Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 8

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Quando finalmente Montecassino fu preso e devastato dai Saraceni (A. D. 883), toccò ai monaci di rifugiarsi come in esilio ad aspettare giorni migliori nelle vicine città di Teano e di Capua. Il monaco Erchemperto trasse cogli altri a Capua ed ivi poi scrisse una storia de' Longobardi beneventani la quale incomincia dal duca Arechis e si distende fino all'anno 889 appoggiandosi come di consueto per la parte più antica a Paolo Diacono e ai suoi continuatori. Nato a Teano, Erchemperto entrò fanciullo nel monastero e ne seguì le sorti travagliose in quella età di procelle. Lasciata Capua dopo restaurata la Badia (A. D. 886), pare ch'egli tornasse in breve a quella città, e vi tenesse poi stabilmente dimora, accolto forse in qualche monastero dipendente da Montecassino. Quivi egli longobardo di origine e di aderenze, fu indotto dagli amici suoi a scrivere il suo lavoro e a riferire le vicende dei Longobardi meridionali «dei quali,» egli dice, «a questi giorni nulla si trova degno e lodevole che meriti d'esser notato con verace stile, e perciò io non il governo loro ma l'eccidio, non la felicità ma la miseria, non il trionfo ma la rovina, non come sieno cresciuti ma come si sieno disfatti, non come abbiano superati gli altri ma come dagli altri sieno stati superati e vinti, traendo alti sospiri dall'intimo core, narrerò rozzamente e breve ad esempio dei posteri. E vinto dalle preghiere degli amici, dichiaro che io non solo narro quanto vidi cogli occhi miei, ma e più quanto udii cogli orecchi, imitando l'esempio di Marco e Luca evangelisti i quali piuttosto per quel che udirono che per quello che videro, scrissero gli evangeli.»[75]

Vivente nel teatro della sua storia, talvolta spettatore o vittima dei fatti che narra, e più sovente, amico e uditore di chi ne fu testimonio di vista, Erchemperto produce il suo racconto colla semplicità spedita di chi parla cose familiari alla sua mente. Alquanto rozzo ma non pesante di forma, nella sostanza sincero e credibile, ei ci ragguaglia intorno alle guerre che si aggravavano sull'Italia meridionale ed alle spogliazioni che infliggevano ad essa le orde dei Saraceni e dei Greci i quali ultimi odia e spregia assai peggio dei primi. Il lavoro suo che ci abbandona all'anno 889, aveva un seguito la cui perdita è grave. Di questa perdita ci compensa in qualche modo lo scritto di un anonimo salernitano[76], che ci ragguaglia intorno alla storia dei principati longobardi fino al 974. Egli adopera molto Paolo Diacono ed Erchemperto nella compilazione sua, e solo può considerarsi come fonte originale nell'ultima parte del suo lavoro. Scrittor vivace ma di poca critica, è l'unico cronista a cui possa appoggiarsi in questi anni la storia dell'Italia inferiore. Ciò rende tanto più importuna la interruzione dell'opera di Erchemperto il quale per fermo tra gli scrittori meridionali è il maggiore, e neppure trova, fuor della scuola di Farfa, chi possa paragonarsegli nell'Italia centrale.

