Le donne che lavorano

Part 7

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Il canto muliebre dopo aver echeggiato forte e selvaggio nelle antiche foreste ed esser salito al cielo dalle are druidiche unito ai sacrifizî cruenti, salì per le eccelse volte delle chiese e dei conventi su in alto col fumo degl'incensi; ed ora sulla scena dei nostri teatri, soggioga col suo fascino una folla plaudente e può dare uno dei maggiori godimenti che si possano desiderare su questa terra.

Se si narra d'Orfeo che riuscì a domare colla musica le fiere, e di David che potè calmare le ire del forsennato Saulle, bisogna dire che la musica abbia una potenza sovrumana.

Quando poi uomini di genio costrinsero i suoni a seguire certe leggi e vi aggiunsero le armonie sgorganti dalle loro anime come limpide acque dalle fonti perenni, la musica si trasformò in arte sublime e quasi divina.

È strano che la donna la quale interpreta con tanta arte la musica altrui, che ha nella gola gorgheggi da usignuolo e sa trarre, colle mani esperte, concenti melodiosi dagli istrumenti più ingrati, non sia mai riuscita a comporre nell'arte musicale, un'opera, non dico sublime, ma nemmeno mediocre.

Può darsi che applicando la mente allo studio dell'armonia, possa in avvenire far sgorgare la poesia che racchiude nell'anima in note melodiose, ma può anche essere che la sua natura si ribelli a tanto sforzo e si contenti della parte d'interprete delle ispirazioni altrui.

In ogni caso per dedicarsi alla musica con profitto, ci vogliono attitudini speciali, e fin troppe fanciulle imparano a tormentare qualche strumento, procurano di trar suoni più o meno grati dal gravicembalo, dall'arpa o dal violino, si contentano anche della chitarra o mandolino, pur di strimpellare qualche cosa, ma in generale non riescono che a tormentare le povere orecchie di chi le ascolta piuttosto che a divertirle.

Non basta saper trarre un suono più o meno armonioso da uno strumento, bisogna che l'artista sappia immedesimarsi in quello come se formassero una cosa sola, e abbia tanta potenza animatrice da dar vita ai suoni che colla sua arte ne ricava.

Chi riesce a far parlare uno strumento, è certo che, oltre all'avere una mente atta a comprendere e a interpretare il linguaggio dei suoni, deve essersi dedicato intensamente al suo strumento al punto da renderlo pieghevole e ubbidiente ai suoi cenni come uno schiavo. Certo specialmente oggidì che la musica è diventata una scienza, si possono contare molti concertisti che riescono colla loro abilità di esecutori, a guadagnare abbastanza per vivere indipendenti ed essere applauditi.

Però la carriera che è il miraggio delle fantasie giovanili, il paese incantato dei sogni, la meta che ognuno vorrebbe toccare, è il teatro.

Non credo che vi sia donna, per quanto ricca e felice, che nell'assistere in teatro al trionfo d'una grande artista, non abbia provato il desiderio di cambiarsi con quell'artista e poter destare colla voce quell'entusiasmo nel pubblico.

È da molti secoli che la donna è accettata sulla scena e anche i più arrabbiati antifemministi l'approvano, la lodano e la incoraggiano, quantunque la donna destinata agli studi incessanti, ai lunghi viaggi, alle prove della scena, molto meno di chiunque altra troverà il tempo per le cure domestiche e per l'educazione dei figli.

Ma l'artista diverte, affascina, appartiene un po' a tutto il pubblico, e in questo, quando si tratta del proprio godimento, ogni altra considerazione scompare. È certo che l'artista è più amata, più desiderata, più acclamata di tutte le altre donne, può aspirare alla situazione più elevata, alle ricchezze più favolose, è libera, indipendente, sirena e regina a un tempo, può essere l'idolo di una folla plaudente, raggiungere tale celebrità e suscitare tanto entusiasmo, come a nessuna donna nelle altre carriere è dato sperare.

