Le invasioni barbariche in Italia
Part 25
In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute che potevano nascere per la sua successione, fece a Milano proclamare erede il figlio Adaloaldo, che non aveva allora più di due anni. E ciò in presenza dei grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi, la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva promessa sposa al giovanetto erede del trono longobardo. Nel 605 fu fatta pace coll'Esarca, rinnovata poi fino al 612. All'imperatore Foca era successo intanto Eraclio (610-41), che fu subito occupato nella guerra persiana. Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda volta teneva quell'ufficio, era successo, verso il 611, un altro esarca di nome Giovanni.
Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto allora gli Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, mossero una guerra violenta contro Gisulfo duca del Friuli; il quale, dopo viva resistenza, morì in battaglia con la più parte de' suoi, lasciando la vedova Romilda con otto figli. E questa, con essi, e cogli altri superstiti, la più parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si chiuse nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro dei figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei quali, Tasone e Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli Avari assediarono la città sotto il comando del loro Cacàno. Narra la leggenda, che questi era così giovane e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, se prometteva di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, bruciò ogni cosa, e fece prigionieri gli abitanti, che divise fra i suoi seguaci. Quanto a Romilda, dopo che l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò agli ufficiali, per farla poi impalare, dicendo che questo era il solo matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi tre figli maschi di Gisulfo montarono intanto a cavallo per salvarsi colla fuga. E perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, giovanetto, non cadesse in mano del nemico, volevano ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già aveva sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben reggermi in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che nella fuga, il giovanetto restò indietro e venne raggiunto da un Avaro, che lo prese. Questi però vedendolo così bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran quasi bianchi), non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini del cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò dal fodero la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo sulla testa, distese a terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo i fratelli. Le sorelle restarono prigioniere, e per salvare il loro onore, si posero in seno della carne cruda e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì fantastico racconto può ridursi a questo, che gli Avari entrarono nell'Istria, devastarono il Friuli, uccisero il duca Gisulfo e presero Cividale; poi si ritirarono, assai probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei quattro figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono assumere il governo, ma furono poi trucidati a tradimento; gli altri, che erano troppo giovani ancora, se ne andarono a Benevento, presso Arichi, che era del Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li aveva già prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli a casa sua.
Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva a Milano tra il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, proclamato erede il proprio figlio Adaloaldo, che allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di fatto a governare la madre Teodolinda, continuando a favorire con ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in ispecie l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la strada alla loro totale fusione coi Romani. Ricchi donativi essa fece alle chiese, e molte ne costruì, fra le quali viene ricordata la basilica di S. Giovanni a Monza, annessa al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che ella ora restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto che Teodolinda fece dipingere quelle pitture da cui Paolo Diacono potè darci la descrizione del vestire dei Longobardi. Nella basilica s'andò poi raccogliendo un vero tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. Una di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e gli apostoli scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva offerta da Agilulfo _Rex totius Italiae_; il che fa credere che fosse di tempi posteriori, non sapendosi che egli abbia mai avuto un tal titolo. Questa corona venne da Napoleone I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra, anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre sopra tutte è invece quella che fu chiamata la corona di ferro, perchè dentro al cerchio d'oro, scolpito a frutta e fiori, con smalti e ventidue gioielli, specialmente perle e smeraldi, v'è un sottile cerchio di ferro, che dicesi formato da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu confitto sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; e certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re d'Italia.
Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche la protezione da Agilulfo e da Teodolinda accordata a S. Colombano, celebre nella storia della Chiesa e della cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda, dove il Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita in modo veramente maraviglioso, diffondendosi di là nel resto d'Europa. Animato dall'ardente spirito di propaganda, S. Colombano andò in Francia, donde fu poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata la condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi. Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul lago di Costanza. Poco dopo egli andò più oltre verso il mezzogiorno, restando nella Svizzera qual suo rappresentante il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che dette il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si fermò. Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto da Agilulfo e da Teodolinda, sebbene continuasse a scrivere contro gli Ariani. Fondò il convento di Bobbio, famoso per molti codici ivi raccolti, che sono oggi sparsi nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca di Torino, e rendono testimonianza del grande amore di lui e de' suoi seguaci per gli studi classici. La protezione da Agilulfo concessa a questo santo; l'aver lasciato convertire al cattolicismo i suoi due figli; l'aver concesso larghi donativi alle chiese, continui favori ai vescovi per lo innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero avvalorare la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse divenuto cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso l'avviso contrario, che cioè questa sua condotta fosse dovuta piuttosto al poco ardore, quasi alla indifferenza religiosa dei Longobardi, all'azione efficacissima esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che Gregorio I esercitò sempre su tutti.
