Le invasioni barbariche in Italia
Part 10
Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente cristiano l'antico spirito di Roma. Da questa unione nasceva e si determinava in lui per la prima volta chiaramente il concetto della chiesa universale cristiana, quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i Romolo e Remo della nuova Roma, tanto superiore all'antica, quanto la verità è superiore all'errore. Se Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S. Pietro, il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella nuova Roma, perchè da essa si diffonda sulla terra la luce del Cristianesimo.» Questo concetto ricorre continuamente nei suoi discorsi semplici, chiari, precisi, pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della passionata sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano di teologia. Parlano assai poco dei santi e della Vergine, molto invece di Gesù Cristo; raccomandano la carità, condannano l'usura. E quando le questioni teologiche si presentavano inevitabili, egli non disputava, ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, fra le opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse della fede e della Chiesa, e la proclamava senza esitare. Non fu solo una grande intelligenza, ma sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia, la fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo alla tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, sostenne l'unità e l'autorità della Chiesa di Roma, fondata da S. Pietro, che solo ebbe da Dio la facoltà di legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla ai suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto il mondo cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica debbono, egli diceva, procedere d'accordo. La prima è data all'Impero per reggere i popoli e difendere la Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime. Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, pei quali da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, e messa alla testa del mondo, per tenere con l'opera della religione più alta ancora la tua dignità.» E questi pensieri non solo riempiono i suoi discorsi, i suoi scritti, ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono, costituirono il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti i suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per sottomettere all'autorità del Papa, come capo della Chiesa romana i vescovi non solo dell'Occidente, ma quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben vero che, fin da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla decisione di Roma la questione sorta in Oriente per la deposizione di Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare su questo caso speciale un diritto generale a favore dell'autorità superiore della Chiesa romana. Ma Leone I dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito in nome di S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che voleva dire estendere la sua autorità ecclesiastica in tutta la Prefettura dell'Illirico, anche in quella parte di essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò l'avvenire, entrando per la via che doveva essere costantemente percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento dello scopo prefisso, di fare cioè di Roma la capitale della Chiesa universale. Ed è singolare davvero l'osservare come tutta la storia posteriore del Papato si trovi già quasi in germe nella mente superiore e nella volontà incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si vada lentamente svolgendo attraverso i secoli.
Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella fede inconcussa che nulla teme, si presentò ad Attila, alla testa dell'ambasceria venuta da Roma, come il vero rappresentante della Città eterna, la personificazione vivente della Chiesa universale, e della sola vera religione, con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o nolenti, dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella state del 452, presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il Papa veramente dicesse ad Attila. Certo è che, dopo il colloquio, con generale maraviglia, questi si ritirò. Qual parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione le parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto lo stato generale delle cose, e le condizioni difficili in cui l'esercito unno si trovava allora, non è possibile dirlo.
La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito a Leone I. Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, che gl'impedì di saccheggiare Troyes, Attila avrebbe detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone ed un lupo hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, il quale ci rappresentò nelle sale vaticane Attila spaventato al vedere dietro del Papa, che tranquillamente s'avanza a cavallo e gli fa segno di retrocedere, S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade sguainate e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare, circondandola di maggiore mistero, la ritirata di Attila, fu il fatto che, avendo poco dopo sposato una nuova moglie, finito appena il lauto banchetto nuziale, venne soffocato da una emorragia. Quella stessa notte l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco di Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, sotto una tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi il viso col ferro, perchè vi scorresse sangue invece di lacrime. E intorno alla tenda correva rapidissima una squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali, le quali celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di guerra, ma fra i piaceri e la gioia; e quindi non v'era contro chi vendicarlo.[21] Per gl'Italiani Attila restò sempre il _Flagellum Dei_, e tale ce lo rappresentano le loro leggende. Quelle degli Ungheresi, degli Scandinavi e anche dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo la improvvisa sua morte, il vastissimo regno si decompose e scomparve colla stessa rapidità con cui s'era formato.
Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che ci renda visibile la enorme potenza morale che andava assumendo il Papato, la battaglia contro gli Unni, che fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta assai lungi da questa città, fu a giusta ragione considerata come l'ultimo fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo stata attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come il salvatore dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto vivo quando gli Unni s'avanzarono in Italia. Certo esso era un gran capitano, di valore strategico singolare, di straordinaria forza muscolare: era perciò instancabile nel lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si legge nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli eminenti servigi che rese all'Impero, ne aumentarono l'ambizione a segno tale, che voleva farla addirittura da padrone, e si rese quindi sempre più insopportabile a Valentiniano III, il quale era senza figli maschi, e gli aveva promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non aveva più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, mandava in lungo l'adempimento della fatta promessa, per la quale Ezio insisteva con tale alterigia, che l'Imperatore meditò di liberarsene, come Onorio s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere sul promesso matrimonio, Valentiniano gli saltò addosso ferendolo colle proprie mani, ed aiutato subito da sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio racconta che, avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva che avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu risposto: — Se bene o male non saprei; certo è però che con la sinistra voi avete tagliato la vostra destra. — E così fu veramente.
L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo Marzio, mentre guardava i giuochi atletici, da due soldati, i quali vollero vendicare il loro generale, ed uccisero poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva ordito il tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia di Teodosio, la quale aveva governato settantaquattro anni in Oriente (379-453), e sessantuno in Occidente (394-455). Cominciava così per l'Impero un'epoca nuova, la quale si può dir veramente il principio della fine. Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro appariva sempre più chiara nello straordinario potere politico, che erano andate assumendo le donne da un lato, i generali dall'altro. Dopo la morte d'Arcadio aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la Corte ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, che era un capitano valoroso. In Occidente aveva lungamente governato Placidia, e sotto di lei erano divenuti potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo, rimasto solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di mezzo a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio quei generali simili a capitani di ventura divennero sempre più frequenti nell'Impero d'occidente, e ne affrettarono la precipitosa rovina. Intanto ora la sede di esso era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, nella Calabria e più oltre ancora, senza che qualcuno fosse in grado di opporvisi.
CAPITOLO X
Massimo Imperatore — I Vandali saccheggiano Roma — Ricimero, Oreste ed Augustolo
Nel marzo 455 venne eletto imperatore Petronio Massimo, senatore romano, che era già stato Console e Prefetto: un uomo di circa sessant'anni, ritenuto avverso alla dinastia di Teodosio, e però a molti assai poco gradito. Questo malumore venne aggravato dal fatto che egli accolse subito fra i suoi protetti i due uccisori di Valentiniano, il che fece nascere il sospetto che avesse tenuto mano all'assassinio, di cui ora profittava. S'aggiunse che volle per forza sposare la giovane Eudossia, la quale aveva soli trentaquattro anni; era figlia di Teodosio II, vedova di Valentiniano III, ed avversissima ad unirsi con un vecchio, creduto assassino del proprio marito. Tutto ciò fece al solito nascere la leggenda che, per vendetta, ella avesse invitato a venire in Italia i Vandali, i quali allora presero e saccheggiarono Roma. Ma questa notizia, che è data da Procopio, è ignota affatto ai contemporanei, o è ricordata da qualcuno di essi con un semplice _si dice_. Il tempo che sarebbe corso fra la chiamata e la venuta dei Vandali è troppo breve, per potere dar fede alla leggenda. Il dubbio è poi confermato anche dal fatto, che Eudossia non fu risparmiata, ma venne menata in Africa, prigioniera colle due sue figlie. In ogni modo neppure qui v'è bisogno di artificiose spiegazioni, giacchè l'invito d'avanzarsi veniva ai Vandali, che già più volte avevano fatto scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale, dallo stato d'anarchia in cui si trovava adesso Roma, priva d'ogni mezzo di difesa, incapace affatto di qualunque resistenza. I Vandali, uniti ai Mori d'Africa, coi quali avevano ingrossato il loro esercito, erano divenuti una specie di pirati, che mettevano terrore nel Mediterraneo; e le loro selvagge crudeltà venivano esagerate dalla leggenda. Si raccontava, fra le altre cose, che quando non potevano subito prendere una città, facevano strage nel contado, accumulando i cadaveri sotto le mura di essa, perchè vi scoppiasse la peste, che obbligava poi la popolazione ad arrendersi; come se in questo caso non sarebbero stati essi i primi a soffrirne. Certo è che distruggevano le chiese, trucidavano o pigliavano prigionieri i prelati, i vescovi: spesso anche li menavano schiavi. La parola _vandalismo_ è perciò rimasta nel linguaggio comune.