Nell'alta Italia due scrittori assai diversi tra loro diedero segno di loro attività letteraria nel campo storico. Un d'essi, il prete Andrea da Bergamo, compilando nell'anno 877 un riassunto della storia longobarda di Paolo Diacono, la continuò fino al suo tempo. Di quante se ne sono menzionate finora questa è forse la scrittura più barbara, talché la esattezza delle notizie la fa pregevole per la parte media del secolo nono ma non vale a salvar dal tedio e dalla fatica chi prende a leggerla[77]. Per contro pochi anni dopo, sullo schiudersi del secolo decimo, ci apparisce innanzi un lavoro di poesia storica il quale lasciandosi indietro a gran pezza ogni altro scritto contemporaneo, rivela d'improvviso una larga conoscenza della lingua latina e degli autori classici. Il poeta si propone per eroe Berengario e celebra le imprese ch'egli sostenne per conquistarsi il regno d'Italia e la corona imperiale. Il poema che s'intitola: Panegyricus Berengarii è veramente un panegirico, e l'autorità sua come fonte storica per chi lo pigli da solo, non ha gran valore. Con molta finezza l'autore si studia di far sempre apparire legittima ogni pretesa di Berengario, e di palliare coi versi il signoreggiar della forza sopra ogni pretesa di diritto. Ma se non si vuol dar cieca fede alla storia di questo poema, certo come produzione letteraria, ragguagliandolo alla stregua dei tempi, è lavoro mirabile. Fu composto, per quanto pare, a Verona tra l'anno 916 e il 924 da un maestro di grammatica il cui nome è rimasto ignoto. Non può affermarsi con sicurezza se l'autore fosse laico od ecclesiastico, ma l'ignoranza che prevaleva allora nel clero italiano, indurrebbe piuttosto a farlo ritener laico. Postosi innanzi gli esempi d'Omero, di Virgilio e di Stazio, egli racconta sulle orme loro le imprese dell'eroe fino alla sua coronazione in Roma. Tra i frequenti difetti di costruzioni stravolte e d'espressioni ricercate ed oscure, gli esametri suoi tutti fioriti d'emistichii e di versi classici son messi insieme con abilità sufficiente. Composto per essere letto e studiato nelle scuole di grammatica, questo panegirico ebbe l'onore di un commentario contemporaneo che lo spiega nei passi men facili. Anch'esso questo commentario è notevole per la buona conoscenza che mostra della letteratura classica, e ancor più per un certo modo di commentare che indica come coloro ai quali il commento si dirigeva, possedessero pure nozioni classiche non troppo scarse nè vili[78].

Dinnanzi a questo poema e ai segni di sapere che intorno a questo tempo appariscono sparsi qua e là in Italia, viene naturale il domandarsi quale fosse allora lo stato della cultura italiana. È egli ben vero che l'Italia fosse ottenebrata dalla profonda barbarie indicata dalle scarse e ruvide scritture ecclesiastiche che ci avanzano di quei secoli? A questa domanda, dopo il Tiraboschi e il Giesebrecht, ha risposto con tanta giustezza l'alemanno Wattenbach che mi stimerei in colpa s'io togliessi ai lettori una bella pagina esponendo con parole mie le sentenze di quell'insigne maestro:

«Noi ci troviamo innanzi ad una cultura» così egli parla «che non trae origine dalla Chiesa ma è nutrita da quegli isolati grammatici di cui l'attività non cessò mai in Italia. È merito di Guglielmo di Giesebrecht l'avere indicato per la prima volta come queste scuole rimanessero sempre in Italia e spargessero un grado di cultura tra i laici sconosciuto dall'altro lato delle Alpi. In Italia, dice Wipone nell'undecimo secolo, tutti i fanciulli vanno regolarmente a scuola, e soltanto in Germania si stima cosa inutile o sconveniente l'educare un fanciullo s'egli non è destinato alla Chiesa. I laici italiani leggevano Virgilio ed Orazio, ma non scrivevano libri, e intanto il clero parte s'immergeva nell'ignoranza e parte si consacrava troppo agli affari politici per affannarsi dietro agli sforzi eruditi di quel tempo. Per tal modo si spiega il difetto di produttività letteraria e la povertà della attuale letteratura, mentre d'altronde per quel panegirista, e alquanto più tardi per Liudprando, apparisce una piena maravigliosa di erudizione classica e grande abilità d'espressione, massime nel verseggiare che era oggetto precipuo della cultura scolastica. Alcuni del clero gustavano avidamente il frutto proibito, ma generalmente il clero stava contro questo movimento in cui non senza ragione riconosceva un elemento pagano. La scienza non era qui presa a servizio della Chiesa: essa teneva una posizione indipendente ma era quasi esclusivamente di una natura formale e però essenzialmente improduttiva.»[79]