Però bisogna notare che per poche che riescono a raggiungere la meta della fortuna e della celebrità, innumerevole è la schiera di quelle che rimangono indietro, e la carriera del teatro è altrettanto bella, luminosa per quelle che riescono, come stentata, piena di dolori e di sciagure, senza pace, senza dignità per coloro che rimangono nell'ombra.

Se sul palcoscenico tutto appare in distanza sfolgorante di splendore e di luce, dietro la scena lo spettacolo è tutt'altro che piacevole, e qualche volta si assiste a scene ignobili e ripugnanti; non è tutto oro quello che risplende sulla scena, anzi vi è molto orpello, e la volgarità e la menzogna regnano sovrane.

Quel mondo sconosciuto a quelli che non lo frequentano, è pieno di sudiciume e di fango, tanto che una donna fine e gentile vi si trova a disagio, e se non è molto avveduta ed attenta, finisce per insudiciarsi anche senza volerlo.

Tutto è falso dietro le scene, come le gemme e le corone delle regine e lo scettro dei re, false le amicizie e le ammirazioni; vi si parla un linguaggio speciale, tanto che molte persone sensibili, provano ripugnanza a vivere in un ambiente corrotto e corrompitore e preferiscono rinunciare alle gioie dell'arte.

Ecco perchè mi pare che la donna debba pensare molto prima di dedicarsi alla carriera del teatro, e più di tutto non debba lasciarsi sedurre dalla speranza di facili applausi e lauti guadagni quella che non riunisce in sè le qualità necessarie per poter riuscire e trionfare; pensi che oltre al grande amore pel teatro, e questo molti lo sentono, e ai doni naturali, come bella voce, grazia nei movimenti, intelligenza speciale, occorre una facoltà innata di saper immedesimarsi nei personaggi che si devono rappresentare, e oltre a tutto anche un po' di fortuna.

In un tempo nel quale era limitato il campo delle carriere concesse alla donna, quelle che sentivano un forte bisogno d'indipendenza e volevano liberarsi dalle meschine occupazioni domestiche e dai legami della famiglia, se avevano voce, studiavano il canto, altrimenti si davano all'arte drammatica, e pur di esser libere, in mancanza di meglio, chiedevano alla danza e alla mimica il mezzo per non morire di fame.

Ora altre vie fortunatamente sono aperte o si apriranno in breve all'operosità femminile, e la donna che non ha in sè elementi quasi sicuri di riuscire, non dovrebbe lasciarsi tentare da una carriera che qualche volta fa salire molto in alto, ma più spesso fa piombare nell'abisso, è fonte di disinganni e per giunta, salvo in certi casi, non è priva di pericoli e d'insidie.

Tutti conoscono la vita delle grandi artiste, sia liriche che drammatiche, la stampa sparge le loro notizie ai quattro venti, si sa come vivono, che cosa mangiano, come viaggiano, di che cosa si occupano; i giornali ne descrivono le vesti eleganti, i gioielli degni di adornare regine sul trono, fanno balenare agli occhi del pubblico come i tesori di Golconda; nel mondo si ripercuote l'eco dei loro trionfi, gli uomini sono ai loro piedi come schiavi, pronti ad ogni sacrifizio, per appagarle, tutte le signore fanno loro festa, ne imitano gli abbigliamenti e procurano d'indovinare il segreto che possiedono per poter, vere trionfatrici, trascinar dietro a sè una folla esultante.

Ma la vita di quelle che al pari delle compagne fortunate si sono date all'arte piene d'illusioni e di speranze e sono rimaste a mezza strada troppo tardi per scegliere un'altra via, chi la racconta? Chi narra le loro sofferenze? Spesso son condannate a patire la fame per vestirsi decentemente; costrette a rappresentare personaggi lieti colla morte nel cuore, non sapendo se potranno sfamarsi il giorno appresso, in balia d'impresarî che pagano poco o non pagano, seminando debiti da cui sono perseguitate lungo il cammino, costrette ad andar raminghe di città in città raccogliendo più disapprovazioni che quattrini, fra le tentazioni di una vita oziosa e vagabonda che fa loro sentire l'amarezza dei disinganni, finchè vinte della vita, muoiono di stenti in un ospedale o vivono gli ultimi anni di elemosina, e scoraggiate e avvilite quasi invidiano la sorte dell'operaia che passa la giornata in un lavoro monotono e quasi meccanico, ma che almeno la tiene occupata e le dà un tozzo di pane.

