Le invasioni barbariche in Italia

Part 19

Chapter 193,713 wordsPublic domain

Prima di partire, Belisario aveva lasciato Isaace d'Armenia a guardia di Porto, con ordine espresso di non abbandonar mai quel posto, neppure per soccorrere lui stesso, quando si fosse trovato in pericolo. Avvertì dei suoi movimenti Bessa, invitandolo ad uscir dalle mura in tempo, per potere ambedue contemporaneamente assalire i Goti, di fronte ed alle spalle. Ma Bessa, occupato più che altro de' suoi propri guadagni, non dette segno di muoversi, ed i Goti poterono liberamente andar contro Belisario, che sembrava avanzarsi con buona fortuna. Era infatti riuscito a levare la catena, ad incendiare una delle due torri, quando sopraggiunsero i Goti, coi quali venne subito a battaglia, e li respinse dopo averne uccisi 200. Il ponte galleggiante era rotto, il fiume pareva ormai libero al passaggio delle vettovaglie, quando a un tratto la ruota della fortuna girò a suo danno. Nè Bessa, nè Isaace d'Armenia, sebbene per diverse ragioni, avevano obbedito agli ordini ricevuti, e questo fu causa della rovina dell'impresa nel momento stesso in cui Belisario pareva che avesse già in pugno la vittoria. Giunta a Porto la notizia, che i Bizantini s'avanzavano vittoriosi verso Roma, Isaace non potè più stare alle mosse, e con 100 cavalieri traversò l'Isola Sacra, che divide Porto da Ostia, la quale egli prese senza difficoltà. Ma sopraggiunsero allora i Goti, che poteron facilmente disfare i 100 cavalieri, uccidendone la più parte, e facendo prigioniero Isaace, che li comandava in persona. La notizia assai esagerata di tutto ciò, arrivò a Belisario, come un fulmine a ciel sereno, nel momento appunto in cui egli si credeva decisamente vittorioso. E fu questa la prima volta in sua vita, che perdè veramente la testa. S'immaginò che Porto fosse stato occupato dal nemico, che sua moglie, la quale pur sempre amava, fosse prigioniera, che i nemici potessero attaccarlo alle spalle e di fronte; ordinò quindi senz'altro la ritirata. Ma quando giunse a Porto, e vide come stavano veramente le cose, fu pel dolore della perduta vittoria, preso da una febbre che per qualche tempo lo rese affatto inabile a proseguire la guerra.

Bessa se ne stava intanto tranquillo in Roma, pensando a guadagnare sulla fame che aveva ridotto all'estremo i cittadini, irritatissimi perciò nel momento in cui l'opera loro era più che mai necessaria alla difesa delle mura. I soldati erano assai pochi ed anch'essi scontentissimi per essere trascurati affatto dal loro capo, che li lasciava senza paghe e senza vettovaglie. La conseguenza fu che quattro Isaurici, messi a guardia di Porta Asinaria, la tradirono al nemico. E così il 17 dicembre 546 i Goti entrarono nella Città, che i Bizantini abbandonarono, uscendo nello stesso tempo da un'altra porta in tal fretta, che Bessa dovè lasciare tutto il danaro da lui così disonestamente guadagnato. Vi fu allora come una fuga generale da Roma, dove, secondo Procopio, sarebbero rimaste appena 500 persone, che si ricoverarono nelle chiese, temendo la crudeltà dei Goti. Questi infatti cominciarono subito la strage; ma quando ebbero ucciso 26 soldati e 60 cittadini, furono con ordini severissimi fermati da Totila, il quale venne indotto alla clemenza anche dalle preghiere del diacono Pelagio, che in Roma faceva ora le veci di papa Vigilio, il quale trovavasi nella Sicilia in via per Costantinopoli.

