente, riconoscendo però sempre la suprema autorità dell'Imperatore. Certo Roma appariva ogni giorno più una città autonoma, ed il suo territorio, che formava il Ducato ed abbracciava su per giù tutto il cosiddetto Patrimonio di S. Pietro, partecipava della medesima indipendenza. Essa aveva, come vedemmo, un proprio esercito, comandato dal Duca, e sotto di lui dai nobili, che la governavano. Grande v'era però sempre la papale autorità; e tutto ciò dette nel Medio Evo una speciale fisonomia a questo che divenne poi il Municipio romano. Venezia e Napoli s'andarono anch'esse, in un modo o l'altro, separando dall'Esarcato, il cui antico carattere perciò sempre più scompariva.
Il Papa non poteva adesso far altro che cercare d'avvicinarsi a Liutprando, per non averlo nemico, e tentar di riavere le terre usurpate, che infatti gli furono rese. Trasimondo allora, abbandonato a sè stesso, dovè prendere la tonsura e allontanarsi da Spoleto, dove Liutprando pose un suo nipote. Anche a Benevento pose come nuovo duca Gisulfo II (732), che aveva educato presso di sè a Pavia, ed era figlio di Romualdo II. Concluse poi una pace direttamente col duca di Roma, il che dimostra sempre più la importanza politica che questi andava prendendo. Liutprando si trovava ora direttamente o indirettamente padrone di una grandissima parte d'Italia, senza dover temere nè dell'Impero, nè dei Franchi, travagliati ambedue da interne dissensioni. Sarebbe stato quindi il momento opportuno per cercar di riunire la Penisola sotto il suo dominio, cacciandone affatto i Bizantini, annettendosi interamente i ducati di Benevento e di Spoleto, frenando il Papa, sopprimendo tutte le tendenze crescenti di autonomie locali. Ma neppur lui era un vero uomo di Stato, capace di prendere a guida costante della sua vita politica un grande concetto. Oltre di che si trovava già innanzi cogli anni e malato. Pareva ora che volesse occupare Ravenna, ma si lasciò dissuadere dal Papa, e nel gennaio del 744 cessò di vivere, lasciando erede suo nipote Ildeprando, che era assai mal veduto e dovette ben presto abbandonare il potere.
CAPITOLO IX
Venezia e Napoli
L'Esarcato come abbiamo già visto s'era andato rapidamente decomponendo; ormai non esisteva che di nome, era poco più che un Ducato come gli altri. Già Roma s'era costituita in una specie di repubblica col suo esercito, che più di una volta, senza esitare, aveva combattuto contro di esso, da cui anche l'Italia bizantina del sud s'andava staccando. I tumulti avvenuti a Ravenna e nella Pentapoli avevano naturalmente reso sempre più vivo il sentimento d'indipendenza. Prima e più di tutti s'era avviata per questa via Venezia, grandemente favorita dalla sua posizione geografica. Noi abbiamo già visto che fin dai tempi di Teodorico Cassiodoro scriveva, in nome del suo sovrano, ai Tribuni veneti; e dalla sua lettera apparisce che nelle isole della laguna s'era già formata una popolazione ardita e navigatrice, che viveva in uno stato di semi-indipendenza, con Tribuni nelle varie isole, le quali assai probabilmente erano fra loro già confederate. Certo Venezia era allora in qualche modo dipendente dai Goti; e quando Belisario e Narsete s'impadronirono dell'Italia, anch'essa venne naturalmente sotto il dominio bizantino, e vi sarebbe per lungo tempo restata, se non fossero più tardi sopravvenuti i Longobardi. A questi il possedimento di Venezia poteva essere di una grandissima utilità, e quindi, per impedire che cadesse nelle mani dei loro avversari, i Bizantini cercarono sempre di contentarla, lasciandole una qualche indipendenza. Nel 580 il patriarca d'Aquileja, stanco della dura oppressione esercitata colà dai Longobardi, se ne fuggì a Grado, il che dette ai Veneti anche un proprio capo ecclesiastico. I Longobardi ne furono scontentissimi, e Liutprando chiese allora ed ottenne dal Papa, che il vescovo di Cividale venisse trasferito in Aquileja, mutandolo in Patriarca. Ma quando egli pretese, che da questo nuovo Patriarca dipendesse anche quello di Grado, i Veneti vi si opposero, ed il Papa li contentò; per il che i Longobardi dovettero accorgersi, che se erano stati soddisfatti nella forma, nulla avevano ottenuto quanto alla sostanza. Così Venezia restò politicamente ed ecclesiasticamente libera da essi, governata invece da Costantinopoli, per mezzo di Tribuni eletti dal popolo, e confermati dall'Imperatore. Questi Tribuni erano probabilmente dodici quante le isole, e si trovavano anche in altre città bizantine dell'Italia centrale e meridionale, come Napoli, Gaeta, Rimini, ed anche nella Pentapoli. Già la Prammatica sanzione voleva che i _Judices_ delle province (_Tribuni_, _Duces_, _Praesides_) fossero eletti dai Vescovi e dai più ragguardevoli personaggi fra gli abitanti del territorio che dovevano amministrare. Essi venivano confermati in nome dell'Imperatore.