La vita della scena è come un foco d'artifizio; anche per le artiste che hanno brillato di luce intensa viene il giorno dell'abbandono, il pubblico si volge ad altri astri che sorgono sull'orizzonte, e se non calpesta l'idolo passato, lo dimentica.

Se l'artista ha potuto nei giorni dell'abbondanza metter da parte un po' di quattrini, potrà avere una casa e condurre una vita agiata e senza privazioni materiali; ma sentirà pur sempre un vuoto intorno a sè ripensando ai trionfi passati, se non avrà saputo ornare la mente di utili cognizioni e coltivare nei giorni migliori qualche buona amicizia che riesca a renderle più sopportabili i giorni tristi dell'età matura.

XV.

La donna nella beneficenza e le associazioni femminili.

Il campo della beneficenza è sempre stato aperto alla donna perchè, spinta dal sentimento materno che racchiude nell'anima, nessuno meglio di lei sa proteggere, consolare e sollevare le miserie che affliggono l'umanità.

Però col progresso dei tempi la beneficenza è divenuta nella vita sociale una funzione molto diversa da quello ch'era in passato.

Una volta era l'impulso individuale quello che regolava il principio della carità; era il tempo in cui, nei castelli, nelle case, nelle ville, si vedevano le signore caritatevoli, in certi giorni assegnati, dare l'obolo ai mendicanti che venivano a chiedere alle loro porte, e questo era occasione di parata e vanità per chi dava, e avvilimento per chi riceveva.

Ora tutto è mutato; il sentimento della dignità umana, il miglioramento generale della società, ci spinge a studiare i bisogni e i rimedi che possono diminuire i mali inevitabili della vita. È un vasto campo aperto all'operosità della donna che non ha bisogno di guadagnarsi il pane quotidiano; è un lavoro molto più difficile e importante di quello di dare un soldo al mendico, e il quale richiede molto altruismo. Per riuscire ad essere utili ed efficaci occorre intelligenza, costanza, abnegazione e più di tutto aver studiato profondamente i problemi sociali: prevenire i mali invece di reprimerli, avvicinare il popolo per conoscerne i bisogni e aiutarlo col consiglio e coll'esperienza, proteggere le madri ignoranti, procurare che l'infanzia cresca in ambienti sani e siano seguite le regole dell'igiene, vedere di diminuire le malattie procurando di evitarne le cause, incoraggiare lo studio, inspirare l'amore al lavoro, disciplinarlo, insegnare la previdenza, in modo di fare il possibile di preparare una generazione forte, sana, agguerrita per le lotte dell'esistenza affinchè tutti i naufraghi della vita possano trovare aiuto e assistenza nelle opere sociali.

È un'opera improba che nessuna persona per quanto energica e intelligente potrebbe assumere da sola, senza l'aiuto d'una schiera di compagne di buona volontà per riuscire nell'intento pietoso.

Come la questione economica ha spinto le ragazze borghesi a darsi ad una professione, a cercare un impiego, così il bisogno di aiutarsi a vicenda ha fatto sorgere una quantità di associazioni femminili che moltiplicando le energie, possono portare un largo contributo alla causa femminile e a quella dell'umanità.

Malgrado i pregiudizî che inceppano l'espansione dell'operosità femminile e gli ostacoli che la donna trova ad ogni sua iniziativa, sorse come per incanto una fioritura di associazioni femminili nelle quali si studia, si discute dei problemi sociali, si procura di migliorare la condizione della donna, di elevarla, e si lotta per il suo benessere.

