Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 6

Chapter 63,364 wordsPublic domain

«Il quale posciaché seppe che Pertarito fuggendo era arrivato in Scizia e dimorava presso del Kan, a quel medesimo Kan re degli Avari mandò dicendo per suoi ambasciatori, che se ricoverasse Pertarito nel regno suo, non potrebbe mantener più quella pace che s'era mantenuta fino ad allora tra i Longobardi e lui. Udendo ciò il re degli Avari chiamato Pertarito dissegli ch'egli andasse pure in qual parte gli piaceva ma che gli Avari non avean da contrarre nimicizie coi Longobardi. E Pertarito in udir ciò si rivolse all'Italia per tornarsene a Grimoaldo perché aveva udito ch'egli era clementissimo. Pervenuto adunque alla città di Lodi, prima di sé mandò a re Grimoaldo, Unulfo un fedelissimo uom suo che gli annunziasse la sua venuta. Unulfo quindi presentandosi al re gli annunziò che Pertarito veniva a mettersi nella sua fede. La qual cosa udendo colui promise sicuramente ch'egli non patirebbe alcun male poiché veniva alla fede sua. In questa venendo Pertarito, entrato presso Grimoaldo, mentre voleva buttarglisi a' piedi, il re clemente lo trattenne e lo sollevò all'amplesso suo. A cui Pertarito: ‘Io son tuo servo, gli dice; sapendoti cristianissimo e pio, mentre potea viver tra i pagani, m'affidai alla tua clemenza e ti venni innanzi.’ A cui il re col solito suo giuramento così promise dicendo: ‘Per colui che mi fe' nascere, posciaché tu venisti alla mia fede, in niuna cosa tu patirai male, ed io così ordinerò le tue cose che tu possa vivere onoratamente.’ Quindi assegnandogli ospizio in una casa spaziosa gli disse di riposarsi dopo il travaglio del viaggio, e impose che gli si somministrasse largamente dal denaro pubblico il vitto e ogni cosa necessaria. Ma poiché Pertarito fu andato alla casa apparecchiatagli dal re, subito cominciarono torme di cittadini pavesi ad accorrer quivi o per vederlo, o, quelli che già lo conoscevano, per salutarlo. Però dove non giungono le male lingue? Imperocché tosto alcuni adulatori maligni recatisi al re gli sussurrano che s'ei non toglierà prestamente Pertarito di vita, egli stesso perderà in breve e regno e vita, asseverando che perciò tutta la città accorreva a lui. Udito ciò Grimoaldo troppo credulo e dimentico delle promesse, s'accende subito al pensiero d'uccider Pertarito e fa consiglio del come ucciderlo l'indomani poiché l'ora era omai troppo tarda. In sul vespro gli invia diversi cibi, scelti vini e bevande di varie maniere, affinché abbandonatosi quella notte al molto bere e sepolto nel vino non valesse a badare in nulla alla salvezza sua. Allora un tale ch'era stato ai servigi di suo padre, avendo recato a Pertarito le regie vivande, inchinando il capo fin sotto la mensa quasi a salutarlo, segretamente gli annunziò che il re aveva divisato d'ucciderlo. E Pertarito subito comandò al suo coppiere che nella tazza d'argento null'altro gli versasse fuorché un po' d'acqua. E poiché coloro che gli portavano le varie bevande lo pregavano a nome del re che si bevesse tutta la fiala, quegli promettendo di berla tutta in onore del re, libava un po' d'acqua nel calice d'argento. Quei ministri annunziando ciò al re e ch'egli beveva avidissimo, il re lieto rispose: ‘Beva quel briacone; domani renderà quel vino medesimo misto col sangue.’ Pertarito intanto chiamato a sé subito Unulfo gli narrò la trama del re per ucciderlo. Unulfo subito mandò a casa sua un ragazzo che gli portasse i panni del letto e si fe' apparecchiare un letto presso quello di Pertarito. Nè andò un pezzo e Grimoaldo diresse i suoi satelliti a circondar la casa dove Pertarito dormiva talché non potesse scampare in alcun modo. E finita la cena e tutti usciti, rimanendo soli Pertarito, Unulfo e il guardarobiere di Pertarito che gli era fedele davvero, essi s'aprono con lui e lo supplicano che, mentre Pertarito fuggirà, egli, il più lungo tempo che potrà, entro la stanza da letto finga di dormire. E promettendo quegli di far così, Unulfo impose sulle spalle e sul collo a Pertarito i panni del letto e la coltrice e una pelle d'orso, e secondo l'accordo cominciò a cacciarlo fuor della porta ingiuriandolo forte e per giunta battendolo colla verga, senza cessar mai di sgridarlo, talché colpito e spinto ruzzolava spesso a terra. E interrogandolo di ciò i satelliti regi che eran lì posti a custodia: ‘Questo servo cialtrone, rispose Unulfo, mi avea collocato il letto nella stanza di codesto briacon Pertarito, il quale è così pien di vino ch'ei giace come morto. Mi basta d'aver seguita finora la pazzia sua, d'ora innanzi, finché viva il re, io nella propria casa, mi rimarrò.’ Udendo tali cose coloro e credendole vere se n'allietarono, e dando luogo a lui e a Pertarito, che stimavano essere un servo e che per non farsi conoscere avea il capo coperto, li lasciarono andare. Mentre essi andavano, quel fedelissimo guardarobiere chiusa bene la porta se ne rimase dentro solo. Unulfo intanto calò con una fune Pertarito giù da quel lato delle mura che è verso il Ticino, e l'associò a que' compagni che potè raccogliere. I quali tolti que' cavalli che trovaron lì alla pastura, corsero in fretta quella stessa notte ad Asti dove Pertarito aveva amici i quali si mantenevano tuttavia ribelli a Grimoaldo. Quindi movendo quanto più presto poté a Torino, superati i confini d'Italia giunse alla patria dei Franchi. Così Iddio onnipotente per disposizione di misericordia e strappò un innocente alla morte e salvò da colpa il re che nell'animo suo desiderava di far bene.

