Le invasioni barbariche in Italia

Part 27

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Durante questo tempo la società longobarda subiva una notevole trasformazione. Il progresso del cattolicismo promoveva la cultura, faceva a poco a poco un popolo solo dei vincitori e dei vinti, che sembravano risorgere a vita novella. E ciò si scorge nel linguaggio stesso adoperato da Paolo Diacono, quando descrive la lotta fra Alachi e Cuniberto, dando allora per la prima volta importanza alle città della Penisola. Infatti egli dice che Alachi, passando per Piacenza e per la parte orientale del regno, cercò colla forza e colle blandizie di farsi amiche e _socie_ le varie città, _singulas civitates_. Giunto poi a Vicenza i _cittadini_ gli mossero guerra; ma dopo essere stati vinti, gli divennero anch'essi _socii_ (V. 39). Queste ed altre espressioni finora insolite nella sua storia, farebbero credere che a lui apparisse già chiaro, come le città italiane cominciassero allora ad acquistar nuova importanza. Certo è in ogni modo che Cuniberto regnò fino al 700 in buonissimi termini col clero, e nella Corte di Pavia si videro allora per la prima volta fiorire i germi d'una nuova cultura.

Ma alla sua morte ricominciarono i disordini, perchè al figlio Liutberto, affidato alle cure del fido e valoroso Ansprando, si oppose il parente Ragimberto, che s'impadronì del trono e lo lasciò ben presto al figlio Ariberto II (701-12). Questi dovette però difendersi contro Ansprando, e lo vinse pienamente, costringendolo a cercare scampo in Baviera. Fece crudele vendetta contro la moglie e i figli di lui, ai quali tagliò le orecchie, cavò gli occhi, strappò la lingua. Lasciò tuttavia che presso il padre si ponesse in salvo solamente il giovanetto Liutprando, che per la tenera età egli credette innocuo; ma che invece era destinato ad essere il più illustre re dei Longobardi. Infatti, quando Ariberto pareva sicuro sul trono, e nonostante le molte sue crudeltà, era lodato e sostenuto dal clero pel suo zelo religioso, pei doni alle chiese, per la restituzione fatta al Papa o, come si diceva, a S. Pietro di alcune terre nelle Alpi Cozie, usurpate dai Longobardi, giunse invece il giorno della vendetta. Ansprando, che era riuscito in Baviera a mettere assieme un esercito, venne in Italia; ed Ariberto dopo debole resistenza cedette, cercando di ricoverarsi in Francia. Corse perciò a Pavia, raccolse quanto oro potè, e si dette con esso a precipitosa fuga, tentando di ripassare a nuoto il Ticino, così carico come era; ma invece, pel peso che seco aveva, affogò. Ansprando allora salì sul trono, ed essendo morto poco dopo (18 giugno 712), lo lasciò al figlio Liutprando. Così ebbe fine questo lungo periodo di confusione e di disordine, quasi d'anarchia, cui fu in preda la società longobarda, durante la sua conversione al Cattolicismo.

CAPITOLO VII

Sollevazione di Ravenna e delle città dell'Esarcato contro l'Impero — Filippico imperatore — Ribellione in Roma

Ma se grande fu in questo tempo il disordine nell'Italia longobarda, non minore era stato nell'Italia bizantina, a cagione soprattutto degli avvenimenti religiosi seguiti a Costantinopoli, e dei dissensi che in conseguenza di ciò sorsero fra il Papa e l'imperatore Giustiniano II (685-95 e 705-711). Questi tenne di suo arbitrio un Concilio (691), che dal luogo in cui s'adunò, una sala del palazzo imperiale, sotto una cupola (_trullo_), fu detto _trullano_ o anche _in trullo_; altri lo chiamò _quinisesto_, perchè, ad evitare dispute con Roma, si pretendeva che non fosse un nuovo Concilio, ma solo un complemento del quinto e del sesto, essendosi occupato di sola disciplina e non di domma. Ma una tale convocazione era stata da parte dell'Imperatore un atto d'indipendenza religiosa, che il Papa non poteva certo tollerare. I nuovi canoni, se anche di sola disciplina, si allontanavano dalla disciplina di Roma; e perciò il nuovo Concilio fu dai cattolici chiamato _erratico_, e papa Sergio (687-701) non volle sottoscriverne le deliberazioni. L'Imperatore fu di tutto ciò sdegnato per modo, che mandò il protospatario Zaccaria ad imprigionare il Papa. Ma le milizie di Ravenna e della Pentapoli corsero armate verso Roma a difenderlo; e l'esercito romano, che allora era già costituito, par che se ne stesse a guardare senza punto muoversi. I ribelli sopravvenuti furono perciò subito padroni della Città, ed il Protospatario, per salvare la propria vita, finì col nascondersi sotto il letto del Papa. Questi, fattogli coraggio, si presentò dal balcone al popolo, raccomandando la calma; ma la moltitudine non si mosse fino a che Zaccaria non fu ignominiosamente partito da Roma.

