Le invasioni barbariche in Italia
Part 21
In un Impero composto di tante parti e così diverse, circondato da tanti nemici, senza la possibilità di un vero patriottismo nazionale, e per la sua corruzione privo affatto di un'alta guida morale, v'era sempre il pericolo che un qualche generale, potente e fortunato, riuscisse ad insorgere, formando per suo proprio conto uno Stato separato ed indipendente, che qualcuno dei grandi ufficiali della Corte cospirasse a danno degli altri o dello stesso Imperatore, per accrescere il proprio potere. Era quindi una continua lotta degli uni contro gli altri, e se ne vedevano perciò sempre rapidamente salire e rapidamente precipitare, come era seguito allo stesso Belisario, nonostante la sua provata fedeltà, i continui e grandi servigi resi all'Impero. E se a tutto ciò s'aggiunge che negli ultimi anni Giustiniano, divenuto vecchio, trascurava assai il governo dell'Impero, si capirà facilmente a che punto dovessero allora essere giunte le pubbliche calamità. Tuttavia un grande risultato, se non duraturo, temporaneo certamente, egli lo aveva ottenuto. I Persiani erano stati respinti; i Vandali e gli Ostrogoti distrutti; la Romanità aveva avuto una splendida vittoria sul Germanesimo; l'Africa, l'Italia erano state riconquistate. Tutto ciò dimostrava chiaro che, nonostante ogni contraria apparenza, v'era pur sempre nell'Impero una grande vitalità, quella che riuscì infatti a farlo vivere per otto secoli ancora, sebbene fosse continuamente circondato da sempre nuovi pericoli. Prodigiosa veramente dovette essere quella civiltà greco-latina che anche nella sua decadenza potè riunire, assimilare elementi così diversi, ed in mezzo a tanto disordine veder sorgere un grandissimo numero di accorti amministratori, di grandi e gloriosi generali, che seppero con intelligenza e valore difenderlo.
Ma alla morte di Giustiniano si vide subito, che i pericoli da noi qui sopra accennati dovevano crescere non poco. Da una parte minacciava la Persia eterna nemica dell'Impero; da un'altra ripigliavano vigore le popolazioni germaniche, specialmente pel rapido crescere della potenza dei Franchi. Nello stesso tempo gli Slavi s'avanzavano in gran numero verso l'Occidente, e così pure s'avanzavano dall'Asia le popolazioni finniche, mongoliche, tartare, che dovevano portare nel mondo un'altra grande rivoluzione. Sarebbe stato necessario che a Giustiniano succedesse nell'Impero un uomo di uguale o maggiore capacità; ma avvenne, come vedremo, precisamente il contrario. E peggio di tutti si trovava l'Italia. Esausta, disfatta da una lunga guerra, senza speranza di ricevere aiuto da nessuna parte; oppressa da Narsete, che per mancanza di danari vedeva ogni giorno scemare i suoi soldati, essa restava senza difesa efficace in un momento nel quale i barbari ripigliavano forze, e minacciavano d'avanzarsi. La distruzione del regno ostrogoto, il quale si era esteso anche al Norico ed alla Pannonia, lasciava indifesa l'Italia appunto da quel lato di dove le genti barbariche eran sempre passate, e ricominciarono ben presto a passare.
E questo era il momento in cui a Giustiniano succedeva Giustino II, figlio d'una sorella di lui, la quale era nipote di Teodorico. Il nuovo Imperatore dichiarò subito di voler fare grandi economie, il che voleva dire mutar sostanzialmente politica. Egli infatti rinunziò alle grosse guerre, e sospese i sussidi fino allora pagati ai barbari, che si scatenarono perciò nuovamente contro l'Impero, nel quale mancavano ora i danari ed i soldati per difenderlo. Scontentissimo fra tutti era Narsete, il quale si vedeva ridotto all'impotenza nel momento in cui sarebbe stato necessario apparecchiarsi a difendere i confini nuovamente minacciati; nè poteva sperar nulla in Italia. Infatti allora appunto arrivava a Costantinopoli un'ambasceria di nobili romani, venuti per dire all'Imperatore che non era più possibile sopportare il dispotismo di Narsete, il quale aveva ridotto l'Italia a tale che ogni altro governo era divenuto preferibile. Se non si trovava modo di provveder subito, sarebbe stato agl'Italiani necessario gettarsi in braccio ai barbari, che certo li avrebbero trattati meglio. Le cose erano infatti giunte a tale estremità, che vedendo non esser ormai possibile indurre a mutare strada un uomo assai vecchio, usato a far sempre quel che voleva, si dovè finire col richiamarlo nel 567, nominandogli un successore, che ebbe ordine di partir subito.
