Le invasioni barbariche in Italia
Part 26
L'Editto pubblicato nel 643, è certamente ciò che Rotari fece di più notevole in tutto quanto il suo regno durato fino al 652. Esso è un monumento storico di grande importanza, e costituisce un atto di vera e indipendente sovranità. Era la prima volta che un barbaro osasse legiferare in Italia, senza tener conto alcuno dell'Impero nè, consapevolmente almeno, della legge romana. Rotari, lo dice nel proemio, non fece altro che raccogliere in iscritto le consuetudini già prevalenti nel suo popolo, cercando di compierle e migliorarle, levandone il superfluo. Tutto ciò «col consiglio e consenso dei Primati nostri Giudici, e di tutto il fedelissimo nostro esercito.» Giudici e Primati erano i Gasindi, i Duchi, i Gastaldi, che comandavano in guerra e giudicavano in pace: esercito, secondo l'uso barbarico, era il popolo stesso dei Longobardi in armi. L'usanza di consultare i Grandi ed il popolo nelle faccende di generale interesse, era antica presso tutti i popoli germanici, come sappiamo anche da Tacito. Ma questa usanza, per le condizioni affatto speciali di vita, e per l'organizzazione tutta militare dei Longobardi, aveva perduto il suo carattere primitivo, ed era divenuta affare più di forma che di sostanza. I Primati non deliberavano, davano solo un parere, un consiglio; il popolo si limitava ad approvare.
Fra le compilazioni di leggi barbariche, l'Editto di Rotari è certo una delle migliori. Ciò si deve al fatto, che gli altri barbari scrissero le loro leggi o consuetudini poco dopo entrati nell'Impero, ed i Longobardi assai più tardi. Sebbene poi questi non se ne avvedessero, è tuttavia per noi visibile nelle loro leggi l'azione indiretta del diritto romano, che apparisce non solo nella stessa lingua latina in cui sono scritte, ma anche in alcune frasi affatto giustinianee, in un ordinamento già fin dal principio alquanto sistematico, ed in alcune disposizioni che evidentemente non possono essere di origine germanica. L'Editto è diviso in trecento ottantotto capitoli, di cui gli ultimi dodici sembrano aggiunti più tardi.[35] Si comincia coi delitti contro lo Stato e le persone; si prosegue col diritto ereditario, l'ordine della famiglia e della proprietà; di diritto pubblico v'è poco o nulla.
Si è molto disputato per sapere se questo Editto si applicava solo ai Longobardi o anche ai Romani. Generalmente le leggi barbariche avevano un carattere personale, erano cioè esclusivamente del popolo che le aveva scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle dei Longobardi però, e non di essi solamente, avevano anche un carattere territoriale, perchè si applicavano a tutti i popoli venuti con loro in Italia. Prova ne sarebbe, secondo alcuni, il fatto che i Sassoni, i quali volevano vivere colle proprie leggi e le proprie istituzioni, dovettero andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo ha compilato per la giustizia, e per amore de' suoi sudditi, senza far tra di essi distinzione alcuna, il che farebbe credere all'applicazione della legge longobarda anche ai Romani: questione, come è noto, assai dibattuta. Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla esistenza di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e non pare credibile che, se la legge romana fosse stata veramente annullata del tutto, d'una cosa di così grande importanza non si facesse chiaramente menzione neppure una volta. Nè si può concepire come i Longobardi, anche volendo, avrebbero potuto distruggere un diritto, che aveva messo radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità di relazioni giuridiche, molte delle quali erano ai loro vincitori sconosciute in modo, che per esse la loro legge non provvedeva e non poteva provvedere nulla addirittura. Non si capirebbe poi come, ammessa una volta l'assoluta distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda, questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo sparire e del suo riapparire si facesse nei documenti o nelle cronache cenno alcuno. La conclusione più probabile cui bisogna, secondo noi, arrivare è che, sebbene la legge romana non venisse officialmente riconosciuta, pure in molte delle relazioni private che da antico correvano fra gl'Italiani, essa fosse lasciata vivere sotto forma per lo meno consuetudinaria.
