Le invasioni barbariche in Italia
Part 20
Questo celebre eunuco aveva allora circa settantatrè anni, era curvo e piccolo della persona. Fino a sessant'anni era stato sempre nell'amministrazione, acquistando in essa gran nome e grande perizia. Estremamente accorto ed ambizioso, era cattolico ardente, ed aveva la reputazione d'essere sotto la diretta protezione della Vergine, per la quale professava un culto speciale. Giustiniano, col suo istinto divinatore, lo aveva nominato generale la prima volta, quando era già arrivato a sessant'anni, senza aver mai avuto occasione di dare una prova qualunque delle grandi qualità militari che poi mostrò di possedere, e delle quali nessun altro s'era fino allora accorto. Mandato in Italia quando v'era sempre Belisario, non aveva potuto allora far conoscere il suo valore, perchè, venuto subito in urto col comandante in capo, aveva più che altro recato danno all'esito della guerra. Pure dimostrò un singolare ascendente non solo sui soldati, ma anche sui generali suoi compagni d'arme. Questo valse sempre più a confermar l'Imperatore nella grande opinione che di lui s'era come per istinto formata. E perciò lo mandava ora nuovamente in Italia, generale in capo, a rialzare le sorti della guerra e dell'Impero. Narsete, che era anch'egli ricchissimo, e sapeva come cavar danari dall'Impero, pensò innanzi tutto di porre insieme un grosso esercito, non parendogli punto sufficiente quello che era stato già riunito in Dalmazia. Fece quindi leva di uomini a Costantinopoli, nella Tracia, nell'Illirico. Raccolse anche 2500 Longobardi, i quali menaron seco altri 3000 armati, ed erano comandati da Audoino, padre di quell'Alboino, che sedici anni più tardi occupò coi suoi l'Italia; raccolse 3000 Eruli; ebbe a suo comando Gepidi, Unni, perfino Persiani. E con queste genti si recò nella Dalmazia, per unirsi a coloro che già v'erano, ordinarli, organizzarli tutti, e partire poi per l'Italia.
Sebbene gl'Imperiali fossero ora padroni dell'Adriatico, pure non avevano naviglio capace di trasportare un grosso esercito. In ogni caso dava pensiero il pericolo d'una possibile tempesta o d'un improvviso assalto dei nemici contro navi da trasporto, cariche d'uomini e di materiale da guerra. Narsete decise quindi d'avanzarsi per terra, lungo la costa, accompagnato per mare da navi con vettovaglie, e di esse si giovò anche per traversare i grossi fiumi come il Tagliamento, l'Isonzo e la Brenta. Continuando il suo cammino, evitò i luoghi fortificati, e le terre occupate dai Franchi. Verona, che era tenuta dai Goti, sotto il comando del valoroso generale Teja, si trovava assai lontana. E così gl'Imperiali poterono arrivare sicuri fino a Ravenna, poi a Rimini, ove, disfatta una parte della guarnigione che uscì a sfidarli, ucciso il generale che la comandava, continuarono verso il sud per la via Flaminia. L'abbandonarono però nel punto in cui essa, allontanandosi dal mare, ripiega verso l'Appennino, che traversa al passo detto del Furlo o di Pietra Pertusa. È questo una specie di tunnel naturale, fortificato e tenuto allora dai Goti, difficilissimo quindi a sforzarlo. Narsete lo evitò, proseguendo la sua marcia lungo il mare, e volgendo poi a destra, raggiunse di nuovo la via Flaminia. Passato che ebbe l'Appennino, pose il campo là dove si distende una vasta pianura, tra Scheggia e Todino, che distano fra loro circa quindici miglia: ivi dette la sua prima grande battaglia.