E qui ha origine una leggenda, che non è ricordata dagli scrittori bizantini, ma si diffuse allora assai largamente in Italia, e fu narrata anche da Paolo Diacono. Secondo questa leggenda Narsete avrebbe ricusato d'obbedire, e l'imperatrice Sofia avrebbe allora esclamato: — Saprò ben io rinchiudere il vecchio eunuco nel gineceo, che è il suo vero posto, costringendolo a filar lana con le donne. — Ed io, così avrebbe risposto Narsete, quando gli furon riferite le ingiuriose parole, saprò filarle una tale matassa, che in tutta quanta la sua vita ella non riuscirà mai a dipanarla. — Aggiungendo poi alle parole i fatti, Narsete avrebbe, per vendetta, chiamato i Longobardi in Italia, inviando, per meglio allettarli, ambasciatori, i quali portaron loro le più belle frutta che il fertile paese produceva. I Longobardi allora, accettando l'invito, si sarebbero mossi, passando le Alpi nel 568. Narsete che, sempre più accecato dallo sdegno, s'era ritirato a Napoli, s'avvide finalmente dell'errore commesso; e quando papa Giovanni III, successo a Pelagio nel 561, lo scongiurò, perchè si movesse a difendere il paese, andò subito a Roma; ma ivi fu sorpreso dalla morte. Il carattere leggendario di questo racconto è troppo evidente perchè vi sia bisogno di dimostrarlo. I Longobardi, come noi abbiam visto più sopra, erano in buon numero già stati in Italia, dove avevano combattuto sotto Narsete, e non avevano quindi bisogno, per conoscerne la fertilità, che egli ne mandasse loro le frutta, le quali poi, massime se spedite da Napoli, si può ben immaginare in quali condizioni sarebbero arrivate. Le ragioni che mossero i Longobardi a passare le Alpi furono ben altre che il dispetto capriccioso d'un uomo, sebbene non sia da escludere affatto, che questo dispetto possa avere contribuito ad agevolar loro la strada, lasciando andar tutto a rovina, senza apparecchiar nessuna difesa.
LIBRO TERZO
I LONGOBARDI
CAPITOLO I
Guerra dei Longobardi contro i Gepidi — Loro venuta in Italia e loro conquiste — Morte di Alboino — Elezione di Clefi e sua morte — Interregno — Duchi — Divisione delle terre — Il Papa si rivolge la prima volta per aiuto ai Franchi (580)
I Langobardi, poi Longobardi, così chiamati, secondo il loro storico Paolo Diacono, dalle lunghe barbe che portavano, sono ricordati da Velleio Patercolo, che li dice più feroci della germanica ferocia. Si trovavano allora presso l'Elba. Più tardi ne parlò Tacito, lodandone il coraggio. Essi sembrano aver preso parte a quel gran movimento di barbari, che s'avanzarono verso il sud, e furono respinti da Marco Aurelio nella guerra dei Marcomanni (178-79). Per tre secoli dipoi non se ne sente più parlare; ma par certo che fossero tra coloro che fecero parte del regno degli Unni a tempo di Attila, separandosene quando esso si disciolse. È un fatto però che ben poco sappiamo di certo sulla loro origine. Paolo Diacono ne parla a lungo, dandoci una serie di leggende, dalle quali non si può cavare nulla di veramente storico. Secondo lui i Longobardi sarebbero originari della Scandinavia. Di là, per la ristrettezza del luogo, un terzo di essi si sarebbero mossi verso il sud, sotto la guida di due fratelli, Ibor e Aione, della famiglia dei Gungingi o Gugingi. Da Aione sarebbe nato Agelmondo, che fu il loro primo re, cui ne successero altri sei della stessa famiglia, l'ultimo dei quali fu Tato, che combattè e vinse gli Eruli, il che dovrebbe essere avvenuto verso il 508. Seguirono a questi, altri due re, sotto il secondo dei quali sarebbe divenuto onnipotente Audoino, quello stesso che mandò aiuti a Narsete, quando questi venne la seconda volta in Italia. Audoino fu il padre d'Alboino, col quale finalmente cessa la leggenda e comincia veramente la storia.