Tutto questo avveniva fra il 693 e 94, e Giustiniano II non ebbe modo di far di ciò le sue vendette, perchè era allora assai combattuto a Costantinopoli, dove non andò guari che una rivoluzione lo sbalzò per alcuni anni dal trono (696-705). Nè per questo cessava la lotta dei Bizantini con Roma. A papa Sergio era successo Giovanni VI (701-705), quando s'avanzò minaccioso il nuovo esarca Teofilatto; e, secondo la espressione del Libro pontificale, la _Militia totius Italiae_[37] corse tumultuosamente a Roma, dove il Papa a fatica potette sedarla. Ma allora appunto una rivoluzione seguìta a Costantinopoli, rimetteva da capo sul trono Giustiniano II, il quale, di natura sua sanguinario e crudele, voleva adesso vendicarsi de' suoi nemici, non solo in Oriente, ma anche in Italia. Qui era stato eletto nuovo papa Costantino (708-15); e poco dopo si vide arrivare a Ravenna una flotta comandata dal patrizio Teodoro, la quale venne accolta come amica. Ma ad un tratto i principali nobili ed ecclesiastici furono fatti prigionieri e condotti in catene sulle navi; dopo di che i Bizantini scesero a terra in buon numero, e posero a sacco ed a fuoco la città, facendo sommaria ed aspra punizione dei ribelli. Parecchi dei prigionieri che erano, come dicemmo, fra i più autorevoli cittadini, vennero per ordine di Giustiniano II messi a morte. Ed è ricordato fra gli altri un tal Giovanniccio, assai noto per gli alti uffici che aveva tenuti, per la profonda conoscenza della lingua e letteratura greca e latina. L'arcivescovo Felice di Ravenna fu, secondo l'uso bizantino, abbacinato, e poi mandato esule in Crimea. Così l'Imperatore si vendicò contro i ribelli, che avevano osato umiliare i suoi rappresentanti in Roma. Ed il Papa, che non era punto amico dell'Arcivescovo, perchè questi, al pari di molti de' suoi predecessori, era stato ed era sempre pronto a sostenere la propria indipendenza da Roma, lasciò fare all'Imperatore senza alcuna protesta da parte sua. Anzi, chiamato a Costantinopoli (710), v'andò, e raggiunto Giustiniano nell'Asia Minore, par che fra di loro si mettessero d'accordo; dopo di che, festeggiato in Oriente ed in Occidente, tornò a Roma il 24 ottobre 711.

Ma l'agitazione non s'era in questo mezzo punto calmata in Italia, anzi ogni giorno cresceva. I fatti di Ravenna avevano prodotto una grande irritazione nelle città bizantine, soprattutto dell'Esarcato. Agnello Ravennate, dopo aver descritto i giuochi atletici, le lotte sanguinose e la fierezza de' suoi concittadini, narra che l'Imperatore assetato ancora di vendetta, mandò colà nuovo esarca Giovanni Rizocopo. Questi, arrivato a Roma quando il Papa era già partito per l'Oriente, fece prendere e decapitare alcuni dignitari della Chiesa, e ciò fu causa di un'altra violenta ribellione nell'Esarcato, in conseguenza della quale, appena arrivato colà, il nuovo Esarca v'incontrò la morte. Il popolo era corso alle armi, eleggendosi a proprio capo Giorgio, il figlio di quel Giovanniccio che vedemmo trucidato dai Bizantini. Egli divise la cittadinanza in dodici _bandi_ o compagnie armate, una delle quali era composta del clero e de' suoi dipendenti, divisione che un secolo dopo durava tuttavia a Ravenna. Giorgio arringò le popolazioni con un linguaggio, che fa pensare a Cola di Rienzo. E con Ravenna allora insorsero contro l'Impero le città di Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, quasi tutto l'Esarcato.[38] Questo è il primo esempio d'una confederazione di città italiane, che appariscono a un tratto come già aventi una propria personalità. E vero che il solo a parlarne è Agnello Ravennate, scrittore ampolloso che visse un secolo dopo, il quale non dà nessun altro particolare d'un fatto così importante, del quale perfino l'anno rimane incerto fra il 710 ed il 711. Ma noi abbiamo già visto in Paolo Diacono accenni alla importanza che andavano allora assumendo le città italiane, e abbiamo visto anche de' segni precursori di questa ribellione, che ben presto si ripeterà sotto altra forma.