«Ma Grimoaldo stimando che Pertarito dormisse nella dimora sua, tra questa e il suo palazzo fece distendere una schiera d'uomini per far passare Pertarito in mezzo a loro affinché non potesse fuggire in nessun modo. E venendo i messi del re a chiamar Pertarito a palazzo, e picchiando alla porta dove e' credean che si stesse dormendo, quel guardarobiere che stava dentro li pregava dicendo: ‘Abbiategli misericordia e lasciatelo dormire alquanto perché stanco ancora del viaggio è oppresso da sonno gravissimo.’ E annuendo quelli riportarono al re che Pertarito dormiva tuttavia un grave sonno. Egli allora: ‘Così s'è caricato iersera che adesso non può tenersi sveglio.’ A quelli tuttavia impose che svegliatolo subito lo conducessero a palazzo. I quali recatisi all'uscio della stanza dove speravano che Pertarito riposasse, incominciaron più forte a picchiare. Allora il guardarobiere di nuovo prese a pregarli che concedessero ancora a Pertarito di dormire un poco. Quelli irati esclamando che ormai il briacone avea dormito a sufficienza, rompono a calci l'uscio della stanza ed entrati cercano nel letto Pertarito. Non trovandolo chiedono al guardarobiere che cosa fosse di Pertarito e quegli rispose ch'egli era fuggito. Furenti a ciò lo prendono pe' capelli e tra le percosse lo strascinano a palazzo, e condottolo alla presenza del re, lo dichiarano conscio della fuga di Pertarito e però degnissimo di morte. Il re comanda che lo lascino e s'informa ordinatamente in qual modo Pertarito sia scampato. Quegli riferisce ogni cosa come s'era fatta. Il re interrogò allora i circostanti dicendo: ‘Che vi par di quest'uomo che fece una siffatta cosa?’ E tutti a una voce risposero ch'egli era degno di morir fra mille tormenti. Ma il re: ‘Per colui che mi fe' nascere, disse, degno è d'essere ben trattato quest'uomo che non ricusò di consacrarsi a morte per la fede del suo signore.’ E tosto comandò che l'annoverassero tra i suoi guardarobieri ammonendolo che gli serbasse la stessa fede che aveva serbata a Pertarito e promettendo di largirgli ogni agio. Chiedendo poi il re che fosse avvenuto d'Unulfo, gli dissero che s'era rifugiato nella Chiesa del Beato Arcangiolo Michele. Il re mandò subito per lui promettendogli spontaneo che non patirebbe alcun male, ma ch'ei venisse sulla sua fede. Unulfo poi udendo una tale promessa del re, subito venne a palazzo e gettatosi ai piedi del re fu interrogato da lui come e qualmente Pertarito avesse potuto scampare. Ma quegli avendo riferita ogni cosa per ordine, il re lodando la fede e la prudenza sua, gli concesse clemente tutte le sue facoltà, e quanto poteva avere.

