Le invasioni barbariche in Italia
Part 14
Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, ordinò nella Provenza un governo alla romana; mandò in Gallia un Prefetto del Pretorio, ed un _Vicarius Urbis_. A quest'ultimo scriveva, raccomandandogli di mostrarsi tal governatore, «quale un _Romanus Princeps_ poteva mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A quei provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica libertà, adottate i costumi romani, _vestimini moribus togatis_, abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite alle antiche leggi, e siate così degni nostri sudditi» (III, 17). Un'altra prova manifesta di questa affettata romanità si trova nella iscrizione a lui dedicata in Terracina, a proposito del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico è chiamato _victor ac triumphator semper Augustus, bono Reipublicae natus, custos libertatis et propagator romani nominis_.[30] È sempre la ripetizione dello stesso singolare fenomeno, la stessa contradizione. Essendo e volendo essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e legittimare questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, a nuovo Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente non avrebbe potuta mai tollerare in un barbaro. E però invano il re ostrogoto fece di tutto per renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta in isposa ad Eutarico, che era un barbaro, diveniva sempre più necessario, perchè questi potesse legalmente ascendere al trono, ottenere l'approvazione dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad averla da Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, dopo che ebbe promosso un accordo fra questo ed il papa Ormisda. Le conseguenze però di tale accordo furono a lungo andare assai diverse e più gravi di quel che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, che aveva in Italia una straordinaria importanza, mutò adesso sostanzialmente carattere, e s'aggravò in modo da divenire più tardi causa non ultima della rovina del regno ostrogoto.
Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in buona armonia col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, che tra Roma e Costantinopoli da lungo tempo continuava assai aspro. Già papa Gelasio I (492-6), sostenitore fermo e costante della supremazia della Chiesa di Roma, aveva, come vedemmo, condannato l'_Henoticon_, dichiarando eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore ne avesse seguito le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. «Come romano, così egli scriveva, io dovrei esser sempre favorevole all'Imperatore; ma la tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari.» Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio per favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno di contrariarlo nella disputa, perchè il dissidio era tutto a suo vantaggio. Se non che l'Imperatore d'Oriente che aveva mandato Teodorico, sperando fra le altre cose che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato contro di lui.
A Gelasio successe Anastasio II (496-8), che aveva il nome stesso dell'Imperatore, ed era un Romano d'indole assai più mite del suo predecessore. Teodorico ne profittò, per mandare a Costantinopoli un'amichevole ambascerìa, alla cui testa era il patrizio Festo, il quale s'adoperò molto ad ottenere una conciliazione politico-religiosa, lasciando sperare all'Imperatore di far piegare il Papa nella questione dell'_Henoticon_, ed in questo modo riuscì a far mandare a Teodorico le tanto desiderate insegne. _Pace facta de praesumptione regni_, dice a questo proposito l'Anonimo Valesiano. Ben presto però papa Anastasio moriva, e ne seguì una elezione violentemente contrastata, durante la quale Teodorico si condusse con grande prudenza. I candidati eran due. Lorenzo, tenuto più pieghevole e meno avverso all'_Henoticon_, aveva il favore dei Senatori, e quello sopra tutto di Festo, come era naturale per le speranze che appunto l'_Henoticon_ egli aveva date a Costantinopoli. L'altro candidato, Simmaco, era invece più fermo nella dottrina ortodossa, e godeva quindi il favore degli ardenti cattolici. Così la lotta fra i due partiti s'accese per modo, che ne venne minacciato l'ordine pubblico, e Teodorico fu costretto ad intervenire. Con molto accorgimento egli dichiarò, che l'eletto doveva essere colui al quale s'era dato un maggior numero di voti. E così vinse Simmaco (498), quegli appunto che a lui conveniva di più, perchè meno disposto a troppo sottomettersi a Costantinopoli.