Ed invero se dall'Editto di Rotari si può solamente indurre la persistenza del diritto romano,[36] questa apparisce manifesta come un fatto normale nella legislazione posteriore di re Liutprando. «Se un Longobardo, noi leggiamo in essa, dopo avere avuto figli, si fa chierico, questi continueranno a vivere sotto la legge stessa, sotto la quale viveva il padre prima di farsi chierico.» Ciò vuol dire non solamente che v'era un'altra legge, ma che ad essa era sottoposto anche il Longobardo che si faceva chierico. E quale poteva esser mai quest'altra legge se non la romana? Il diritto canonico, che pur vigeva certamente, non era forse pieno d'elementi di diritto romano, e non dovette perciò contribuire a favorirne quel rapido incremento, che apparisce infatti sempre più manifesto? La longobarda è una legislazione essenzialmente barbarica, sulla quale si scorge sin dal principio l'azione d'una civiltà superiore, esercitata per mezzo del diritto romano e del Cristianesimo. Lo stesso Rotari, che dice di raccogliere le consuetudini nazionali e migliorarle, dichiara assurdo l'uso barbarico del duello per risolvere questioni di diritto, e cerca diminuirlo, come cerca di aumentare le composizioni, per mettere un qualche freno alla vendetta (_faida_) barbarica. In alcuni casi egli condanna l'uccisione delle streghe, come contraria all'umanità ed ai principii del Cristianesimo. Liutprando dice addirittura, che egli crede poco al valore dei così detti giudizi di Dio. Certo a misura che si è approfondito lo studio del diritto longobardo, più chiari sono in esso apparsi gli elementi nascosti di diritto romano. Risorge perciò sempre più la teoria sostenuta dal grande Savigny a favore della persistenza del diritto romano, vera di certo nella sua sostanza, sebbene egli l'abbia qualche volta esagerata. Anche l'esistenza in tutto il Medio Evo di scuole di grammatica e di diritto romano a Ravenna, a Roma ed altrove, apparisce sempre più dimostrata.
La legislazione longobarda è certo un prodotto sostanzialmente germanico, e manifesta costantemente questo suo carattere fondamentale, sebbene in alcuni punti apparisca alquanto alterato dalle condizioni speciali in cui essa venne formulata. È innanzi tutto la legislazione d'un popolo in armi, ma d'un popolo di agricoltori sparsi per la campagna, in case separate, con siepi che circondano i campi. Rotari dichiara fin dal principio d'essere mosso dall'interesse dei propri sudditi, «specialmente rispetto ai continui travagli dei poveri, ed alle esazioni inutili contro i deboli, che noi sappiamo aver patito violenza.» Un tale concetto si può in parte attribuire, come è stato sostenuto, al Cristianesimo; ma in parte si deve anche attribuire al fatto, che i barbari in generale rivolgevano la loro ostilità sopra tutto contro i latifondisti oppressori dei poveri; spogliavano, uccidevano i primi, e spesso favorivano i secondi, ai quali nulla potevano togliere. Certo furono verso i poveri meno oppressori dei Bizantini; nè si sa che nelle campagne o nelle città li opprimessero al pari dei ricchi.