«Il re poi dopo qualche tempo interrogando Unulfo s'egli volesse allora esser con Pertarito, quegli giurando disse che piuttosto vorrebbe morir con Pertarito che vivere altrove nelle maggiori delizie. Allora il re interrogò anche il guardarobiere chiedendo s'egli trovava migliore lo star con lui in palazzo o andar seguendo Pertarito nell'esilio. E avendo quegli risposto il medesimo che Unulfo, il re accogliendo benignamente le parole loro e lodando la loro fede disse ad Unulfo che dalla casa sua prendesse quanto piacevagli, cioè garzoni, cavalli e suppellettile diversa, e se ne andasse illeso a Pertarito. Nel medesimo modo licenziò anche il guardarobiere. I quali secondo la benignità regia pigliando a sufficienza tutte le cose loro, coll'aiuto del re medesimo si recarono nella patria de' Franchi al diletto lor Pertarito.»

Nè qui finisce questa drammatica storia. Qualche anno più tardi Pertarito sentendosi mal sicuro nella terra Franca pensò d'andarsene in Inghilterra. Frattanto Grimoaldo morì d'una ferita ch'egli avea cagionata a sè stesso nel tirar d'arco, e fu sospettato che i medici l'avessero avvelenata mentre mostravano di curarla. «Questi, conclude Paolo parlando di lui, all'editto composto da re Rotari aggiunse alcuni capitoli di legge che gli parvero utili. Fu egli validissimo di corpo, innanzi a tutti per audacia, calvo del capo, lunga la barba, non meno ornato di consiglio che di forza. Il corpo suo fu sepolto nella basilica del beato Ambrogio confessore, già fabbricata da lui entro Pavia. Un anno e tre mesi dopo la morte del re Ariperto egli avea invaso il regno dei Longobardi, e regnò nove anni lasciando re in età ancor puerile Garibaldo un figliuolo che da lui avea generato la figlia del re Ariperto. Adunque, come avevamo incominciato a dire, Pertarito lasciata la Gallia, salì una nave per passar nell'isola britannica al regno dei Sassoni. E già aveva alquanto navigato in mare, quando fu dalla riva udita una voce chiedente se Pertarito si trovasse in quella nave. E risposto ch'ei v'era, colui che chiamava, soggiunse: ‘Ditegli che egli se ne torni alla patria sua: già fan tre giorni oggi da che Grimoaldo fu tolto alla luce.’ Udendo ciò Pertarito subito tornò indietro ma giunto al lido non potè trovar la persona che avevagli annunziata la morte di Grimoaldo, onde fe' stima colui non essere stato un uomo ma un nunzio celeste. E quindi, movendo verso la patria, giunto ai confini d'Italia trovò che l'aspettavano palatini ossequi ed ogni regia dignità con grande moltitudine di Longobardi. Adunque tornato a Pavia, tolto del regno il fanciulletto Garibaldo, fu da tutti i Longobardi sollevato al regno nel terzo mese dopo la morte di Grimoaldo. Era egli uomo pio, cattolico di fede, tenace della giustizia, e dei poveri nutritore larghissimo. Il quale subito mandò a Benevento e richiamò di quivi Rodolinda consorte sua e Cuniperto suo figlio.»[58] Dagli esempi che son venuto recando non sarà malagevole al lettore il figurarsi i pregi principali e i difetti di Paolo e come scrittore e come storico. Nato quando le lettere latine erano cadute nel folto della barbarie, egli al paragone de' suoi tempi è scrittore assai buono ma non è da aspettarsene quella purezza sicura che abbellisce lo stile di latinisti fioriti in età diverse. Poeta gentile e talora perfino elegante egli adopera la lingua latina colla facilità nativa di chi l'ha usata fanciullo ancorché talvolta pecchi di qualche errore. Di stile è disugualissimo, e la disuguaglianza per lo più deriva dalle fonti a cui egli attinge spesso copiando. Generalmente egli è chiaro, ma si incontrano nel suo libro taluni passi intralciati e in tal modo oscuri, che dopo infiniti lavori tormentano ancora la fantasia e la pazienza degli eruditi a cui tocca d'interpretarli. Ama il vero con ardore di uomo onesto, ma ripete credulo le leggende e i racconti favolosi che ha trovato sparsamente nelle cronache o nelle tradizioni nè cerca d'alterarli togliendo ad essi o aggiungendovi nulla. E ciò è un gran pregio e tanto più gliene dobbiamo esser grati quanto più la cultura sua, vastissima pe' suoi tempi, poteva tentarlo ad una narrazione più ricercata e artificiosa che ne avrebbe insieme distrutto il fascino e il merito storico. Così com'essa è la sua narrazione ha un valore immenso che s'accresce per l'uso ch'egli fece degli scritti perduti oramai senza speranza di Secondo di Trento. Il lungo e vario commercio di pensieri e d'affetti ch'egli ebbe con uomini e paesi assai diversi tra loro, lo trae quasi per istinto ad allargar la tela del suo racconto e a largamente giovarsi di altri scrittori per narrar fatti lontani da lui di tempo e di paesi. Perciò oltre che alla _Origo_ e all'abbate Secondo, egli attinge sovente a Gregorio di Tours, a Beda il venerabile, alle vite dei Pontefici, alle opere di Gregorio il Grande e d'altri somiglianti scrittori. L'amore della verità che lo animava, i viaggi, le molte cose vedute, l'accesso familiare alle corti dei Longobardi e dei Franchi, gli agevolarono il mezzo di raccogliere le tradizioni del passato, mentre la fantasia vivida e la ingenuità sua lo muovevano a dipingerle al vero. Quanto ha di plausibile la _Historia Langobardorum_ vuolsi riputar grave e degno d'esame maturo, e quanto v'ha di non plausibile in essa, bene dipinge e fedelmente gli antichi costumi dei Longobardi, a quel modo che la vecchia Scozia meglio che da ogni storico ci rimane innanzi dipinta dal maraviglioso pennello del suo gran romanziere.

