Le invasioni barbariche in Italia
Part 22
Ma neppure i Duchi eran fra di loro d'accordo. A successore d'Alboino, elessero Clefi duca di Bergamo, del quale sappiamo solo che dopo un anno e mezzo di regno fu ucciso da uno schiavo (575). E intanto si continuava a tener sempre la stessa incerta condotta politica, senza cioè nessuna unità di concetto. Già nel 569 e '70, come accennammo, alcuni dei Duchi avevano assalito i Franchi ed erano stati battuti. Un altro assalto poco fortunato del pari era stato dato dai Sassoni, che facevano parte dell'esercito longobardo, e volevano vedere se era possibile aprirsi una via per tornarsene a casa. Essi erano, lo abbiamo già detto, in numero di 20,000, e non avendo potuto dai Longobardi ottenere di vivere in Italia, _proprio iure_, cioè secondo le loro consuetudini e le loro istituzioni, avevano deciso di andarsene. Nel 573 partirono colle famiglie e gli averi, ottenuto libero passaggio dai Franchi, ai quali non poteva certo dispiacere che le forze dei Longobardi si assottigliassero. Questi tuttavia, per la speranza di preda, continuarono nel 574-76, i loro mal consigliati attacchi, ma furono di nuovo respinti con energia. Finalmente si venne ad un accordo, che per qualche tempo assicurò la pace.
Ma questa pace, aggiunta al fatto che i Bizantini, occupati com'erano nella guerra persiana, nulla potevano fare in Italia, garantendo ai Longobardi la sicurezza esterna, provocò la discordia fra di loro. Infatti, morto Clefi nel 575, i Duchi non si poterono intendere fra loro sulla scelta del nuovo re, e finirono col farne senza, lasciando che ciascuno di essi governasse il suo Ducato in proprio nome, come sovrano indipendente. E così continuarono per dieci anni, fino a che, tornato il pericolo esterno, dovettero decidersi a ricostituire la monarchia. Per ora l'Italia longobarda restava divisa in trentasei Ducati, d'una sola parte dei quali (come Pavia, Brescia, Trento, Cividale, Milano, Spoleto e Benevento) conosciamo con sicurezza i nomi. Di altri non pochi i nomi si sanno con qualche incertezza,[32] e meno ancora si conoscono quelli dei Duchi.
Questo nuovo stato di cose tornò certamente a danno delle popolazioni italiane. Da principio la venuta dei Longobardi, non ostante la violenza della conquista, assai poco contrastata del resto, aveva portato qualche sollievo, liberando le popolazioni dalla insopportabile oppressione fiscale dei Bizantini, costituendo una forma più stabile di governo, dando una maggiore sicurezza, dopo che Narsete, irritato per essere stato deposto, aveva abbandonato tutto al caso, per non dire all'anarchia. E di questo miglioramento al tempo d'Alboino, noi troviamo conferma nelle parole stesse di Paolo Diacono. Egli infatti, ricordando l'abbondantissima raccolta che s'ebbe nel primo anno del dominio longobardo, aggiunge che le popolazioni italiane «crebbero come le biade.» Non ci parla ancora della divisione che si fece poco dopo delle terre; sicchè è possibile supporre che incominciassero coll'impadronirsi dapprima solo di quelle che dai Goti erano passate al fisco bizantino, e del danaro da esso raccolto.
Sospesa però la monarchia, continua Paolo Diacono, le cose, durante l'interregno, peggiorarono assai, perchè invece d'un padrone, se ne ebbero trentasei, i quali, ciascuno a suo modo, taglieggiarono il paese. Molti dei nobili romani, ricchi possessori di latifondi, furono uccisi dai Duchi, che s'impadronirono delle loro terre. Gli altri, divisi fra i vincitori, ne divennero tributari, costretti a pagar loro un terzo delle proprie entrate, _tertiam partem suarum frugum_. E questo, possiam noi osservare, era peggio che dare un terzo delle terre, perchè non restava agl'Italiani nessuna libera proprietà. Oltre di ciò, molte chiese furon saccheggiate dagl'invasori ariani, i quali uccisero anche parecchi sacerdoti, per spogliarli delle loro sostanze, come avevano fatto dei nobili; e così in mille modi angariarono le popolazioni.
