Le invasioni barbariche in Italia
Part 18
La vita di questo, che fu il più grande monaco che sia mai vissuto, ci venne narrata da Gregorio I, forse il più grande dei papi, che da taluno si volle credere nato il giorno stesso in cui moriva S. Benedetto (21 marzo 543). Sebbene la sua narrazione sia piena di miracolose leggende, essa ci fa pur comprendere quale era il vero carattere del Santo. Nato a Norcia (480), nei monti della Sabina, a venti miglia da Spoleto, a duemila piedi sul livello del mare, da un nobile romano, circa quattro anni dopo che Odoacre fu signore d'Italia, cominciò a studiare in Roma. Ma ben presto lasciò tutto, per ritirarsi nella solitudine e nella contemplazione, verso le sorgenti dell'Arno. La sua balia, che lo aveva accompagnato a Roma, lo accompagnò ancora adesso, dominata da quel nobile ascendente morale, che egli esercitava maravigliosamente su tutti. Ben presto i miracoli da lui compiuti, e la fama della sua santità affascinarono, attirarono un così gran numero di seguaci entusiasti, che egli pensò di rifugiarsi a Subiaco, dove erano solo alcuni pochi anacoreti. Ivi fu vestito dell'abito monacale, da un tale che si chiamava Romano; e si ritirò in una grotta, dove questi, a giorni fissi, gli portava dal suo convento il cibo necessario a vivere, facendolo con una fune, dall'alto d'una rocca discendere nella grotta. Ma Romano scomparve a un tratto, senza che più se ne sapesse nulla; ed allora il cibo fu portato prima da un santo uomo, che viveva assai lontano; poi da alcuni pastori miracolosamente ispirati dal Signore. Essendo ancora nel vigor degli anni, il Santo venne assalito dagli stimoli della carne, e per attutirli si gettò nudo sulle spine e sui pruni della foresta, che, lacerando le sue carni, furono fecondati dal sangue che ne scorse, e ne sbocciarono rose, le quali dopo sette secoli S. Francesco vide tuttavia fiorire, ed il viandante le vede fiorire anche oggi.
Essendo intanto grandemente cresciuta la fama di S. Benedetto, i monaci di Vicovaro, che avevano perduto il loro abate, pregarono lui d'assumerne l'ufficio. E quando egli d'assai mala voglia si lasciò indurre ad accettare, furono subito scontenti della severa disciplina da lui imposta, e pensarono d'avvelenarlo. Liberato che fu miracolosamente da questo nuovo pericolo, si ritirò sdegnato nella solitudine. Ma anche colà la gente, attirata dalla fama della sua bontà, accorse numerosissima, e così tra il 500 ed il 520 si formarono intorno a Subiaco 12 monasteri, con capi da lui eletti. Egli se ne stava ritirato nel sacro speco, con pochi de' suoi, presso Subiaco, al di sopra della sua antica grotta. Nonostante però questa sua riserva, questo gran seguito, la gelosia di quelli che facevan parte del clero regolare non lo lasciava in pace. Ed uno di essi fece andar donne di mala vita a tentarlo, cosa di cui S. Benedetto fu così disgustato, che se ne andò via a Monte Cassino. Ivi trovò la statua d'Apollo con un altare, e li fece subito demolire, fondando sullo stesso luogo il suo principale convento, nel quale risiedette quattordici anni (529-543). Colà venne a visitarlo Totila re dei Goti (542), prostrandosi ai suoi piedi; ed il Santo gli rimproverò i mali recati all'Italia, annunziandogli vicina la morte. Un anno dopo questa visita morì anche lo stesso S. Benedetto. Poco prima era morta la sorella Scolastica, che lo aveva seguito a Subiaco ed a Monte Cassino, menando anch'essa vita religiosa, non molto lungi da lui, che andava a visitarla una volta l'anno, e che volle essere sepolto vicino a lei, là dove era stato l'altare di Apollo.