Col sorgere della dominazione degli Ottoni (A. D. 961), si chiude il faticoso ciclo storico di cui sono venuto descrivendo le fonti man mano che le raccoglievo di qua e di là secondo che mi riusciva. La fiacca dominazione dei successori di Carlomagno, scemando in Italia le forze della monarchia, aveva per guisa accresciute quelle dei nobili, che a poco a poco essi fatti come indipendenti guerreggiavan tra loro disputandosi il potere supremo. Così crebbero quei fieri e potenti signori d'Ivrea, del Friuli, della Toscana, di Spoleto, i quali oramai fuor d'ogni soggezione dall'Impero ambivano al regno. Sono di questa età le lotte di Berengario duca del Friuli con Guido e Lamberto di Spoleto pel trono d'Italia, e le dispute tra loro e i principi tedeschi e francesi per la corona imperiale (A. D. 888-924), e i regni turbolenti e tirannici di Rodolfo, Ugo, Lotario di Provenza, e, per ultimo, di Berengario II. Tra queste lotte pativa oppressa l'Italia, mentre a Roma gli Alberichi e Marozia trascinavano nel fango il Papato di cui s'erano fatti padroni (A. D. 924-961). A questo punto le tenebre cominciano a diradarsi e succede l'età dei tre Ottoni sassoni i quali tennero l'Impero e ressero Italia per quarant'anni circa, dal 961 al 1002. Non è di questo luogo esaminare i vantaggi e i danni di questa dominazione, e come con essa si stringesse inestricabilmente quel vincolo tra Italia e Germania per cui la storia delle due nazioni quasi si confonde in un cumulo doloroso di vicende piene di miseria e di sangue. Giovi qui soltanto accennare come Ottone il Grande per abbassare la potenza dei nobili aiutò lo svolgersi delle libertà comunali, e nelle città accrescendo le attribuzioni politiche dei vescovi, sostituì in certo modo la forza di una nobiltà elettiva a quella di una nobiltà ereditaria. Da ciò le aderenze degli Ottoni tra gli uomini di chiesa e massimamente tra i vescovi dell'alta Italia. Tra questi campeggia Liudprando vescovo di Cremona che si fece storico di quei tempi[80]. Simile in ciò ai più antichi scrittori di cui si è trattato, Liudprando ebbe parte non ultima nella vita pubblica. Nacque verso il 920 in Lombardia e, secondo alcuni, fu propriamente pavese. Perdette nella infanzia il padre, e fu educato con molta cura dal suo patrigno, uomo, come egli ci narra, grave di costumi e pieno di sapienza[81], le quali parole ricordano quel che s'è detto sulla cultura del laicato italiano. Nell'anno 931 raccomandato al re Ugo come fanciullo ricco d'ingegno e dotato di bella voce, fu ammesso alla corte regia. Guadagnatosi il favore del re, prese più tardi la via ecclesiastica e fu ascritto tra i diaconi della chiesa di Pavia. Quando nel 945 Ugo abbandonò in fuga il regno, Liudprando potè ottenere onorata posizione alla corte del nuovo re Berengario II. Sembra che per qualche tempo anche questo sovrano ne tenesse in pregio le doti e si servisse di lui volentieri. Negli anni 949-950 fu inviato a Costantinopoli in imbasciata e a siffatta legazione parevano designarlo particolarmente i suoi studî e le tradizioni di famiglia perché già il padre e il patrigno suo avevano entrambi disimpegnato lo stesso ufficio. Il viaggio gli giovò mirabilmente a farsi pratico delle usanze e delle istituzioni dei Greci, e a procacciarsi una conoscenza piena di lor lingua e di loro letteratura da cui doveva trarre gran giovamento più tardi. Quando fu ritornato in patria alienò da sé fino all'odio Berengario e la regina Willa ma non se ne sanno i motivi, e fu costretto a rifugiarsi in Germania dove il sassone re Ottone I lo accolse onorevolmente. Nell'esilio si rese familiare la lingua