Le invasioni barbariche in Italia
Part 15
Il concetto d'una grande confederazione barbarica, sotto la presidenza del re ostrogoto, andò in fumo. L'Italia si trovò isolata, ed a Costantinopoli s'aveva ora assai buon gioco, e si cercò presto di trarne profitto. Intanto Amalasunta faceva scrivere da Cassiodoro, in nome di Atalarico, una lettera che diceva all'Imperatore: «Mio avo fu innalzato da Onorio alla dignità di Console, mio padre fu da voi adottato _per arma filius_; questo è un titolo, che a me adolescente s'addice anche meglio» (VIII, 1). Ma nulla s'ottenne da Giustino, chè anzi l'Italia meridionale si trovò da lui minacciata di guerra, tanto che fu allora appunto che Cassiodoro dovè accorrere per assumerne coi suoi la difesa. A settentrione minacciavano i Gepidi; all'interno v'era un grandissimo scontento fra i Goti, i quali si dolevano aspramente, che il giovane Atalarico venisse educato alla romana piuttosto che alla gota, alle lettere piuttosto che alle armi. Nel 527 Giustino associava all'Impero suo nipote Giustiniano, il quale dopo quattro mesi (1º agosto 527), per la morte dello zio, divenne Imperatore. Egli era un uomo assai più accorto, che ad una grande ambizione univa un altissimo ingegno. Riconobbe subito la successione di Atalarico e la reggenza di Amalasunta, non per affetto che portasse loro; ma perchè voleva assicurarsene il favore, meditando adesso di muover guerra ai Vandali. Finita questa, avrebbe poi pensato ad attaccare l'Italia. Intanto era lieto che il malumore dei Goti crescesse, perchè così si spianava a lui la via per mescolarsi nelle loro faccende, e trovar futuri pretesti di guerra. Già i loro capi protestavano ogni giorno più vivamente contro Amalasunta, per la educazione che dava al figlio. Teodorico, essi andavano ripetendo, aveva giustamente affermato, che non avrebbe saputo mai affrontare le spade nemiche colui che temeva la sferza del pedagogo. Ed un giorno che il fanciullo piangeva per una guanciata ricevuta, chi dice dal maestro, chi dalla madre, le sdegnose proteste arrivarono a tale, che essa dovette cedere, affidandolo a capi militari, i quali lo educarono fra le armi, le donne, il vino, i cavalli. Ed egli allora, per questo subito mutamento, datosi alla dissolutezza, cominciò a deperir tanto nella salute, che si previde subito non poter vivere a lungo.
In Italia si trovava un altro nipote di Teodorico per nome Teodato; questi era figlio d'Amalafrida e di un Goto, morto il quale, ella aveva in seconde nozze sposato Trasamondo re dei Vandali, l'uno e l'altro già morti adesso. Da lei Teodato aveva ricevuto un'educazione romana, ed era divenuto appassionato cultore della letteratura latina e della filosofia di Platone, il che lo rendeva poco accetto ai Goti. Pure, secondo le loro consuetudini, la successione sarebbe toccata a lui, come figlio d'una sorella di Teodorico, in caso che Atalarico fosse morto prima, cosa che pareva assai probabile. Ambizioso ed avido, egli s'era reso poco accetto anche ai Romani, per le sue prepotenze. Teodorico gli aveva concesso vaste terre in Toscana, ed egli le aveva, a forza di astuzie e di prepotenze, aumentate in modo da rendersi padrone di quasi tutta quella regione. Amalasunta dovette quindi porre un freno a queste ingiustificate spoliazioni, e ciò le rese Teodato avverso per modo che cominciò a tramare contro di lei a Costantinopoli.
L'avversione dei Goti per Amalasunta era intanto giunta a tale, che ella dovette mandarne ai confini tre dei più potenti e riottosi. Tuttavia si sentiva sempre così poco sicura, che si rivolse anch'essa a Giustiniano, al quale aveva, come vedremo, reso già assai utili servigi nella guerra contro i Vandali (533). Voleva rifugiarsi presso di lui, ed a sua dipendenza governare poi l'Italia. Giustiniano, come è naturale, accolse la proposta; e già le aveva apparecchiato splendido alloggio a Durazzo (_Dyrrachium_), dove essa spedì sopra navi i tesori dello Stato, 40,000 aurei. Ma Amalasunta, che era donna assai mutabile, essendo in questo mezzo riuscita a disfarsi dei tre Goti che aveva confinati, richiamò le navi e depose a un tratto ogni pensiero di lasciare l'Italia.