CAPITOLO V
Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto — L'_Ecthesis_ — L'editto di Rotari
L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. Erano scomparsi dalla scena due uomini grandi, quali Agilulfo e Gregorio I. La conversione già cominciata dei Longobardi aveva seminato fra di loro la discordia, e questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro il giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora fuggire a Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era invece ariano (625). Di lui, che pure regnò diversi anni, sappiamo assai poco; ed ignoriamo ancora che cosa pensasse o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si direbbe che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, che aveva sposato la figlia di lei, Gundeberga, morì verso il 636. Allora fu concessa alla sua vedova, come già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un secondo marito, che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, che fu il re legislatore dei Longobardi.
Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato nella guerra persiana divenuta sempre più grossa e minacciosa, non solamente non si potevano mandare aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli esarchi, per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel Giovanni, che secondo alcuni era chiamato _Lemigius Thrax_ (611-616), ed a questo un Euleterio (616-620), il quale pensò di assumere in proprio nome il governo dell'Esarcato. Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo uccisero e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu spedito un altro esarca.
In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava l'impero, ed essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il 5 ottobre 610 era morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo aveva eretto la celebre colonna nel Foro Romano, ed il cui regno crudele era stato turbato da continue cospirazioni. A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero carattere orientale, che passava da una straordinaria attività ad una straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul trono, pareva nei primi dieci anni che se ne stesse a guardare, senza impensierirsi del rapido avanzarsi dei Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo era grande davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della stessa Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando via perfino il legno della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono nell'Egitto, minacciando d'andare più oltre ancora. Dove queste gravi perdite si dovessero fermare, nessuno poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: si sarebbe detto che era addirittura spaventato. Vi fu un momento (618) nel quale pareva che volesse trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere di là meglio difendere l'Impero.
Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un tratto. Alla minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, religioso e politico, si sollevò in Costantinopoli. E finalmente si ridestò dal suo letargo anche Eraclio, il quale si trovò alla testa d'una grossa guerra, combattuta a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede, per liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto allora un altro uomo. Fatta nel 620 una tregua cogli Avari per due anni, si apparecchiò febbrilmente alla guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi nuovo Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25, sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi presso il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe si apparecchiò allora ad uno sforzo supremo; e fece alleanza coi Bulgari, cogli Slavi, cogli Avari. Questi ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero ad un formidabile assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano contro Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il clero, i soldati fecero una disperata difesa, che dovette esser vittoriosa davvero, perchè da questo momento non sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio avesse deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai più favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi gli Avari cominciano quasi del tutto a scomparire dalla storia; gli Slavi, invece, ben più numerosi, s'avanzano, occupando prima la penisola balcanica, e dilatandosi poi anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio continuò le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le ricevute sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare deposto ed ucciso. Gli successe il figlio, che fece la pace coll'Impero, abbandonando tutte le conquiste fatte dal padre, restituendo i prigionieri ed il legno della sacra croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro.
Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro i Persiani, questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, e pareva anche definitiva. Essa però mise sempre più in luce un lato assai debole dell'Impero d'Oriente, il quale aveva uno spirito greco, seguiva una politica romana, ed era composto di province fra loro assai eterogenee. Il rapido avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, aveva fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse tra le varie province. Parecchie di esse non erano state assimilate all'Impero, da cui poterono perciò esser facilmente staccate. A riconquistarle era stata necessaria una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare indifese quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, e che restarono esposte alle invasioni di altri barbari. Di ciò s'era già avuto un altro esempio a tempo di Giustiniano, il quale, per riprendere l'Africa, la Spagna e l'Italia, aveva trascurato la difesa della Tracia, della Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari, dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in più larghe proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. Gli Avari, è ben vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli Slavi che fino a quel tempo avevano proceduto in loro compagnia, combattendo insieme, inondarono addirittura la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella Dalmazia, nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due popoli, gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei e numerosissimi, somiglia di molto al destino degli Unni e dei Germani. I primi, finnici anch'essi, cominciarono col combattere e vincere la potenza dei secondi, i quali, uniti poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a ritirarsi, dopo di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, furon poi da questi e dall'Impero distrutti o forse anche assorbiti ed assimilati: certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. Questi popoli finnici, turanici appariscon quasi tutti come un uragano, cui nulla può resistere. Ma se con grande facilità si avanzano, con grande difficoltà riescono ad organizzarsi stabilmente, e presto si decompongono per disciogliersi e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti poi Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e formano ancora oggi come un'isola compatta e forte in mezzo ai popoli ariani.
Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di Giustiniano, quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto duraturo, perchè le province che essi riconquistarono finirono coll'essere definitivamente abbandonate. L'opera dei secoli VII e VIII mirò a riprendere e conservare almeno quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate. Il lavoro di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da Eraclio, ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi di un tal fatto dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio.