Totila si trovava allora presso Roma, aspettando che le genti di Teja lo raggiungessero. Ed arrivata che fu la più parte di queste genti, s'avanzarono insieme contro gl'Imperiali, sebbene li sapessero in forze preponderanti. Narsete, esaminato il luogo, mise un manipolo di 50 uomini sopra un piccolo colle da lui riconosciuto come il punto strategico del campo. Quei pochi militi, durante una giornata intera, difesero il colle con un valore, con un eroismo degno degli antichi Romani, respingendo i ripetuti assalti della cavalleria gota. Narsete aveva messo nel centro i barbari, dei quali poco si fidava, ordinando che, scesi da cavallo, combattessero a piedi, acciò più difficilmente, per paura o tradimento, potessero darsi alla fuga. A sinistra ed a destra erano i Romani, ed in ciascuna delle due ali si trovavano 4000 arcieri che, contro l'uso adottato da Belisario, combattevano anch'essi a piedi. Cinquecento cavalieri erano a sostegno dell'ala sinistra, distendendosi verso il colle, che abbiam visto già occupato come punto strategico del campo. Mille altri cavalieri eran tenuti in riserva, pronti ad ogni evento.
Il concetto di Narsete era: attendere l'assalto del nemico, il quale, trovando più debole il centro, avrebbe contro di questo diretto lo sforzo maggiore, e così, avanzandosi, sarebbe stato facilmente circondato dalle due ali. Totila che aveva allora indugiato, per aspettare altri aiuti da Teja, giunti che furono gli ultimi 2000 uomini, cominciò la battaglia. Gli arcieri imperiali fecero grande strage dei Goti. I Longobardi e gli Eruli, dopo un momento di esitazione, assalirono anch'essi con gran vigore il nemico, che volse le spalle. E la cavalleria gota, su cui Totila aveva fatto il maggiore assegnamento, si dette a così precipitosa fuga, che molti dei fanti morirono calpestati dai cavalli. Egli stesso, ferito gravemente, si dovè ritirare dal campo, e morì nella capanna d'un villaggio, detto allora _Caprae_, ora Caprara, a quindici miglia dal luogo della battaglia, fra Gubbio e Tadino (552).
I barbari dell'esercito imperiale, sopra tutto i Longobardi, insofferenti della disciplina, si dettero ad ogni eccesso, saccheggiando, bruciando le capanne dei contadini, violando le donne, suscitando un tale malcontento, che Narsete, il quale non era di certo nè mite, nè pietoso, si dovette decidere a disfarsi dei Longobardi. Mediante buona somma di danaro li indusse quindi a tornarsene a casa, col loro seguito, per la via delle Alpi Giulie, accompagnati da Valeriano. Questi voleva nel ritorno assediare Verona; ma vi si opposero i Franchi, che occupavano molte terre nella parte orientale della regione transpadana, e che agl'Imperiali preferivano i Goti, più deboli assai ed aspramente combattuti ora nell'Italia meridionale. Oltre di che, avendo i Goti appunto consentito che i Franchi occupassero le terre che ora tenevano in Italia, poteva a questi sembrare atto di buona e leale politica il favorirli, ben inteso, fino a quando il proprio interesse non avesse consigliato altrimenti. Valeriano perciò, non volendo suscitare una seconda guerra, quando non era anche finita la prima, si fermò, cercando solo d'impedire che i Goti, i quali s'andavano raccogliendo sempre più numerosi nel nord, andassero verso Roma a rinforzare i loro compagni d'arme ora che nuovi scontri parevano inevitabili al sud. Dopo la disfatta e la morte di Totila, essi s'erano andati adunando a Pavia, la quale sin da quando perdettero Ravenna, era divenuta una delle loro principali città, e colà elessero a loro re il valoroso Teja, che venne accettato con favore universale. Questi cercò subito d'assicurarsi la sempre incerta amicizia dei Franchi; ma riuscì solo ad ottenere che restassero neutrali, ed anche ciò l'ottenne abbandonando ad essi il tesoro dai re Goti raccolto a Pavia. Certo ai Franchi metteva conto di starsene ora a guardare, aspettando che i due rivali si consumassero a vicenda, per dar poi addosso al vincitore.
Intanto le città dell'Italia centrale e meridionale s'arrendevano rapidamente ai Bizantini. Così fecero Narni, Spoleto, Perugia, così fece anche la guarnigione di Pietra Pertusa. Narsete già camminava verso Roma, occupata dai Goti, i quali s'erano concentrati presso la Mole Adriana, che Totila aveva fortificata. Essi non erano in numero tale da poter difendere le mura della città, ma gl'Imperiali non erano sufficienti a circondarla. Si venne perciò da capo ad una serie d'assalti e difese alla spicciolata, fino a che uno dei capitani di Narsete, essendo riuscito a scalar le mura in un punto dimenticato, potè aprire le porte ai suoi, che entrarono rapidamente. I Goti si dettero allora alla fuga, e quelli che erano chiusi nella Mole Adriana, poco dopo s'arresero. Così furono di nuovo mandate a Giustiniano le chiavi di quella Roma invitta, che cinque volte, sotto questo solo imperatore, era stata presa e ripresa.