Una prova che l'opera di S. Benedetto era la creazione d'un uomo di genio, e rispondeva ad un vero bisogno dei tempi, noi l'abbiamo nella grande e rapida diffusione che essa ebbe, nel fatto assai notevole che, quasi nello stesso tempo e indipendentemente da lui, Cassiodoro, il quale aveva passato tutta la sua lunga vita negli affari politici, iniziò anch'egli qualche cosa di simile nel suo paese nativo. A tempo di Vitige, quando già da un pezzo Imperiali e Goti erano violentemente venuti a conflitto fra loro, egli s'era dovuto accorgere che il concetto di Teodorico, al quale anch'egli così lungamente aveva dedicato tutte le forze, di fondere cioè in uno Italiani e Goti, era un sogno contradetto dalla realtà. Essendo adunque pervenuto all'età di 60 anni, quando aveva già raccolto le sue lettere e scritto il suo Trattato sull'anima, si ritirò nel paese nativo, dove fondò vicino a Squillace due conventi. Uno di essi era un semplice eremitaggio sul colle, per chi voleva assoluta solitudine; l'altro, il vero e proprio Convento, venne istituito poco più lungi, a _Vivarium_, presso il fiume Pellena (539). E come S. Benedetto, nel fondare i suoi monasteri, aveva voluto unire il lavoro manuale alla contemplazione, così Cassiodoro unì a questa il lavoro intellettuale, dandone egli stesso l'esempio. Infatti colà scrisse molte delle sue opere, fra le quali il comento ai _Salmi_, e quello alle _Epistole degli Apostoli_; la _Historia tripartita_, la quale è un compendio di tre storie della Chiesa, che per sua commissione Epifanio tradusse dal greco. Scrisse ancora alcune regole del ben vivere, ed il suo libro _De ortographia_, in cui sono precetti sull'arte del comporre. Cassiodoro era di certo più un letterato ed un retore, che un santo; non aveva le qualità d'un vero fondatore di Ordini religiosi. Pure il suo concetto d'introdurre nei monasteri il lavoro intellettuale, rispondeva, come quello del lavoro manuale imposto da S. Benedetto, talmente ad un bisogno dei tempi, che venne anch'esso accolto dai Benedettini. E così questi trascrissero molte delle più preziose opere antiche, le quali per opera loro vennero salvate dalla distruzione, cui sarebbero altrimenti andate incontro. Monte Cassino divenne come un faro di civiltà, la cui luce, riflettendosi in tutti quanti i conventi benedettini, potè in mezzo alla oscura notte del Medio Evo rischiarare la via ad un migliore avvenire.
CAPITOLO VIII
Totila re dei Goti — Belisario torna in Italia, ed occupa Roma — Suo ritorno a Costantinopoli e sua morte
L'anno 540 in cui i Persiani presero Antiochia, Belisario arrivava a Costantinopoli alla testa di 7000 uomini della sua guardia, menando seco il tesoro dei Goti, con Vitige e gli altri prigionieri. Era il secondo re barbarico che egli conduceva nella capitale orientale. Aveva allora 36 anni; era quindi nel pieno vigore della sua forza, come era nel colmo della fortuna e della gloria. Ma pur troppo si cominciavano a vedere i non lontani prodromi di quelle sventure che dovevano lacerargli il cuore, avvelenarne l'esistenza, invecchiandolo prima del tempo. Non gli fu concesso un trionfo ufficiale, come quello avuto al ritorno dall'Africa, sebbene il popolo lo accogliesse di fatto come un vero trionfatore, quale egli era certamente. La sua prima sventura fu il sospetto della infedeltà della moglie, la quale amareggiò molto la sua esistenza. Partendo per la guerra persiana, con quest'atroce tormento nell'animo, perseguitato da Teodora, che proteggeva Antonina, non potè concludere gran cosa. Tornato a Costantinopoli, e non essendogli possibile avere più dubbi sulla sua domestica sventura, dovè decidersi ad imprigionare la moglie infedele, che pure amava. Ma il peggio era, che Antonina aveva saputo con grandissima arte guadagnarsi l'animo di Teodora, secondandola ne' suoi intrighi, aiutandola a perseguitare i suoi nemici.
