Le invasioni barbariche in Italia

Part 11

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Il pericolo dominante erano però sempre i Vandali. A combatterli, nell'interesse dell'Occidente e dell'Oriente, egli s'apparecchiò per tre anni continui, cercando di mettere insieme un poderoso esercito, che venne ingrossato ancora cogli aiuti mandati da Costantinopoli. Apparecchiò una flotta di 300 navi, essendo suo intendimento andare nella Spagna, e di là passare poi in Africa. Ma le difficoltà furono assai maggiori che non pensava. Ricimero sembrava starsene a guardare senza aiutarlo; i Visigoti nella Spagna gli si mostravano avversi. Genserico, sempre minaccioso e forte, devastò la costa africana, perchè il nemico non vi trovasse vettovaglie, ed avvelenò anche l'acqua dei pozzi. Ma quello che è più, riuscì a forza d'astuzie e di tradimenti ad impadronirsi d'una parte della flotta di Maioriano, ed a distruggerne il resto. Se questi fosse riuscito nella sua impresa contro i Vandali, sarebbe certo divenuto potentissimo, ed avrebbe annullato la forza e l'autorità di Ricimero. Ma successe invece il contrario: fu vinto, e dovette ritirarsi umiliato. Traversando la Gallia, venne poco a poco abbandonato dai suoi alleati; e giunto al di qua delle Alpi, colla propria guardia, fu il 2 agosto del 461, a Tortona, affrontato, disfatto ed ucciso dai soldati di Ricimero, che di nuovo restò solo padrone in Italia.

Nel novembre egli fece eleggere Libio Severo, che stette quattro anni sul trono; ma di lui non si sa nulla, giacchè par che Ricimero continuasse a farla da padrone. Genserico intanto, il quale non aveva mai dimenticato la rotta che da questo aveva avuta nel '56, cercava ora di rendergli avverso Leone I, con la speranza, dopo averli prima o poi separati del tutto, di riuscire a far eleggere in Occidente un imperatore di suo gradimento. A tal fine aveva già mandato a Costantinopoli Eudossia con la figlia. Ma Ricimero sapeva anche giocare d'astuzia; e quando dopo la morte di Severo (novembre 465) l'Italia era restata diciotto mesi senza imperatore, e Leone I mostrò desiderio che venisse eletto Procopio Antemio, egli, pigliando la palla al balzo, lo fece subito eleggere (467), e poco dopo ne sposò la figlia. Così l'Oriente e l'Occidente si trovarono invece nuovamente alleati, e si cominciarono insieme grandi apparecchi di guerra, per farla una volta finita coi Vandali. Si narra che a Costantinopoli raccogliessero 130,000 libbre d'oro e mille navi, che partirono con 100 mila uomini nella primavera del 468. A questa impresa però, con tanta cura apparecchiata, nocque assai l'attitudine ostile dei due generali barbari, onnipotenti l'uno a Roma, l'altro a Costantinopoli. Essi temevano che la vittoria aumentasse, a loro grave danno, l'autorità dei due Imperatori. E quindi Ricimero colla sua opposizione fece sì che Maioriano mandasse poca gente all'impresa, alla quale Aspar metteva dal suo lato più ostacoli che poteva. Fu lui che appoggiò l'infelice idea d'affidare la direzione della guerra a Basilisco, affatto incapace, ma fratello della imperatrice Verina che lo aveva proposto. E così, nonostante il numero preponderante ed il valore grandissimo dimostrato dai soldati romani, l'impresa andò a male, per gl'inesplicabili errori commessi dai generali, sopra tutto da Basilisco. La pubblica fama accusò di tradimento Aspar e più ancora Ricimero, il quale in un momento decisivo avrebbe, così almeno si diceva, impedito che andassero in Africa i rinforzi, necessari ad assicurare il resultato dell'impresa.