Coll'andar del tempo, le continue insurrezioni degli Slavi da una parte e dei Longobardi dall'altra fecero sentire il bisogno d'una maggiore unità di governo, per poter fare una più energica difesa; e si pensò quindi alla creazione di un Doge. Secondo le norme allora prevalenti, l'Esarca avrebbe dovuto invitare i vescovi ed i notabili a farne la elezione. Ma il cronista Dandolo ci narra invece che nel 697 s'adunò il popolo col patriarca di Grado, coi vescovi, i notabili, i tribuni, i quali elessero Paoluccio, uomo «egregio ed onorevole», o sia nobile. Questo Doge non pare che avesse allora il potere militare, che, secondo la Prammatica sanzione, doveva esser diviso dal civile, ed era rappresentato dal _Magister Militum_. Il Doge convocava il popolo, nominava i tribuni e giudici perchè rendessero giustizia al popolo ed al clero, escluse naturalmente le cause ecclesiastiche, per le quali v'era un Foro speciale, da cui si appellava al Doge. Questi, secondo le consuetudini bizantine, convocava anche i Sinodi, invitandoli ad eleggere i vescovi, che da lui ricevevano l'investitura. Pare che la sua elezione venisse allora confermata dall'Imperatore, e che a tutti gli uffici fossero dal popolo eletti i nobili. Morto Paoluccio nel 717, gli successe Marcello, stato prima Maestro dei militi, che governò nove anni, dopo dei quali gli successe Orso. E fu sotto il costui dogato che Liutprando, profittando della lotta per le immagini, prese Ravenna, di dove l'esarca Eutichio fuggì a Venezia. Colà pervennero le lettere del Papa, che invitarono il doge Orso ed il patriarca Antonino a riprendere la capitale dell'Esarcato, per ristabilirvi l'Esarca, il che fu fatto; e dimostra l'autonomia e la forza che la città della laguna aveva sin d'allora già acquistata. Nel 737 il doge Orso venne ucciso in conseguenza d'una guerra civile scoppiata fra il partito nazionale, alla cui testa egli si trovava, ed il partito che voleva una maggiore dipendenza da Costantinopoli, e che ebbe un temporaneo sopravvento. Allora per cinque anni (737-41), invece del Doge a vita, fu eletto un Maestro dei militi, il quale durava solo un anno come i Tribuni. Ma verso la fine del 741 una nuova rivoluzione depose ed accecò il Maestro dei militi Giovanni, e ripristinò l'ufficio del Doge (742) nella persona di Diodato, figlio di Orso. Il quale, essendo avverso al partito imperiale, s'appoggiò invece ai Longobardi, e cadde quando questi furono sconfitti dai Franchi. La grande lotta tra i Franchi ed i Longobardi, che fu provocata dai Papi per assicurare la propria indipendenza, ed aprirsi la via al potere temporale, rese, come vedremo, inevitabile la caduta dei primi, favorì la potenza dei secondi, e più tardi anche l'autonomia municipale delle città.