tedesca che anch'essa gli riuscì poi di grande vantaggio nella trattazione degli affari a cui fu chiamato allorché Ottone spinto dai suoi grandi destini scese in Italia. Nell'anno 956, mentre ancora era a corte in Germania si strinse d'amicizia con Recemundo vescovo di Elvira il quale lo consigliò d'intraprendere la storia dei suoi tempi. Maturato un pezzo il consiglio, Liudprando dopo due anni cominciò a Francoforte il suo lavoro. L'odio che nutriva verso Berengario e Willa, gli suggerì il titolo del libro e lo chiamò _Antapodoseos_, o libro della restituzione, volendo significare ch'egli avrebbe restituito bene per bene agli amici e male per male a chi lo aveva cacciato in esilio. I sei libri dell'Antapodoseos furono scritti interrottamente tra il 958 e il 962 in luoghi e tempi diversi. Incominciando dall'anno 888, data abbastanza vicina all'autore per ottener verbalmente le testimonianze contemporanee o quasi contemporanee, egli racconta la storia dei fatti accaduti in Europa. È un libro curiosissimo nel quale gli avvenimenti dei diversi paesi si seguono e s'incalzano con grande abbondanza e con ricchezza di particolari maravigliosa. Naturalmente le cose d'Italia occupano la parte maggiore dell'opera, ma la vasta tela di essa abbraccia luoghi e persone lontane. Italiani, Tedeschi, Saraceni, figure e storie d'ogni maniera dagli atti di papi e d'imperatori fino a quelli del volgo, racconti di battaglie, esempi di virtù, pitture di scandali osceni, v'è un po' di tutto nel libro, ed anco è notevole che le leggende occupano in esso piccolissimo luogo. La narrazione giunge fino all'anno 950 dove il sesto libro dell'Antapodosi rimane interrotto. Liudprando s'era proposto di condur l'opera fino ai tempi del suo esilio, ma la gran mole degli affari che gli venne sopra, e forse, come pensa il Dümmler, l'odio suo placato per la caduta di Berengario, lo distolsero dal continuare. Le sorti della sua vita s'erano mutate. La nazionalità sua, l'ingegno pronto e versatile, l'attitudine agli incarichi diplomatici, la familiare conoscenza di varie lingue, lo chiamavano alle cose di Stato. Nell'anno 961 Ottone il Grande sceso appena in Italia lo aveva preposto alla sede vescovile di Cremona. Da quel tempo egli fu in mezzo a tutti gli affari d'Italia e alle relazioni d'Ottone colla Grecia. Nell'estate dell'anno 964 andò a Roma legato al papa Giovanni XII e di lì a breve si trovò con Ottone presente al Concilio dove quell'indegno pontefice fu deposto, e toccò a lui d'interpretare ai vescovi italiani il discorso del monarca tedesco. Partecipò alle elezioni di Leone VIII e alla deposizione di Benedetto V suo competitore. Di tutti questi avvenimenti occorsi sotto gli occhi suoi tra il 960 e il 964, egli scrisse la storia per comando dello stesso imperatore in un libro intitolato _Historia Ottonis_. Forse la dignità delle cariche a cui era salito e la parte presa alle cose narrate, contribuirono a rendere questo scritto assai più calmo e scevro da quella passione di parte che fa così acre l'Antapodosi. Nè ciò giova solo a diminuirgli d'assai il difetto di parzialità onde è accusato, ma aggiunge se è possibile evidenza di colorito al suo racconto. La deposizione di Giovanni XII, per esempio, è narrata in modo così vivo e spiccato, che leggendola par d'assistere al Concilio che la decretò. Dopo aver descritte le differenze per le quali l'imperatore e il papa erano venuti a termini inconciliabili, e come il pontefice non solo non avesse badato alla sua legazione, ma, contro i patti, avesse accolto Adalberto figlio di re Berengario entro le mura stesse di Roma, Liudprando prosegue:

«Mentre accadean tali cose, la costellazione del Cancro ardua per gli accesi raggi di Febo allontanava l'imperatore dai castelli romani, ma quando la costellazione della Vergine tornando portò seco la stagion grata, egli invitato segretamente dai Romani venne a Roma (A. D. 963). Ma perché dirò «segretamente» quando la maggior parte degli ottimati invase il castel di San Paolo e invitò il santo imperatore dando perfino gli ostaggi? A che indugiarsi in parole? Accampatosi l'imperatore presso alla città, il papa e Adalberto se ne fuggon da Roma. I cittadini accolgono nella città il santo imperatore con tutti i suoi, promettono fedeltà, aggiungendo e giurando fermamente ch'essi mai non eleggerebbero il papa nè l'ordinerebbero senza il consenso e la elezione del signore imperatore Ottone cesare augusto, e del figlio di lui il re Ottone.

«Dopo tre giorni, chiedendolo del pari i vescovi romani e la plebe, si fa grande adunanza nella Chiesa di San Pietro, e coll'imperatore sedettero gli arcivescovi, di quei d'Italia: Rodaldo diacono per Ingelfredo patriarca d'Aquileia trattenuto colà, come suole accadere, da una improvvisa malattia, e Gualperto di Milano e Pietro di Ravenna; di quei di Sassonia: Adeltac arcivescovo, e Landoardo vescovo Mimendense; di Francia Otcherio vescovo di Spira; dell'Italia i vescovi Uberto di Parma, Liudprando di Cremona, Ermenaldo di Peggio.» E qui segue una lunga lista di vescovi quasi tutti italiani e dei preti e cardinali romani che si trovarono al concilio oltre ai rappresentanti della nobiltà e del popol di Roma menzionati anch'essi nella lista, dopo la quale Liudprando ripiglia il suo racconto:

«Sedutisi adunque costoro e fattosi un gran silenzio, così sorse a dire il santo imperatore: ‘Quanto sarebbe acconcio che a tanto chiaro e santo concilio si trovasse presente il signor papa Giovanni! Però avendo egli rifiutata la compagnia vostra, noi consultiam voi, o padri santi, che avete seco comune la vita e gl'interessi.’ Allora i pontefici romani e i cardinali preti e diaconi con tutta la plebe universale esclamarono: ‘Ci maraviglia che la santissima prudenza vostra voglia farci scrutare quello che non è nascosto agli Iberici nè ai Babilonesi, nè agli Indi. Costui non è già di coloro che vengono in veste di agnello e dentro son lupi rapaci: egli infierisce così apertamente, tratta così in palese i suoi diabolici affari che non usa andare in circuito.’ L'imperatore rispose: ‘A noi par giusto che le accuse siano espresse nominatamente, e quindi si tratti di comune consiglio ciò che dobbiamo fare.’ Allora sorgendo Pietro cardinale prete, attestò che egli l'aveva veduto celebrar la messa senza comunione. Giovanni vescovo di Narni e Giovanni cardinale diacono, dichiararono d'averlo veduto ordinare un diacono in una stalla di cavalli e non nelle proprie ore. Benedetto cardinale diacono con altri condiaconi e preti dissero ch'ei sapevano che egli faceva a prezzo ordinazioni di vescovi, e che aveva ordinato vescovo un fanciul di dieci anni nella città di Todi. Dissero non esser necessario indagare sui sacrilegî perchè ne avevano veduto più di quanto potrebbero apprendere udendo. Dissero degli adulterî.... Dissero che aveva esercitata pubblicamente la caccia; che avea privato degli occhi Benedetto padre suo spirituale talché ei n'era morto indi a poco; che aveva evirato e ucciso Giovanni cardinale suddiacono; e attestarono che avea fatti incendi, cinta la spada, vestito l'elmo e la lorica. Che avea bevuto per amor del demonio lo acclamarono tutti, chierici e laici. Dissero che giuocando ai dadi aveva invocato l'aiuto di Giove e di Venere e degli altri demoni. Dichiararono ch'egli non avea celebrato mattutino e le ore canoniche, e ch'ei non si muniva col segno della croce.