Male assai si trovarono allora Roma ed il Papa, circondati, minacciati com'erano dai Longobardi, sopra tutto dai Duchi di Spoleto e di Benevento. Le comunicazioni con Ravenna erano interrotte per modo che, morto nel luglio del 574 papa Giovanni III, il suo successore Benedetto I solo dopo dieci mesi fu consacrato, non essendo stato possibile aver prima la sanzione imperiale, della quale nel 579 Pelagio II dovette decidersi a fare addirittura a meno. Tutto questo spinse più tardi a cercar di costituire in Roma un proprio esercito per difendersi, ed a trovare una propria forma di governo autonomo. Ma per ora si continuava sempre a sperare, a cercare aiuto dai Bizantini. Da Longino però non c'era, per la sua incapacità, nulla da aspettarsi. Baduario, parente dell'Imperatore, era stato, è vero, mandato da Costantinopoli a succedergli; ma prima che arrivasse a Ravenna, fu nella Campania, poco lungi da Napoli, battuto in uno scontro avuto coi Longobardi, e poco dopo morì (576). Si pensò quindi di rivolgersi direttamente all'Imperatore, cui furono spediti ambasciatori, che gli portarono tremila libbre d'oro, perchè mandasse dei soldati a difendere il Papa e la Città eterna contro i barbari e contro gli Ariani, sostenendo così nello stesso tempo l'autorità dell'Impero e della Chiesa. Ma nel 578 l'imperatore Giustino II era ammattito, e Tiberio II, che ne faceva le veci e poi gli successe, trovandosi occupato nella guerra persiana, non poteva fare nulla per l'Italia. Consigliò quindi ai Romani, che si valessero del danaro che gli avevan portato, per indurre invece i Longobardi a desistere dalla guerra. Non riuscendovi, egli diceva, provassero di persuadere con esso i Franchi ad attaccarli. Certo è che i Bizantini erano in Italia ridotti a tale impotenza, che il Duca di Spoleto potè nel 579 impadronirsi di Classe, che era il porto di Ravenna sull'Adriatico, e rimase in mano dei Longobardi fino al 588. Essi scorrazzavano liberamente anche il territorio intorno a Perugia; e il Duca di Benevento assediava Napoli, che resistette però valorosamente (581). Fu saccheggiato e distrutto (l'anno preciso è incerto) il convento di Montecassino, e i monaci dovettero fuggirsene a Roma, portando seco la regola autografa di S. Benedetto, e fondando colà un nuovo convento.
Durante questo _lacrimabile bellum_, come lo chiamarono i cronisti, papa Pelagio II, abbandonato dall'Impero, minacciato dai Longobardi, si rivolse la prima volta ai Franchi. Il 5 ottobre 580[33] secondo alcuni, 581 secondo altri, egli scriveva al vescovo di Auxerre, perchè ricordasse ai Franchi «che essi, come ortodossi, avevano da Dio l'obbligo di difendere Roma e tutta Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi, dai quali si dovevano separare, se non volevano esporsi alla stessa fine che a questi era certamente fra poco serbata.» E quello che è più singolare, tali pratiche venivano ora secondate dall'Imperatore stesso, presso il quale, in nome del Papa, continuamente insisteva l'apocrisario Gregorio, quegli che fu poi Gregorio Magno, uno dei più grandi uomini del secolo. L'imperatore Maurizio di Cappadocia, che nel 582 era successo a Tiberio II, per indurre i Franchi ad assalire i Longobardi, mandava loro la somma di cinquantamila aurei. E così finalmente i Longobardi vennero a un tratto assaliti con tale impeto, che dovettero rinchiudersi nelle città per difendersi. Ma i Franchi al solito furono di nuovo travagliati dalla guerra civile, e quindi, mediante ricchi donativi, vennero facilmente indotti a tornarsene a casa.
È qui opportuno osservare come fin d'ora comincino chiaramente a delinearsi alcuni caratteri, che si riproducono poi costantemente in tutta quanta la storia d'Italia. Per opera dei Longobardi la Penisola è già divisa in brani staccati, che non si riesce più a riunire stabilmente fra loro. Il potere civile ed il religioso si trovano in opposizione, e comincia quella lotta fra la Chiesa e lo Stato che riempie tutto quanto il Medio Evo, nè ancora oggi è cessata. I Papi fin da questo momento iniziano coi Franchi quella politica, che per due secoli costantemente seguirono, che trionfò ai tempi di Pipino e di Carlo Magno, nè fu mai da essi abbandonata del tutto. In questo momento però i Franchi essendosi ritirati, il Papa si rivolse di nuovo all'Imperatore. Il 4 ottobre 584, egli scriveva al suo apocrisario Gregorio, perchè esponesse in Costantinopoli quali erano le _necessitates vel pericula totius Italiae_, e le tribolazioni con le quali i Longobardi continuamente affliggevano il Ducato romano, affinchè si mandasse almeno un Maestro dei Militi ed un Duca, non potendo l'esarca Decio far nulla per difendere Roma, giacchè a mala pena egli era in grado di difendere le altre province italiane dell'Impero. Questa lettera è notevole anche perchè ci dà la prima menzione ufficiale che abbiamo finora del titolo di Esarca. Nel 585 venne da Costantinopoli _Smaragdus_ o Smeraldo, con buon nucleo di genti, _firmo copiarum supplemento_. Egli che fu certamente uno dei primi Esarchi, si pose subito con grande energia ed accortezza a riannodare gli accordi coi Franchi contro i Longobardi.