Nell'anno 500 Teodorico fece il suo ingresso solenne in Roma. Fuori delle mura gli vennero incontro il nuovo Papa, il Senato, i nobili. Egli andò in S. Pietro ad adorare le reliquie del Santo; dichiarò di voler concedere tutto ciò che gl'Imperatori avevano promesso a vantaggio della Città eterna; attese con ardore al restauro dei monumenti; fece celebrare i giuochi nel Circo; assegnò al popolo un annuo sussidio di 120 mila moggia di grano. Intanto gli oppositori di Simmaco non si erano acquetati; mossero anzi contro di lui ogni sorta d'accuse, perfino di adulterio. Teodorico dichiarò di non volersene mescolare, e rimise la decisione ad un Concilio, che fu chiamato Sinodo palmare (501), nel quale mandò suo rappresentante il vescovo di Altino. Gli fu opposto che il Concilio doveva essere radunato dal Papa, non dal Re; e Teodorico rispose, che aveva in tutto proceduto d'accordo con Simmaco. Si protestò allora che non si voleva il regio visitatore, che non si poteva da nessuno giudicare il capo della Chiesa; e Teodorico disse che egli pregava solamente il Concilio di ristabilire la pace religiosa nel modo che credeva migliore. Si sarebbe, egli aggiunse, uniformato senz'altro alle deliberazioni prese, limitandosi da parte sua a mantenere l'ordine, a difendere da ogni minaccia la persona del Papa. Il Concilio finì col riconoscere Simmaco senza giudicarlo; e Lorenzo, dopo avere invano tentato di resistere, si ritirò. La pace religiosa fu così ristabilita in Occidente; ma ricominciò subito la lotta con Costantinopoli. Ben presto Simmaco assunse un'assai decisa attitudine; ed in un Concilio tenuto l'anno 502 fece leggere ed annullare i due decreti di Odoacre (483) circa la elezione papale e la proibizione d'alienare le proprietà della Chiesa, ritenendoli illegali, come opera di un laico, indebitamente poi sanzionata. E quanto all'_Henoticon_, scrisse all'Imperatore: «Invano tu credi di poterti levare contro la potenza di S. Pietro, e liberarti dal giudizio di Dio.» Nè l'Imperatore poteva allora reagire, perchè il popolo era a Costantinopoli divenuto fautore della dottrina ortodossa. Il Papa quindi procedeva fermo e sicuro, occupandosi, senza altri pensieri, di costruire in Roma nuove chiese, dando le sue cure maggiori ad abbellire S. Pietro, iniziando la costruzione del Vaticano: e così, per opera sua e di Teodorico, l'antica capitale dell'Impero sembrava fiorire di nuovo. A Costantinopoli invece la disputa religiosa dava origine a tumulti, a ribellioni, che indebolivano l'Imperatore ed incoraggiavano sempre più il Papa. E quando a Simmaco successe Ormisda (514-23), anche questi continuò a lottare con energia contro l'Imperatore, che finalmente, perduta la pazienza, mandò via gli ambasciatori papali dicendo, che poteva sopportare d'essere addolorato ed anche ingiuriato, ma non voleva rassegnarsi a ricevere comandi da Roma.