La legislazione longobarda è inoltre, anzi è sopra tutto la legislazione barbarica d'un popolo armato e conquistatore; ed è di sua natura intrinsecamente, essenzialmente contraria allo spirito vero del diritto romano. Quello che vi domina non è il concetto giuridico dello Stato, ma il concetto della forza. La famiglia, primo nucleo e fondamento di una società, in cui il governo è ancora assai debole, si trova fortemente costituita a propria difesa; ma non apparisce giuridicamente coordinata allo Stato, risultando invece unita dai primitivi vincoli del sangue. La donna, come debole, è sottoposta ad una perpetua tutela, che si chiama _mundio_, da cui non può mai liberarsi: non può mai essere _selbmundia_. La tutela a cui ella è sottoposta, secondo il diritto romano, è in gran parte determinata dall'interesse della famiglia, che si vuol tenere unita, e della quale non si vuole perciò dividere il patrimonio. Per questa ragione la tutela romana può in alcuni casi cessare. La donna longobarda passa dal mundio del padre a quello del marito, alla morte del quale va sotto il mundio dei parenti di lui, ed in alcuni casi anche dei propri fratelli o del proprio figlio; in ultimo, della _Curtis regia_: non essendo capace di portare le armi, ella dev'esser sempre sotto il mundio di qualcuno. I maschi la escludono quasi affatto dalla eredità, di cui, quando è nubile, ha solo una piccola parte. La famiglia longobarda non era come la romana una specie di monarchia assoluta, nella quale, massime sotto la Repubblica, il padre aveva un potere illimitato; però anche presso i Longobardi questo potere era grandissimo. La donna maritata trovava qualche protezione nell'autorità serbata ai suoi parenti; e l'autorità paterna sul figlio aveva dei limiti ignoti alla legge romana. Divenuto atto alle armi, esso poteva separarsi dalla propria famiglia, e costituirne un'altra. La legislazione barbarica in generale, come è noto, non conosceva il regime dotale; ma presso i Longobardi la donna possedeva quello che le veniva dal marito, il quale doveva liberarla dal mundio del padre o dei fratelli, pagandone il prezzo; darle la _meta_ che si può dire una specie di dote, e il dono del mattino, _morgengab_. Il padre le doveva solo il _faderfium_, che era un dono a suo beneplacito. Presso di essi la proprietà collettiva germanica era scomparsa quasi del tutto, essendone solo qua e là sopravvissuta qualche debole traccia. Osserviamo ancora che nei primi tempi non si trova il testamento, e quando, sotto l'azione del diritto romano, comincia ad apparire, esso è, come la donazione, di sua natura irrevocabile.
Il carattere germanico di questa legislazione, opposto a quello del diritto romano, apparisce più chiaro ancora nel diritto penale. La pena di morte, che era assai rara, si applicava, secondo l'Editto, innanzi tutto a chi attentava alla vita del re, che era tenuta sacra: «il cuore del re è in mano di Dio;» all'adultera, che poteva anche essere uccisa dal marito; alla donna che uccideva il proprio marito; allo schiavo che uccideva il padrone; a chi disertava al nemico, si ribellava contro il re o i duchi, eccitava i soldati alla ribellione. Quanto al resto, tutto il diritto penale longobardo era una serie di composizioni pecuniarie, graduate secondo le persone e secondo i reati. Ma questa pena era intesa a soddisfare la _faida_, o sia la vendetta privata, riconosciuta legale, ed affidata a tutta la famiglia; non era destinata, come presso i Romani, a ristabilire la giustizia, a vendicare la Repubblica. Qui era il contrasto fondamentale, che ai Romani doveva apparire una barbarie enorme, incomportabile. Il sistema della prova si fondava, oltrechè sul giuramento, sul duello, sul così detto giudizio di Dio, e sui sacramentali, che servivano a scemare i duelli. Il guidrigildo era la pena che si pagava per l'uccisione d'un uomo o d'una donna, ed andava dapprima alla famiglia dell'offeso, più tardi, parte ad essa, parte al Re.
Il vedere che nell'Editto di Rotari non si trova determinato nessun guidrigildo per il Romano ucciso, fece sostenere che dai Longobardi non si desse alla sua vita valore alcuno, e che perciò fosse schiavo. Ma abbiamo già detto, che nessuno più crede alla schiavitù dei Romani, e quindi neppure che alla loro vita non si desse valore alcuno; nessuno più osa dal silenzio della legge dedurre così gravi conseguenze. È superfluo dunque fermarsi a combatterle.
CAPITOLO VI
Grimoaldo re — Lotta e poi accordo tra Papa e Imperatore — Costante II in Italia — Morte di Grimoaldo — Bertarido — Cuniberto — Conversione dei Longobardi al cattolicismo — Liutprando
Morto Rotari (652), gli successe il figlio Rodoaldo, che venne ben presto ucciso; ed a lui seguì il cognato Ariperto (653-61), figlio di quel Gundobaldo fratello di Teodolinda, venuto con lei di Baviera, e morto poi duca di Asti. Di Ariperto si sa poco o nulla; e subito dopo segue un periodo assai oscuro, alterato da molte leggende, dalle quali non riesce facile cavare un qualche costrutto storico.