Giustiniano II non potè pensare a nuove vendette, perchè una seconda rivoluzione, seguita a Costantinopoli, privò della vita lui ed il figlio, proclamando imperatore Filippico (711-13), il quale pareva che volesse conciliarsi col Papa. Egli rimandò a Ravenna l'Arcivescovo che era stato crudelmente abbacinato, e che, appena tornato, fece ora atto di sottomissione a Roma; mandò anche la testa di Giustiniano II, che tutti corsero a vedere con feroce avidità. Ciò non ostante, ben presto scoppiò da capo più viva che mai la discordia col Papa, perchè il nuovo Imperatore, che era monatelita, volle radunare i vescovi monoteliti, che dichiararono nulle le decisioni del sesto Concilio; il che sollevò subito una tempesta in Roma, dove fu sdegnosamente respinta una tale deliberazione. In S. Pietro e nelle altre chiese venne proibito il ritratto dell'Imperatore eretico, ed il suo nome non fu pronunziato nella messa; il popolo ne respinse gli editti, nè volle dar corso alle monete d'oro colla sua immagine. Il Libro pontificale, narrando questa nuova ribellione, menziona per la prima volta il _Ducatus Romanae Urbis_; ricorda anche il suo _Dux_, e la parte presa dal _Populus Romanus_ nei tumulti. Nobili, esercito e popolo si trovarono ora uniti contro l'Imperatore, che voleva sostituire un nuovo Duca, di nome Pietro, a quello designato dal suo predecessore. Ne nacquero violenti tumulti, perchè una parte del popolo faceva a ciò aperta opposizione. Il disordine era durato quasi un anno, quando il Papa si pose di mezzo per calmarlo; e gli riuscì facilmente, perchè allora appunto giungeva la notizia che l'Imperatore eretico era stato deposto ed accecato. Gli era successo (713) Atanasio II, il quale, fatta dichiarazione della sua fede ortodossa, mandò a Ravenna l'esarca Scolastico; ed i Romani accettarono il duca Pietro, dopo che esso ebbe giurato di rinunziare a far vendetta de' suoi oppositori. In Oriente seguirono ancora alcuni anni di gran disordine, fino a che il 25 marzo 717 venne eletto imperatore Leone III l'iconoclasta, col quale incomincia addirittura un nuovo periodo storico.

CAPITOLO VIII

Liutprando, Gregorio II e Leone III — La lotta per le immagini — Liutprando ne profitta ed assale il Ducato romano — Il Papa si rivolge la prima volta ai Franchi — Non potendo avere da essi aiuto, si riavvicina ai Longobardi

Sulla scena del mondo appariscono ora tre grandi personaggi: Liutprando, che sin dal 712 era salito sul trono dei Longobardi, e fu il loro più gran re; Gregorio II, che fu eletto papa nel 715, e non era punto indegno del glorioso nome che portava; Leone III proclamato imperatore nel 717, il quale col suo celebre editto contro le immagini (726) produsse una grandissima agitazione in tutto quanto l'Impero.