Prima furono le operaie che si riunirono per il loro interesse, e pare fino incredibile come riescano a far valere i loro diritti e sappiano parlare in modo convincente. Altre associazioni forti e potenti si adoprano per il benessere della donna delle classi povere, fra le quali è degna di menzione l'Unione Femminile che sorse a Milano e creò ramificazioni in tutta Italia, le quali come benefici ruscelli portano refrigerio a molte miserie, aiuto ai più deboli. La Federazione delle attività femminili che parte da Roma e anch'essa si dirama in tutto il paese, è in rapporti colle associazioni estere, unisce ogni cinque anni a congresso tutte le donne del mondo che così imparano a conoscersi, ad apprezzarsi, e si trovano riunite in un vincolo di fratellanza scambiando le loro idee e le loro aspirazioni.

Poi, l'Associazione per ottenere il suffragio femminile, che dovrebbe riunire tutte le donne del mondo in una causa tanto giusta che migliorerebbe non solo le condizioni della donna ma del mondo intero. Non parliamo delle associazioni minori dove per intenti speciali i gruppi si riuniscono e si aiutano. A Milano c'è pure un associazione femminile per l'arte. A Milano, Firenze, Roma vi sono circoli di ritrovo per scopi sociali, artistici, intellettuali. Non parliamo dei comitati di beneficenza, dove la donna ha una parte importante; nessuno meglio di lei sa organizzare feste e raccogliere danari per i poveri, però vorrei che non soltanto questa fosse la sua missione. Sta bene raccogliere quattrini, ma poi vorrei fosse capace di amministrarli e distribuirli con giustizia e in modo che fossero un vero aiuto ai più bisognosi. È certo meraviglioso vedere la donna non abituata a lasciare le pareti domestiche tutto ad un tratto frequentare le associazioni, parlare in pubblico e trovarvisi a suo agio; ha ancora molto cammino da fare per allenarsi e comprendere il valore del tempo, intanto dovrà lasciare il difetto di non essere precisa alle sedute e di dimenticare l'argomento principale della riunione divagando in chiacchiere inutili; poi deve lasciar da parte la vanità e non accettare cariche e responsabilità se non si sente di potervi apportare quell'operosità e capacità richieste dallo scopo per cui si è formata la società. Come non è bello disinteressarsene e lasciar fare alle compagne: perchè l'edificio sia solido e duraturo tutte devono portare la propria opera; non basta l'ingegno e l'iniziativa per far prosperare un'impresa, ma è il lavoro costante, assiduo di tutti i membri, l'opera di piccole forze unite e concordi quella che fa prosperare e progredire un'opera sociale.

Col progresso dei tempi certo persuase dall'esperienza che l'unione fa la forza, le associazioni femminili si moltiplicheranno e andranno perfezionandosi, spargendo intorno la loro opera benefica.

XVI.

La donna nelle opere sociali.

Colla rinnovata coscienza sociale, nei circoli femminili venne espresso il voto che anche la donna dovesse dedicare almeno un anno della sua vita alla patria e questo voto fu espresso e approvato nel Congresso femminile del 1914 a Roma.

La donna che esercita una professione, che copre un impiego, quella che lavora nei laboratori o nelle officine, è soggetta già ad una disciplina e raddoppiando la sua operosità e la sua energia, potrà nei momenti difficili, essere utile alla società senza bisogno d'istruzione o di esercizio.

Le signore invece che passano la vita fra gli agi e le distrazioni mondane, si trovano accasciate ed avvilite, quando una sciagura finanziaria colpisce la loro famiglia o una calamità come la guerra, il terremoto o un'altra crisi fatale colpisce il paese, e soffrono doppiamente di non poter recare alcun aiuto efficace, perchè non hanno a tempo imparato a trar partito dalle loro energie. Sono ben fortunate quelle che in cambio della loro opera possono aprire la borsa per sanare tante sciagure, ma più ancora quelle che in tutti i modi si prestano per uno scopo così santo, come quello di mitigare le sventure che colpiscono il proprio paese.