I Longobardi erano allora penetrati nel Rugiland, al di là del Danubio; al di qua, nella Pannonia, erano i Gepidi, per lungo tempo loro acerrimi nemici. E quest'odio crebbe quando gli Eruli, vinti e disfatti dai Longobardi, s'unirono ai Gepidi, i quali, vedendo così aumentate le loro forze, profittarono della guerra che ferveva tra i Bizantini e Totila, per occupare altre terre dell'Impero. Giustiniano allora, secondo la politica tradizionale di Costantinopoli, incitò contro di essi i Longobardi; e già nel 554 Alboino, ancora giovanissimo, dimostrò il suo valore, combattendoli, ed uccidendo in singolar tenzone Torismondo, il figlio del loro re Torisindo. Questi, secondo un'altra leggenda, avrebbe cavallerescamente accolto a mensa Alboino, per vestirlo poi delle armi dell'ucciso suo figlio. Ma vi mancò poco che non si venisse alle mani. Il re dei Gepidi, pensando a Torismondo ucciso da Alboino, sospirava malinconicamente; ed allora un altro de' suoi figli, alludendo ad una specie di ghette o fasciature di tela, che i Longobardi portavano alle gambe, avrebbe lor detto con disprezzo: — Voi siete come cavalle balzane. — Al che gli sarebbe stato da un Longobardo risposto: — Se vai al campo di Asfeld, capirai che calci sanno tirar queste cavalle, vedendo colà le ossa di tuo fratello, sparse al suolo come quelle d'un vile giumento. — E si sarebbero subito sguainate le spade, se il Re non fosse personalmente intervenuto, in nome delle sacre leggi della ospitalità, vestendo Alboino delle armi di Torismondo. Comunque si pensi della leggenda, Alboino tornò trionfante a casa, e verso il 565 successe al padre, come re dei Longobardi.
Egli era allora giovane, forte, audace, ambizioso, e sembrava godere anche il favore dell'Impero. Se non che i Gepidi, valorosi al pari dei Longobardi, erano in numero maggiore, ed una guerra di sterminio pareva divenuta fra loro inevitabile, anche perchè non si poteva dimenticare la morte di Torismondo. Fortunatamente pei Longobardi, era sin dalla seconda metà del secolo quinto apparsa sul Caspio una gente nuova, che portava il nome di Avari, ed era della stirpe medesima degli Unni. Favoriti da Giustiniano, che voleva servirsene pe' suoi fini, avanzatisi sotto un capo, che portava il titolo di Cagàno, avevano formato un forte regno nel basso Danubio, dove ricevevano un sussidio imperiale. Così Longobardi, Gepidi ed Avari si trovarono ora a contatto in una regione che, desolata da continue guerre, non potendo nutrirli, li teneva sempre irrequieti e pronti ad azzuffarsi fra di loro. Fu questo il momento in cui Giustino, a un tratto, negò sdegnosamente il sussidio agli Avari, dicendo che l'Impero non doveva rendersi tributario dei barbari. Ed Alboino, profittando della occasione, propose loro che s'unissero a lui per combattere i Gepidi. Dopo averli disfatti, egli diceva, noi saremo più al largo in questo paese desolato, e volendo, potremo più facilmente occupare altre terre dell'Impero.