Inasprite le cose fino a questo punto, cominciavano a dar grave pensiero anche a Teodorico, cui certo non giovava che l'Imperatore venisse troppo irritato. E fu questo il momento nel quale la questione religiosa subì la profonda modificazione, più sopra accennata. Morto l'imperatore Anastasio, gli era successo Giustino (518-27), un contadino ignorante della Dardania, valoroso soldato, affatto ortodosso in religione, che si lasciò guidare da suo nipote Giustiniano, uomo di grande ingegno e ortodosso al pari di lui. Fu questo veramente il principio di un nuovo indirizzo religioso e politico nell'Impero, anzi di un'era novella. Il popolo a Costantinopoli esaltava con grande ardore le dottrine cattoliche, e gli eretici erano perseguitati: il Papa naturalmente ne gioiva. Teodorico, impensierito allora del nuovo stato di cose in Oriente, e della opposizione crescente che vedeva sorgere contro di lui in Italia, pensò di farsi addirittura iniziatore d'un accordo fra Papa e Imperatore, sperando così di guadagnarsi il favore dell'uno e dell'altro. La cosa riuscì dapprima assai facilmente; ma le conseguenze furon poi inaspettate. Nel 519 arrivavano a Costantinopoli gli ambasciatori del Papa, che furono solennemente accolti dal popolo, dal Senato e dall'Imperatore. Essi portavano il _libellus_, o sia la formola già concordata della esplicita sottomissione dell'Impero alle dottrine cattoliche; e fu subito accettata. L'_Henoticon_, cagione di tante dispute, venne solennemente condannato; Acacio fu anatemizzato. Così Roma, dopo una lotta sostenuta sempre con energia, senza mai nulla cedere, aveva finalmente trionfato. E pareva che l'Imperatore si fosse stabilmente messo d'accordo non solo col Papa, ma anche con Teodorico. Infatti Eutarico fu nominato Console e adottato come figlio, _per arma filius_ (_Variae_, VIII, 1): era questa la formola usata. Se non che ben presto tutto si volse a danno di Teodorico, il quale era ariano, e non poteva andare a lungo d'accordo con un Papa e con un Imperatore, che, essendo ambedue ortodossi, dovevano trovarsi, come ben presto si trovarono, uniti contro di lui.
CAPITOLO IV
Fine del regno di Teodorico — Governo di Amalasunta
Verso il 524 l'imperatore Giustino cominciò a perseguitare gli Ariani, il che rese subito assai difficile la condizione di Teodorico, massime perchè suo genero Eutarico era un ariano fanatico ed intollerante. Il Re fu quindi costretto a reagire, perseguitando i Cattolici, e si trovò subito in urto col Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni. In questo tempo appunto, avendo il popolo bruciata la Sinagoga a Ravenna, Teodorico lo costrinse a ricostruirla; il che aumentò sempre più il malumore. E non era cosa di poco momento. Nei Romani, sopra tutto nei Senatori e nei latifondisti, che più avevano sofferto per la divisione delle terre, dirigevano l'amministrazione ed avevano i principali uffici civili, s'era, insieme colla prosperità favorita dalla pace, cominciata a manifestare una crescente avversione ai Goti, con una maggiore fiducia in sè stessi. Questa fiducia, come era naturale, aumentava grandemente ora che si poteva esser sicuri del favore del Papa e dell'Imperatore. Così la società e la cultura romana guadagnavano rapidamente terreno, e i fautori di esse cominciavano a intendersela direttamente coll'Imperatore. Tutto questo finì coll'irritare assai Teodorico, il quale vedeva a un tratto minacciato di rovina l'edifizio con sì gran cura innalzato. L'alleanza, la fusione dei Goti e dei Romani da lui tanto vagheggiate, apparivano ora come un sogno che s'andava a un tratto dileguando. Fu allora che egli emanò contro i Romani l'ordine ricordato dall'Anonimo Valesiano, _ut nullus eorum arma usque ad cultellum uteretur_. Ed a poco a poco parve che in lui andasse scomparendo ogni traccia di romanità; tornò ad essere il feroce barbaro d'una volta, quello stesso che colle proprie mani aveva, nel banchetto di Ravenna, assassinato Odoacre.
Non tutti i Romani erano però concordi, essendovi fra loro, anche negli ordini superiori della società, di quelli che restavano ciecamente attaccati ai Goti, e che, come tutti i rinnegati, erano intolleranti e vendicativi. Alla loro testa si trovava il referendario Cipriano, che fu poi Conte delle sacre largizioni, Maestro degli uffici, e che non solamente aveva egli stesso preso servizio nell'esercito dei Goti, ma da essi aveva fatto educare nella loro lingua e nelle armi i suoi propri figli. Costui ad un tratto accusò il patrizio Albino d'avere scritto all'Imperatore lettere segrete, per cospirare contro Teodorico. Albino negò recisamente ogni tentativo di congiura; e la cosa non avrebbe avuto le grandi proporzioni che prese, se all'agitazione che già s'era manifestata nei Romani, ai sospetti già fieramente accesi nell'animo di Teodorico, non si fosse aggiunto l'intervento inaspettato e spontaneo d'un personaggio di grande reputazione ed autorità.