Ne seguì un periodo di nuove stragi. Molti dei Senatori ancora prigionieri nell'Italia meridionale, furono uccisi. E Teja macchiò la sua fama di valoroso, facendo trucidare anche 300 giovanetti romani, che erano stati scelti come paggi, ma che in realtà erano tenuti in ostaggio. Il fatto è che i Goti, omai pochi e dispersi, erano come inferociti per la disperazione; e così le più selvagge passioni si scatenarono sulla misera Italia, di cui pareva s'avvicinasse la fine. Alcuni di essi da Pavia andarono ad unirsi coi Franchi nel nord; altri nel sud, sotto il comando di Aligerno fratello di Teja, si chiusero in Cuma, dove era un'altra parte del tesoro nazionale. E Narsete vi mandò subito un drappello de' suoi, per tentare d'impadronirsene dopo aver preso la città. Ne mandò altri in Toscana, ad impedire che Teja, avanzandosi di là, s'unisse col fratello e cogli altri compagni nel sud. Ma quel valoroso riuscì ad evadere ogni ostacolo, e traversato l'Appennino, andò oltre verso il sud, ove da capo i Goti erano in gran numero. Una nuova battaglia era quindi inevitabile. Narsete perciò si mosse ad incontrare Teja prima che riuscisse ad unirsi al fratello; e lo raggiunse presso Napoli, a Nocera, sul fiume Sarno. Colà il re goto s'era fermato, avendo alle spalle il Monte S. Angelo, e ricevendo dalle sue navi aiuto continuo di vettovaglie. Ma queste navi lo tradirono ad un tratto, passando ai Bizantini; ed allora egli retrocesse alquanto fra le balze del Monte Lettere (_Lactarius_), che è parte del Monte S. Angelo. Colà egli non poteva, per mancanza di vettovaglie, restare a lungo; dette perciò l'ordine di attaccare. I suoi allora si spinsero con irresistibile impeto contro il nemico, che non ebbe neppure il tempo d'ordinarsi: si dovette perciò combattere alla spicciolata. Teja si condusse eroicamente, alla testa de' suoi. Gl'Imperiali miravano tutti a lui, e le loro frecce restavano infisse nel suo scudo. Di tanto in tanto, non potendo pel grave peso più reggerlo, lo dava ad un soldato, che glielo mutava con un altro. Ed in uno di questi momenti, il suo petto essendo rimasto scoperto, egli venne mortalmente ferito. I nemici allora gli tagliarono la testa, e sopra una lancia la portarono in giro pel campo, dinanzi ai due eserciti. I Goti combatterono ancora due giorni, ma poi s'arresero, salva la vita, con facoltà di portar via i loro beni mobili, con l'obbligo però di non continuare a combattere contro l'Impero. Così molti di loro passarono le Alpi, andando a confondersi con altre genti; non pochi si sparsero per le terre d'Italia, con la speranza di farsi dimenticare. Nè mancarono quelli che, non avendo accettato i patti, s'andarono ad unire coi Franchi, cercando d'indurli ad attaccare i Bizantini, i quali, essi dicevano, dopo aver disfatto i Goti, avrebbero certamente voluto disfare e cacciar via dalla Penisola anche i Franchi. Altri finalmente preferirono chiudersi e difendersi, per proprio conto, in alcune città fortificate. Così fecero quelli che erano in Crema, così un migliaio che si rifugiarono a Pavia, così altri in altre città; ma furon tutti prima o poi costretti ad arrendersi anch'essi. Il regno dei Goti ormai più non esiste in Italia; colla morte eroica di Teja esso è finito. Dopo aver fatto ancora in più punti una debole resistenza, scomparisce affatto dalla storia.