Liutprando, valoroso, forte, intelligente, conquistatore e legislatore, regnò anni 31; ma dovette cominciare collo sventare varie congiure ordite contro di lui, e porne a morte gli autori. Il suo lavoro legislativo dopo quello di Rotari fu il più importante, avendo egli, fra il 713 e 735, pubblicato 153 leggi, in quindici assemblee, d'accordo «coi Grandi, coi Giudici, con tutto il popolo», o come dice altrove, d'accordo «cogl'illustri Ottimati e con tutti i nobili longobardi.» In queste leggi visibile assai apparisce l'azione del diritto canonico e della Chiesa; e Liutprando stesso dichiara d'averle scritte per divina ispirazione e per avvicinarle sempre più alla legge di Dio, qualche volta scrive anche, _quia Papa per epistolas nos adhortavit_. Nella sua legislazione il carattere di primo re longobardo cattolico apparisce più volte assai manifesto, specialmente nei testamenti a vantaggio dell'anima, nel matrimonio riconosciuto come sacra istituzione, nei privilegi accordati alla Chiesa, nell'invito a guardarsi dagli eretici. Visibile ancora si scorge l'azione del diritto romano in alcune disposizioni sul testamento e sui diritti successorii delle donne. Assai chiara apparisce ancora una grande avversione ai giudizi di Dio, ed una crescente premura a favore dei miseri contro la oppressione dei regi ufficiali. Tutto questo non riesce però mai ad alterare il carattere longobardo della legislazione, che rimane sempre sostanzialmente intatto.

L'imperatore Leone III, come abbiamo già detto, fu cagione d'una grande agitazione negli affari generali del mondo. Egli dovette lottar prima contro i Musulmani, che s'avanzarono nell'Africa, nella Spagna, nella Provenza, e minacciavano la stessa Costantinopoli. Dopo averli valorosamente combattuti per terra e per mare, riuscì non senza grave fatica e pericolo a respingerli. Dovette inoltre reprimere parecchie ribellioni, la più grave delle quali in Sicilia, dove si giunse addirittura a proclamare un nuovo Imperatore. Non era appena domata questa ribellione, che scoppiò la lotta per le immagini, la quale parve mettere subito l'Oriente e l'Occidente, ma specialmente l'Italia, in fiamme; e quest'agitazione venne anche più inasprita dal fatto che papa Gregorio II non era uomo da lasciarsi intimidire nè piegare. Egli s'era subito messo in attitudine di difesa contro i Longobardi, fortificando le mura di Roma. Liutprando però, che era fervente cattolico, si dimostrò verso di lui assai rispettoso; confermò la restituzione da Ariberto II già fatta delle terre usurpate alla Chiesa nelle Alpi Cozie. La ricostruzione avvenuta circa il 719 del Monastero di Montecassino, più di un secolo prima distrutto dai Longobardi, era un'altra prova del loro mutamento religioso.

La lotta per le immagini divampò con una singolare rapidità, avendo essa trovato il terreno già apparecchiato. Per sfortuna la cronologia dei fatti allora seguiti è disperatamente intricata ed oscura. E di ciò gli scrittori ecclesiastici profittarono, per giustificare sempre ed in tutto la condotta del Papa, cercando di dar carattere religioso anche a quei suoi atti, che precedettero la lotta e movevano solo da interessi politici. Così la storia di questo periodo riesce ne' suoi particolari assai confusa. Sembra certo che non molto prima che fosse cominciata la lotta, Liutprando, profittando delle difficili condizioni dell'Impero, si fosse avanzato verso Ravenna, impadronendosi di Classe. Pure d'un avvenimento così importante non si trovano notate nè le cagioni, nè le conseguenze: resta perciò come isolato ed inesplicabile. Circa l'anno 717 o 718 il duca di Benevento, Romualdo II, s'era impadronito di Cuma città fortificata, che dominava l'unica comunicazione rimasta libera fra Napoli e Roma. Il Papa cercò d'allontanare il pericolo, dando aiuto di consiglio e di danaro a Giovanni I duca di Napoli, il quale infatti con un assalto improvviso ripigliava quella città, dopo avere ucciso 300 Longobardi, ed averne presi prigionieri 500. Oltre di ciò, prima che la lotta delle immagini cominciasse, troviamo pure che l'Imperatore ordinò all'Esarca d'imporre nuove tasse in Italia, senza esentarne i beni ecclesiastici, anzi impadronendosi, ove occorresse, dei tesori delle chiese. È possibile che ciò avvenisse in parte per avversione al Papa, ma senza dubbio anche pel bisogno che c'era di danaro a continuare la guerra contro i Musulmani. Certo è però che il Papa ritenne siffatta deliberazione come un'ingiuria da non sopportarsi, e ordinò ai suoi dipendenti di non pagare, dando un esempio assai contagioso, che provocava la rivolta.