Il senatore Boezio della illustre famiglia Anicia era stato amico di Teodorico, e ne aveva fatto l'elogio in Senato; nel 510 era stato Console, dignità che nell'anno 522 venne contemporaneamente conferita ai suoi due figli, fatto eccezionale davvero. Egli era studiosissimo dell'antica filosofia, sopra tutto di Aristotele, di cui aveva commentato la Logica; di Platone e dei Neoplatonici. Aveva tradotto dal greco opere di matematica e di magia; aveva scritto opere filosofiche, ed anche teologiche: Cassiodoro ce lo descrive come un uomo enciclopedico. «A lui si ricorse, egli dice, quando si voleva costruire un orologio ad acqua, ed uno a sole pel re dei Burgundi; quando si cercava un buon citaredo per mandarlo al re Clodoveo, e così pure quando si volle scientificamente esaminare se era stata alterata la moneta con cui venivano pagati i soldati.» Egli era un cristiano, ammiratore dello spirito dell'antica Roma, animato fino all'entusiasmo da un sentimento stoico e neoplatonico. Una prova di questo suo esaltamento si vide nel modo con cui si gettò nella pericolosa disputa, a proposito di Albino. Ne difese a viso aperto l'innocenza, sostenendo esser falsa l'accusa fattagli da Cipriano, aggiungendo che i sentimenti d'Albino erano quelli di tutto il Senato; che congiura non v'era stata, e se vi fosse stata, nessuno dei Senatori l'avrebbe rivelata. Cipriano allora portò falsi testimoni, che riconfermarono l'accusa mossa contro Albino, estendendola anche a Boezio. E così furono ambedue chiusi in carcere.
Non sappiamo qual fosse il destino finale di Albino, ma Boezio venne processato e condannato dal Senato. La forma del processo ci è però ignota: non si può dire con certezza se la condanna fu pronunziata da una commissione o da tutto il Senato. Ma quest'ultimo caso non par probabile, se si pensa ai sospetti che Teodorico continuò sempre ad avere contro i Senatori. Non si sa neppure qual fosse veramente la sentenza pronunziata contro Boezio, che se aveva con troppa audacia sparlato del Re, aveva però a viso aperto difeso il Senato. Assai probabilmente venne da una commissione condannato al carcere, pena che più tardi Teodorico, accecato dall'ira, mutò di suo arbitrio in una morte crudele, anzi barbara addirittura.