Le conseguenze di questa guerra furono molte e gravi. L'orgoglio dei Vandali ne crebbe a dismisura, l'Oriente ne sentì il danno finanziario per moltissimi anni; ma quello che è più, le relazioni tra Leone I ed Aspar s'inasprirono per modo da rendere inevitabile un'aperta rottura. Aspar andava da un pezzo divenendo sempre più insolente. S'era fatto promettere, che uno de' suoi figli sarebbe stato assunto dall'Imperatore a compagno nel governo, e più volte richiese con modi poco rispettosi l'adempimento della promessa. Queste sue pretese destavano nella popolazione vivissimo scontento anche perchè egli era ariano. S'abbandonò poi a una vita dissoluta, e nell'ultima guerra aveva, come vedemmo, per sua colpa messo a gravissimo pericolo l'Impero. A tutto questo s'aggiungeva che egli non aveva nè l'audace energia, nè il valore di Ricimero; che Leone I non era uomo da rassegnarsi a rimanere strumento passivo nelle mani d'un suo generale; e i barbari non potevano mai sperare d'acquistare in Oriente la forza che avevano in Occidente. Consapevole di tutto ciò, l'Imperatore aumentò nel suo esercito il numero degl'Isaurici, montanari indipendenti e valorosi del Tauro. Con essi cominciò subito a porre un argine alla prepotenza dei Goti e degli altri soldati germanici; e quando nel 471 gli parve giunto il momento opportuno, per mezzo di questi suoi nuovi soldati, e di Tarasicodissa loro capo, che poi gli successe nell'Impero col nome di Zenone, fece uccidere Aspar. Ordinò anche l'uccisione dei tre figli di lui; ma uno si trovava lontano, un altro si riebbe dalle ferite avute, e quindi ne morì uno solo. Per questi fatti a Leone I fu dato il titolo di _Macellus_. Egli s'era però liberato da un padrone incomodo e minaccioso, liberando l'Impero dalla prepotenza dei Goti e dei loro compagni.

In Italia le cose finirono assai diversamente. Ogni giorno cresceva la discordia fra Ricimero e l'imperatore Antemio, che pubblicamente si doleva d'aver dovuto dare sua figlia in isposa ad un barbaro ancora vestito di pelli. Anche qui un conflitto era quindi divenuto inevitabile; se non che la forza e l'accortezza del generale barbarico erano assai preponderanti. Ricimero trovavasi a Milano, alla testa d'un esercito, col quale nel 472 mosse addirittura all'assedio di Roma, dove era Antemio, che aveva sempre il favore d'una parte della popolazione. Nell'esercito assediante si trovava Olibrio, un romano, che Ricimero voleva far salire sul trono dopo d'aver deposto Antemio. E così si vide un generale dell'Impero assumere la parte d'Alarico, assediando la Città eterna, dentro la quale era l'Imperatore stesso. L'assedio durò alcuni mesi, e finalmente Ricimero entrò in Roma, che s'arrese, parte per fame, parte per tradimento. Antemio fu ucciso l'11 luglio 472; poco dopo lo stesso Ricimero morì di emorragia (18 agosto), e ben presto lo seguì nella tomba Olibrio (28 ottobre). Così ebbe fine il lungo, confuso e penoso dramma di Ricimero, che lasciò tuttavia dietro di sè un breve strascico di avvenimenti non molto diversi da quelli finora narrati.

Egli era stato per sedici anni il padrone dell'Italia, che per opera sua venne in piena balìa dei barbari. In ciò sta anzi il suo vero carattere storico. Egli fu il precursore di Odoacre e di Teodorico, che sono ora per sorgere sulla scena: quasi anello di congiunzione fra di essi e i generali Stilicone ed Ezio. Durante la sua vita l'Italia si assuefece a vedere il potere effettivo esercitato da un barbaro, spesso anche senza pur l'ombra di un Imperatore, che questo potere esercitasse almeno di nome. E non solo essa venne allora in piena balìa dei barbari, ma si andò sempre più staccando dall'Africa, dalla Spagna, dalla Gallia, per costituire una nuova unità politica. I vari elementi che costituivano ancora l'Impero, l'esercito, cioè, il governo di Costantinopoli e quello di Ravenna, finirono col venire fra di loro a conflitto, chiudendo un'epoca, iniziandone un'altra.