L'Esarca ne fu quindi oltremodo indignato, ed ebbe così origine un'aspra lotta fra lui ed il Papa, contro la vita del quale scoppiò in Roma una congiura, non si sa bene se promossa dall'Esarca, o da coloro che così operando speravano di renderselo amico. Si dice che anche il duca di Roma, Marino, la secondasse, e che parte non piccola v'avessero i nobili della Città e i dignitari stessi della Chiesa. La leggenda aggiunge che il Duca venne a un tratto miracolosamente colpito da paralisi, per il che si dovette ritirare da Roma, e la tenebrosa impresa andò a vuoto. Se non che allora appunto arrivava in Italia il nuovo esarca Paolo, ed i cospiratori ne presero animo; ma il popolo romano insorse, facendo man bassa su di essi. Il cartulario Giordanes ed il suddiacono Giovanni furono uccisi; un duca Basilio venne costretto a farsi monaco. L'esarca Paolo allora, più che mai irritato, mandò a Roma un esercito con ordine di deporre il Pontefice, e condurlo via. I Romani però corsero alle armi, ed aiutati anche dai Longobardi di Spoleto e di Benevento, occuparono il ponte sul fiume Anio, e respinsero i soldati dell'Esarca. Questi sono i fatti che, secondo alcuni scrittori, precedettero la lotta per le immagini, secondo altri invece non furono che episodi di essa. È molto probabile che fossero come i prodromi politici della lotta religiosa, cui apparecchiarono il terreno, rendendola anche più aspra. Certo è che una grandissima irritazione dovette produrre nell'animo dell'Imperatore il vedersi avversato dal Papa in Italia, nel momento in cui assai gravi pericoli in Oriente minacciavano lui e la Cristianità. Ed è anche la ragione per la quale gli scrittori ecclesiastici inclinano a far seguire tutti questi fatti più tardi, ed a presentarli come episodi della lotta religiosa, giustificando così pienamente la condotta del Papa.

Comunque sia, certo è che solo nel 726 Leone III pubblicò il suo celebre editto contro il culto delle immagini. La dottrina iconoclasta si connetteva strettamente colle dispute monotelite e monofisite; era una conseguenza anch'essa di quello spirito orientale sempre in opposizione coll'Occidente, e veniva secondata da ragioni politiche. Il rapido avanzarsi dei Musulmani era apparecchiato e promosso dal largo diffondersi dell'Islamismo, il quale, lo abbiamo già detto, trovava favore in alcune popolazioni dell'Oriente ed in quelle dell'Africa settentrionale, perchè si presentava come uno schietto monoteismo senza dispute sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, senza il culto dei santi. Col suo editto l'Imperatore, anche se non lo faceva a disegno, dava una qualche soddisfazione a queste tendenze dello spirito orientale, e non s'allontanava punto dal Cristianesimo.

Il culto delle immagini, grandemente favorito dalla natura delle popolazioni meridionali dell'Occidente, traeva la sua origine dal Paganesimo. L'esagerazione cui si giunse col venerare non solo le immagini visibili di Dio, di Gesù, della Vergine, dei santi, ma il segno della croce, le reliquie d'ogni sorta, era stata ben presto biasimata dai più autorevoli Padri della Chiesa. Ciò non ostante quel culto divenne parte integrante della religione cattolica, bisogno ardente delle popolazioni italiane. Il contrasto scoppiò quindi con una violenza simile a quella che si vide più tardi, ai tempi della Riforma. L'Imperatore ordinò che venissero tolte dalle chiese, o distrutte, le immagini, imponendo al Papa di riconoscere il suo editto sotto minaccia di deposizione. Ed il Papa, senza esitare, lo accettò invece come una dichiarazione di guerra, ordinando che l'editto imperiale fosse ritenuto nullo addirittura. La distruzione di alcune celebri immagini credute miracolose portò al colmo lo sdegno delle popolazioni. A Roma, a Ravenna, nella Pentapoli, nell'Istria esse corsero alle armi, eleggendosi propri duchi. Ben presto anche Venezia insorse a favore del Papa. A Ravenna vi fu per un momento pericolo di guerra civile, essendovi un partito imperiale, che sembrava favorito dall'arcivescovo Giovanni, il quale cercava profittar del disordine per rendersi indipendente da Roma. Ma ben presto vinsero anche colà i fautori del Papa; l'Arcivescovo fu bandito, e l'esarca Paolo, dichiarato scomunicato, venne ucciso. A Roma il duca Pietro, che era sospettato d'accordo con Costantinopoli, fu accecato. Si parla anche di un duca Esilarato[39] nel Napoletano, il quale, essendosi opposto al Papa, sarebbe stato nella Campagna ucciso dai Romani insieme col figlio. Tutto questo seguì circa il 726 o 27, ed è un'altra prova dell'autonomia che andavano sempre più assumendo le città bizantine dell'Italia. A Roma, insieme col Ducato e col Duca, andava acquistando sempre maggiore importanza l'_Exercitus Romanus_, di cui erano capi i nobili, che incominciavano addirittura a governare la Città.