Per tutte queste ragioni, quando si seppe che i Vandali erano alle bocche del Tevere, vi fu a Roma come un timor panico, non avendo l'imperatore Massimo provveduto a nulla addirittura per la difesa delle mura. Egli non seppe far altro che dichiarare di lasciar libero chiunque volesse abbandonare la Città, apparecchiandosi egli stesso alla fuga. Ma di fronte a questa condotta vigliacca lo sdegno del popolo romano fu così grande, che ne scoppiò un tumulto violentissimo. L'Imperatore venne ucciso, ed il suo cadavere, fatto a brani, con grida feroci d'imprecazione fu portato in giro per le vie, e poi gettato nel Tevere. Intanto la Città restava senza Imperatore, senza governo e senza difesa, contro un barbaro nemico, che rapidamente s'avanzava. Il disordine e l'anarchia furono al colmo. V'erano amici della dinastia teodosiana, che maledicevano l'elezione di Massimo; pagani, che si rivolgevano agli antichi Dei; cattolici, che di ciò restavano inorriditi, e prevedevano la vicina vendetta di Dio; barbari soldati in armi, i quali, essendo ariani, invece d'apparecchiarsi alla difesa, stavano a guardare che cosa stessero per fare i Vandali, ariani anch'essi.
In mezzo a questo spaventoso disordine, una sola voce si alzò ferma, dignitosa, sublime, e fu anche questa volta quella di Leone I. In uno de' suoi più celebri discorsi, fatto nel giorno di S. Pietro e S. Paolo, egli esclamava: «Umilia il dirlo, ma non si può tacere, che si ricorre adesso più ai demoni ed agl'idoli, che agli Apostoli, e più attenzione si presta ai nuovi spettacoli che ai beati martiri. Ma chi difende, chi salva questa Città, i giuochi del circo o la fede nei Santi? Tornate al Signore, intendendo le cose mirabili che Esso ha operato per noi, riconoscendo la nostra libertà non già, secondo l'opinione degli empi, dalla influenza degli astri, ma dalla misericordia dell'onnipotente Iddio, che s'è degnato di mitigare il cuore dei furenti barbari.» Questo discorso, che secondo alcuni (Papencordt) si riferisce appunto alla venuta dei Vandali, e secondo altri (Baronio e Milman) alla invasione degli Unni, ci descrive in ogni modo qual'era in Roma, nella metà del secolo quinto, lo stato degli animi, e quale la condotta del Papa. Anche questa volta Leone I fu il solo che osò uscire dalla Città per affrontare i barbari; ma con Genserico non potè ottenere lo stesso resultato che aveva avuto con Attila. I Vandali, insieme coi Mori anche più selvaggi, erano già vicini alla Città eterna, assetati di preda e di sangue. Fu tuttavia promesso che le chiese cristiane non sarebbero state bruciate, che sarebbe stata risparmiata la vita di coloro che non avessero fatto resistenza.