CAPITOLO III

Decadenza della cronografia italiana — Il «Liber Pontificalis» — «Gesta Episcoporum Neapolitanorum» — Agnello Ravennate — Scritti polemici di Ausilio e Vulgario — I monasteri e le invasioni saraceniche — Farfa: la «Constructio,» le vite dei santi Vulturnensi, la «Destructio» — Montecassino: il «Chronicon Sancti Benedicti Casinensis» — I cataloghi e le traslazioni dei Santi — La Historia di Erchemperto e l'Anonimo Salernitano — Andrea da Bergamo — Panegirico di Berengario — Stato della cultura laica in Italia — Liudprando — Scritti imperialisti — Benedetto di Sant'Andrea — Cronaca veneta di Giovanni Diacono.

La historia di Paolo Diacono ebbe alcune continuazioni[59], ma il valor d'esse appena merita una fuggitiva menzione in questo libro che non considera esclusivamente le opere dei cronisti come sorgenti di storia ma sì anche come manifestazioni letterarie della età medioevale. La cronografia italiana entra ora nel periodo più povero della sua vita. Un decadimento profondo seguì gli ultimi bagliori del classicismo e quello sforzo verso una rinascenza tentato da Carlo Magno e cessato con lui. Al notevole lavoro di Paolo tennero dietro cronache o ricordi storici d'assai minore importanza. «È ben da compiangere, nota il gran Muratori, la storia d'Italia che ci lascia per tanto tempo digiuni dei fatti ed avvenimenti d'allora, con restarne solo un qualche barlume presso gli antichi oltramontani.»[60] Infatti dal periodo dei Carolingi a quel degli Ottoni, dove non ci soccorrono documenti indiretti come iscrizioni, diplomi e somiglianti aiuti, spesso è necessità ricorrere a fonti tedesche o francesi per aver qualche luce tra il folto buio della storia nostra. Come vedremo, non s'era spento del tutto nei laici ogni ricordo dell'antico sapere ma l'impulso a scrivere mancava in essi, e la parte più colta del clero era troppo intesa nelle agitazioni politiche per consacrarsi a dettare scritti di storia. In genere la cultura ecclesiastica parve concentrarsi pressoché intera nella trattazione degli affari, talché le raccolte delle lettere pontificie di Niccolò I († 867) e di Giovanni VIII († 882), così per forza e bontà d'espressione e di stile come per valore storico, sono forse i documenti più pregevoli che ci abbiano lasciato quei tempi. Ma il silenzio che nel secolo nono sembra regnare in Italia intorno agli avvenimenti contemporanei, non può dirsi assoluto. Quegli avvenimenti medesimi furono talvolta occasione pressoché necessaria di scritti che direttamente o indirettamente hanno carattere storico, tra i quali vuolsi dar luogo eminente al _Liber Pontificalis_ che per quanto riguarda la prima metà del nono secolo è di grande sussidio alla storia generale della Chiesa e a quella particolare di Roma. Questo libro andò lungo tempo sotto il nome di Anastasio Bibliotecario uomo di molta dottrina, che tradusse dal greco varie opere ma che, se pur n'ebbe alcuna, ebbe pochissima parte in questa. Certo l'attribuire il Libro Pontificale ad un solo autore è contraddire all'indole stessa dell'opera la quale consiste in una serie di notizie biografiche dei papi compilate or più or meno estesamente in varî tempi e da varî scrittori. La storia di questo libro e delle sue compilazioni, le indagini circa gli autori di esso, la critica dei manoscritti che lo contengono, hanno dato materia di lungo lavoro agli eruditi e pur di recente originarono alcune dissertazioni dottamente elaborate e ricche d'acume le quali hanno poi fatto capo alla mirabile edizione datane dal Duchesne che può considerarsi fondamentale[61]. Basti ora descrivere brevemente la prima parte di questo libro che pel frequente variar di forme può in certo modo rassomigliarsi al nascere e al correr d'un fiume. Il bisogno continuo d'aver familiare per motivi ecclesiastici la cronologia pontificia fu prima origine del libro. Così, verso il quarto secolo, dagli antichi cataloghi dei nomi dei papi, dalle costoro lapidi sepolcrali, dalle menzioni che se ne trovavano negli atti dei martiri o in lettere o in libri, cominciò a comporsi il primo nucleo del libro pontificale per la più antica e popolare redazione. Sulle prime le biografie indicavano fuggevolmente il nome, la famiglia, la patria del pontefice, la durata del suo pontificato, i decreti dati nel suo tempo e il luogo di sua sepoltura. Tra un pontefice e l'altro era notato il tempo della sede vacante. Poi a poco a poco le brevi indicazioni aumentarono, e le compendiose notizie si vennero mutando in biografie più larghe e ricche di particolari preziosi[62]. Sventuratamente nell'ultimo quarto del nono secolo quando avremmo più bisogno dei soccorsi di questo libro esso ci vien meno quasi interamente. Le turbolenze politiche vincono la forza della tradizione, e il Libro Pontificale ricaduto nella aridità primitiva si scheletrisce di nuovo e si riduce a un catalogo. Più tardi, giunti al pontificato di Leone IX, col risorgere della cultura storica lo ritroveremo più ricco di fatti e più fiorente, rendendoci così sempre la immagine di un fiume che si nasconde a un tratto per riapparire più vasto e più copioso altrove.