Pareva che a Ricimero, nella stessa singolare condizione, collo stesso potere, dovesse succedere il nipote Gundobaldo, un soldato burgundo, venuto in Italia per far fortuna coll'aiuto dello zio. Dopo aver lasciato per cinque mesi vacante il trono d'Occidente, egli fece nominare imperatore Glicerio, che era _Comes domesticorum_, e fu proclamato a Ravenna il 5 marzo 473. Ma ora appunto scoppiò il dissenso con Costantinopoli, dove essendo vicino a morte Leone I, sua moglie Verina, sempre inframmettente, fece nominare imperatore d'Occidente Giulio Nepote, suo parente, che però rimase in Oriente fin verso la metà del 474. Giunto in Italia, esso venne acclamato il 24 giugno di quell'anno, e vediamo scomparire dalla scena Gundobaldo, che pare andasse a prendere il posto di suo padre, re dei Burgundi, allora morto. Glicerio scomparve anch'esso, senza che si sappia nè come, nè perchè. Certo è solo che fu costretto a lasciarsi consacrare vescovo in Dalmazia, e che non molto dopo morì.

Del governo di Giulio Nepote, che pur rappresenta la fine di un periodo storico, sappiamo assai poco. Imposto da Costantinopoli per opera del partito che aveva colà vinto i barbari, non piaceva punto all'esercito, che in Italia era barbarico ed aveva eletto Glicerio. Il fatto più notevole del suo regno fu la pace conclusa coi Visigoti della Gallia. Con essa, per salvare l'Italia dalla guerra, egli concedeva a quei barbari ariani l'Auvergne, che dopo essersi validamente difesa, voleva rimanere unita all'Impero. E ciò gli fece perdere la stima dei Romani, senza fargli riguadagnare quella dei barbari, che già aveva perduta. Così lo scontento andò sempre crescendo, e finalmente scoppiò una nuova ribellione, della quale, come per forza naturale dalle cose, si trovò a capo il generale Oreste. Questi non ebbe nessuna difficoltà, ora che l'Impero d'Oriente era in gravissimi disordini, a vincere Nepote, che, assalito a Ravenna, si rifugiò nell'agosto del 475 a Salona. Colà si trovava probabilmente ancora vivo Glicerio, che da lui era stato vinto e costretto a divenir vescovo in quella stessa città della Dalmazia.

Oreste è l'ultimo di quei generali, che per molti anni fecero e disfecero gl'Imperatori, tenendo nelle loro mani il potere, fino a che non lo lasciarono addirittura ai soli barbari. E questo definitivo mutamento fu compiuto appunto per mezzo suo. Nato nell'Illirico, egli era d'origine romana, e tale era anche sua moglie. Aveva però dimorato lungamente presso Attila, che lo aveva, come vedemmo, mandato ambasciatore a Costantinopoli. S'andò così immedesimando sempre più coi barbari; ed è questa forse la ragione per la quale, riuscito come i suoi predecessori barbarici ad impadronirsi del potere, non osò neppur lui assumere la porpora. Osò invece attuare quello che era stato il disegno invano vagheggiato lungamente da Stilicone e da Ezio. Fece cioè eleggere imperatore suo figlio, il quale non era vissuto coi barbari, da parte di madre era più romano di lui: portava il nome di Romolo Augusto, che per la sua giovane età, venne mutato in quello alquanto dispregiativo di Romolo Augustolo. E così, come per ironia della sorte, colui che fu l'ultimo imperatore d'Occidente, portava il nome del primo re e del primo imperatore di Roma.