Un indizio del bisogno che la donna prova di occuparsi utilmente e del disagio che soffre restando in ozio, è l'entusiasmo con cui una quantità di signore e signorine frequentano i corsi d'istruzione della Croce Rossa, e poi si offrono come infermiere ai primi sentori di guerra. Quella di assistere i feriti fu fino ad ora la sola funzione permessa e accettata dalla società, favorita dall'indole generosa della donna, quando si tratta di soccorrere i sofferenti e di servire in questo modo il proprio paese.

Ma il male è che non tutte le donne hanno la vocazione di essere infermiere e non basta qualche mese di lezioni date tranquillamente in tempo di pace per renderle atte ad adoperarsi utilmente sui campi di battaglia, fra i disagi e le privazioni d'ogni genere, e passar la giornata negli ospedali assistendo a scene di dolore.

Approvo le scuole per infermiere; esse dovrebbero essere il complemento dell'educazione di tutte le ragazze; nella propria famiglia, fra le persone che ne circondano, avviene spesso la necessità di un pronto soccorso. Saper fasciar bene un braccio malato, disinfettare una ferita, fare un'iniezione o un massaggio con conoscenza di causa, può essere un vero beneficio; ma non tutte le donne possono sopportare le fatiche della guerra, nè lo spettacolo della carneficina delle moderne battaglie. Se è bello lo slancio che le spinge ad arruolarsi fra le schiere della Croce Rossa, ed ammirevole la volontà di agire mentre i compagni combattono per il proprio paese, non dovrebbero presumere troppo dalle loro forze per non prepararsi a qualche disinganno. Quante, in cambio di poche che uniscono la forza fisica alla forza morale, si sentono mancare il coraggio di fronte alla crudele realtà e s'accorgono di essere, invece che un aiuto efficace, persone inutili e causa d'imbarazzo.

Ne diè prova la campagna di Libia: di fronte ad alcune donne veramente abili ed utili, ce ne furono molte le quali servirono d'impaccio, mentre forse in altri riparti avrebbero potuto adoperarsi utilmente.

Le donne tedesche ed inglesi, educate ad una disciplina più pratica e positiva, durante la guerra si rendono utili nel supplire i mariti, fratelli e figli, negli uffici, nelle banche, nei commerci e in tutti i rami delle amministrazioni cittadine.

Le francesi, prive della seria preparazione delle tedesche, suppliscono coll'entusiasmo e col sentimento, lavorano giorno e notte a fare indumenti pei soldati, visitano gli ospedali come consolatrici, portando fiori e leccornie ai feriti, si interessano della loro sorte, mandano notizie alle loro famiglie e li consolano trattandoli come fratelli.

Nel Belgio, spronate dalla necessità del momento, le donne trovarono energie sorprendenti e fecero atti di eroismo, di coraggio e di abnegazione. L'esempio di quella signora che s'improvvisò sindaco e tenne testa al nemico salvando dal saccheggio e difendendo la sua città abbandonata dalle autorità cittadine passerà nella storia; pure in opere più umili si adoperarono le donne belghe, come cucire e lavare la biancheria e gl'indumenti dei soldati, preparare le vivande e procurare, anche facendo i servigi più umili, che per la loro opera fosse diminuita la sciagura piombata sulla loro terra.

Affinchè le forze femminili possano esser adoperate utilmente, devono esser disciplinate: perciò troverei utile che l'idea lanciata in un impeto generoso in tempo di guerra, potesse venir coltivata e realizzata in tempo di pace, e il governo ci mettesse un po' di volontà nell'adoperarsi ad utilizzare tante energie che vanno ora perdute; così la donna con voce più alta, potrebbe reclamare i propri diritti quando avesse come l'altra metà del genere umano il dovere di servire la patria. È appunto dall'età di diciotto a vent'anni, che terminati gli studi, e non ancora formata una nuova famiglia, la donna dovrebb'essere obbligata ad adoperarsi in qualche opera sociale destinata dalle autorità superiori, secondo le diverse attitudini, il grado d'istruzione e la forza fisica.