Pochi giorni dopo la morte di Massimo, i Vandali entrarono in Roma (giugno 455), aiutati, a quanto pare, dal tradimento d'un barbaro ariano, che avrebbe insegnato loro la via più facile. Per quattordici giorni la Città andò a sacco; e tutto ciò che avevano di prezioso il palazzo imperiale e i tempii pagani fu messo sulle navi e portato via: oro, argento, pietre preziose, un gran numero di statue greche e romane. Lo stesso si fece nella Campania. Furono imbarcati anche i sacri e venerati arredi, che dal tempio di Gerusalemme erano stati portati in trionfo a Roma, e che si vedono ancora oggi scolpiti sull'Arco di Tito. Sebbene questo fatto sia stato messo in dubbio, esso trova conferma nel racconto di Procopio, il quale narrò più tardi, che Belisario li tolse in Africa ai Vandali, e li portò a Costantinopoli. Certamente si può credere che la rovina generale di Roma per opera dei Vandali, quale alcuni la descrivono, sia esagerata, come è provato dal fatto che, dopo la loro partenza, la Città si trovava tuttavia piena di chiese e di monumenti splendidi. Ma è certo pure, che dai tempi di Brenno in poi, essa non aveva sopportato mai uguale sventura e vergogna. Insieme colle statue, coi metalli e colle pietre preziose, i Vandali portaron via moltissimi prigionieri, la più parte dei quali ridussero in ischiavitù. E fra questi prigionieri v'erano, oltre un gran numero di religiosi, anche l'ex-imperatrice Eudossia con le due figlie Eudocia e Placidia. La prima di esse venne poi da Genserico data in isposa al suo figlio Unnerico, che così mescolava il sangue vandalico con l'imperiale; la seconda invece fu con la madre tenuta sette anni in onorevole prigionia, per essere finalmente rimandate entrambe in Costantinopoli all'imperatore Leone, che da lungo tempo le richiedeva. Tutti gli altri prigionieri vennero divisi come schiavi fra i barbari conquistatori, separati i genitori dai figli, i mariti dalle mogli. Grandi furono le loro sofferenze, alleviate solo dalla carità veramente eroica del vescovo Deogratias in Cartagine. Egli trasformò le chiese in ospedali per i prigionieri ammalati; vendette gli arredi sacri d'oro o argento, i vasi preziosi, per comprare e liberare gli schiavi, riunire i figli ai genitori, i mariti alle mogli. La sua chiesa divenne l'infermeria generale, nella quale egli, vecchio com'era, assisteva giorno e notte i malati, fino a che ne morì di fatica e di stento. I suoi fedeli lo seppellirono allora devotamente in luogo segreto, per metterlo al sicuro dalle violenze ingiuriose dei barbari. E così, in mezzo alla spaventosa rovina del mondo romano, solo i rappresentanti della religione e della Chiesa sapevano dar prova di umana dignità e di eroica grandezza. Certo è che col sacco dato dai Vandali, l'antica Roma è caduta, la nuova già comincia a sorgere, facendo prova d'una grandezza diversa, ma non meno ammirabile. La gloria del Campidoglio più non esiste, comincia quella del Vaticano.
Lo sgomento in cui rimase l'Italia, dopo la partenza dei Vandali, fu tale, che per alcuni mesi essa non pensò punto ad eleggersi un nuovo Imperatore. Se ne occupò invece il re dei Visigoti, Teodorico II, il quale, secondato dall'aristocrazia gallo-romana, radunata in Arles, e dall'esercito romano, fece eleggere Avito, che nel luglio del 455 assunse la porpora. Questi era un nobile dell'Auvergne, valoroso soldato di Ezio, che per mezzo suo era riuscito a concludere l'alleanza dei Visigoti coi Romani contro Attila. Ma la sua elezione, come quella che rappresentava la prevalenza della provincia e dei barbari, piacque poco a Roma ed al Senato, sebbene venisse approvata a Costantinopoli.
Il pericolo maggiore per tutto l'Occidente, veniva adesso dai Vandali; e perciò contro di essi Avito mandò il valoroso generale Ricimero, figlio di padre svevo e di madre gota, il quale era loro acerrimo nemico, e si mosse subito a combatterli. Nel 456 ottenne contro di essi una clamorosa vittoria, secondo alcuni nelle acque della Sardegna, secondo altri, della Corsica; ma in verità par che si combattesse presso l'una e presso l'altra isola. Questa vittoria fece di Ricimero un uomo più potente dello stesso Imperatore.