S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, che doveva turbare profondamente l'Oriente e l'Occidente. Maometto nel 628 cominciava dall'Arabia, colla predicazione e colle armi, a propagare la sua nuova dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva suo predecessore. Queste dispute, che tanto infiammavano ed agitavano lo spirito dei Greci, non erano punto adatte alla intelligenza delle popolazioni in altre parti dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo Maometto, sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva nell'altro mondo un eterno paradiso, con tutti quanti i piaceri dei sensi, a coloro che per essa combattevano e morivano; ed inculcava un fatalismo che rendeva indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che l'esaltamento religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il nome che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano la dottrina musulmana) divenne in breve tempo straordinario. Morto Maometto nel 632, le popolazioni arabe, di loro natura guerriere, educate nel deserto ad una vita perennemente militare, guidate dai Califfi che gli successero, andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima avanzati i Persiani, respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu presa Damasco, nel 636 Antiochia, nel 637 Gerusalemme, nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto. L'imperatore Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, e dopo una debole, inefficace resistenza, morì nel 641, quando l'Impero aveva per sempre perduto le terre al di là del Tauro.
La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata dalla conversione religiosa, agevolata anch'essa dalla natura di quelle popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, l'Armenia avevano sempre resistito alle dottrine del Concilio di Calcedonia sulla Trinità e sulla doppia natura di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare costantemente al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito l'umana. Quest'avversione ad ammettere la doppia natura di Gesù Cristo le rendeva ben disposte al monoteismo musulmano, pel quale le dispute sulla Trinità non avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano quindi facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso si mutava allora facilmente in conflitto politico, perchè quelli che divenivano musulmani, chiamavano in loro aiuto gli Arabi, per esser difesi contro l'Impero. Eraclio s'era avvisto in tempo del pericolo religioso, ed aveva cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca Sergio, si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo la sua doppia natura. E con questa specie di compromesso, che sperava di fare accettare a Roma, cercava di soddisfare le tendenze dei monofisiti, per evitare la loro separazione dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò favorevole, avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà unica o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. Ma lo spirito della Chiesa cattolica ripugnava sempre a queste transazioni, e più che mai a tollerare che le dispute religiose venissero decise dall'Imperatore: peggio ancora quando la decisione era ispirata da ragioni politiche. Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, pubblicava l'_Ecthesis_ o esposizione della fede, ordinando che non si disputasse più sulla doppia volontà di Gesù Cristo, essendo colla doppia natura ammissibile la volontà unica. Ma la opposizione che si sollevò allora in Italia fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe potuto astenere dal condannare l'_Ecthesis_, se quando questo pervenne a Roma, egli non fosse già morto.
La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di nuovo accesa, ed a farla crescere s'aggiungeva ora il fatto che l'esarca Isacco, venuto a Roma, portò via il tesoro del Laterano, sotto il pretesto d'averne bisogno per dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli non arrivavano. Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò col non volerlo confermare se prima non approvava l'_Ecthesis_; ma si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, sebbene egli avesse dichiarato di volere star fermo alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi dopo, nello stesso anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito un Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza nominar nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, e molto meno papa Onorio, che la Chiesa naturalmente voleva lasciar da parte. La disputa monotelita continuò tuttavia ancora per un secolo, e così l'_Ecthesis_ non era riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo ai molti che già v'erano un nuovo scisma, come era seguìto in passato con l'_Enotikon_.
Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire che l'Impero, sempre più violentemente assalito dai Musulmani, sempre più diviso dalle dispute religiose, si trovava in un grandissimo disordine. Rotari quindi non aveva adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali si trovavano in un periodo di transizione, per essersi già molti di loro convertiti al cattolicismo. Rotari, duca di Brescia, scelto a secondo marito da Gundeberga, cattolica e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano, il che non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, non di rado in una stessa città si trovavano due vescovi, cattolico l'uno, ariano l'altro. Il nuovo re cominciò col fare uccidere parecchi nobili a lui avversi; trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non sappiamo se per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa fu poi liberata per intercessione del re dei Franchi, Clodoveo II, e si dette sempre più a vita devota, facendo limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San Giovanni, nella quale fu poi sepolta.
Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla parte dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito dai Musulmani, ne profittò per estendere il proprio dominio nella Lunigiana, avanzandosi nella Liguria sino al confine franco verso Marsiglia. E dopo di ciò si volse contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul Panaro in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono, l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da Ravenna, avrebbe perduto 8000 uomini.
In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento Arichi, il quale fu prode in guerra, ed aveva esteso il suo Stato nel Sannio, nella Campania, nelle Puglie, nella Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto anche Salerno venne annesso al suo territorio. E così il ducato di Benevento confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia meridionale, divenendo sempre più indipendente. Presso quel Duca s'erano, come vedemmo, rifugiati Rodoaldo e Grimoaldo, i due figli maggiori di Gisulfo suo parente, scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli. Venendo ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione ad uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, il quale pareva scemo di mente, in conseguenza, si diceva, d'una bevanda misteriosa datagli dall'Esarca. Tuttavia egli successe al padre, ma poco dopo morì (642), ucciso dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse e cacciò dal Ducato, potè impadronirsi del potere, che dopo cinque anni lasciò, morendo (647), al fratello Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi furono ambedue valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco. Ignorasi perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande assemblea di Pavia, dove venne sanzionato il celebre Editto di Rotari; come s'ignora se questo Editto fu allora messo in vigore anche nel ducato di Benevento.