Le invasioni barbariche in Italia

Part 23

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I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice: _His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur_ (II, 32). I Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, gli altri (_reliqui_), cioè tutto il resto della popolazione, furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare ad essi il terzo delle loro entrate (_tertiam partem suarum frugum_), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte che il _reliqui_ troppo evidentemente si riferisce a _nobiles_, come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani, obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito, che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche i nulla-tenenti venissero divisi _per longobardos hospites_, perchè la _hospitalitas_ era una relazione che passava fra il _proprietario_ romano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei coltivatori della terra era _patronus_, non _hospes_.

L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o aderenti, metà dei loro averi, _omnem substantiarum suarum medietatem_, Paolo Diacono aggiunge: _Populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur_ (III, 16). Le parole _populi adgravati_ fecero supporre che le popolazioni fossero state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate, perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel regno longobardo, secondo lui, _nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore pergebat_ (_Ibidem_). I popoli aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo dice.

Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di rendite (_frugum_), così si è, non senza qualche ragione, da alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei più autorevoli), la quale, invece di _per hospites partiuntur_, dice, _hospitia partiuntur_: non sarebbero cioè stati divisi i _populi_ nè le rendite, ma le terre stesse, _hospitia_. Più di questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però abusare, per fargli dire quello che a noi piace.

CAPITOLO III

Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino

Importa ora formarsi un'idea chiara, almeno sommariamente, della forma di governo, che ebbero fra di noi i Longobardi, perchè se mai una volta, come alcuni pretesero, il filo della tradizione romana si spezzò del tutto in Italia, se ogni traccia di leggi e d'istituzioni romane sparì affatto, questo non potrebbe essere avvenuto che sotto il loro dominio. Non solamente esso durò su di noi più a lungo di ogni altro dominio barbarico; ma è certo che gli Ostrogoti lasciarono in vigore le leggi e le istituzioni romane, i Bizantini non ne avevano altre essi stessi, e i Franchi quando vennero più tardi erano già in parte romanizzati. I Longobardi, come vedemmo, avevano invece avuto assai minore contatto coll'Impero, col quale s'erano messi in aperta guerra, per cacciarlo addirittura dall'Italia. Avendo però da lungo tempo abbandonate le loro antiche sedi, vagando sotto forma più o meno d'una compagnia di ventura, non potevano neppur essi aver serbate intatte le primitive istituzioni germaniche. E quelle che ora avevano, non potevano dirsi naturalmente, esclusivamente svolte dalle antiche, che di necessità erano state profondamente alterate dalle nuove condizioni in cui s'erano trovati, dal contatto che avevano avuto con altri popoli. Rimase tuttavia costante in essi la loro tendenza disgregatrice, la incapacità di costituirsi in una forte unità. Questo fu causa del disordine continuo in cui vissero; rese loro impossibile arrivar mai alla conquista di tutta Italia, e portò finalmente la totale rovina del regno.