Ariperto lasciò il regno diviso fra i suoi due figli Bertarido e Godeberto, divisione questa assai comune presso gli altri barbari, sopra tutto i Franchi; ma affatto insolita fra i Longobardi, il regno dei quali era già troppo diviso in Ducati. Nè meno singolare è il vedere che i due fratelli ebbero le loro rispettive capitali, il primogenito a Milano, il secondo a Pavia. Così non solo esse erano l'una vicina all'altra; ma il secondogenito risiedeva nella più importante delle due, Pavia essendo stata sempre la capitale del regno. I due fratelli, com'era naturale in tali condizioni, furon subito in guerra fra di loro. E Godeberto mandò Garibaldo duca di Torino a Grimoaldo duca di Benevento, promettendogli in isposa la propria sorella, se veniva a Pavia per aiutarlo contro Bertarido. Grimoaldo allora, quello stesso che vedemmo scampato alla strage seguìta nel Friuli, uomo assai avventuroso, lasciato il governo di Benevento in mano del proprio figlio, si mosse subito con un piccolo esercito, che s'andò ingrossando per via. Arrivato a Pavia, secondo il racconto, che in parte almeno è leggendario, invece d'aiutare Godeberto, lo uccise inopinatamente, tanto che il figlio ebbe appena il tempo di mettersi in salvo. Bertarido, saputo quello che era seguìto, se ne fuggì anch'egli, ricoverando presso gli Avari in tal fretta, che lasciò indietro la moglie ed il figlio Cuniberto, i quali caddero ambedue nelle mani di Grimoaldo, che li mandò prigionieri a Benevento. Grimoaldo sposò poi la sorella di Godeberto, che gli era stata promessa per indurlo a venire in aiuto del fratello, da lui invece detronizzato ed ucciso. Il duca di Torino, che aveva secondato il tradimento, fu da un parente del tradito Godeberto ucciso; ma Grimoaldo venne confermato a Pavia re dei Longobardi (662). Questo fatto aveva grande importanza, perchè egli rimaneva anche duca di Benevento, dove suo figlio governava per lui; e fu la prima, anzi l'unica volta in cui quasi tutta Italia si trovò unita sotto un re longobardo, il che poteva, se fosse durato, avere gravissime conseguenze. Ma chi già se ne risentiva non poco era il Papa, il quale si trovò come stretto in un cerchio di ferro, circondato per ogni lato dai Longobardi. Ciò lo spinse ad avvicinarsi improvvisamente all'Imperatore, col quale era stato fino allora in assai aspro dissenso.
Noi abbiamo già accennato alla disputa monotelita, inasprita dalla pubblicazione dell'_Ecthesis_, e dall'essersi nel 640 l'Esarca impadronito del tesoro lateranense. Seguì poi la pubblicazione del _Tipo_, nel quale l'imperatore Costante II (642-68) minacciava pene severissime a coloro che avessero continuato a disputare sulla doppia volontà di Gesù Cristo. Ma papa Martino I (649-53), che aveva un carattere assai energico, raccolse in Laterano un Concilio (649), nel quale intervennero 202 vescovi, che condannarono l'_empiissima Ecthesis_ di Eraclio, e lo _scelleratissimo Tipo_ di Costante. Era la prima volta che un Papa osasse condannare a questo modo editti imperiali; e però l'esarca Olimpio ebbe ordine d'impadronirsi colla forza della persona stessa di Martino I, e mandarlo a Costantinopoli. La leggenda narra che l'Esarca aveva dato ordine d'uccidere il Papa, mentre celebrava la messa; e che l'assassino il quale ne aveva assunto l'incarico accecò nel momento stesso in cui doveva compiere il delitto. Ma allora appunto il rapido avanzarsi dei Musulmani nel Caucaso, nella Siria, in Egitto, più oltre nell'Africa, e finalmente in Sicilia, costrinse Olimpio ad andar loro incontro nell'isola, donde, essendo essi in piccolo numero, si ritirarono. Ed in questo momento scoppiò di nuovo la lotta fra l'imperatore Costante ed il Papa, che il nuovo esarca Teodoro _Calliopas_, venuto a Roma con un esercito nel giugno del 653, doveva imprigionare. Arrivato che fu l'Esarca, lo trovò a letto, presso l'altare della Basilica lateranense. Il popolo voleva allora colla forza respingere la forza; Martino I però vi s'oppose, vietando che si venisse per lui a spargimento di sangue. Così si lasciò prendere e menare a Costantinopoli, dove sopportò la fame e la tortura; fu poi condotto con un anello al collo nella loggia dove si esponevano i malfattori, senza che con ciò si riuscisse a piegarlo. Finirono col mandarlo in Crimea, dove morì nel settembre del 655, e fu dichiarato Santo dalla Chiesa. All'abate Massimo, che era stato ardente sostenitore delle due volontà, venne mozza la destra e strappata la lingua.