Bisogna credere che fin d'allora Alboino meditasse l'impresa d'Italia, e volesse prima, vendicandosi dei Gepidi, assicurarsi le spalle, altrimenti sarebbe difficile rendersi ragione dei patti che stipulò allora cogli Avari. Ad essi infatti i Longobardi promettevano di cedere metà delle spoglie che avrebbero fatte al nemico, un terzo dei loro armenti, e le terre conquistate. Anzi, quando i Longobardi fossero partiti, gli Avari avrebbero potuto occupare le terre da essi abbandonate, e ritenerle, per restituirle solo nel caso che essi fossero tornati ad occuparle. I Gepidi quindi si trovarono di fronte a due nemici. Avrebbero, è vero, avuto ragione di fare assegnamento sugli aiuti dell'Imperatore; ma questi, fedele sempre alla politica orientale di far sì che i barbari si consumassero fra di loro, se ne stette più che altro a guardare, lasciando credere che avrebbe coi suoi tenuto a bada gli Avari. Allora i Gepidi si spinsero con grande impeto contro i Longobardi, sperando di potere, dopo averli vinti, rivolgersi contro gli Avari. Ma Alboino s'avanzò con impeto alla testa de' suoi, li vinse, e colle proprie mani uccise Cunimondo loro re, tagliandogli la testa, e facendo poi del teschio una tazza, per servirsene, secondo l'uso barbarico, nei solenni banchetti. Questo atto crudele doveva però, come vedremo, costargli assai caro. Ma per ora la sua vittoria fu piena. Si parla di 40,000 morti fra i Gepidi, certo è che d'ora in poi la storia non si occupa più di loro. Immensa fu la preda, grandissimo il numero dei prigionieri, che o accettarono di combattere sotto le bandiere del vincitore o ne furono schiavi. Fra questi prigionieri v'era Rosmunda, la giovane figlia di Cunimondo, della quale Alboino s'invaghì per modo che volle sposarla, non ostante la grande ripugnanza che ella mostrava d'unirsi coll'uccisore del proprio padre. E sebbene da poco fosse morta la sua prima moglie Clotsuinda, figlia di Clotario re dei Franchi, le nuove nozze vennero celebrate senza indugio. Dopo di ciò Alboino si volse all'impresa d'Italia.
A lui non poteva essere ignoto che questo paese era adesso senza difesa. Parecchie città importanti avevano insufficientissime guarnigioni, altre l'avevano a mala pena un po' più numerose; solamente Pavia era in grado di fare lunga resistenza. Le popolazioni esauste e scontente non avrebbero di certo fatto causa comune coi Bizantini, dei quali anche il clero era scontentissimo. Gli ultimi avanzi dei Goti disseminati per la Penisola, erano naturalmente per unirsi ai primi barbari che avessero passato le Alpi. Narsete, privo del comando e già richiamato, se ne stava ritirato a Napoli, lieto forse che con la sua caduta tutto andasse a rovina. Il suo successore Longino, già arrivato, ma con pochissime genti, si dovette chiudere in Ravenna. Le porte d'Italia erano dunque aperte al nemico.
Il 2 di aprile 568 i Longobardi adunque lasciarono la Pannonia, e per Enona (Leibach) e la valle della Sava passarono le Alpi Giulie, avanzandosi nel Veneto. Menavano seco le donne, i vecchi, i bimbi e le suppellettili sopra carri, nei quali passavano la notte. Da una pittura alquanto posteriore, fatta per ordine della regina Teodolinda, essi apparivano vestiti con larghi abiti di tela e di vario colore; avevano i calzari aperti dinanzi e legati con lacci, i capelli tagliati fino all'occipite, divisi sulla fronte, donde cadevano da ambo i lati. Con i Longobardi si trovavano al solito mescolati Bavari, Bulgari, Gepidi, Svevi, sopra tutto Sassoni, i quali ultimi si facevano ascendere al numero di 20,000. Professavano quasi tutti l'Arianesimo, sebbene non mancassero fra di loro anche i pagani; non erano però intolleranti in fatto di religione. Molta incertezza regna sul loro numero, variando gli scrittori da 20 a 120,000 armati. Certo non erano molti; ma se i soli Sassoni arrivavano a 20,000, e poterono più tardi partire, senza che perciò ne risentissero grave danno i Longobardi, che continuarono le loro conquiste, sarebbe assurdo ridurre questi a soli 20,000. La più comune opinione li fa variare da 60 a 70,000 uomini in arme; e non sono molti di certo, se si pensa alle perdite che dovettero avere, ed alle guarnigioni che era pur necessario lasciare nelle principali città da essi occupate. È però da credere che molte di queste perdite potessero facilmente essere risarcite venendosi ad aggregar loro gli avanzi dei Goti, forse anche alcuni degli sbandati bizantini, fra i quali erano non pochi barbari.