Alla loro testa era un Re non del tutto ereditario, nè del tutto elettivo. Il popolo lo eleggeva o ne sanzionava la elezione fatta dai suoi capi, la quale soleva essere circoscritta nella cerchia d'una stessa famiglia o parentela. Qualche volta il popolo trasmetteva ad altri la facoltà di fare l'elezione. Così dopo la morte d'Autari, si dette facoltà alla sua vedova Teodolinda d'eleggersi un marito, che sarebbe stato, come poi fu, il nuovo Re dei Longobardi. Questi era il capo civile e militare della nazione; comandava l'esercito, amministrava la giustizia in compagnia di assessori, che di volta in volta sceglieva. Le leggi proclamate in suo nome erano le consuetudini stesse formatesi nel popolo, le quali egli, d'accordo coi grandi, formulava e sottoponeva poi all'approvazione dell'assemblea popolare, perchè decidesse se riproducevano esattamente le consuetudini. Il Re poteva anche di sua autorità emanare ordini o decreti, i quali, coll'andare del tempo e sotto l'azione persistente del diritto romano, andarono crescendo di numero e d'importanza. Quello che soprattutto determinò il carattere di questa monarchia, fu la sua divisione in Ducati, i cui Duchi, nominati dal Re a vita, erano specie di Vicerè indipendenti, piuttosto che veri e propri ufficiali regi. Essi tendevano a rendersi non solo sempre più indipendenti, ma anche ereditari; e qualche volta vi riuscirono, come fecero quelli del Friuli, di Spoleto e di Benevento. Il duca di Spoleto assunse il titolo di _Dux gentis Langobardorum_, quello di Benevento divenne addirittura un vero e proprio sovrano autonomo ed ereditario. Tutto questo non poterono tuttavia riuscire a fare gli altri Duchi meno lontani, perchè il Re, come era naturale, vi si opponeva, per tenerli sottomessi alla propria autorità. Di qui un conflitto permanente, che fu causa di rivoluzioni continue, della morte violenta di molti Re, e produsse la debolezza continua del regno, che non si riuscì mai ad organizzare fortemente. Ed in più di due secoli di dominio, di violenze e di prepotenze i Longobardi, invece di germanizzare gl'Italiani, finirono coll'essere essi romanizzati, formando coi vinti un popolo solo.

Nel regno longobardo v'erano alcuni veri e propri ufficiali regi, chiamati Gastaldi, e nominati dal Re, che poteva revocarli. Essi amministravano la _Curtis Regia_, cioè i beni della corona nei Ducati, nei quali erano mandati. Sorvegliavano i Duchi, e là dove esercitavano il proprio ufficio, facevano anche da giudici e capi militari. Aumentare il numero di questi Gastaldi fu il pensiero costante dei Re, perchè era il solo mezzo di accrescere l'autorità propria, di dare una qualche organica unità al regno. E però, coll'andare del tempo, nelle terre nuovamente conquistate, cercaron sempre di porre Gastaldi invece di Duchi. Intorno al Re erano anche i Gasindi, specie di familiari o cortigiani, il cui potere andò col tempo anch'esso aumentando. Ma quel che è più, v'era un Consiglio di Duchi, del quale naturalmente non facevano di regola parte i Romani; v'entravano però i Vescovi, i quali, massime in principio, erano sempre romani.

Tutto ciò, come è evidente, non bastava a formare un regno saldamente costituito. I Duchi cercavano continuamente ed in ogni cosa d'imitare il Re. Giudicavano nel proprio Ducato, ne comandavano l'esercito, facevano anche spedizioni militari per loro conto; qualche volta, per ordine del Re, assumevano in tutto o in parte il comando dell'esercito nazionale. Avevano anch'essi i loro Gasindi, ed ufficiali che facevano le veci di Gastaldi, ed altri che chiamavano Sculdasci, i quali tutti avevano, più o meno, poteri amministrativi, giudiziari e militari. Al Re sarebbe di diritto spettato il nominare gli ufficiali dei Duchi; ma questi tendevano sempre a nominarli essi, e spesso vi riuscirono. Nel Ducato di Benevento non vi furono i Gastaldi regi, ma solo ufficiali nominati dal Duca.

Si è molto disputato per sapere se i Longobardi in genere o i Duchi in ispecie risiedevano nelle città o nella campagna. E certo non è difficile trovare molti argomenti per sostenere che risiedevano in città, soprattutto nelle principali. Queste avevano ciascuna un proprio territorio, determinato dalle antiche circoscrizioni romane, su cui si erano formate le Diocesi vescovili, identiche alle così dette Giudiciarie dei Ducati. Tutto ciò, insieme riunito, aveva il nome di _Civitas_, ed in essa di certo dovevano risiedere i Longobardi in genere, e i Duchi in ispecie. Ma che risiedessero generalmente dentro le mura delle città, le quali erano ab antico la sede della popolazione romana, è, secondo noi, più facile affermarlo che dimostrarlo. Colle invasioni germaniche il centro di gravità fu trasferito nelle campagne. I Tedeschi erano popolazioni rurali, che non conoscevano le città; nei castelli del contado si costituì più tardi il feudalismo, che dette la forma predominante alla società medioevale; ed i grandi feudatari del contado sono dai nostri cronisti continuamente chiamati i Teutonici, i Lombardi.