Assai diversa da quella di Venezia è la storia del ducato di Napoli, dove il popolo, diviso probabilmente in _Scholae_ come in altre città bizantine dell'Italia, era del pari governato dagli _Optimates_. L'antica Curia municipale v'era affatto decaduta, e nella Campania, cui la città di Napoli apparteneva, comandava un Giudice o capo della provincia, alla dipendenza del Prefetto, mandato dall'Imperatore in Italia. La Prammatica sanzione v'accrebbe assai il potere civile dei Vescovi, e sotto la loro sorveglianza veniva eletto il Giudice fra coloro che erano nati nel territorio. Dopo il 638, vediamo che invece del Giudice governava il Vescovo, accanto al quale si trovava un capo militare, Duca o Maestro dei militi. Dapprima erano due magistrati diversi, ma poi si fusero in uno, che governò quello che fu chiamato il ducato di Napoli. Il Duca era inviato dall'Imperatore a comandare l'esercito, o più veramente il popolo armato della città, ed aveva a sua dipendenza conti e tribuni, che erano a capo dei vari presidii del territorio. Così Napoli potè non senza gloria resistere ai Longobardi, a quelli soprattutto di Benevento e di Spoleto, salvando la propria indipendenza, che andò sempre crescendo.
Ai tempi di Gregorio I troviamo che la città non aveva nè un Duca nè un Maestro dei Militi, di che il Papa moveva lamento all'Imperatore, pregandolo che provvedesse. Ma quando vide che non si otteneva nulla, mandò egli un Tribuno, eccitando il popolo alla difesa; e ciò gli dette una grande autorità su tutto il Ducato, che restò per qualche tempo sotto la sorveglianza del Papa. Questi infatti s'occupò lungamente a frenare la corruzione dei Vescovi della città, a difendere i Decurioni e i cittadini dalle oppressioni fiscali degli agenti imperiali. Circa il 661, venuto l'imperatore Costante in Italia, dette nuova forma al Ducato, per formarvi un nucleo di più forte resistenza contro i Longobardi. E d'allora in poi noi vediamo che Napoli resiste sempre più energicamente contro di essi, contro i Musulmani, e più tardi anche contro i Normanni, ai quali dovè finalmente soccombere. Il nuovo Duca, a cui si dette pure il nome di Console o Maestro dei militi, fu assai diverso dell'antico, col quale ebbe in comune poco più che il nome. Non sappiamo però con precisione quali fossero le sue vere attribuzioni. Eletto dal popolo di cui faceva parte, comandava l'esercito, ed in lui, con l'antico Duca e l'antico Maestro dei militi, s'era fuso anche l'antico Giudice, assumendo, al pari dell'Esarca, l'autorità civile e la militare. Non sappiamo neppure quali erano esattamente i confini geografici di questo Ducato, che da principio almeno dovette estendersi a quasi tutta l'antica Campania, e quindi contenere anche Amalfi e Gaeta, che più tardi se ne staccarono. Certo è che il ducato di Napoli formò parte integrante dell'Impero e dell'amministrazione imperiale. La sua lingua ufficiale era la greca, e sulle monete, da una parte v'era l'immagine dell'Imperatore col suo nome in greco, dall'altra il nome della città anch'esso in greco. Dopo la morte di Costante, gl'Imperatori cominciarono a trascurare l'Italia continentale, specialmente la meridionale, della quale non potevano occuparsi coloro che erano mandati a governare la Sicilia, perchè dovevano pensare a difender questa dai Musulmani, che di continuo l'assalivano. Il ducato di Napoli, abbandonato allora a sè stesso, dovè fare assegnamento sulle sole sue forze, e vivere combattendo, tanto che prese anche il nome di _Milizia_ o _Milizia dei Romani_ o anche _Milizia dei Napoletani_. Lentamente s'andò sempre più staccando dall'Impero, per arrivare a reggersi addirittura come uno Stato autonomo. E fino al 764 ebbe tredici Duchi, che restarono in ufficio durante periodi diversissimi di tempo, tanto da far credere che fossero eletti a vita.