Da un pezzo era nella Corte divenuto potentissimo Giovanni di Cappadocia, uomo dato a tutti i vizi, divorato dall'ambizione, ma attissimo a riscuotere tasse, ricorrendo per esse anche ai tormenti più crudeli: dicevasi che per evitarli, qualcuno si fosse perfino impiccato. Giustiniano lo proteggeva, quale strumento utilissimo ad aumentare le entrate dello Stato, e Teodora invece l'odiava per la sua ambiziosa prepotenza. Antonina, che voleva conquistare sempre più il favore dell'Imperatrice, riuscì, con singolare accorgimento, a fargli confessare i suoi ambiziosi disegni, le sue mire segrete contro lo stesso Imperatore. In conseguenza di che, Giovanni fu mandato in esilio, ridotto alla miseria, costretto a vestir l'abito ecclesiastico, ad andare limosinando. Pare anzi, come osserva l'Hodgkin, che questa sua fine infelice desse origine alla leggenda che fece poi attribuire a Belisario una fine non molto diversa. Certo è che Teodora sempre più grata ad Antonina, sempre più avversa a Belisario, l'obbligò a liberare la moglie infida ed a riconciliarsi con essa, nè si stancò mai di tormentarlo e di umiliarlo.
Intanto, dopo la partenza di Belisario dall'Italia, donde aveva menato seco la sua guardia ed i migliori capitani, le cose andavano nella Penisola di male in peggio. Non v'era un capo autorevole che potesse comandare, non s'era ancora ordinata una nuova amministrazione. Tutto rimaneva affidato a capitani militari, sparsi coi loro soldati, in diverse città, ed ai riscuotitori delle imposte. Le entrate andavano rapidamente diminuendo, nè si poteva sperare danaro da Costantinopoli, dove bisognava provvedere alla guerra persiana, ed a mantenere, con sussidi continui, tranquille le vicine e minacciose popolazioni barbariche. Si ricorreva quindi in Italia ad ogni più misera e meschina arte per risparmiare. Si tosavano le monete; si ritardavano le paghe e le promozioni dei soldati; si vendevano gli uffici; si lasciavano in abbandono le opere pubbliche più necessarie, come gli acquedotti; si trascuravano per tutto le più urgenti riparazioni. Lo scontento era quindi divenuto grandissimo nei soldati, che cominciavano a disertare, o cercavano rifarsi sulle popolazioni, che avevano assai contribuito al trionfo delle armi imperiali. Ridotte ora all'estremo d'ogni miseria, esse finivano col rimpiangere i tempi in cui erano state sotto il dominio dei Goti, la fortuna dei quali cominciava perciò rapidamente a risorgere.
Ildibaldo infatti, che era rimasto con soli 1000 uomini, vide a un tratto accrescere il suo esercito, e fu padrone di quasi tutta l'Italia settentrionale. Ma neppur tra i Goti le cose procedevano senza gravi disordini. Essi, che non avevano mai potuto formare in Italia una vera e propria nazione, apparivano sempre più come un esercito di ventura, sotto il comando di capitani che non andavan d'accordo fra di loro. Tra la moglie di Uraias, il quale aveva ricusato il comando supremo, e quella d'Ildibaldo, che lo aveva accettato, la gelosia era divenuta tale che si comunicò ai mariti. In conseguenza di che il primo venne ucciso dal secondo, e questi fu poi, a sua volta, ucciso nella primavera del 541. Insieme coi Goti erano in Italia venuti parecchi Rugi, i quali non s'erano potuti mai interamente amalgamare coi loro compagni; ed ora innalzarono sugli scudi Erarico, che fu dai Goti accettato. Ma questi non seppe far altro che trattare con Costantinopoli, tentando di costituirsi un piccolo Stato nell'Italia settentrionale, tra i Franchi ed i Bizantini, ponendosi alla mercè dell'Imperatore, tradendo così tutte le speranze de' suoi soldati, i quali, dopo cinque mesi d'inglorioso governo, lo uccisero, avendo prima offerto la corona a Baduila, noto nella storia col nome di Totila. Questi era parente d'Ildibaldo, ed accettò a condizione che levassero di mezzo Erarico, il che essi fecero.