Di fronte al governo dei Longobardi, in tutti i luoghi di cui essi non riuscirono ad impadronirsi, restava sempre il governo bizantino, il che doveva contribuire non poco a far sì che, pel mutuo contatto, si modificassero l'un l'altro. Secondo la Prammatica Sanzione il potere civile ed il militare dovevano essere divisi. Alla testa del primo restava infatti il _Praefectus Praetorio_, che risiedeva a Ravenna; a Roma c'era un _Vicarius Urbis_; a Genova un _Vicarius Italiae_, e tutti e tre dovevano curare l'amministrazione. Le liti fra Romani venivano decise da _Judices provinciarum_ eletti dai Vescovi. La Prefettura d'Italia, separata dalla Rezia e dalle isole, s'era andata sempre più restringendo, e s'era adesso ridotta ad alcuni brani solamente della Penisola. La Sicilia aveva un suo proprio Prefetto; la Sardegna e la Corsica dipendevano dall'Esarca dell'Africa. Siccome però lo stato di guerra continuava sempre, nè poteva cessare per ora, così, nonostante l'esistenza del Prefetto e dei Vicari, il potere civile ed il militare si riunivano di fatto nei Duchi bizantini. Questi, mandati a governare e difendere le province ancora dipendenti dall'Impero, le quali spesso erano non solo separate, ma anche assai lontane le une dalle altre, si trovavano di fronte ai Duchi longobardi, anch'essi separati e indipendenti. Così fin da ora l'Italia andò sempre più dividendosi e suddividendosi.

La tendenza burocratica, accentratrice dei Bizantini rendeva necessario un capo che rappresentasse l'Impero nella Penisola, e nel quale tutti i poteri si riunissero come nell'Imperatore. Questo capo era l'Esarca, cui si attribuiva anche la dignità assai onorifica di Patrizio, e risiedeva a Ravenna. Il titolo di Esarca era generalmente dato a tutti coloro che conducevano una spedizione all'estero, ed in questo senso potè esser da qualcuno attribuito anche a Belisario ed a Narsete. Ma esso ebbe in Italia un significato, un valore affatto speciale, perchè concesso solo a chi governava in nome dell'Imperatore e lo rappresentava, quasi una continuazione o trasformazione dell'ufficio affidato già a Teodorico. In questo senso Belisario e Narsete non furono Esarchi, ma solo capi dell'esercito, e con esso governarono. Si è molto disputato per sapere chi fosse il primo Esarca in Italia. La più antica menzione ufficiale di questo ufficio si trova, come già dicemmo, nella lettera di papa Pelagio II, scritta in data 4 ottobre 584, che alcuni credono di dover mutare in 585. Decio perciò fu di certo Esarca, e prima di lui si ritiene da alcuni che anche Baduario (575-76) avesse quel titolo. A Decio, che governò breve tempo, successe (585) Smeraldo. I Duchi bizantini teoricamente dipendevano dall'Esarca, che li nominava; ma, separati e lontani gli uni dagli altri, agivano di fatto come indipendenti; e così l'Esarcato andò a poco a poco divenendo anch'esso una specie di Ducato, da cui gli altri dipendevano solamente perchè in esso governava il rappresentante supremo dell'Imperatore.