Nel maggio del 568, secondo i più, Alboino aveva già passato i confini d'Italia, e subito costituiva a Cividale del Friuli un Ducato, alla cui testa pose suo cugino Gisulfo con sufficiente numero d'armati. In questo modo egli prendeva subito possesso in Italia d'un punto strategico assai importante, che era come la porta di casa. Di là si poteva infatti impedire che altri passasse il confine, e si poteva anche, quando fosse stato necessario, ritirarsi liberamente. Ma tutto invece andò pei Longobardi a seconda: i Franchi erano occupati nelle discordie di casa loro; i Bizantini, per mancanza di uomini e di danaro, non potevano muoversi; le città italiane l'una dopo l'altra aprivano le porte al nemico. Il Patriarca d'Aquileia se ne andò subito a Grado, dove pose la sua dimora; ma il vescovo di Treviso, sentendo che Alboino era tollerante in religione, gli domandò che fossero garantiti i beni della sua Chiesa, ed avendolo ottenuto, fece aprire le porte della città. Dopo di che Vicenza e Verona fecero lo stesso. Ma Padova, Monselice e Mantova, che erano fortificate, resistettero, ed Alboino dovè quindi decidersi a svernare nel Veneto. Fortunatamente per lui, dopo una stagione fredda e nevosa, vi fu un'abbondantissima raccolta, colla quale si potè fornire di vettovaglie l'esercito. Ed egli allora, lasciate da parte Padova e Monselice, prese Mantova, dopo di che Brescia, Bergamo, Trento si arresero coi loro territori. Finalmente il 3 di settembre del 569 si arrese anche Milano, che dopo la sua distruzione era stata solo in parte restaurata da Narsete: il suo vescovo si ritirò a Genova. E da questo momento si può dir cominciato il regno dei Longobardi, limitato per ora all'alta Italia.
Tuttavia parecchie città che erano sul Po, fra cui anche Piacenza e Cremona, in parte per essere fortificate, in parte perchè potevano pel fiume ricevere aiuto da Ravenna, resistevano ancora. Ma la sola che fece una resistenza davvero energica e prolungata fu, come dicemmo, Pavia. Essa, che era già una città importantissima, e divenne poi la capitale del regno longobardo, era non solo assai bene fortificata, ma aveva anche una sufficiente guarnigione, e si potè quindi difendere per tre anni continui (569-72). Alboino perciò, lasciata parte dell'esercito ad assediarla, se ne andò ad occupare altre terre dell'Italia superiore e centrale, come Parma, Reggio, Modena, Bologna, Imola. Occupò anche il passo del Furlo, avanzandosi fino ad Urbino. Si tenevano però sempre per l'Impero, oltre Ravenna e Pavia, anche Padova, Monselice, Cremona, Piacenza, Genova, parecchie città della Riviera, e quelle che formarono poi la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona).