Totila rialzò il destino dei Goti, alla testa dei quali si trovò per undici anni, combattendo sempre gloriosamente. Egli fu il più nobile fiore del valore ostrogoto, dimostrandosi costantemente capitano non solo assai coraggioso, ma ancora di molta capacità strategica e politica. Mentre infatti i Bizantini, per sostenersi in Italia, taglieggiavano, saccheggiavano le popolazioni, favorendo così i latifondisti, che formavano il loro sostegno, sebbene poi scontentassero anche questi colle continue tasse, Totila invece s'appoggiava sul popolo, sui contadini e coloni, trattandoli meglio che poteva, accogliendo nel suo esercito gran numero anche di schiavi. «Ai contadini, dice Procopio, egli in tutta Italia non recò alcuna molestia; ma invitolli a lavorare liberamente la terra, secondo il consueto, pagando a lui i tributi, che già prima solevano dare all'erario ed ai proprietari» (III, 13). Aggravava invece la mano sui latifondisti, che spesso espropriava; s'impadroniva delle loro rendite, ed anche di quelle della Chiesa, che era già fin d'allora uno dei principali latifondisti, e che perciò fu a lui doppiamente avversa, essendo i Goti di religione ariana.
I generali imperiali, radunati a Ravenna, decisero d'avanzarsi con 12,000 uomini per assalire Verona e Pavia; ma dopo un primo fortunato successo, dovettero retrocedere a Faenza. Totila, che aveva potuto raccogliere già 5000 uomini, prese allora l'offensiva, passando il Po, e con abile strategìa riuscì ad infligger loro una vera disfatta, obbligandoli a ricoverarsi nella città. Dopo di che traversò risolutamente l'Appennino, con l'intendimento d'impadronirsi dell'Italia meridionale, dove poteva sperare maggiore facilità di trovar vettovaglie, aiutato anche dalla vicinanza della Sicilia. Di là avrebbe potuto minacciare Roma, costringendo il nemico a dividere le sue forze. Ma intanto un primo tentativo d'assediare Firenze con parte dei suoi, fallì, perchè i Bizantini, avuto soccorso da Ravenna, uscirono dalle mura e lo respinsero. Furono però poco dopo disfatti, e così Totila potè procedere sicuro fino a Napoli (542). Gl'Imperiali si trovavano allora padroni solamente di Firenze, Spoleto, Perugia, Roma, Ravenna e Napoli. La presa di quest'ultima città avrebbe avuto pei Goti una grandissima importanza, sia perchè era una delle principali dell'Italia meridionale, ed in relazione colla Sicilia, sia perchè di là potevano facilmente cominciare le operazioni contro Roma. Totila portò quindi presso Napoli il suo quartier generale, inviando nello stesso tempo alcuni de' suoi verso le Puglie, la Basilicata e le Calabrie. Napoli aveva solo una guarnigione di 1000 fanti; e però Giustiniano, riconoscendone l'importanza strategica, vi spedì alcune navi con soccorso di uomini e di vettovaglie. Totila però seppe tener testa a tutto, e favorito da una tempesta, che ritardò l'arrivo d'una parte dei soccorsi, sconfisse il nemico e costrinse la città ad arrendersi (543). La guarnigione fu lasciata libera, e nulla soffrirono gli abitanti, avendo egli, con ordini severissimi, mantenuta la più stretta disciplina fra i suoi Goti, coi quali si apparecchiava ora all'assedio di Roma.