Nella lunga prigionia Boezio scrisse la sua _Consolatio Philosophiae_, che è la propria confessione ed apologia, il libro che rese immortale il suo nome. «Di che cosa sono io accusato?, egli diceva. Di avere amato la libertà di Roma, difeso la dignità del Senato.» Chiamava corrotti i suoi accusatori, e si doleva di essere stato condannato, senza venir prima interrogato, da quel Senato stesso di cui aveva assunto le difese. La ragione dell'accusa, egli proseguiva, «furono gli odii contro di me suscitati nell'adempimento del mio ufficio, opponendomi io alle ingiustizie di cui erano vittime i provinciali romani. L'avidità dei barbari, sempre impunita, diveniva ogni giorno maggiore verso le terre dei provinciali, dei quali assai spesso volevano la testa, per aver poi gli averi. Quante volte non difesi e protessi i miseri contro le infinite calunnie dei barbari, che volevano divorarli!» Questo libro dettato nel carcere, senza l'ampollosa retorica di Cassiodoro, in buona e corretta prosa latina, di tanto in tanto interrotta da versi, è un vero inno alla virtù. E fu scritto colla certezza della morte vicina, perchè la irritazione di Teodorico, già arrivata al colmo, divenne, come era naturale, per questo audace linguaggio, addirittura furibonda. Boezio si dichiarava apertamente difensore della giustizia e degli oppressi, pei quali non aveva mai ricusato nessun sacrifizio. «Gloria, potenza, ricchezza, egli continuava, sono vanità. Solo la virtù ha valore, essa sola rende l'uomo veramente libero. Iddio che è il sommo bene, cui l'universo intero aspira, deve essere anche la mira costante del filosofo.» Fra i caratteri più singolari del libro, che ebbe una prodigiosa popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, v'è ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe difficile dire se esso è l'opera d'un pagano o d'un cristiano. È di certo la manifestazione d'un eroismo, che potrebbe credersi pagano e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che un cristiano, il quale s'apparecchia alla morte, non accenni una sola volta nè al Paradiso, nè all'Inferno, nè a Cristo, e neppure alla speranza d'una vita futura. Pare il linguaggio d'uno stoico, tanto che per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande popolarità che nel Medio Evo godette il suo libro fra i Cristiani, rendeva assai difficile ammettere il dubbio, ed oggi la critica storica lo ha interamente eliminato. C'è in lui qualche cosa che ricorda i Neoplatonici italiani del secolo XV, come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, nei quali Paganesimo e Cristianesimo sembravano fondersi e confondersi in una dottrina sola. I cospiratori allora affilavano i pugnali contro i tiranni, invocando Bruto, e nello stesso tempo si raccomandavano alla Madonna, perchè guidasse il loro braccio, e non facesse fallire il colpo omicida.
Teodorico si decise finalmente a far morire il prigioniero. Una fune venne legata intorno al capo di Boezio così strettamente, che gli occhi quasi ne schizzarono fuori, ed allora con un colpo di mazza sulla testa lo finirono (524). Nè contento di ciò, Teodorico, che aveva ormai perduto il dominio di sè, temendo che Simmaco, capo del Senato, anch'esso della famiglia Anicia, e che aveva dato sua figlia in moglie a Boezio, potesse voler vendicare il parente suppliziato, fece prendere e porre a morte anche lui, senza neppur fargli processo. Ciò dimostra che Albino e Boezio non erano soli ad avere sentimenti romani nel Senato, e fa quindi sempre più credere che questo non sarebbe stato allora concorde a pronunziare, per ragioni politiche, la sentenza di morte contro uno dei suoi membri.
A papa Ormisda era successo Giovanni I (523-6), che si mostrò lieto anch'esso che l'Imperatore perseguitasse gli Ariani, ciò che spinse il furore di Teodorico fino al parossismo. Egli, nonostante la viva resistenza, costrinse il Papa a partire per Costantinopoli, pretendendo che andasse colà a difendere la causa degli Ariani, a chiedere la restituzione delle loro chiese; altrimenti minacciava severe rappresaglie. Il Papa assai di mala voglia partì per l'Oriente, e fu accolto con grande entusiasmo. Ottenne tutto quello che domandò nell'interesse del Cattolicismo; nulla però, com'era naturale, ottenne, nè gl'importava ottenere, a favore degli Ariani. Lo sdegno di Teodorico fu tale allora che, quando Giovanni tornò, lo chiuse in carcere, dove il 25 maggio 526 morì. Ed ora il Re volle, per propria sicurezza, ingerirsi nella elezione del nuovo Papa, indicando colui che fu poi eletto col nome di Felice III. Tutto questo destò d'ogni parte uno straordinario ed universale malcontento contro di lui. Pareva che l'Impero ed i Vandali, profittando della occasione, fossero per mettersi d'accordo, e muovergli guerra da un momento all'altro. Ma quando egli con febbrile attività raccoglieva navi ed armati per difendersi, fu improvvisamente sorpreso dalla morte.