Quando Paolo Diacono scrisse le _Gesta_ dei vescovi di Metz, inaugurava un genere di letteratura storica che rispondeva veramente a un bisogno dei suoi tempi, e nei secoli seguenti trovò molti imitatori. Lo stesso concetto che aveva ispirato il libro pontificale ispirava qua e colà in varie diocesi storie di vescovi alle quali talvolta la importanza della sede e la povertà di altre notizie allargano il valore nella storia generale della Chiesa. Così le storie dei vescovi napoletani e dei ravennati, compilate nel nono secolo, sono documenti che vogliono tenersi in gran conto da chi indaga studiando le vicende di quella età. Come la raccolta delle vite dei vescovi romani, così le _Gesta Episcoporum Neapolitanorum_ sono opera di diversi autori e anch'esse furono attribuite quasi per intero ad un autor solo, Giovanni Diacono. Il Waitz e il Capasso pubblicando ciascuno una nuova edizione di questo libro[63], hanno dimostrato come essa debba dividersi in tre parti. La prima compilata da un ignoto autore verso la metà del secolo nono, incomincia da Cristo e arriva con arida compilazione fino all'anno 763 aggiungendo poco o nulla di nuovo alla storia. La seconda parte è da ascriversi a quel Giovanni Diacono che già fu stimato autore di quasi tutto il libro e a cui veramente riman l'onore d'averne composta la parte maggiore e la meglio pregevole. Giovanni cominciò adolescente il lavoro suo, e ripigliando la storia dei vescovi napoletani all'anno 763 dove l'altro l'aveva lasciata, la continuò fino alla morte del vescovo Atanasio I (A. D. 872). Col successore di lui incomincia la terza parte delle vite, scritta da un Pietro suddiacono, ma n'avanza un frammento così breve che non serve esaminarlo[64]. Lo scrivere di Giovanni è corretto a sufficienza nè s'hanno da rimproverar molte mende al suo latino. Considerando i tempi è scrittore di qualche merito, e gli acquista lode la cura ch'ei pone a cercare il vero delle cose che narra e a darne assicurazione al lettore. Le molteplici relazioni di Napoli con altri paesi e specialmente con Roma, colla Grecia e col Principato Beneventano, accrescono dal lato storico il valore a questo lavoro di Giovanni e ad alcuni altri suoi scritti minori sulle vite e la traslazione delle reliquie d'alcuni santi napoletani.