Quando il lavoro sociale della donna venisse organizzato, le lavoratrici si dividerebbero per squadre secondo la loro indole e la loro istruzione, e così oltre a quelle adibite negli ospedali come assistenti, altre potrebbero essere ammesse nelle pubbliche amministrazioni, altre nelle scuole a curare l'educazione della prima età; quando si fossero per qualche tempo assoggettate ad una disciplina, rinunciando a seguire la propria volontà, abituate ad un orario di lavoro, troverebbero il loro profitto in questa rinuncia di sè a beneficio del proprio paese, e nel caso di bisogno, si potrebbe calcolare sopra una schiera di signore agguerrite e capaci di poter supplire nelle aziende commerciali, negl'impieghi i richiamati pel servizio militare, e in questo modo tener il posto ai mariti e ai fratelli, e così esser utili oltre che al proprio paese anche alla famiglia.

L'entusiasmo con cui tutte le donne vogliono fare le infermiere, è generato da una idea assurda o esagerata. Di fronte ad alcune che hanno a quest'ufficio una vera inclinazione, ve ne sono altre che mancano delle qualità richieste; e dopo aver frequentato lezioni ed ambulanze, vedono rifiutata la loro opera, come è avvenuto in Germania, dove su trenta allieve delle scuole di assistenza ne accettarono soltanto sei, rifiutando le altre che invece d'aiuto sarebbero state d'imbarazzo; ma si vuol seguire la moda e vi si mette un pizzico di vanità. Poi molte ragazze pensano a qualche romanzetto provocato dalla riconoscenza dei giovani curati colle loro manine, e in ogni modo trovano una certa attrazione nell'indossare per qualche tempo il vestito bianco coll'emblema della Croce Rossa; ma è ben altra cosa quando devono passar le notti al capezzale degli infermi, quando vedono morire fra gli spasimi tanta balda gioventù, e sono obbligate a curare piaghe spaventose senza pensare più a sè stesse. A ciò, per molto tempo, non tutte possono resistere, e devono rinunciare ad un'opera a cui si erano accinte con tanto entusiasmo. Ma appunto perchè non si possono improvvisare impiegate, maestre, professioniste, e difficile riesce fabbricarle al momento del bisogno, e perchè trascinati dal rapido svolgersi degli avvenimenti, manca spesso la calma per organizzare i servizi, e le necessità del momento tolgono la visione giusta delle cose; tutte le donne dovrebbero essere iscritte e divise per professioni, provate e pronte per essere chiamate al momento opportuno.

Per iniziativa di alcune istituzioni femminili s'istruiscono donne volonterose in opere sociali diverse, ma se la cosa non partirà dal governo, si avranno organizzazioni incomplete che difficilmente alla prova potranno riuscire di grande utilità, e solo si potrà ottenere qualche aiuto efficace da quelle donne che per il loro ufficio, e pei loro studi, sono state sottomesse ad una disciplina che ora invano si trova fra le mura domestiche, dove alla severità dei tempi passati è subentrata la debolezza; dove i figliuoli troppo accarezzati e contentati nei loro capricci, vogliono comandare e fare la loro volontà, e più non si sottomettono al volere di quelli che hanno più esperienza e per gli anni e per il senno.

In Inghilterra, paese forte e positivo, si forma un reggimento di donne volontarie, che chiedono di combattere a fianco dei loro fratelli, e se non saranno mandate sul fronte di battaglia, sperano almeno di poter seguire l'esercito come telegrafiste, telefoniste, messaggere, esploratrici, automobiliste, oppure scortare i convogli di viveri e difenderli dagli assalti nemici. Molto si può attendere da quella schiera eroica di suffragette che soffrivano anche i tormenti della prigionia e della fame per l'idea delle rivendicazioni femminili; e se esse aiuteranno efficacemente la patria, potranno ottenere molto più, mostrandosi coraggiose e intrepide all'opera di servire il proprio paese, che portandovi la rivoluzione e lo scompiglio.