CAPITOLO II
Ricostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei vinti
Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei Franchi, i Longobardi furono costretti a pensare sul serio ai casi loro. Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, per dare unità all'amministrazione, e sopra tutto alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra la fine del 584 e i primi del 585, elessero a loro re Autari figlio di Clefi. Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare gli ufficiali della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero cessione d'una metà dei loro averi, quelli che avevano tolti ai nobili uccisi o che in altro modo avevano confiscati. Restava sempre ad essi il terzo della rendita delle terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni scrittori, che ora appunto questo terzo della rendita venisse mutato in un terzo delle terre, il che avrebbe lasciato gli altri due terzi in proprietà libera agli antichi possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio. Essendo poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle province occupate dai Longobardi, è assai probabile che si procedesse ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio di coloro che avevano dovuto cedere al Re parte dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto luogo dispute infinite, e le parole a questo proposito adoperate da Paolo Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello che non v'era, per fargli dire quello che non disse nè poteva dire sopra un argomento che forse egli stesso imperfettamente conosceva, essendo vissuto circa due secoli più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi cedettero metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari furono divisi tra i vincitori (_populi tamen adgravati per langobardos hospites partiuntur_, III, 16). Dedurre da ciò, come molti pretesero, che i Romani non solo peggiorarono assai la loro condizione, ma furono ridotti allo stato di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi asserire che una tale deduzione contraddice alle parole dello storico. Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della monarchia fu a grave danno dei Romani, parlando della ricostituzione di essa, aggiunge: «in questo regno nessuno era angariato, oppresso o spogliato; a tutti si rendeva giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il linguaggio di chi avesse voluto dire che sotto Autari le cose erano assai peggiorate. E noi sappiamo che tutto allora, nella pace e nella guerra, procedette con maggiore ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio longobardo si deve alla ricostituzione della monarchia, ed in parte anche all'opera personale del re Autari.
Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, i Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. Ma non vi riuscirono, perchè l'accordo fu rotto quasi prima che concluso, e si combattè nuovamente da ogni parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel Friuli e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appresso tolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso tempo Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi scendevano per lo Spluga a combattere i Longobardi. Ma Autari era questa volta apparecchiato, e si precipitò contro di essi con tale impeto, che li vinse, facendone addirittura strage. _Tantaque_, dice Paolo Diacono (III, 29) _ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque ibi non memoratur_.
Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno aiuto ai Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar la cosa s'aggiunse la condotta assai imprudente e poco misurata che egli tenne nella questione religiosa. Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre termine alla disputa oziosa ed incresciosa dei _Tre Capitoli_, li aveva condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già implicitamente ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. Ma le popolazioni dell'Istria e della Venezia vennero allora in preda ad una tale agitazione, che minacciavano addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli, ricorse alla violenza, facendo imprigionare e condurre a Ravenna alcuni vescovi per punirli. In conseguenza di ciò fu richiamato, e gli successe l'esarca Romano (589) che si dimostrò assai più accorto.
In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare sul trono sè stesso e la propria famiglia, si decise a prender moglie, e chiese la mano di Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva da Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato confinava. La scelta era suggerita da ragioni politiche, perchè in caso di guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera poteva molto giovare ad Autari. Si narra che, giunta favorevole risposta alla prima domanda, egli, travestito da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la richiesta ufficiale (588). E come si trovò in presenza della giovane sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, che quando ella, secondo il costume, portò loro da bere, non sapendo più trattenersi, le baciò furtivamente la mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto poi al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, ed esclamando: — Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla notizia di queste trattative di matrimonio, Childeberto fu così irritato, che mosse guerra alla Baviera, e Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo, il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata dallo sposo; ed il 5 maggio 589 si celebrarono le nozze.
Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che mossero ad un assalto improvviso contro Autari, il quale venne preso alla sprovvista, e si sarebbe trovato a mal partito, se la guerra civile scoppiata al solito nel loro paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono per modo la Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non essersi mai visto nulla di simile dopo il diluvio universale. In conseguenza di che scoppiò poi anche la peste bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso Pelagio II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il 8 settembre 590, che tanta parte doveva avere nella storia d'Italia, e che più volte si trovò a lottare energicamente contro i Longobardi.
Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari continuò la sua opera di organizzazione del regno, estendendo sempre più le sue conquiste nell'Italia superiore. La leggenda però che egli giungesse fino a Reggio di Calabria, esclamando: — Qui sono i confini del regno d'Autari, — non merita nessuna fede. Si fece probabilmente confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allora i Ducati di Spoleto e di Benevento; oltre di che Autari non poteva troppo allontanarsi dal nord ora che l'Imperatore eccitava continuamente i Franchi a ripigliare la guerra che avevano promesso di fare, e per la quale invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, così scriveva, di passare dalle parole ai fatti, _enarrata viriliter... peragere_.» L'esarca Romano riuscì finalmente a stringere con essi gli accordi per un assalto da muoversi in comune contro i Longobardi. E nella primavera del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. Da Ravenna s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, e molte terre, e parecchi Duchi longobardi spontaneamente si sottomisero ad essi. Fra i Duchi serpeggiava allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato d'essere eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era fissato, secondo gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi ed i Bizantini si sarebbero trovati insieme uniti contro i Longobardi. Il fumo del fuoco, che i Bizantini avrebbero acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato il segnale del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. I Franchi, senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente si ritirarono, accusando i Bizantini di non essersi avanzati, e di averli lasciati soli. L'esarca Romano invece scriveva a re Childeberto, «che s'era sul punto di circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la ritirata, appunto quando era giunto il momento di poter liberare affatto l'Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi.» E poco dopo esprimeva la speranza, che il Re volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia fidati capitani, _dignos duces_, i quali non pensassero solo a far prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.» Ma non se ne fece altro. Il fatto vero è che Franchi e Bizantini s'erano intesi nel voler cacciare i Longobardi dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva poi tenere per sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito si dividevano, ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi gli uni a danno degli altri. Tutto questo, com'era naturale, riusciva a vantaggio di Autari, il quale s'era perciò assai rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò di vivere.
Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del regno longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, prese il nome di Flavio, e con ciò sembrava volesse andare d'accordo coll'Impero. Ma Odoacre e Teodorico erano venuti in Italia a governarla in nome dell'Imperatore; Alboino ed i Longobardi invece erano venuti in loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata fu affatto indipendente, anzi più volte mosse guerra ai Bizantini, che voleva cacciare addirittura dall'Italia. I Longobardi furono i primi barbari che fecero in Italia vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto occuparsi dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i barbari sono ora finalmente divenuti padroni del paese, e non vogliono riconoscere altra legge, altra autorità che la loro. E questo contribuì non poco a diffondere l'erronea opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti nella condizione di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe dire una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, come già accennammo, le parole di Paolo Diacono. Altro argomento favorevole ad essa si credette trovarlo nel fatto, che la legge longobarda fissa il guidrigildo da pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla dice per quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse, non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi erano schiavi. Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio della legge, è addirittura eccessivo. Il silenzio, fu osservato dal Capponi, potrebbe anche significare che il guidrigildo dei vinti era fissato dalla consuetudine. Potrebbe provare, arrivò a dire invece il Sybel, che teoricamente almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita del Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo sarebbe stato perciò nei due casi identico. Ma non è facile credere che i vinti non fossero trattati assai peggio dei vincitori.
Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù dei Romani, è adesso abbandonata. Riesce piuttosto difficile comprendere come potesse essere stata accolta così largamente, senza tenere nessun conto delle enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile. Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi avessero tolto la libertà personale ai Romani, di un fatto così importante non si trovasse mai nelle cronache, nelle leggi, nei documenti pubblici o privati una sola esplicita menzione? E dato pure che ciò fosse possibile, si può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano, arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che neppure d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia o ricordo alcuno? Siccome poi, nelle continue guerre fra Longobardi e Bizantini, molte erano le terre che passavano ripetutamente dagli uni agli altri, e viceversa, così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla schiavitù alla libertà, senza che un grido di gioia, di protesta o di dolore s'udisse mai; senza un tentativo di ribellione, senza che il fatto stesso venisse mai da nessuno ricordato. V'erano inoltre latifondi che appartenevano ad un solo proprietario, e si trovavano parte in territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forse credere che i coltivatori, i possessori di queste terre fossero schiavi quando si trovavano in una parte del loro fondo, liberi quando si trovavano in un'altra? Le lettere di Gregorio Magno parlano di cittadini romani che dimoravano nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano essi liberi? E allora perchè non potevano essere liberi anche gli altri Romani? Divenivano invece servi quando abitavano in paese longobardo? E allora si dovrebbe credere, che essi lasciassero le terre bizantine, dove erano liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni suppongono, che rimanessero liberi gli operai delle città, i quali nulla possedevano, e schiavi i proprietari, le cui terre erano state divise, si avrebbero i nulla-tenenti in una condizione superiore a quella dei latifondisti, nobili e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e tante, che bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante la grande dottrina adoperata a sostenerla, la teoria della servitù degl'Italiani sotto i Longobardi in nessun modo si regge in piedi.
NOTA
Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i Longobardi.