Egli si trovò a un tratto nella condizione medesima di Stilicone e di Ezio. Se non che, fatto accorto dalla esperienza del passato, pensò di non lasciarsi, come era seguito ad essi, disfare dagl'imperatori; ma invece disfarsi egli di loro appena che li vedeva divenire a lui pericolosi. E così, l'un dopo l'altro, ne mandò via dal mondo quattro, sostituendoli con sue creature, alle quali serbava sempre la stessa sorte. E fu questo il processo della finale distruzione dell'Impero d'Occidente, che, per mezzo appunto di Ricimero, passò definitivamente in mano dei barbari. Ciò avvenne non solo perchè un generale barbarico come lui faceva e disfaceva a sua posta gl'imperatori, ma ancora perchè, lasciando egli correre più mesi tra la morte dell'uno e l'elezione dell'altro, l'Occidente restava qualche tempo senza un proprio sovrano. E questi lunghi interregni finirono col persuadere, che si poteva facilmente fare a meno di un Imperatore, sostituendovi un barbaro, ciò che avvenne poi con Odoacre, che assunse il potere in suo proprio nome.
Primo a subire il duro destino che Ricimero serbava ai suoi eletti, fu Avito. Quando egli s'avvide che a Roma non trovava favore, che il barbaro faceva da padrone, si sentì come mancare il terreno sotto i piedi, e pensò d'andarsene nella Gallia, dove era stato eletto, per raccogliere colà un esercito e tornare con esso in Italia, sperando così di potersi meglio raffermare sul trono. Ma questo suo intendimento accrebbe invece le antipatie dei Romani, ai quali non poteva certamente piacere il vederlo andare a cercare aiuto nella provincia, diffidando della capitale. E nell'ottobre del 456 Ricimero potè arrestarlo a Piacenza, costringendolo poi a prendere la tonsura ed a farsi vescovo. Il potere imperiale si trovò allora nelle sue mani, fino a che egli non si decise a far eleggere un successore.
Uno stato di cose affatto simile si riproduceva quasi contemporaneamente in Costantinopoli, per arrivare però ad opposti resultati. Dopo la morte di Marciano, si poteva dire anche in Oriente estinta ogni traccia della dinastia di Teodosio. Il potere effettivo cadde del pari nelle mani d'un generale barbarico, Aspar, il quale era ariano e comandava i soldati goti. Ciò nonostante, egli fece eleggere imperatore Leone I, valoroso soldato della Dacia, ortodosso, che fu acclamato dall'esercito il 7 febbraio 457. Questi assunse la porpora e fu consacrato dal patriarca di Costantinopoli, consacrazione che era un fatto assolutamente nuovo. Si volle forse con essa supplire alla mancanza d'ogni titolo ereditario. Non parendo che bastasse la sola acclamazione dell'esercito, si dette alla Chiesa un'autorità che essa non aveva mai avuta in passato, e della quale seppe meravigliosamente profittare nell'avvenire. Se ne avvantaggiò intanto il nuovo Imperatore, che ben presto dimostrò di essere un uomo atto più a disfare gli altri che a lasciarsi disfare.
Vedendo che l'Italia dal 456 ai primi mesi del 457 era rimasta senza imperatore, egli propose che s'eleggesse Giulio Valerio Maioriano. Questi era stato un altro valoroso soldato di Ezio, era amico di Ricimero; e dopo aver con onore combattuto i Vandali, l'aveva aiutato a deporre Avito, ricevendone in compenso la nomina di _Magister militum_. La proposta della sua elezione fu subito accolta con favore, non tanto da Ricimero, che in sostanza pareva più che altro piegarsi per prudenza alla volontà di Leone I, quanto dai Romani e dal Senato, i quali, dopo un imperatore straniero come Avito, ne vedevano assai volentieri uno che tenevano dei loro. E così il 1º di aprile, presso Ravenna, Maioriano prese la porpora, e subito dopo scrisse al Senato una lettera nella quale, con un linguaggio degno degli antichi tempi di Roma, assicurava che la giustizia, la virtù, la lealtà avrebbero sotto di lui trionfato. E fece quanto potè per mantenere la promessa. Cercò di sollevar le province dalle troppo gravi tasse, sopra tutto dagli arbitrii del fisco, che le rendeva ancora più incomportabili; e tutte le sue leggi furono ispirate da questi nobili sentimenti. Egli sapeva d'essere stato messo sul trono con uno scopo più militare, che politico; appoggiandosi quindi al Senato ed ai Romani, cominciò col tenere a freno le province, sopra tutto i Visigoti, verso i quali die' prova di grande energia in una spedizione che fece nella Gallia.