Come era assai naturale, Liutprando cercava profittare d'un tale stato di cose, per impadronirsi più che poteva dell'Italia; e già molte città dell'Emilia e della Pentapoli si arrendevano a lui senza resistenza. Prese anche Sutri, a trenta miglia da Roma; ma ben presto la restituì alla Chiesa, cui apparteneva, e con la quale non voleva mettersi ora in aperta lotta. Il Papa allora capiva bene, che l'aumento della potenza dei Longobardi era a lui più che ad altri pericolosa. Se infatti si fossero impadroniti di tutta Italia, egli sarebbe divenuto come un vescovo del loro Re, assai più vicino, e quindi più incomodo ed oppressivo dell'Imperatore. A tutto ciò s'aggiungeva che i Romani, sempre più desiderosi di assicurare la loro indipendenza, erano avversissimi ai Longobardi, dai quali la vedevano minacciata. Essa in verità era pel Papa un vantaggio ed un pericolo nello stesso tempo, non convenendo a lui di trovarsi senza difesa in mezzo ad una popolazione armata ed assai spesso in ribellione. Tutto compreso, egli doveva quindi preferire che Longobardi ed Impero si tenessero in equilibrio fra loro, senza che nessuno dei due fosse interamente vincitore, perchè così avrebbe potuto più facilmente tenere a freno i Romani. Noi lo vediamo infatti adoperarsi ora a sedare la ribellione stessa che aveva provocata. E quando le popolazioni insorte volevano addirittura eleggere un nuovo Imperatore, egli vi si oppose con tutta la sua autorità, esortandole a rispettare il legittimo signore, che forse, egli diceva, avrebbe finito col tornare alla vera fede, senza che l'Italia rompesse i legami con l'Impero, sempre necessario alla salute del mondo.

Era questa una posizione equivoca ed intricata, che apparve tale anche più quando nel 727 giunse in Italia il nuovo esarca Eutichio. Il Papa, sebbene fosse in lotta coll'Imperatore, aveva certo compiuto verso di lui un atto amichevole, adoperandosi a sedar la ribellione; ma egli era nello stesso tempo in buoni termini con Liutprando, che gli aveva reso Sutri, e questa sua amicizia non poteva in nessun modo piacere ai Bizantini, dei quali Liutprando andava occupando le terre. E però l'Esarca non si astenne punto dall'avversare il Papa, contro il quale mandava anzi un suo inviato a cospirare, tanto che le popolazioni, essendosene accorte, volevano metterlo a morte. Ed anche ora il Papa dovette intervenire, per salvargli la vita. L'Esarca allora, mutato animo, s'avvicinò a Liutprando, secondandolo nel desiderio che aveva di sottomettere alla propria autorità i Duchi di Spoleto (Trasamundo II) e di Benevento (Farovaldo), i quali giurarono allora fedeltà al Re, cui dettero ostaggi. Poco dopo Esarca e Longobardi si trovavano minacciosi sotto le mura di Roma. Ma Gregorio II, senza punto sgomentarsi, valendosi della sua grande autorità religiosa, uscito dalle mura, andò prima incontro al Re, che condusse in Città dinanzi all'altare di S. Pietro, dove esso, in segno d'ossequio, depose la corona, la spada ed il manto; e dopo di ciò il Papa fece accordo anche coll'Esarca. Erano però accordi passeggeri ed effimeri.