CAPITOLO X
Morte di Giustiniano e di Belisario — Nuove difficoltà in cui si trova l'Impero — Narsete, richiamato a Costantinopoli, non obbedisce
Questo era il momento in cui i Franchi potevano avanzarsi dalla Gallia in Italia; ma il loro re Teudebaldo non era uomo da imprese ardite. Consentì solo che due fratelli alamanni, i quali erano grandi del suo regno, s'avventurassero, per proprio conto, a passare le Alpi con un esercito di 75,000 uomini. Se vincevano, l'Italia avrebbe fatto parte del suo regno; se perdevano, egli avrebbe respinto da sè ogni responsabilità. I due fratelli s'avanzarono baldanzosi, perchè speravano di potere in ogni caso saccheggiare il paese, e portare a casa la preda; ma dovettero ben presto avvedersi che l'Italia era esausta, che si poteva finire di rovinarla, non però più sperare di farvi ricca preda. Anzi era divenuto in essa assai difficile trovar da vivere per un esercito che non avesse ricevuto aiuto di fuori.
Comunque sia di ciò, Narsete aveva ora contro di sè gli avanzi dei Goti, i quali erano chiusi nelle città fortificate, e l'esercito franco-alamanno, che non era piccolo, e se la fortuna lo secondava o la guerra andava in lungo, poteva avere rinforzi da casa sua. Egli lasciò quindi che si continuasse il blocco di Cuma, nella quale Aligerno pareva deciso a fare ostinata resistenza, e col grosso de' suoi si recò in Toscana, dove le città occupate dai Goti s'arresero tutte facilmente, salvo Lucca che si difese con energia, sperando soccorso dai Franco-Alamanni, i quali allora appunto s'avanzavano con audacia. Infatti i Bizantini, che Narsete aveva mandati verso Parma, per affrontarli o almeno arrestarli nel loro cammino, furono invece battuti, e dovettero retrocedere verso Faenza, lasciando libera ai Franchi la via di Toscana. Tutto questo portò, come era naturale, un grande sgomento nel campo imperiale presso Lucca, temendosi di potere essere contemporaneamente assaliti alle spalle e di fronte, per qualche sortita fatta dalla città. Narsete però dette prova di tale e tanta fermezza, che non solo rialzò l'animo de' suoi; ma indusse la città ad arrendersi. Anche Aligerno, che si trovava sempre in Cuma, vedendo che era inevitabile arrendersi o all'Impero o ai Franco-Alamanni, che continuavano, come barbari che erano, a saccheggiare, a distruggere tutto quello che incontravano, si decise d'andare in persona a Classe, per presentarsi a Narsete, il quale s'era allora avanzato fino a Ravenna. Colà non solamente il Goto si arrese; ma egli, fratello di Teja, divenne fedele soldato dell'Impero, pel quale d'ora in poi si battè valorosamente (553).
Restavano adesso da vincere solo i Franco-Alamanni, che continuavano rapidamente il loro cammino verso il sud. Narsete riuscì a farne battere due mila da poche centinaia de' suoi, che li assalirono presso Ravenna. Si ritirò poi verso Roma, perchè quei nemici s'avanzavano saccheggiando senza mostrare nessuna voglia di venire a battaglia. Passato l'Appennino, essi si divisero in due schiere, una delle quali comandata da Butelin, che gl'italiani chiamavano Buccellino, si spinse per la Campania e la Lucania nei Bruzi; l'altra, comandata da Leutari, s'avanzò per la Puglia e l'antica Calabria fino ad Otranto. Ma i due fratelli ben presto non andarono più d'accordo. Buccellino voleva continuare l'impresa; Leutari voleva invece ritirarsi verso casa coi prigionieri e la preda già fatta. A Pesaro però questi venne assalito dai Bizantini; perdette i prigionieri, che si dettero alla fuga, e la preda che gli fu tolta. Arrivato nel Veneto, la peste uccise con lui la più parte de' suoi. Non molto diversa fu la sorte di Buccellino. Avanzandosi attraverso un paese già devastato, che Narsete gli faceva trovar sempre più devastato, per privarlo d'ogni vettovaglia, dovè cibare i suoi soldati di sola uva, il che produsse una violenta diarrea, la quale costrinse anch'essi a retrocedere. Arrivato con 30,000 uomini sul Volturno, e saputo che i Bizantini gli venivano incontro con soli 18,000, si fortificò col fiume da un lato, i carriaggi da un altro, pronto a resistere. Narsete a sua volta rinforzò le ali del proprio esercito, con animo di cedere al centro, per ricevere il nemico che s'avanzava in forma di cuneo, e così facilmente circondarlo. La battaglia, in cui prese parte anche Aligerno, fu lunga e sanguinosa. I Franco-Alamanni vennero totalmente distrutti, e il loro capitano Buccellino fu ucciso (554). Scomparsa questa nuova e sanguinosa meteora, Narsete potè ritirarsi colla preda a Roma. Non rimaneva adesso che un sol luogo fortificato, a cinquanta miglia da Napoli, detto Campsa da alcuni, Conza da altri. Ivi si trovavano 7000 Goti, che finalmente s'arresero anch'essi, salva la vita; e furono mandati a Costantinopoli, dove assai probabilmente accettarono di servire l'Impero.