In questo senso più ristretto l'Esarcato si estendeva dall'Adige alla Marecchia, dall'Adriatico all'Appennino; conteneva Ravenna e Bologna coi loro territori, ed altre città di minore importanza. Accanto ad esso erano la Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona) e la Pentapoli annonaria (Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli, Gubbio), che, insieme riunite, secondo alcuni formavano la Decapoli, secondo altri invece questo nome davasi alla seconda Pentapoli.[34] Nel settimo secolo appartenevano ai Bizantini anche il Ducato di Venezia, parte dell'Istria, l'Apulia e la Calabria (Terra d'Otranto), il Bruzio (Calabria moderna), Napoli, Roma, Genova con la Riviera. In generale tutte le città della costiera adriatica e mediterranea restarono ai Bizantini, non essendo i Longobardi stati mai navigatori. L'Esarca era mandato a governare _Regnum et Principatum totius Italiae_, perchè l'Impero restava attaccato sempre alle antiche formole, anche quando non rispondevano più alla realtà. Da principio l'Esarca nominava i Duchi ed i Maestri dei militi, due ufficiali che spesso si confondon tra loro, sebbene in origine questi fossero inferiori a quelli, e più esclusivamente militari: a Roma il Maestro dei militi comandava le milizie della città, il Duca quelle di tutto il Ducato. Di fatto poi finirono, così gli uni come gli altri, coll'esercitare le funzioni giudiziarie e militari, spesso anche amministrative, e vi fu fra di loro poca differenza. I Ducati eran divisi in sezioni, nelle quali comandavano i tribuni, che vennero spesso confusi coi Conti, risiedevano nelle città secondarie, e dipendevano dal Duca o dal Maestro dei militi, che risiedevano nelle città principali e comandavano in tutto il Ducato. Il numero e la estensione di questi Ducati variavano secondo le necessità della guerra. Prima della venuta dei Longobardi ne erano stati già formati parecchi ai confini, verso le Alpi, con soldati _limitanei_, che in pace coltivavano i campi loro concessi, lasciandoli poi in eredità ai figli con lo stesso obbligo della difesa. La tendenza a rendere ereditari gli uffici era, come è noto, assai generale presso i Bizantini. Colla venuta dei Longobardi, con la divisione e suddivisione dell'Italia, che per opera loro ne seguì, i confini si moltiplicarono. Essi furono a poco a poco quasi per tutto, perchè ai Bizantini era necessario difendersi per tutto dal nemico. E s'andarono continuamente formando nuovi Ducati, i quali variarono di numero e di estensione, secondo che per le vicissitudini della guerra s'avanzava o si retrocedeva.

L'Esarca, come nominava i Duchi, perchè rappresentante dell'Imperatore, così per la stessa ragione s'ingeriva nelle cose ecclesiastiche. Esso presumeva di dover ricondurre i sudditi alla vera fede, imprigionava i vescovi, sorvegliava ed approvava la elezione del Papa: qualche volta ebbe da Costantinopoli persino l'ordine d'imprigionarlo. Da un tale stato di cose sorgevano, come era naturale, cause infinite di conflitti; e non solamente con Roma. A Costantinopoli si temeva sempre che l'Esarca volesse rendersi indipendente: più d'uno di essi infatti ci s'era provato. Si cercava quindi d'indebolirne il potere, favorendo invece l'autorità dei Duchi, facendoli nominar direttamente dall'Imperatore, o confermandoli quando il popolo cominciò esso ad eleggerli. E ne seguì non solo che i Ducati bizantini s'andarono sempre più separando gli uni dagli altri e dall'Esarca, dividendo sempre più l'Italia; ma finirono coll'emanciparsi, qualche volta proclamando addirittura la loro indipendenza. Questo avvenne a Venezia, a Napoli, a Roma ed anche a Ravenna, come vedremo.