Sembrerebbe che Oreste, alla testa dell'esercito, col figlio ancora minorenne dichiarato imperatore, avesse dovuto sentirsi in una posizione incrollabile, tanto più che ora appunto Genserico, divenuto vecchio, s'era indotto a concludere con Ravenna e con Costantinopoli una pace, per la quale, durante due generazioni, l'Occidente e l'Oriente furono lasciati tranquilli dai Vandali. Ma invece il germe della debolezza era nascosto appunto là dove pareva che dovesse essere l'origine della forza. Le qualità di romano e di barbaro non si potevano facilmente immedesimare; una delle due doveva soccombere. In Stilicone noi vedemmo il barbaro soccombere al romano; in Oreste, pei tempi mutati, avvenne il contrario. L'esercito, alla testa del quale egli si trovava, era composto di molti e vari elementi: Turcilingi, Sciri, Eruli, che tutti poco differivano dai Goti. Questi barbari erano andati da principio aumentando, mediante una continua infiltrazione; ed ora che essi formavano addirittura l'esercito imperiale in Italia, volevano prendervi stabile dimora, assicurandosi nella pace e nella guerra la propria sussistenza, come era seguito in altre province occidentali dell'Impero. Chiesero perciò il terzo delle terre. Ma qui appunto nacque il conflitto, che doveva portar la rovina d'Oreste. La concessione delle terre voleva dire la permanente dimora dei barbari nell'Italia, lasciata in loro balìa. A questo passo Oreste, che era e si sentiva di origine romana, non potè decidersi, anzi deliberatamente si oppose. Ne nacque allora una ribellione dei soldati che lo abbandonarono, levando sugli scudi Odoacre (23 agosto 476), un barbaro dell'esercito di Ricimero, con cui aveva assediato Roma. Egli promise di dare ai soldati quello che avevano chiesto, e che era stato loro negato. Oreste dovette fuggirsene a Pavia, dove fu inseguito dal suo rivale, e donde potè a mala pena scampare. La città venne messa a sacco con una strage che durò due giorni interi, e cessò solamente quando giunse la notizia che il 28 agosto 476 Oreste era stato preso ed ucciso a Piacenza. Questa tragedia somiglia molto a quella di Stilicone, nel 408 avvenuta nella stessa città. Allora però il grido era stato: morte al barbaro; ora invece era: morte al romano.

Odoacre corse a Ravenna, dove trovò il misero Augustolo, ultimo avanzo della imperiale romanità. Non lo uccise, ma lo confinò nella villa Lucullana a Pizzofalcone,[22] presso l'antica Napoli, con una pensione di 6000 solidi. Colà questi visse tranquillo, non si sa bene quanto tempo, e si adoperò, come vedremo, ad agevolare il trionfo di Odoacre. Dopo poco tempo morì Genserico, ed anche questo contribuì molto a rendere più sicura la condizione di Odoacre, col quale si chiude l'antichità e s'inizia finalmente il Medio Evo. L'Impero d'Occidente è caduto, la storia d'Italia incomincia.

LIBRO SECONDO

GOTI E BIZANTINI

CAPITOLO I

Odoacre

Odoacre era nato nel 433, e si trovava ora, a 46 anni, alla testa d'un esercito composto di popolazioni diverse, ognuna delle quali pretendeva che fosse suo connazionale. I più lo dicono Sciro, e qualcuno lo suppone figlio di quell'Edecone che insieme con Oreste vedemmo ambasciatore di Attila a Teodosio II. Certo era di quei barbari che a tempo di Attila si unirono agli Unni, separandosene poi alla sua morte. Era ancora assai giovane, quando con una banda di suoi seguaci si mosse a cercar fortuna in Italia. Traversò allora il Norico, provincia che per trent'anni (453-82) fu desolata, saccheggiata, abbandonata all'anarchia. Ivi non esisteva più nessuna forma di governo, e la sola autorità rimasta a mantenere in vita la società, pareva che fosse quella di S. Severino, il quale dal suo chiostro, nella solitaria cella, esercitava una prodigiosa azione morale sulle moltitudini, che volontariamente gli obbedivano. Ed in quella piccola cella, così narra la leggenda, entrò Odoacre, che era allora un uomo ignoto. Dovette piegarsi, perchè era assai alto, e chiese la benedizione del Santo, il quale, dopo avergliela data, disse: — _Vade ad Italiam_, chè, sebbene tu sia vestito di vilissime pelli, ti aspetta colà grande fortuna. — Fra il 460 ed il 470 Odoacre infatti era già in Italia, e nel '72 combatteva nell'esercito di Ricimero sotto le mura di Roma. Nel '76 i suoi soldati lo levarono, come vedemmo, sugli scudi, e prese il posto di Oreste e di Augustolo ad un tempo. L'ufficio d'Imperatore d'Occidente, già ridotto ad un'ombra, per la soverchiante potenza dei generali che ne facevan le veci, è ora scomparso affatto nel barbaro che ne ha usurpato il posto. E per la prima volta nella storia del mondo, apparisce l'Italia come una nuova unità politica, indipendente. Ma un barbaro, che comandava in essa alla testa di un esercito di barbari, era un fatto talmente privo d'ogni precedente, che non si vedeva su quale base legale si potesse fondare la sua autorità. Odoacre non osò quindi assumere il titolo nè d'Imperatore, nè di re d'Italia; non fu che un re di barbari. E con quale diritto poteva egli allora comandare nella Penisola, sede antica dell'Impero?