Così ebbe fine la guerra greco-gota, durata venti anni, che ridusse l'Italia all'estrema rovina. Il regno degli Ostrogoti, durato sessantaquattro anni, fu distrutto per sempre, ed essi, come popolo, scomparvero affatto al pari dei Vandali, quasi un esercito di ventura che si fosse disciolto. Alcuni, come vedemmo, passate le Alpi, andarono in Oriente; altri restarono in Italia, combattendo per proprio conto o uniti ai Franchi. Certo è che nei quattordici anni, nei quali Narsete continuò ancora a comandare in Italia, dovè sostenere cogli uni e cogli altri parecchi scontri sanguinosi, dei quali pur troppo non abbiamo nessuna notizia precisa. La distruzione dei due fratelli alamanni e delle loro genti aveva naturalmente irritato molto i Franchi, i quali occupavano sempre alcune terre dell'alta Italia; e questa irritazione cresceva tanto più adesso che s'erano uniti a loro i Goti fuggiaschi, pieni anch'essi d'ira e rancore, assetati di vendetta contro i Bizantini. Nel 555 si trova infatti ricordato che i Franchi vinsero un esercito romano, il quale potè poi pigliar la rivincita, cacciando dall'Italia quei barbari (Muratori, _Annali_, VIII, 302). Paolo Diacono accenna più tardi ad un altro combattimento, nel quale un generale franco venne ucciso, ed un Conte goto fu preso e mandato prigioniero a Costantinopoli. Altri fatti d'arme sono ricordati nel 563 e nel 565, sempre a vantaggio degl'Imperiali. In sostanza si può affermare che, finita la guerra gotica, vi fu il pericolo, anzi addirittura il principio di un'altra guerra per parte dei Franchi, la quale sarebbe potuta divenire assai pericolosa, se essi non fossero stati appunto allora, come del resto continuamente seguiva, travagliati dalle civili discordie che per qualche tempo resero loro impossibile il passare le Alpi in gran numero. E così vi furon solo grosse scaramucce con quelli che già si trovavano nell'alta Italia, e che dovettero finire coll'abbandonarla, tornandosene a casa.