A Totila pareva d'esser vicino ad impadronirsi di tutta Italia, giacchè i Bizantini possedevano ora solo alcune poche città, i loro generali non andavano d'accordo, e già scrivevano a Costantinopoli, come se lo stato delle cose fosse disperato. Egli invece, pieno di fiducia, scriveva al Senato e spargeva ovunque proclami, invitando le popolazioni a fare con lui causa comune. Tutto ciò finì col decidere Giustiniano a rimandar di nuovo in Italia Belisario (544), che non era però più quello d'una volta: infinite erano state le sue traversie, le ingiuste persecuzioni da lui sofferte. Affranto dai dolori e dalla più nera ingratitudine, costretto ad umiliarsi dinanzi alla moglie che lo aveva tradito, accusato d'aver rubato parte del tesoro goto, per sopperire alle sue spese eccessive, era stato richiamato dall'Oriente, dove, oppresso da tanti dolori, non gli aveva arriso la fortuna della guerra. Oltre di ciò la sua guardia era stata disciolta, ed egli privato d'ogni ufficio, d'ogni emolumento. Era vietato agli amici d'avvicinarlo; e quindi, abbandonato da tutti, si vedeva girar solo e pensoso per le strade di Costantinopoli, col sospetto di potere da un momento all'altro essere assassinato. Ed ora che la peste aveva desolato l'Impero, che lo stesso Imperatore ne era stato colpito, ed a fatica era scampato dalla morte; ora che tutto anche in Italia pareva andasse a rovina, bisognò di nuovo ricorrere a lui, restituirgli parte della sua fortuna, ridargli il comando supremo delle forze nella Penisola. Non potè però riavere la sua guardia, che era stata già disciolta; non gli si potè costituire un nuovo esercito, nè dar danari: doveva a tutto provvedere da sè; la guerra doveva alimentare la guerra. Ciò nonostante, dimenticando ogni cosa, si rimise con ardore all'opera, e raccolse a sue spese nella Tracia un corpo di 4000 Illirici, che condusse subito nella Dalmazia, dove li organizzò ed esercitò. Di là riuscì a far pervenire qualche soccorso di uomini e vettovaglie alla guarnigione assediata e pericolante in Otranto, per avere in sue mani un punto da cui ricominciare la conquista dell'Italia meridionale. Ed infatti i Goti che assediavano la terra, quando videro che di mezzo alle loro file erano potuti passare i soccorsi, si ritirarono per andarsi a ricongiungere con Totila. Questi s'era intanto avviato verso Roma; aveva preso Tivoli, facendo strage della popolazione, e poteva di là impedire che pel Tevere scendessero vettovaglie nella Città eterna. Belisario avrebbe dovuto e voluto soccorrerla subito, se avesse avuto il danaro e gli uomini, che invece gli mancavano affatto. S'avviò quindi verso Ravenna, con la speranza di raccogliere colà i veterani sbandati; ma l'antico entusiasmo e l'antica disciplina più non esistevano. Impadronitosi infatti di Bologna, invano aspettò che i veterani tornassero sotto le sue bandiere. E i nuovi soldati illirici, che seco aveva e che intanto non ricevevano le paghe, avuta notizia d'un assalto che gli Unni movevano al loro paese, se ne partirono senz'altro. Totila allora, avanzandosi per la Via Flaminia, prese parecchie delle città rimaste ancora ai Bizantini (545); e la guarnigione di Spoleto non solo s'arrese, ma si unì a lui. Egli così potè impedire al nemico ogni comunicazione fra Ravenna e Roma, che fu subito da lui assediata. Belisario, convinto della estrema necessità di rialzare le sorti della guerra, ardeva del desiderio di tentare un colpo ardito, per liberare l'antica capitale del mondo; ma non aveva modo. Con grande insistenza chiese a Costantinopoli aiuto d'uomini e danaro; domandò sopra tutto d'avere la sua guardia, esponendo lo stato disperato delle cose in Italia, dove non c'era da aspettar più nulla dalle popolazioni esauste e disgustate. Corse poi con pochi de' suoi a Durazzo in Dalmazia, per andare incontro ai soccorsi che dovevano finalmente arrivare da Costantinopoli.