Il solo vero e legittimo sovrano era adesso a Costantinopoli, ed a lui, tra il 477 e 478, si presentarono perciò due solenni ambascerie. L'una veniva da Salona, in nome di Nepote, che chiedeva d'essere reintegrato nei suoi diritti a Ravenna, di dove era stato colla violenza cacciato. L'altra veniva in nome del Senato e di Augustolo, il quale, assai probabilmente secondo un patto già prima stipulato con Odoacre, cercava ora ricompensarlo dell'avergli esso lasciato la vita nel privarlo del trono. Infatti gli oratori di questa seconda ambasceria erano venuti per dire, che i Romani non sentivano nessun bisogno d'avere un loro proprio Imperatore, bastandone uno solo per l'Oriente e per l'Occidente.[23] Odoacre avrebbe potuto governare l'Italia col titolo di Patrizio, in nome dell'Imperatore, a cui rimandava perciò le insegne imperiali, _ornamenta Palatii_.

In Costantinopoli a Leone I era nel 474 successo il nipote Leone II. Questi essendo ancora un giovanetto, restò sotto la reggenza del padre Tarasicodissa, che i Greci chiamarono Zenone, e che, morto ben presto il figlio, divenne addirittura imperatore. Poco dopo insorse contro di lui Basilisco, monofisita, favorito dalla sorella Verina, vedova di Leone I, sempre intrigante, e lo cacciò dal trono, su cui fu nel 477 rimesso da una controrivoluzione ortodossa. Quando adunque, fra il 477 e '78, si presentarono a lui gli ambasciatori del Senato e di Augustolo, egli si trovò in una condizione molto difficile, perchè non voleva riconoscere Odoacre, che era fuori di ogni legalità; ma sentiva di non essere allora in grado di deporre chi s'era colla forza impadronito del potere in Italia. Ricorse perciò ad un mezzotermine diplomatico, di quelli che erano molto in uso presso i Bizantini. Ufficialmente rispose ai Romani: — Due imperatori vi furono mandati da Costantinopoli, Antemio e Nepote; il primo voi avete ucciso, il secondo deposto. Ora dovete rivolgervi a Nepote, che riman sempre in Occidente il solo sovrano legittimo e riconosciuto. — Se questa fu però la risposta ufficiale, scrivendo privatamente ad Odoacre, gli dava il titolo di Patrizio. In sostanza, accettando il fatto compiuto, intendeva fare ogni riserva sulla questione di diritto, tenendo ferma la sua propria autorità. Odoacre intanto assunse il governo d'Italia, teoricamente sotto la dipendenza di Costantinopoli, in realtà operando a suo modo, come principe indipendente.

Il primo e principale problema di cui si dovette subito occupare, fu la promessa divisione delle terre, promessa dalla quale aveva avuto origine il suo potere. In che modo questa divisione, nei suoi particolari, venisse fatta, noi non sappiamo. Tutto si riduce a semplici ipotesi. Certo è però che non si tratta di un sistema nuovamente introdotto, come molti supposero, in conseguenza della conquista. Invece esso fu in Italia ed altrove, la modificazione d'un sistema già prima esistente nell'Impero. E l'aggravio che ne venne alle popolazioni, fu assai più apparente che reale. L'esercito, in un modo o l'altro, era stato sempre a carico delle popolazioni, come a loro carico erano stati i molti sussidi che si davano ai barbari per tenerli tranquilli, e le enormi spese sostenute per le guerre dell'Impero. Dove i soldati venivano alloggiati, occupavano di diritto un terzo delle case dei loro ospiti, nelle quali anch'essi erano chiamati ospiti: e ciò naturalmente oltre le paghe che ricevevano. Quelli poi che erano lasciati permanentemente a difesa dei confini (_limitanei_) avevano, oltre l'alloggio, una parte delle terre, e le coltivavano per proprio conto. Se dunque i soldati di Odoacre, i quali erano l'esercito che doveva difendere l'Italia, avevano adesso un terzo delle terre, per coltivarle e vivere del prodotto di esse, questo in fondo non era qualche cosa di sostanzialmente nuovo. Bisognava però adesso mantenere i barbari, anche quando non prestavano servizio, e non solo gli uomini atti a portare le armi, ma i vecchi, le donne, i bimbi. E ciò in conseguenza d'una ribellione militare, che imponeva la sua volontà colla forza. Questo era veramente odioso, se anche non era effetto della invasione e della conquista.