Narsete allora, alla testa del suo esercito, assunse il governo di tutta la Penisola col titolo di Maestro dei militi e di Patrizio. Egli non ebbe mai (come per errore fu creduto da alcuni) il titolo di Esarca, che in Italia apparisce ufficialmente solo più tardi. La Prammatica Sanzione riconobbe il valore degli editti emanati dai primi re goti fino a quelli di Totila e di Teja, che rimanevano esclusi, perchè questi due sovrani erano tiranni e non re, non essendo mai stati riconosciuti a Costantinopoli. E perciò vennero annullate tutte le disposizioni prese da essi, quelle specialmente a vantaggio del popolo, dei contadini, dei piccoli proprietari, che i Goti avevano cercato di rendersi amici; e furono in loro vece messe in vigore le disposizioni delle leggi romane, quasi sempre favorevoli ai latifondisti. La Prammatica Sanzione inoltre manteneva, teoricamente almeno, il potere militare separato affatto dal civile, pel quale restava in Italia sempre un Prefetto del Pretorio. Ma Narsete era un generale, che alla testa del suo esercito, aveva riconquistato l'Italia, e con esso continuava a governarla, a difenderla. E però, non ostante ogni opposta teoria, i due poteri rimasero di fatto concentrati in lui, che continuò ad essere una specie di dittatore militare. Per la stessa ragione i Duchi che, sotto la sua dipendenza, erano sparsi nelle province, ed i Tribuni, che dipendevano dai Duchi, furono anch'essi ufficiali civili e militari ad un tempo. Tutto ciò portava incertezza e disordine. Sarebbe stato necessario riordinare il paese, dando forza alle leggi, sollevandolo alquanto dalle crudeli calamità così lungamente sopportate. Ed invece bisognava pensare a trovare in Italia danaro, per mantenere un grosso esercito, ora che da Costantinopoli non c'era da sperarne, perchè Giustiniano non ne aveva, e trovavasi sempre più immerso nella teologia. Si continuò quindi a dissanguare le già esauste popolazioni.
E ciò seguiva quando il malcontento era cresciuto anche a causa della questione religiosa. Morto infatti papa Vigilio, tanto malmenato a Costantinopoli, era stato eletto Pelagio, già da molto tempo favorito dall'Imperatore. Egli tergiversò alquanto nella questione dei _Tre Capitoli_, ma finì poi col condannarli, pur dichiarandosi ossequente al Concilio di Calcedonia. Questa sua condotta provocò subito uno scoppio di sdegno nei vescovi e prelati italiani, massime del nord, alcuni dei quali lo accusarono perfino d'avere procurato la morte del suo predecessore, per potergli succedere. L'irritazione arrivò al colmo quando Narsete, pel quale, secondo il concetto orientale, la Chiesa doveva essere sottoposta all'Impero, fece prendere alcuni vescovi più riottosi, inviandoli a Costantinopoli, perchè colà venissero puniti. Così il disordine civile ed il conflitto religioso aumentavano la confusione. Tutte le opere pubbliche erano abbandonate; le mura cittadine, le case, le chiese, gli acquedotti andavano in rovina: alcune delle città, come ad esempio Milano, erano state nella guerra addirittura distrutte. Il mantenimento delle strade era abbandonato; i fiumi, lasciati senza argini, inondavano le campagne, ed aumentavano la malaria. Finalmente scoppiò la peste, che ammazzava in tre giorni, e desolò sopra tutto l'Italia superiore. Le campagne e le loro case, dice Paolo Diacono, rimanevano deserte; gli armenti vagavano pei campi senza pastore. Le messi abbandonate marcivano; le uve seccavano sui tralci delle viti, già privi di foglie. Ai primi casi del morbo, le città rimanevano spopolate per la fuga degli abitanti. I figli lasciavano insepolti i cadaveri dei genitori, e questi, senza aver viscere di pietà, abbandonavano i figli ammalati. Se qualcuno voleva seppellire le vittime del morbo, era preso dal male, e restava egli insepolto. Non era possibile numerare i morti, perchè gli occhi non bastavano a tanto: _visum oculorum superabant cadavera mortuorum_ (II, 4).
Tale era lo stato delle cose in cui Giustiniano lasciava l'Impero. Non tutti i guai da noi accennati si possono dire conseguenze dirette della sua politica; ma conseguenze più o meno indirette ne erano certamente. Egli era stato senza dubbio guidato da alcuni concetti i quali, se non sempre pratici, erano sempre elevati, ed esercitarono una grande azione nella storia del mondo. Ma se, come abbiam detto più volte, maravigliosa fu davvero la sua abilità nella scelta delle persone, per attuare questi concetti, la sua cattiva amministrazione, le spese eccessive che faceva sempre, i larghi tributi che allora si solevan dare ai barbari, quando non si poteva con essi adoperare il ferro, e le continue guerre esaurirono sempre più le forze d'un Impero in cui l'agricoltura era assai decaduta, e non fiorivano nè l'industria, nè il commercio. Tutto ciò, unito alla corruzione della società imperiale e della Corte, alla cui malefica azione Giustiniano non potè sempre sfuggire, gli resero impossibile il fondar mai nulla di veramente stabile.