Prima di spingersi più oltre, i Longobardi avrebbero dovuto pensare a consolidare il loro nuovo dominio, conquistando le città tenute ancora dai Bizantini. Ma essi, che non erano mai stati lungamente sotto la disciplina dell'Impero o della Chiesa cattolica, serbavano più degli altri barbari intatto il loro primitivo carattere germanico, e non dimostrarono perciò mai vere attitudini politiche, nè capacità di organizzare. Infatti cominciarono subito a procedere senza nessuna unità di comando, senza un disegno prestabilito, senza uno scopo determinato. Varie schiere presero direzioni diverse per proprio conto. Alcune s'avviarono verso il sud, dove iniziarono la fondazione dei Ducati di Spoleto e di Benevento, i quali, divennero poi affatto indipendenti. Il resto dell'Italia meridionale, sopra tutto le coste dell'Adriatico e del Mediterraneo, restarono all'Impero, col quale si tennero unite specialmente Napoli e Roma, la cui comunicazione con Ravenna era agevolata da Perugia che, sebbene circondata per tutto da terre occupate dai Longobardi, continuò ad esser quasi sempre fedele all'Impero. E non solamente queste guerre e queste occupazioni di città procedevano alla spicciolata, senza un disegno prestabilito; ma tra il 569 ed il 571 alcune schiere di Longobardi si spinsero, per proprio conto, dall'Italia settentrionale ad assalire i Franchi nella Gallia meridionale. Non pensarono al pericolo che correvano di richiamare al di qua delle Alpi un nemico potentissimo, che avrebbe facilmente potuto strappar loro di mano le recenti conquiste, che essi avrebbero dovuto invece pensare a consolidare. Più volte ebbero la peggio in questi loro dissennati attacchi, e si sarebbero trovati certo ad assai mal partito, se i Franchi non avessero continuato a lacerarsi fra di loro. Pareva proprio che la fortuna li volesse secondare in tutto. Infatti da una parte le loro guerre contro i Franchi non ebbero le tristi conseguenze che potevano facilmente avere; e da un'altra le loro conquiste in Italia si succedevano senza difficoltà. Nel 572, dopo tre anni d'assedio, s'arrese finalmente anche Pavia, che fu sin d'allora la capitale del regno.
Alboino entrò trionfante nel palazzo di Teodorico, e trattò umanamente il popolo, sebbene avesse dapprima mostrato un gran desiderio di vendetta. Nella primavera del 573 (secondo alcuni del 572) egli morì nel palazzo di Verona; e di questa morte si dà una narrazione molto particolareggiata, che apparisce alquanto fantastica e leggendaria. In un solenne banchetto Alboino, presa la tazza formata col teschio di Cunimondo padre di Rosmunda, l'avrebbe invitata «a bevere in compagnia del padre.» Ed ella ne fu offesa per modo che decise di vendicarsi. Manifestò il suo pensiero ad un fratello di latte del Re, chiamato Elmichi; ma questi, non volendo macchiarsi le mani nel sangue fraterno, le consigliò di parlarne ad un tal Peredeo, uomo audace e fortissimo. Siccome anche questi esitava, la Regina prese il luogo d'una cameriera amante di lui, e quando erano insieme, facendosi riconoscere, gli disse, che se esitava ancora, avrebbe rivelato al Re quanto era seguito fra di loro. Così venne finalmente deciso il delitto. Un giorno, dopo il meriggio, quando il Re avvinazzato s'era addormentato, Rosmunda legò la spada che pendeva a capo del letto, in modo che non si potesse sguainare. Non andò guari che Peredeo entrò nella camera, gettandosi sopra Alboino, il quale, dopo avere invano tentato di far uso della spada, si difese con un panchetto; ma dovè soccombere. Rosmunda sposò Elmichi, sperando di potersi con lui impadronire del trono. Lo sdegno dei Duchi longobardi fu però tale, che gli autori del delitto dovettero invece pensare alla fuga. Chiesero una nave a Longino, il successore di Narsete, che la mandò da Ravenna su per il Po. In essa con pochi soldati, con Albsuinda figlia d'Alboino, ridiscesero il fiume. Rosmunda, secondo la leggenda, concepì allora il pensiero di sposare Longino, ed a tal fine dette il veleno a Peredeo, quando egli era nel bagno. Ma essendosene questi accorto, obbligò colla punta della spada anche lei a beverlo, e così morirono ambedue. Longino mandò a Costantinopoli la giovane Albsuinda, con le gioie che la madre aveva portate seco fuggendo. Tutta questa leggenda proverebbe, secondo il Ranke, che fra i Longobardi v'era allora grave dissenso, una parte di essi volendo aderire ai Bizantini, un'altra opponendovisi. Certo è che l'indignazione provocata dal tradimento fece andare a monte tutti i disegni di Rosmunda, e trionfare il partito nazionale.