«Udito ciò l'imperatore, poiché i Romani non potevano intendere il linguaggio suo sassone, impose a Liudprando vescovo di Cremona di esprimere a tutti i Romani quanto segue in latino. Onde quegli sorgendo incominciò: ‘Spesso accade, e noi per esperienza crediamo, che gli uomini costituiti in dignità sieno macchiati d'infamia dagli invidiosi, ché il buono spiace ai malvagi come il malvagio ai buoni. E ciò è cagione che ci sembri dubbia questa accusa contro il papa, che ora lesse e fece con voi Benedetto cardinale diacono, incerti se essa prorompa da zelo di giustizia o da livore d'empietà. Onde coll'autorità della dignità concessa a me indegno, io vi prego per quell'Iddio che pur volendo niuno può ingannar mai, e per la santa madre di lui Maria Vergine intemerata, e pel corpo preziosissimo del principe degli apostoli nella cui Chiesa si tiene questo discorso, che non si lanci al signor papa accusa nessuna di colpe ch'egli non abbia commesse e che non sieno state vedute da uomini provatissimi.’ Allora i vescovi, i preti, i diaconi e il rimanente clero e tutto il popolo dei Romani come un sol uomo dissero: ‘Se e quanto lesse Benedetto diacono, e indegne cose anche maggiori e più turpi non commise Giovanni papa, non ci assolva dai legami dei peccati nostri Pietro principe beatissimo degli apostoli che chiude il cielo agli indegni e l'apre ai giusti, ma ci annodi il vincolo dell'anatema e nel giorno novissimo siam posti dalla parte sinistra con coloro che dissero al signore Iddio: Allontanati da noi, non vogliamo la scienza delle tue vie. Che se non concedete fede a noi, almeno dovete credere all'esercito del signor imperatore, a cui quegli andò incontro cinque giorni or sono cinto di spada e armato di scudo, di elmo e di lorica.’ Allora disse il santo imperatore: ‘Tanti sono i testimoni di ciò quanti i combattenti nell'esercito nostro.’ La Santa Sinodo disse: ‘Se piace al santo imperatore si mandino lettere al signor papa, che venga e si purghi da tutte queste accuse.’ Allora gli fu mandata questa lettera:

«‘Al sommo pontefice e papa universale Giovanni signore, Ottone per concessione della clemenza divina imperatore augusto, cogli arcivescovi e vescovi di Liguria, Toscana, Sassonia e Francia, nel nome del Signore. Venuti a Roma per servigio di Dio, avendo richiesto intorno alla vostra assenza i figliuoli vostri, cioè i vescovi romani, i cardinali preti e diaconi, e tutta la plebe universa, per quale cagione non volevate veder noi che siam difensori di vostra Chiesa e vostri, tali e così oscene cose ci riferirono di voi, che ci farebbero vergogna se si dicessero d'un istrione. Delle quali, per non tenerle nascoste alla grandezza vostra, descriveremo qui alcune brevemente, che se volessimo specificarle tutte, un sol giorno non ci basterebbe. Sappiate adunque che non da pochi, ma da tutti, così dell'ordine nostro che dell'altro, voi siete accusato d'omicidio, di spergiuro, di sacrilegio e d'incesto. Dicono anche, e fa raccapriccio a udirsi, che avete bevuto per amor del diavolo, e che al giuoco dei dadi avete invocato l'aiuto di Giove, di Venere e d'altri demoni. Ora noi preghiam vivamente la paternità vostra che non lasciate di venire a Roma e di purgarvi da tutte queste accuse. Se per avventura temete la violenza della moltitudine temeraria, noi vi promettiamo con giuramento che non si farà nulla fuor della sanzione dei santi canoni.’

«Colui avendo letta questa lettera scrisse questa apologetica: ‘Giovanni vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i vescovi. Abbiamo sentito dire che voi volete fare un altro papa; se ciò farete io vi scomunico da parte di Dio onnipotente per modo che non abbiate licenza di ordinar nessuno nè di celebrar la messa.’»[82]

Allorché questa rozza lettera fu letta in Concilio, spiacque del pari per la forma e per la sostanza. Fu stabilito che l'imperatore e con lui tutta la sinodo intimassero a Giovanni di venire in Roma alle discolpe, minacciandogli di deporlo se non si piegasse. La lettera d'intìmo come era stata concepita fu subito scritta con vigore fermo di pensiero e di stile. Respingeva sdegnosa la scomunica papale con acerbi rimproveri per l'inconsulta ingiuria fatta all'assemblea, affermava l'autorità di questa a minacciar lui di scomunica se non compariva, e concludeva paragonandolo a Giuda di cui l'autorità apostolica era cessata col tradimento. Il messaggio fu affidato ai cardinali Adriano e Benedetto e questi si mossero subito per andarlo a recare.