Non bisogna però credere, che una tale divisione si facesse a un tratto per tutto, nè che dove si faceva, tutte le terre venissero divise. L'esercito di Odoacre era ben lungi dal potere occupare l'Italia intera. I suoi barbari alloggiarono quindi in alcune province, ed in esse solamente fu fatta la divisione. I piccoli possidenti, là dove ancora ce n'erano, furono lasciati in pace, non mettendo conto dividere le terre che bastavano appena a sostenere i loro possessori. Essi quindi restarono nello stato di prima, e furono anche meno aggravati dalle tasse, che i barbari non erano in grado di riscuotere o far riscuotere colla regolarità opprimente del fisco imperiale. Nè mutò gran fatto la condizione degli artigiani nelle città. E così anche i coloni, i contadini, gli schiavi che coltivavano le terre, e passarono con esse ai barbari, restarono più o meno nelle condizioni di prima, spesso anzi migliorarono. Quelli che veramente soffrirono furono i latifondisti, i quali è però da credere che pagassero minori imposte sulla parte che loro restava delle proprie terre. In ogni modo la proprietà fu assai più divisa. E siccome i barbari, per antica consuetudine, preferivano la campagna alla città, così i campi pei quali da un pezzo mancavano le braccia necessarie a lavorarli, furono ora più e meglio coltivati. In tutto il paese rimase inalterata l'antica amministrazione romana, ed anche l'antico sistema di tasse, le quali non crebbero; anzi, per quanto possiamo indurne, scemarono. Considerevoli esenzioni ottenne pei suoi fedeli il vescovo Epifanio a Pavia ed in tutta la Liguria, dove le imposte erano negli ultimi tempi enormemente cresciute.

Il regno di Odoacre, che durò circa 13 anni, era limitato quasi esclusivamente all'Italia, da cui si staccarono affatto le altre province. Anche la Provenza, la parte cioè più romanizzata della Gallia, venne abbandonata ai Visigoti. La Rezia, considerata sempre come appendice integrante dell'Italia, ne faceva parte al pari della Sicilia, la quale era però in più luoghi occupata dai Vandali, secondo il trattato concluso nel 442. Questi occupavano anche la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Il nuovo stato di cose, per ora almeno, evitava quelle grosse guerre che dissanguavano le popolazioni, e quindi il regno di Odoacre fu per qualche tempo come un periodo di sosta alle patite calamità, sebbene di tanto in tanto si trovino ricordate nuove violenze e spoliazioni, che negli ultimi anni andarono crescendo. Sotto un certo aspetto le condizioni in cui Odoacre si trovava, coll'andar del tempo migliorarono assai. Il suo regno infatti, che era cominciato coll'essere sostanzialmente illegale, e tale durò finchè visse il deposto imperatore Nepote, fu in assai diversa condizione quando questi nel 480 morì. Certo Odoacre restò ancora col solo titolo di Patrizio, non potè mai assumere quello d'Imperatore, e neppure di re d'Italia; ma potè sempre più agire da principe indipendente. Cominciò a nominare anche i Consoli occidentali, che furono riconosciuti in Oriente. L'unità generale dell'Impero, cui era a capo Zenone, teoricamente non fu mai messa in dubbio; ma l'autorità di Odoacre divenne di fatto assai maggiore, ed implicitamente almeno fu anche riconosciuta. A Ravenna egli potè mettere insieme una flotta, colla quale si difese dalle incursioni vandaliche, e fra il 481 e 482 si spinse fino alla Dalmazia, che aggregò al proprio Stato. E se questo passo spiacque assai all'Imperatore, nè restò più tardi senza gravi conseguenze a lui dannose, per ora egli accrebbe il suo territorio, e non ne risentì nessun danno.