Totila, che era vittorioso, e si sentiva sicuro del fatto suo, disse allora alle sue genti queste notevoli parole: — In principio della guerra 200,000 Goti furono vinti da 7000 Bizantini; ma oggi invece 20,000 Bizantini, che tanti se ne trovano sparsi in Italia, furono vinti dai deboli e disprezzati avanzi dei Goti. Ciò è avvenuto, perchè allora i Goti si condussero ingiustamente verso i Bizantini, e vennero puniti; ma ora che abbiamo invece osservato la giustizia, siamo stati da Dio remunerati colla vittoria. — Entrato poi in Senato, rimproverò ai Romani la loro condotta favorevole agl'Imperiali, che li avevano spogliati di tutto. — Che male, egli esclamò, vi hanno mai fatto i Goti? — Mandò poi a Costantinopoli il diacono Pelagio, per concludere una pace definitiva. «Io, egli scriveva a Giustiniano, ti rispetto come un figlio deve il padre, e sarò sempre tuo fido alleato. Ma se tu non accetti la pace, distruggerò Roma, perchè da essa non possa venir nuovo danno ai Goti.» E Giustiniano a tali minacce non si degnò neppur di rispondere, rimettendosi in tutto e per tutto a Belisario, il che voleva dire alla sorte delle armi. Non c'era quindi da far altro, che apparecchiarsi a continuare la guerra.

Totila si vedeva ora costretto a recarsi nell'Italia meridionale, dove i Bizantini in buon numero occupavano molte terre, e rendevano sempre più difficile il fornire Roma di vettovaglie. Partendo, egli non poteva, per mancanza di uomini, lasciarvi una guarnigione sufficiente; cominciò quindi a demolirne le mura, con animo di distruggere addirittura la Città. Ma quando procedeva in quest'opera nefasta e di vera barbarie, ricevette una lettera di Belisario, che gli fece una profonda impressione. «Non sai tu dunque, questi gli scriveva, che le ingiurie fatte a Roma, sono ingiurie ai trapassati, ai posteri; sono una vera profanazione? Vuoi tu rimanere nella storia come il distruttore, piuttosto che come il preservatore della più grande e magnifica città del mondo?» Totila, secondo Procopio, restò da tali parole siffattamente colpito, che smise la mal cominciata demolizione, e parti senz'altro pel Mezzogiorno, menando seco in ostaggio i Senatori, ordinando che tutti abbandonassero Roma, che, secondo lo stesso scrittore, rimase davvero per qualche tempo deserta. Lasciò sui monti Albani una piccola guarnigione, come a guardar da lontano la desolata Città, in cui sperava di tornare ben presto, dopo aver vinto i Bizantini. Questo racconto può sembrare una leggenda; è certo però che da una parte Totila non aveva modo di tenere occupata la Città eterna, e da un'altra il fascino grandissimo che essa esercitava ancora sui barbari era sempre tale, che le dava ai loro occhi qualche cosa di sacro e d'inviolabile: il distruggerla doveva quindi parere a tutti un delitto contro gli uomini e contro Dio. Si aggiungeva poi che Totila non voleva romperla addirittura coll'Impero, e chiudersi così ogni possibilità di nuove trattative.

Comunque sia, Roma si trovò ora per sei settimane affatto abbandonata, restando, così almeno si narra, addirittura deserta. E Belisario, lasciata una piccola guarnigione in Porto, respinti i pochi Goti che, scesi dai monti Albani, gli vennero incontro, entrò dentro le mura e si pose subito a restaurarle. Molti tornarono allora dalla Campagna, ed insieme coi soldati s'adoperarono a tutt'uomo per riparare i guasti portati ad esse. Mancavano però gli operai capaci di rimettere a posto gli usci delle porte, che erano stati abbattuti. Si provvide quindi alla meglio, chiudendole in fretta, essendosi saputo che Totila, avuta notizia dell'entrata di Belisario, tornava indietro a gran passi. Tre volte infatti diede l'assalto; ma fu sempre respinto ed inseguito, fino a che si ritirò a Tivoli. E Belisario allora potè trovar modo di far rimettere gli usci alle porte della Città, di cui mandò le chiavi a Costantinopoli. Correva l'anno 547, dodicesimo della guerra bizantina, terzo della seconda campagna.