Erano passati già dodici mesi, nei quali egli nulla assolutamente aveva potuto concludere. Roma era assediata dai Goti, che occupavano da padroni il paese circostante, riscuotendo le imposte, raccogliendo il prodotto delle terre. Dentro le mura la guarnigione imperiale assai debole cominciava a mancare d'ogni cosa; la fame si faceva già crudelmente sentire; e quello che era anche peggio, alcuni dei capitani, specialmente il comandante Bessa, avendo raccolto grano per l'esercito, ne vendevano ai privati, facendovi lauti guadagni, e cercavano perciò di mandare le cose in lungo. Molti, esausti dalla fame, si trascinavano a fatica, come spettri, per le vie della Città. Fu quindi necessario mandar fuori delle mura i non combattenti, che spesso venivano uccisi dai nemici, quando li vedevano lentamente traversar la Campagna.
Non è perciò da maravigliarsi se appena arrivati da Costantinopoli gli aiuti così lungamente attesi, Belisario che già ardeva del desiderio d'andare a soccorrere Roma, si mosse senza indugio. Ma di nuovo trovò ostacolo grandissimo in quella mancanza di disciplina, che pareva omai divenuta epidemica. Il generale Giovanni, che per la sua parentela aveva potenti relazioni nella Corte, era stato sempre nemico di Belisario, che per avere gli aiuti necessari aveva dovuto pur decidersi a mandar lui a Costantinopoli. E Giovanni adesso voleva dalla Dalmazia avanzarsi coi suoi nell'Italia meridionale, per combattere i Goti, i quali erano colà sparsi e deboli. Dopo averli vinti, egli diceva, sarebbe stato più facile ottener vittoria sotto le mura di Roma, dove egli e Belisario avrebbero nello stesso tempo potuto assalire il nemico da due lati, cooperando all'impresa comune anche la guarnigione con una vigorosa sortita. Ma Belisario, che riteneva invece non doversi metter tempo in mezzo, voleva recarsi direttamente per mare alla bocca del Tevere, e risalendolo, avanzarsi senz'altro a soccorrere Roma d'intesa con Bessa. Non essendo stato possibile mettersi d'accordo con Giovanni, si dovette finire al solito coll'appigliarsi al peggiore dei partiti: operare cioè ognuno per conto proprio. Così egli andò per mare a Porto, e Giovanni sbarcò a Brindisi, entrandovi dopo aver battuto i Goti, sottoponendo poi l'antica Calabria (Terra d'Otranto), le Puglie e la Lucania. Di là, invece di pensare a raggiungere Belisario, s'avviò nel paese dei Bruzi (Calabria), ed occupò Reggio, sbaragliando i pochi Goti che v'erano, favorito dai latifondisti coi loro contadini. Così fu padrone dello Stretto di Messina, e potè annunziare a Costantinopoli, che aveva riconquistato l'Italia meridionale. Quanto ad avanzarsi verso il nord, come voleva Belisario, pare che non ci pensasse neppure. E quindi i pochi Goti, mandati da Totila nella Campania, erano più che sufficienti a tenerlo d'occhio.
Belisario intanto si trovava con poche genti a Porto, invano dolendosi d'esser lasciato solo. Ad Ostia, che egli poteva quasi toccar con mano, erano sempre i Goti, e per mancanza di uomini, non poteva cacciarli, sebbene anch'essi fossero colà in assai piccolo numero. A quattro miglia di distanza, là dove il Tevere è più stretto, Totila aveva potuto chiudere il fiume, mediante una catena ed un ponte galleggiante, difeso da due torri di legno, costruite sulle opposte rive. Pure Belisario era deciso a soccorrere Roma, sperando di farvi entrare le vettovaglie, e di penetrarvi poi egli stesso, giacchè neppure dopo tanti disinganni il valoroso capitano s'era perduto d'animo. Mandò quindi due finti disertori a misurare l'altezza delle torri; e poi, congiunte due barche con tavole, su di esse costruì una torre di legno, sulla quale pose una piccola barca con materie infiammabili, che erano una mescolanza di zolfo, di pece, di resina, qualche cosa di simile a ciò che più tardi fu chiamato fuoco greco. Alle due barche che lentamente s'avanzavano, teneva dietro una piccola flottiglia carica di grano, con uomini armati, accompagnata da altri a piedi ed a cavallo, i quali s'avanzavano sulle due rive, in compagnia di coloro, che colle corde su pel fiume tiravano le navi.