Or fu appunto, quando a questo Papa così iniquamente trattato successero prima Eugenio I (654-57) e poi Vitaliano I (657-72), che noi vediamo iniziato e concluso l'accordo politico coll'Imperatore, senza che questi avesse da Roma ottenuto nessuna concessione nella disputa religiosa. Ciò si dovette in parte al minaccioso e continuo avanzarsi dei Musulmani, i quali nel 655, in un luogo detto _alle Colonne_, presso il Monte Fenice, sulla costa della Licia, in una grande battaglia navale sconfissero e posero in fuga l'imperatore Costante. A questo fatto, che portò un vero spavento in tutta la Cristianità, s'aggiunsero la cresciuta potenza dei Longobardi, e i dissensi religiosi che agitavano l'Italia. In Aquileia s'era riaccesa la controversia dei _tre Capitoli_, sebbene i Papi avessero fatto ogni opera per sopirla. La Chiesa di Milano dava segni manifesti di volersi rendere indipendente a similitudine di quella di Ravenna, dove un tale desiderio era assai antico, e dove l'arcivescovo Mauro voleva ora assumere addirittura il titolo di Patriarca.
In conseguenza di tutto ciò, messo pel momento da parte ogni dissenso religioso, Papa e Imperatore si unirono. Nel 662 Costante partiva da Costantinopoli per venire con un esercito in Italia, dove nessuno sapeva indovinare con precisione che fine veramente egli avesse. Secondo alcuni voleva portar la sua sede in Sicilia, per farne centro dell'Impero, a meglio difenderlo contro i Musulmani; secondo altri veniva invece per frenare la potenza dei Longobardi. In questo caso il momento non sarebbe stato male scelto. Egli era infatti partito da Costantinopoli nell'anno in cui Grimoaldo fu proclamato re dei Longobardi; sbarcava a Taranto nel 663, ed ingrossato per via l'esercito, andò subito verso Benevento, quando, per le discordie con violenza scoppiate nell'alta Italia, era assai difficile che Grimoaldo potesse mandare aiuti al figlio Romualdo. Il quale tuttavia, vedendo addensarsi sul suo capo la tempesta, mandò il proprio balio Sessualdo ad avvertire di tutto il padre in Pavia. Questi, senza metter tempo in mezzo, senza pensare al pericolo di lasciare un regno a mala pena conquistato con un colpo di mano e pieno perciò di scontento, si mosse subito in aiuto del figlio. Non lo sgomentarono le diserzioni seguite per via, nè la voce sparsa che egli non sarebbe potuto più tornare a Pavia. Sessualdo che lo aveva preceduto, tornando per avvertire il figlio del prossimo arrivo degli aiuti, fu fatto prigioniero da Costante, il quale lo condusse sotto le mura di Benevento, dove voleva colle minacce e con la violenza indurlo ad affermare a Romualdo, che il padre non sarebbe in nessun modo potuto venire a soccorrerlo. Ma Sessualdo invece, quando vide il giovane Duca alle mura, esclamò eroicamente: — Fatti animo, Grimoaldo è per giungere; questa notte sarà al fiume Sangro. — Dopo di che, prevedendo il suo inevitabile destino, gli raccomandò la moglie ed i figli. Infatti ben presto l'Imperatore gli fece troncar la testa, che fu con una macchina di guerra gettata dentro le mura di Benevento, dove Romualdo la baciò piangendo. Costante si ritirò, lasciando intorno a Benevento 20,000 uomini, che furon battuti dalle forze riunite di Romualdo e di Grimoaldo.