I Goti erano sempre assai potenti in Italia. Padroni nel Settentrione, dove si trovavano ancora i Franchi venuti in loro aiuto, essi occupavano la Venezia, e s'erano avanzati nell'Italia centrale, che tenevano quasi tutta, ad eccezione di Ravenna, Perugia, Ancona, Roma e Spoleto. Nel Mezzogiorno invece dominavano i Bizantini, sebbene anche colà non mancassero Goti, disseminati in diversi punti, qualcuno dei quali strategicamente importante. Certo per gl'Imperiali riusciva di grande vantaggio morale e materiale il possesso delle due capitali, Roma e Ravenna. Ma l'opera di Belisario era paralizzata dal disaccordo persistente con Giovanni; nè l'Imperatore mandava aiuti di sorta. Così corsero ancora due anni, nei quali i Bizantini non fecero altro che accrescere sempre più il malcontento delle popolazioni, con vantaggio dei Goti, i quali perciò andavano ripigliando nuove terre, fra le altre Rossano e Perugia. Belisario era quindi in uno stato di sconforto disperato, tanto che sua moglie Antonina si decise a partire per Costantinopoli, sperando d'ottenere per lui i necessari aiuti, mediante la protezione che aveva sempre avuta di Teodora; ma, arrivata colà, trovò invece che questa era già morta il 1º luglio 548. E non potendo far altro, chiese ed ottenne il ritorno del marito, che nel 549 era da capo a Costantinopoli, carico al solito di ricchezze accumulate nella guerra, ma con la sua antica gloria molto offuscata, giacchè nulla d'importante aveva potuto concludere in questa seconda campagna d'Italia. E tutto ciò appariva anche assai più evidente, se si faceva il paragone cogli strepitosi successi ottenuti nella prima. Egli restò a Costantinopoli, sempre onorato, ma senza mai più avere, per dieci anni continui, il comando dell'esercito.

Nel 559 però gli Unni, essendo entrati nella Media e nella Tracia, cominciarono a fare stragi crudeli, minacciando la stessa città di Costantinopoli. Ed allora Giustiniano, che era già vicino ai 77 anni, e s'era per modo spaventato, che voleva fuggire dalla capitale, ricorse di nuovo all'ormai vecchio, ma pur sempre glorioso capitano. Questi aveva già superato i 54 anni, e i dolori patiti lo avevano assai fiaccato; pure, senza esitare, corse alle armi, raccolse alcuni de' suoi veterani e parecchi contadini; formò così un piccolo esercito, e con un nuovo miracolo d'audacia, di accortezza e di valore strategico, respinse un nemico assai più numeroso, che lasciò 400 morti sul campo di battaglia. E fu allora appunto che Giustiniano, sopraffatto dalla puerile o per dir meglio senile gelosia, lo richiamò, preferendo accordarsi definitivamente col nemico mediante danaro, piuttosto che ottenere una pace onorevole che avrebbe fatto rivivere l'antica gloria del suo invidiato generale. Questi fu di nuovo accolto dal popolo come un trionfatore, ma restò poi sempre lontano dagli affari e dal comando dell'esercito. Ciò dette ai suoi nemici tanto ardire, che lo accusarono di cospirazione contro lo stesso Imperatore, il quale da capo lo privò d'ogni suo avere, ponendolo anche sotto sospettosa vigilanza. Ma alcuni mesi dopo, forse ravveduto o pentito, restituì ad esso gli emolumenti di cui lo aveva privato (luglio 563). Nel 565 il valoroso capitano trovò finalmente pace nella tomba, circa nove mesi prima che morisse l'Imperatore, da lui così fedelmente servito. La leggenda, secondo la quale egli avrebbe finito la sua vita, cieco, povero, seduto alla porta d'una chiesa, con una scodella di creta in mano, chiedendo limosina, _Date obolum Belisario_, si formò tra i secoli XI e XII; ma di essa nulla sanno i contemporanei, i quali tacciono quasi affatto degli ultimi suoi anni infelici. Assai probabilmente, come fu già osservato, si fece confusione con quello che avvenne a Giovanni di Cappadocia, che realmente finì limosinando, non però cieco.

CAPITOLO IX

La disputa dei _Tre Capitoli_ — Ritorno di Narsete in Italia — Disfatta di Totila e di Teja — Fine del regno ostrogoto