Giustiniano allora, non sapendo qual fosse veramente l'animo di lei, mandò tre ambasciatori per indagarlo (534). Egli adesso aveva vinto i Vandali, e s'apparecchiava a fare l'impresa d'Italia. Aveva in passato chiesto ad Amalasunta la fortezza di Lilibeo (Marsala) in Sicilia, e la chiedeva ora nuovamente. Questa fortezza era stata concessa in dote ad Amalafrida; e i Goti ritenevano che, per la morte di lei, tornasse di diritto a loro. Giustiniano invece riteneva che, avendo egli sottomesso i Vandali, la fortezza spettasse a lui, e la chiedeva con insistenza anche perchè gli poteva giovare non poco nel cominciare l'impresa d'Italia. Amalasunta l'avrebbe facilmente ceduta; ma temeva lo sdegno del suo popolo, e però esitava.
Il 2 ottobre 534 moriva Atalarico, ed Amalasunta si trovò in una nuova, difficilissima condizione. Non poteva essere regina, perchè le leggi dei Goti non lo consentivano; non poteva essere reggente, perchè il figlio era morto; non poteva quindi neppur trattare in proprio nome con Giustiniano. Capì allora che bisognava rivolgersi a Teodato, e gli propose d'associarsi a lei nel governo dell'Italia. Sperava di contentarlo coll'apparenza del potere, che egli invece intendeva assumere ben presto nelle sole sue mani. Ma intanto le lettere sempre ampollose e retoriche, scritte da Cassiodoro in loro nome, annunziavano all'Imperatore la nuova unione: «Come il corpo umano ha due orecchie, due occhi, due mani, così il regno goto ha ora due sovrani.» E con altre lettere, scritte sempre da Cassiodoro, essi facevano vicendevolmente le proprie lodi presso l'Imperatore, e dinanzi al Senato. Pare che Giustiniano, persuaso che non vi fosse da temer grande resistenza da parte di due sovrani deboli e discordi, si dimostrasse pronto a riconoscerli senza difficoltà. Ma intanto Teodato, già stanco d'avere il secondo posto, riuscì a confinare Amalasunta nel lago di Bolsena, dove fu ben presto strangolata nel bagno (535) dai parenti di quei Goti, che essa aveva fatti uccidere. Procopio, nei suoi _Anecdota_, pretende che istigatrice di questo assassinio fosse stata l'imperatrice Teodora, la quale temeva che Amalasunta, venendo a Costantinopoli, avesse colla sua bellezza potuto esercitare troppo grande predominio sull'animo dell'Imperatore. Teodato da parte sua si dichiarò affatto innocente, ma nessuno gli credette, massime quando si vide che gli uccisori furono da lui premiati. Chi intanto da tutto questo potè veramente cavar vantaggio fu Giustiniano. Appena che Amalasunta era stata messa in prigione, egli aveva protestato, dicendo che l'assumeva sotto la sua protezione. E quando la seppe uccisa, egli, sotto l'apparenza di vendicare la giustizia offesa, si credette in pieno diritto di muover contro Teodato e gli Ostrogoti quella guerra, che già da lungo tempo meditava.
CAPITOLO V
Giustiniano e Belisario — La guerra vandalica — Il principio della guerra gotica
Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare di Giustiniano, che così gran parte ebbe nelle cose d'Italia.
Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a Costantinopoli una educazione ed istruzione greco-romana. Nel 521 fu da suo zio Giustino nominato Console. Ed in questa occasione vi furono feste straordinarie davvero, nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo fu il primo segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano fu sempre assai vago, in parte per sua propria indole, in parte perchè lo credeva utile a crescergli autorità presso le moltitudini. Nel 527 venne associato all'Impero da suo zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente un uomo di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero, che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in lui l'attitudine a scegliere le persone adatte all'attuazione de' suoi disegni. Questo si vide nella scelta che fece prima di Belisario, poi di Narsete, il quale a sessant'anni venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito, e riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò nella elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare il _Corpus Juris_, non che degli architetti che costruirono il meraviglioso tempio di Santa Sofia. Non aveva però capacità amministrativa; profondeva danari nelle opere pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle continue guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo, provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla continua mancanza di danaro, più d'una volta mandò a monte i disegni meglio concepiti. Oltre di ciò s'innamorò d'una bella e trista donna, che fu addirittura una specie di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio smisurato. Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, morto il padre, essa si sarebbe, secondo la pubblica fama, prostituita a tutti, mostrandosi anche nuda nel teatro; e finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni a Costantinopoli, sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi ella seppe frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò donna di molto ingegno, di grandissimo coraggio.
La fonte principale e più autorevole di tutto questo tempo è Procopio, che accompagnò Belisario nelle sue guerre, delle quali ci lasciò un diario fedele e prezioso. Più tardi egli scrisse una seconda opera, conosciuta col titolo di _Storia arcana_ o anche _Anecdota_, nella quale dimostrò contro Giustiniano e Teodora un'avversione di cui non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la loro morte, si sentisse più libero nello scrivere, e che ciò lo inducesse a parlare assai più chiaro, qualche volta anche ad eccedere ne' suoi giudizi.
Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome di Giustiniano fu la sua opera legislativa. Varie commissioni da lui nominate, sotto la presidenza di Triboniano, riunirono in diverse raccolte tutte le fonti del diritto romano, aggiungendovi anche un Manuale (_Institutiones_) pei principianti, e formando così quel _Corpus Juris_, che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste raccolte è il _Codice_ (_Codex constitutionum_), collezione in dodici libri degli Editti imperiali; la più importante è però quella conosciuta col nome di _Digesto_ o _Pandette_. In essa la Commissione riassunse tutti gli scritti classici dei giureconsulti, scritti che contenevano i loro pareri sulle _Leges_ e sui _Senatus-consulta_, di cui qualche volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera veramente immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine nel breve spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto quanto il _Corpus Juris_ è il concetto dell'assoluta autorità imperiale, uno spirito coordinatore ed accentratore, che era il carattere di quel tempo, privo d'ogni produttiva originalità intellettuale, come si vide anche nella filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano l'avere per eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola di filosofia greca in Atene, che sebbene fosse già decaduta, aveva pur sempre un nome antico e gloriose tradizioni.
Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, la sua cattiva amministrazione, le continue spese, le tasse oppressive produssero ben presto uno straordinario malcontento. Si aggiungeva ancora un profondo dissenso religioso fra i Monofisiti, che erano protetti dalla Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti dall'Imperatore. E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine era già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai Monofisiti, e nei Verdi, che inclinavano agli Ortodossi. Una tale divisione turbava allora ed agitava tutte le principali città dell'Impero; ma a Costantinopoli essa aveva preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore fu nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio, specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo di favorire i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, di asino. Per mostrarsi imparziale, egli fece uccidere alcuni malfattori dell'uno e dell'altro partito, ma ciò invece li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che ne seguì ebbe il nome di _Nika_ (Vittoria), dal motto d'ordine, che avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In conseguenza di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque giorni, accumulando grandi rovine; e venne proclamato perfino un nuovo Imperatore, tanto che Giustiniano, persuaso di non poter più resistere, voleva abbandonare Costantinopoli e l'Impero. Teodora diè prova allora del suo virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella esclamò al marito, ma condurre l'esistenza da principe fuggiasco non è vita. Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere senza la porpora. — E allora venne chiamato il giovane Belisario, il quale condusse la repressione con tale energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era il nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, e Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), che dovette a Teodora ed a Belisario.
L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, non solo di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: Slavi, Bulgari, Turchi, Finni, Armeni, Persiani, Egiziani, anche Mori. E tutte queste genti di razze, di costumi, di religioni, di lingue diverse, che non potevano essere unite da spirito nazionale, erano unite dalla legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente straordinario, reso ancora più notevole dalla lunga durata che, in mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero d'Oriente, fino cioè alla metà del secolo XV. l'Imperatore, che si trovava alla testa dello Stato e della Chiesa, aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e potente, una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, che ai tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa 150,000 uomini. Composto principalmente dalle popolazioni montanare della Tracia, del Tauro, della Valachìa, non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso; ma più volte dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano come Belisario, che fu certo dei più illustri, avere anche una propria guardia d'alcune migliaia di soldati scelti, da essi dipendenti e da essi pagati. La flotta, che era composta di gente venuta dall'Asia Minore, dalla Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente onorato il suo nome.
Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel fermo proposito che ebbe di restaurare l'antica unità, l'antico splendore dell'Impero, iniziando una grande reazione del Romanesimo contro il Germanesimo: reazione che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che la mancanza d'industria e di commercio, lo scontento prodotto dalle tasse eccessive e dalle angherie del fisco, la corruzione e le gelosie della Corte, che alimentavano sempre la discordia dei generali, non mandarono a rovina un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla fortuna. Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. Nato (505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, egli entrò assai giovane nell'esercito, e diè subito prove di grandissimo valore nella guerra contro i Persiani (530), nella quale con 25,000 uomini potè respingerne 40,000. Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove, come vedemmo, ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. Aveva allora già sposato Antonina, una donna che molto somigliava a Teodora. Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, e già due volte madre quando sposò Belisario assai più giovane di lei, dissoluta, energica, intrigante, esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a lui funesta.
Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare l'Italia all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi prima le spalle, ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i Vandali. Colà da un pezzo i disordini interni e la conseguente debolezza del regno non erano molto diversi da quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, figlia di Valentiniano III, aveva ereditato simpatie romane e cattoliche. Questo provocò nei Vandali una reazione del sentimento ariano e barbarico, tale che ne scoppiò una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo Ilderico. La rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa in carcere, dove restò fino alla morte di Teodorico, quando, non essendo più necessario usarle riguardi, la uccisero. Si accese perciò un odio profondo tra gli Ostrogoti ed i Vandali, che tornò a vantaggio di Giustiniano, il quale potè sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai primi nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a lungo sul trono, perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi invece Gelimero (531), uomo bellicoso, senza simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe trarre profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, dal pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto d'Ilderico, quanto i sentimenti romani e ortodossi di lui.
Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una flotta condotta da un numero assai grande di marinari, con un esercito di 10,000 fanti e 5 o 6000 cavalieri, la più parte della Tracia. Li comandava Belisario, che era accompagnato dalla moglie e da Procopio, il quale era stato suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva il valoroso capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi d'una navigazione piena di pericoli, arrivarono a Catania, dove poterono liberamente sbarcare, perchè avevano il favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali erano affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. Dato quindi l'ordine della partenza, Belisario sbarcò ben presto a nove giorni di marcia da Cartagine. Si presentò in Africa non come un conquistatore, ma come un liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei proprietari, tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, stranieri e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo di rispettare le proprietà e le persone; e col favore delle popolazioni potè condurre assai fortunatamente la guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima battaglia, che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel palazzo stesso di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali superiori al pranzo, che il re vandalo aveva, nel giorno precedente, apparecchiato per sè e per i suoi, ritenendosi sicuro della vittoria.
Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal fratello venuto in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette una seconda battaglia, che andò anch'essa perduta. E così, dopo avere assistito allo scempio de' suoi, dopo aver perduto il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai Mori, sostenendo ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda, che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, perchè gli mandasse un pezzo di pane, chè da più tempo non ne aveva avuto; una spugna per lavarsi gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati; ed una lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo del 534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente accolto da Belisario.
Il resultato più notevole di questa guerra fu che i Vandali, dopo avere portato tanto terrore, tante rovine nell'Impero, scomparvero affatto dalla storia, senza che più se ne sentisse parlare. Questa rapida caduta dovette essere in gran parte conseguenza del loro governo oppressivo e male costituito, come più sopra accennammo. Molti di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso la Persia; non pochi vennero incorporati nell'esercito di Belisario, ed alcuni furono ammessi addirittura a far parte della sua guardia. Quelli che, per conto proprio, rimasero in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono cacciati dalle loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi.
Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere le conseguenze di quella gelosia, di quella discordia che, ora come sempre, era il verme roditore della Corte bizantina. Quando Belisario aveva in tre mesi compiuta una campagna che sembrava miracolosa, e doveva perciò aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece a sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono sanguinosamente. Lo avevano accusato presso l'Imperatore di sfrenata ambizione, dicendo che voleva farla da re, avendo osato assidersi sul trono stesso di Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a mandare subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. Il suo ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, fra cui lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie ricchissime. Fra queste erano anche quelle che dal Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate a Roma, di dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a lui portassero sventure, le restituì al luogo di loro prima origine. In Africa rimase un governatore, e si mandò subito un esercito d'impiegati, che incominciarono a tormentare, a dissanguar colle tasse il paese.
Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra d'Italia. La uccisione di Amalafrida, che aveva seminato odio fra gli Ostrogoti ed i Vandali, gli aveva offerto un primo pretesto. Trovandosi inoltre, per la disfatta dei Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore insistenza, la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, come vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere sempre più l'amor proprio nazionale degli Ostrogoti, a lei già assai poco benevoli. Quando però, dopo la morte di Atalarico (534), Teodato la confinò, e poi la fece uccidere (535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare la guerra.
Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state un esercito di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli per la Dalmazia, a combattere i Goti che erano colà. Così si costringeva il nemico a dividere le sue forze, e si rendeva più facile il vincerlo in Italia, dove già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500 uomini, oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso principalmente di montanari della Tracia, della Georgia, dell'Isauria, fece ben presto prodigi di valore. Belisario, che lo comandava, disse un giorno a Procopio, che egli doveva in gran parte le sue vittorie alla cavalleria, la quale era stata da lui riformata. S'era accorto, che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e la spada, occupata principalmente a difendere la fanteria, quando era impegnata corpo a corpo col nemico. Pensò quindi a fondare la forza del suo esercito sugli arcieri a cavallo, educandoli a questa nuova forma di combattimento. Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non avrebbe mai, con le poche sue genti, per quanto valorose, potuto fare tutto quello che fece, se non avesse avuto il favore e la cooperazione dei Romani, ai quali, con molta accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come uno che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione ariana, ed anche come un restauratore dell'antica grandezza romana.