L'Imperatore andatosene allora a Roma (5 luglio 663), donde il Papa gli venne incontro a sei miglia dalle mura, visitò le chiese, lasciandovi donativi; ma portò via preziosi bronzi, fra cui anche il tetto del Panteon, che era dorato. Di là, per Napoli e le Calabrie, se ne tornò in Sicilia, dove per cinque anni, oppresse siffattamente il paese, che nel 668 venne affogato in un bagno. Gli successe il figlio Costantino Pogonato (668-85).
Grimoaldo doveva pensare adesso a ristabilire l'ordine nel suo regno. Lasciato quindi il figlio al governo di Benevento, dette una sua figlia in isposa al conte di Capua, che lo aveva aiutato nella guerra contro l'Imperatore, e lo nominò duca di Spoleto. Tornato a Pavia, si diede a combattere coloro che lo avevano abbandonato o tradito. Quegli di cui più doveva temere era certo Bertarido, che rifugiatosi presso gli Avari, divenne subito il richiamo di tutti gli scontenti. Grimoaldo invano fece il tentativo d'indurre gli Avari a darglielo nelle mani. Allora Bertarido, fattosi animo, mandò il suo fido Unulfo a dirgli, che sarebbe venuto spontaneamente, sicuro della lealtà di lui; e Grimoaldo lo accolse amichevolmente nel suo proprio palazzo. Ma tale e tanto fu il numero di coloro che accorrevano a lui, che i sospetti crebbero ogni giorno, ed il Re decise finalmente di uccidere il suo ospite. Questi fattone consapevole, riuscì a fuggire coll'aiuto di Unulfo, a lui sempre fido compagno. Grimoaldo si diede allora a combattere Lupo, duca del Friuli, un altro di coloro che gli si erano ribellati durante la guerra; e gli mosse contro gli Avari, che lo sconfissero ed uccisero. Dopo aver fatto altre vendette, strinse amicizia coi Franchi nel 671, e poi morì. Forte, valoroso ed avventuroso, par che fosse anche tra i convertiti al cattolicismo. Nel 668 aggiunse alcuni nuovi capitoli all'Editto di Rotari. Fu certo fortunato nelle sue imprese guerresche; ma anche a lui mancò un concetto politico direttivo. Quando infatti l'imperatore Costante si era ritirato in Sicilia, egli avrebbe dovuto dedicarsi a compiere la conquista dell'Italia meridionale, ad impadronirsi di Napoli e di Roma, il che lo avrebbe reso più forte anche nell'Italia superiore; ma invece, tornatosene subito nel settentrione, perdè il tempo in piccole vendette o guerre alla spicciolata. Così tutto ricadde nell'antico disordine; e morendo egli lasciò nuovamente l'Italia divisa. Il suo primogenito Romualdo ebbe il ducato di Benevento; il secondogenito Garibaldo governò sotto la reggenza della madre, che era sorella di Bertarido. Ma questi, che s'era rifugiato in Francia, accorse ora in Italia, dove fu subito riconosciuto re dei Longobardi; e di Garibaldo non si sentì più parlare. Bertarido che era anch'esso fervido cattolico, regnò diciassette anni, costruì molte chiese e conventi, favorì sempre più la generale conversione dei Longobardi, che procedette assai rapida, ma pel grande mutamento che portava, fu causa continua di disordini.
Il fatto più notevole che avvenne, fu la ribellione di Alachi duca di Trento, assai avverso al clero, che Bertarido invece favoriva con ardore. Ma questi, dopo averlo sottomesso, volle usargli clemenza, sebbene prevedesse che ciò sarebbe riuscito funesto alla sua famiglia. Infatti, morto che fu Bertarido nel 688, lasciando erede il figlio Cuniberto, Alachi insorse di nuovo e s'impadronì colla violenza del regno. Se non che il suo carattere violento e dispotico, la sua avversione al clero, la sua condotta sleale promossero una ribellione che richiamò Cuniberto, e così il regno si trovò diviso in due partiti, lacerato da due pretendenti, i quali finalmente s'affrontarono sull'Adda, dove Alachi venne sconfitto e rimase ucciso.