La definitiva ritirata di Belisario dagli affari segna la fine, anzi si può dire il fallimento della politica estera di Giustiniano. Da ogni parte infatti i barbari sembravano ora avanzarsi di nuovo. Più di tutti orgogliosi e sicuri del loro avvenire parevano i Franchi; la fortuna di Totila sembrava anch'essa rapidamente risorgere. In Roma v'era una guarnigione di soli 3000 soldati imperiali, poco o punto pagati, privi di tutto, e però scontentissimi, i quali avevano ucciso il generale Conon, che sembrava voler come Bessa, in mezzo alla comune calamità, far guadagno colla vendita del grano. Li comandava ora Diogene, stato già della guardia di Belisario, e che alla testa de' suoi aveva respinto gli ultimi ripetuti assalti di Totila. Questi potè tuttavia occupar Porto, di dove riuscì ad affamare la Città, fino a che alcuni soldati isaurici, stanchi di soffrire senza mai avere le paghe, la tradirono al nemico, aprendo la Porta S. Paolo, per la quale esso entrò, facendo strage della guarnigione. Diogene si salvò con parte de' suoi; altri 400 si chiusero nella tomba d'Adriano, ma dovettero poi anch'essi arrendersi per fame, unendosi ai soldati di Totila (549), che si mostrò generoso verso di loro, giacchè si riteneva omai sicuro di vincere, e cercava perciò di vivere in armonia colla popolazione romana. Diverse città s'andavano infatti ogni giorno arrendendo a lui come fecero Rimini e Taranto, come promettevano di fare, se non venivano presto soccorse dagl'Imperiali, anche Civitavecchia ed Ancona. Egli pensò quindi d'andare verso il sud, prendere le isole, e colla flotta rendersi padrone del mare, per interrompere le comunicazioni degl'Imperiali con Costantinopoli. Passato quindi il Faro, sbarcò in Sicilia, e trovando resistenza a Messina, penetrò nell'interno dell'isola, e ne occupò facilmente la campagna.

Questo sarebbe stato per Giustiniano il momento di provvedere con energia alla guerra, se non voleva addirittura rinunziare all'Italia. Sfortunatamente però egli, già assai vecchio e più o meno invaso sempre da una manìa religiosa, s'era da qualche tempo siffattamente immerso nella teologia, che per essa trascurava i bisogni più urgenti della guerra e dello Stato. Aveva l'ambizione d'essere il sostenitore della vera fede, il restauratore della unità non solo dell'Impero, ma anche della Chiesa. Se non che l'Oriente e l'Occidente non riuscirono mai ad andar pienamente d'accordo sul concetto fondamentale della suprema autorità religiosa. Nelle cose della fede il Papa non poteva ammettere nè superiori, nè uguali, qualunque fossero d'altronde i meriti e i servigi che altri avesse resi alla Chiesa. Giustiniano invece, che faceva derivare la sua autorità politica non dal popolo, dal Senato o dall'esercito, ma direttamente da Dio, sebbene riconoscesse la superiorità del potere spirituale sul temporale, riteneva che l'uno e l'altro dovessero metter capo all'Imperatore. E però voleva, anche nelle cose della fede, stare alla testa della Chiesa, dei sacerdoti e dei credenti. «La nostra principale sollecitudine, così egli scriveva, è rivolta ai veri dogmi di Dio, alla onestà del clero.» Condannava perciò gli eretici e le dottrine eterodosse; non voleva riconoscere valore definitivo ai decreti dei Sinodi e del Papa, ma solo a quelli del Concilio ecumenico, convocato da lui, che ne sanzionava e promulgava le deliberazioni. A tutto ciò Roma non poteva mai consentire.

Animato costantemente da siffatti pensieri, Giustiniano s'era da un pezzo stranamente esaltato per la scoperta che era stata fatta d'alcuni errori o piuttosto inavvertenze in cui era caduto il Concilio di Calcedonia, e voleva avere la gloria di correggerli: a tal fine si chiudeva assai spesso nel suo studio a meditare, a discutere ardentemente con preti e con frati. La questione di cui da qualche tempo s'occupava, è nota sotto il nome dei _Tre Capitoli_ o sia tre punti controversi. Essa era molto oscura, molto intricata, e senza grande valore teologico; ma aveva per lui anche una importanza politica. Ora come sempre l'Imperatore desiderava piena concordia con Roma; ma questa concordia, appena veniva conclusa, suscitava la discordia in Oriente, dove, come in Egitto, numerosissimi e passionati erano i seguaci della dottrina monofisita, fieramente avversata dalla Chiesa romana. La nuova controversia versava sulle dottrine di tre vescovi orientali, nelle quali s'erano scoperte tracce evidenti d'eresia, sebbene il Concilio di Calcedonia non le avesse notate. Pare che Teodoro Ascida, iniziatore di questa disputa, facesse sperare all'Imperatore che, avendo quei tre vescovi aspramente combattuto la dottrina monofisita, il condannarli gli avrebbe potuto indirettamente conciliare i seguaci di essa, senza irritare la Chiesa romana. E Giustiniano, persuaso, non senza ragione, che i tre vescovi avessero veramente errato, ne fu come infatuato, ed «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», anatemizzò i _Tre Capitoli_, invitando i Monofisiti a fare adesione alla vera dottrina da lui esposta (544 e 551). Ma s'era questa volta pienamente ingannato. Il suo decreto non gli guadagnò punto i Monofisiti, e suscitò invece una viva opposizione in Occidente, dove si vedeva in esso un'offesa all'autorità del Concilio di Calcedonia (451), ed a quella del Papa. Oltre di che, i tre vescovi condannati col decreto imperiale, non solo erano stati rispettati a Calcedonia, ma erano già morti da un secolo. A che dunque turbare adesso le loro ceneri? La disputa sollevata era per lo meno inopportuna, e senza pratico valore. Pure Giustiniano non sapeva pensare ad altro, e non voleva in nessun modo recedere.