Nel 584 noi vedemmo come papa Pelagio II, si dolesse che a Roma non vi fosse nè un Duca nè un Maestro dei militi. Nel 592 invece Roma aveva già un suo Maestro dei militi che ne difendeva le mura, e nel 625 l'_Exercitus Romanus_ (che nel 640 è ricordato la prima volta dal _Libro Pontificale_) assisteva ufficialmente alla elezione del Papa. E non molto dopo troviamo che Gregorio Magno fa obbligo alle popolazioni del Ducato di difendere colle loro armi contro i Longobardi le mura della città, la quale sembra così già avviarsi ad una propria autonomia. Si è lungamente voluto supporre, che sotto i Longobardi fosse scomparso ogni avanzo di diritto e di istituzioni romane, e che degli antichi municipi non fosse rimasta traccia alcuna. L'antica _Curia_, si è mille volte ripetuto, era ridotta a riscuoter tasse, che i Decurioni dovevano pagare anche quando non riuscivano a riscuoterle. L'appartenervi non era quindi più un onore, ma un onere incomportabile, che tutti cercavano di fuggire, anche col volontario esilio; nè dopo il 625 essa si trova più ricordata nei documenti. Nella stessa Italia bizantina, dove la legge romana era in pieno vigore, l'amministrazione municipale, si disse, era scomparsa, cadendo nelle mani del Vescovo e di ufficiali quasi governativi come il _Curator_ ed il _Defensor_. Nell'Italia longobarda, secondo i medesimi scrittori, tutto sarebbe stato assorbito dalla _Curtis regia_, dai Duchi, dai Gasindi, più tardi dai Vescovi. Ma sono teorie ed ipotesi ora in gran parte abbandonate da coloro stessi che una volta le sostenevano con grande ardore. Se tutto ciò fosse vero, riuscirebbe assai difficile capire in che modo i Longobardi avrebbero potuto amministrare e governare le popolazioni italiane, in gran numero raccolte nelle città. Di queste popolazioni essi dovevano pure occuparsi, ne avevano bisogno, perchè esse esercitavano i mestieri, l'industria ed il commercio. Qualunque fosse poi lo stato legale delle cose, è assai difficile, per non dire impossibile, il credere che, anche volendo, i Longobardi avessero potuto impedire che, almeno di fatto e per consuetudine, continuasse fra gl'italiani a vivere una qualche parte della giurisprudenza e delle istituzioni romane. Esse avevano create fra di loro un gran numero di relazioni civili, delle quali i Longobardi ignoravano affatto l'esistenza e perfino il nome. Quanto poi a ciò che seguì a tempo dei Bizantini, i quali vivevano essi stessi con le istituzioni e con la legge romana, la totale scomparsa del Municipio sotto il loro dominio, renderebbe inesplicabile il suo pronto riapparire a Venezia, a Roma ed in molte città del Mezzogiorno, che erano rimaste più o meno alla dipendenza di Costantinopoli. Ma è superfluo qui anticipare la discussione d'un argomento, che si presenterà più tardi con assai maggiore insistenza ed evidenza.

CAPITOLO IV

Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia Roma — L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca — Morte di Gregorio I e di Agilulfo — S. Colombano

Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così nello stesso tempo il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, e ad essi succedevano due uomini, il Papa soprattutto, di grandissimo valore. Gregorio I, che prese il posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni di tanto zelo cristiano, che appena nato il figlio si dettero addirittura a vita religiosa. Questi studiò con ardore le lettere e la filosofia, ebbe alti uffici, e poco dopo la invasione longobarda, verso il 573, era Prefetto di Roma e Presidente del Senato. Ben presto però si sentì anch'egli invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia ed altrove. Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi egli stesso, vestendovi l'abito, a quanto sembra, nel 575, lo fondò a Roma, nel suo palazzo avito, sul monte Celio. Si narra che, vedendo un giorno nel mercato alcuni bellissimi e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono chiamare; — e partì subito per andare in Inghilterra, con animo di convertir quelle popolazioni. Ma il popolo lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò diacono; più tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua azione personale a favore della Chiesa romana. Tornato a Roma, fu segretario del Papa, cui poi successe, eletto a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto per evitare la enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste faceva strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò una processione solenne di tutto il popolo, la quale durò tre giorni continui. Vuole la leggenda che Gregorio allora vedesse apparire sulla tomba d'Adriano un angelo, il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe cessata. In memoria di ciò, su quella tomba monumentale venne poi messa la statua dell'angelo in bronzo, da cui essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo. La statua che oggi si vede è però del 1740.