In questa morte, avvenuta solo novantasette giorni dopo quella di papa Giovanni, molti videro la mano di Dio, e più d'una leggenda s'andò formando intorno ad essa. Procopio racconta che, trovandosi Teodorico ad un banchetto, gli fu portato un grosso pesce, il quale, digrignando i denti e rivolgendo minacciosamente gli occhi, pareva che assumesse le sembianze di Simmaco. Spaventato di ciò, il Re si sentì preso da brividi che lo costrinsero a mettersi in letto, dove non vi furono panni che bastassero a riscaldarlo, ed il 30 agosto 526, in età di settantadue anni, fu da una forte dissenteria condotto a morte. Un'altra leggenda, narrata assai più tardi nei _Dialoghi_ di Gregorio Magno, racconta che un collettore di tasse, passando per l'isola di Lipari, vi trovò un eremita che subito esclamò: — È morto Teodorico! — Come mai, rispose l'altro, se non è molto che io lo lasciai in buona salute? — Eppure, soggiunse l'eremita, io l'ho visto or ora passare colle mani legate, fra papa Giovanni I e Simmaco, ed essere gettato nel cratere del Vulcano di Lipari. — Questa leggenda si connette assai probabilmente al fatto, che qualche tempo dopo la morte, il corpo del Re non fu più trovato nel suo mausoleo, e se ne perdè ogni traccia. Nel 1854 si credette che alcuni muratori, i quali scavavano la terra non molto lungi dal mausoleo, avessero trovato colà sepolto il suo cadavere. Ma anche allora, per colpa di quegli operai mal fidi, tutto scomparve insieme colla corazza d'oro, che era stata del pari trovata, e di cui solamente alcuni brani si salvarono.
Teodorico, morendo, lasciava la figlia Amalasunta, vedova per la morte già avvenuta del marito Eutarico, da cui aveva avuto un bimbo, Atalarico, che era allora di dieci anni circa. E però, quando Teodorico si sentì vicino a morte, chiamati intorno a sè i capi dei Goti, presentò loro il nipote, raccomandando, come dice Jordanes, «che lo rispettassero quale loro re, amassero il Senato ed il popolo romano, tenessero soddisfatto e propizio l'Imperatore: _Principemque orientale placatum, semperque propitium haberent post Deum_.» Necessariamente il governo venne di fatto nelle mani della madre Amalasunta, la quale aveva avuto un'educazione romana; parlava il goto, il greco ed il latino. Ella ci è descritta come bella e d'animo virile; ma in realtà non riuscì pari alle molte e gravi difficoltà in mezzo alle quali si trovò. A tempo di lei non solo l'Impero d'Occidente si decompose affatto, ma s'avviò a rovina anche il regno ostrogoto.
E prima di tutto, la sua successione al governo, non approvata dall'Imperatore, non era, neppure secondo le consuetudini gote, legale. Si cercò di rimediarvi, facendo prestare giuramento dal popolo goto e romano ad Atalarico, che a sua volta dovè giurare ad essi ed al Senato. _Jurat per quem juratis_, scriveva Cassiodoro (VIII, 3), il quale divenne ora nella Corte più potente che mai; fu Maestro degli uffici, Questore, e più tardi Prefetto del Pretorio, tanto che diceva di sè stesso: _Erat solus ad universa sufficiens_ (IX, 25). Amalasunta sembrava che volesse seguire una politica mite e conciliatrice, senza troppo allontanarsi dalla via seguita da suo padre nei primi anni del regno. Restituì ai figli di Boezio e di Simmaco i beni loro confiscati; e nello stesso tempo, con singolare contradizione, favorì ancora il partito avverso. Infatti Cipriano, l'accusatore, il calunniatore di Albino e di Boezio, ritenne i suoi alti uffici. Sotto di lei vi furono Romani che ebbero nell'esercito gradi elevati, e Goti che entrarono nel Senato.[31] La forza delle cose la costringeva a tenere una via diversa da quella seguìta da Teodorico; e ciò nella politica estera più ancora che nella interna.