Chi si trovava ora peggio di tutti era papa Vigilio, il quale, per gl'intrighi di Teodora salito sulla cattedra di S. Pietro, era stato chiamato a Costantinopoli, dove pareva che fosse fra l'incudine ed il martello. Se infatti condannava i _Tre Capitoli_, destava un vespaio in Occidente; se non li condannava, si poneva in lotta coll'Imperatore. E finì col cedere a questo, pubblicando nel 548 la condanna dei _Tre Capitoli_. Ma quando vide la fiera tempesta che si sollevò in Occidente contro di lui, della quale Giustiniano non teneva nessun conto, mutò avviso, ponendosi in aperta opposizione con l'Imperatore. Non intervenne nel Concilio ecumenico, del quale egli stesso aveva suggerito la convocazione, anzi protestò contro di essa (553). Il Concilio, come era da aspettarsi, condannò esplicitamente i _Tre Capitoli_; e ne seguirono disordini, nei quali fu in pericolo la vita stessa del Papa, che, dopo aver sopportato gravi violenze, venne confinato in un'isola del Mar di Marmara. Dopo sei mesi finalmente, stanco delle patite calamità, oppresso dagli anni, tormentato dal mal della pietra, cedette, ed il 23 di febbraio 554 pubblicò la condanna dei _Tre Capitoli_. Potè allora ripartire per l'Italia; ma appena che fu arrivato in Sicilia, morì il 7 gennaio del 555.

Pur tali erano allora la potenza della Chiesa e l'autorità dei Papi, che anche in questi anni di debolezza e di patite violenze, si ottennero per essa dall'Impero nuove e notevoli concessioni. Nel 554 infatti era stata pubblicata quella Prammatica Sanzione, che sanzionando definitivamente il diritto giustinianeo in Italia, concedeva al clero nuova autorità anche nelle cose temporali. I giudici dovevano essere eletti dai Vescovi e dai principali cittadini; nei pesi e nelle misure si dovevano osservare le norme fissate dai Vescovi e dal Senato. E tutto ciò dopo molte altre concessioni fatte anche prima. Sin dal 546 era stato deciso che il clero doveva esser giudicato dai soli tribunali ecclesiastici. In molti casi si poteva dai giudici ordinari appellare al Vescovo, che diveniva così come una specie di tribuno della plebe: a lui era affidata la cura dell'annona, degli edifizi pubblici, degli acquedotti. Di certo tutte queste concessioni erano fatte ai Vescovi come ufficiali dipendenti dall'Impero. Ma la Chiesa le accettava senza discutere, e quando l'autorità dell'Impero cominciò a decadere, ed essa potè sempre più affermare la propria indipendenza spirituale, una uguale indipendenza si estese naturalmente anche all'esercizio di quelle temporali facoltà che, senza riflettere alle inevitabili conseguenze, le erano state concesse. L'Impero aveva dato alla Chiesa le armi con le quali essa doveva poi combatterlo. E la Prammatica Sanzione che poneva come il suggello a tali e tante concessioni, era stata pubblicata da Giustiniano, come in essa è detto esplicitamente, per seguire i consigli di quello stesso papa Vigilio che egli aveva così maltrattato, così umiliato!