Molte e varie furono le vicende del Ducato. Dapprima, ai tempi di Gregorio I, l'abbiam visto sotto la preponderanza del Papa; più tardi lo vedemmo aggregato all'Impero, cui rimase unito anche durante la lotta per le immagini, non pigliando parte veruna alla ribellione di Ravenna e della Pentapoli; finalmente cominciò a staccarsi dall'Impero, da cui il duca Stefano II, eletto nel 755, lo separò affatto, rendendolo indipendente, avvicinandolo di nuovo a Roma. Allora la lingua ufficiale non fu più la greca, ma la latina; e nelle monete più comunemente in uso, all'immagine dell'Imperatore venne sostituita quella di S. Gennaro, che fu simbolo d'indipendenza. Il suo nome fu scritto in latino, e sul rovescio, al nome greco della città si sostituì quello del Duca, anch'esso in latino; sopra altre monete però, e sugli atti pubblici continuò a porsi il nome dell'Imperatore. Ma i duchi, oramai indipendenti, fanno la guerra e la pace, concludono trattati in proprio nome. In questo mezzo Stefano II s'era siffattamente avvicinato alla Chiesa, che, restato vedovo con figli, dopo che nel 766 era morto il vescovo di Napoli, venne egli nominato vescovo, ed ebbe a Roma la tonsura, continuando a governare insieme col figlio Gregorio II, che gli successe, e fu duca per 27 anni e sei mesi. Con lui il Ducato cominciò a divenire, in parte almeno, ereditario.
LIBRO QUARTO
I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO
CAPITOLO I
I Merovingi e l'origine dei Carolingi
Da un pezzo i Franchi s'avanzavano nella Gallia pigliando una posizione sempre più importante. La loro forza diverrà fra non molto preponderante in tutta l'Europa, ed essi conquisteranno anche l'Italia, iniziando addirittura un'epoca nuova. È quindi necessario gettare un rapido sguardo alla loro storia. I Franchi erano una riunione di molte e diverse tribù germaniche, che abitavano la sponda destra del Reno. Dapprima cominciarono a filtrare lentamente nell'Impero: se ne trovavano nell'esercito, negli agricoltori, fra gli schiavi. Quando Stilicone, per poter combattere Alarico, richiamò in Italia le legioni, che erano a guardia del Reno, i Franchi, al pari di altre popolazioni germaniche, passarono il fiume in grandi masse (406). Non fecero però, come i Goti, i Vandali ed i Longobardi, una rapida emigrazione, trasferendosi d'una regione in un'altra, lungi dal proprio paese. S'avanzarono invece lentamente, conquistando a poco a poco la Gallia, senza mai staccarsi affatto dalla Germania, dalla quale riceverono sempre alimento ed aiuto di nuove genti. Serbarono quindi, dentro l'Impero, più a lungo i loro costumi e le loro istituzioni, come ad esempio la proprietà collettiva. E i Romani, coi quali si trovarono a contatto, fecero altrettanto colle loro leggi ed istituzioni. Nella Gallia infatti, più che altrove, vediamo persistere la Curia municipale. La fusione dei due popoli fu assai meno rapida, ma anche meno violenta e più organica. Non pare che i Franchi pigliassero, come gli altri barbari, un terzo o più delle terre dei vinti. Grandi proprietari romani si trovano accanto a grandi proprietari franchi; ed i Romani sono ammessi agli uffici, non sono esclusi neppure dall'esercito. Unica differenza notevole, che sin dal principio si notasse fra di loro, era nel guidrigildo, quello che si pagava per la uccisione d'un Franco, essendo doppio di quello pagato perla uccisione d'un Romano.
L'essere, come dicemmo, i Franchi una federazione di varie tribù, portò per conseguenza che ben presto si trovarono, con consuetudini e costumi diversi, divisi in Salici e Ripuari, i quali si suddivisero formando vari regni, che di continuo combatterono aspramente fra di loro, ritardando il progresso nazionale. Ogni volta che sorgeva fra di essi un principe di genio politico e militare, venivano riuniti in un regno solo, per dividersi di nuovo alla sua morte. E così continuò per più secoli la loro storia fino a che Carlo Magno riuscì per breve tempo a sottoporre quasi tutta l'Europa al suo scettro.