Giustiniano, è vero, poteva esser lieto d'aver trionfato nella questione dei _Tre Capitoli_, essendo riuscito a farli condannare dal Papa; ma era ben lungi dall'avere ottenuto lo scopo finale che s'era prefisso, giacchè egli non aveva guadagnato alla sua causa un solo Monofisita, e s'era invece sempre più alienato l'animo delle popolazioni italiane. La lotta religiosa da lui provocata aveva inoltre messo in chiaro, che sotto i Bizantini il Papa non era, non poteva essere libero. Per sei anni infatti Vigilio era stato costretto a fermarsi in Costantinopoli, dove risiedeva il Patriarca a lui avverso, ed era stato malmenato dall'Imperatore, che lo aveva trattato come un suo dipendente.

Certo la condotta di papa Vigilio era stata poco onorevole, e risultò a grave danno della Chiesa, che dopo di lui soffrì circa un mezzo secolo d'oscurità e di decadenza fino a che non venne a sollevarla Gregorio Magno. Ma in tutto ciò il procedere di Giustiniano fu assai imprudente, e causa non ultima della caduta del dominio bizantino in Italia e della venuta dei Longobardi. Il vero è che egli voleva ricostituire l'unità dell'Impero, ed i papi volevano invece fondare l'unità e l'autorità universale della Chiesa cattolica; ma nessuno di questi due disegni poteva essere pienamente attuato, perchè l'Oriente doveva politicamente e religiosamente separarsi dall'Occidente.

Già da gran tempo Giustiniano, chiuso nel suo studio, era talmente immerso nelle sue sottigliezze teologiche, che avrebbe per esse abbandonato anche quella guerra d'Italia, con tanto ardore da lui intrapresa, ma che con grande spargimento di sangue, con crudele rovina delle misere popolazioni, era durata assai più a lungo, che egli non avrebbe mai pensato. Se non che da tutte le parti gli si facevano premure, perchè conducesse una volta a compimento la restaurazione dell'Impero, e molti emigrati erano dall'Italia stessa venuti per deciderlo a ciò. Il problema principale per lui era allora: trovare un generale in capo, cui affidare quella unità di comando così necessaria a condurre con fortuna la guerra. A Belisario, dopo gli ultimi fatti, non era più da pensare. Elesse quindi Germano suo nipote che, avendo sposata una nipote di Teodorico, vedova di Vitige, pareva dovesse ispirare qualche simpatia anche nei Goti. Egli era ricco di suo, e per poter condurre la guerra ebbe a sua libera disposizione la cassa dell'Impero. Ben presto si vide quindi da ogni parte accorrer gente sotto le sue bandiere, non esclusi anche alcuni Goti. Ma quando aveva raccolto in Dalmazia buon numero d'armati, ed era pronto a partire, fu colpito dalla morte. L'esercito rimase perciò a svernare presso Salona (550-551).

Totila aveva intanto assediato Ancona, città assai importante per gl'Imperiali, massime quando avessero voluto fare uno sbarco dalla Dalmazia nell'Italia centrale. E per questa ragione il generale Giovanni, uomo ardito ed ambizioso, che assai bene conosceva l'Italia ed i Goti, si decise, non ostante gli ordini avuti in contrario, a muoversi dalla Dalmazia per tentar di liberare quella città dalla parte del mare. Messosi quindi d'accordo con Valeriano, che era a Ravenna, riunirono i loro navigli, e nelle acque di Sinigaglia s'affrontarono con la flotta dei Goti, i quali sul mare non avevano potuto mai tener testa ai Bizantini, e la distrussero affatto, rimanendo padroni dell'Adriatico, che liberamente poterono percorrere. I Goti allora, levato l'assedio da Ancona, si ritirarono in Osimo, e Totila s'indusse a far nuove proposte di pace, dichiarandosi pronto a lasciare la Dalmazia e la Sicilia all'Impero, cui avrebbe anche pagato un tributo, riconoscendone la superiore autorità. In questo modo, egli diceva, si sarebbe impedito che tutto finisse a vantaggio dei Franchi, i quali occupavano sempre parecchi punti importanti nell'alta Italia. Ma ormai ogni discussione era vana, perchè Giustiniano aveva già nominato il nuovo generale in capo nella persona di Narsete (551).