Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 5

Chapter 53,323 wordsPublic domain

Paolo Diacono ci ha lasciato egli stesso memoria di sé qua e là ne' suoi scritti, e in essi possiamo seguir le traccie della sua vita che fu certo notevole. Nasceva da stirpe antica ed egli ne risalisce la storia intessuta di leggende. Leupchis, lo stipite ch'egli menziona del suo casato, scese nel Friuli con Alboino al tempo della prima invasione longobarda e quivi morì lasciando cinque figliuoli che poco appresso presi in una incursione degli Avari furon tratti via dalla patria. Durava da lungo la lor prigionia quando Lopichis un d'essi, pervenuto alla virilità potè scampar colla fuga. Dopo un lungo vagar solitario alla ventura tra stenti immani e pericoli, un dì sulle Alpi mentre considerava incerto il suo cammino, ecco presentarglisi innanzi d'improvviso un lupo e farglisi guida per la via sconosciuta. Poi a un tratto sparitogli dagli ocelli misteriosamente il lupo, una visione gli venne a soccorso nel sonno e gl'indicò la rimanente strada fino al Friuli. Quivi trovò la deserta casa dov'era nato, e riconosciuto dai suoi parenti potè ristorarla e fondare in essa la sua famiglia. Da Lopichis derivò Arechis e da lui Warnefrit, il quale unitosi ad una Teodelinda, n'ebbe alquanti figliuoli. Un d'essi, nato per quanto si congettura tra il 720 e il 725 all'incirca, fu il nostro Paolo Varnefrido o, come più universalmente è chiamato. Paolo Diacono.

Paolo ebbe a maestro nelle lettere il grammatico Flaviano nipote ad un altro grammatico di nome Felice. Nelle scuole studiò la lingua greca non senza profitto come è da credere malgrado la modestia colla quale egli accenna a questo ramo del suo sapere. Non è ben sicuro in quale luogo Flaviano gl'impartisse l'insegnamento suo, ma par probabile ch'ei fosse educato in Pavia alla corte del re dove per questi grammatici la cultura latina schiudevasi un varco. Certo Paolo trovavasi in corte ai tempi del re Ratchis (A. D. 744-749), perché ci narra d'avere egli stesso veduto quel re mostrare dopo un convito la tazza famosa che Alboino fe' far col teschio di Cunimondo re dei Gepidi. Com'è noto, Alboino, ucciso in guerra Cunimondo di cui poscia sposò la figliuola Rosemunda, soleva ai solenni conviti ber nel suo teschio ridotto ad uso di coppa. Un giorno a Verona grave di vino oltre il dovere, il tiranno offrì la tazza orrenda alla regina invitandola a ber lietamente col padre. L'atroce ingiuria vendicata più tardi ferocemente par così enorme a Paolo che nel narrarcela esclama: «Affinché ciò ad alcuno non apparisca impossibile, dico la verità innanzi a Cristo, io stesso un dì di festa vidi il re Ratchis che tenea in mano questa coppa mostrandola a' convitati suoi.»

Questo episodio che s'introduce qui ad esempio della feroce barbarie de' primi Longobardi, bene ci aiuta a seguire la storia della vita di Paolo e non è il solo per cui lo vediamo trattare familiarmente coi principi del suo tempo. Lo scritto più antico che ci rimane di Paolo (A. D. 763), è un carme sulle sei età del mondo, di cui le strofe recano acrosticamente il nome di _Adelperga pia_ figlia del re longobardo Desiderio e moglie di Arichi duca di Benevento. Questa principessa che aveva avuto Paolo a maestro, gli rimase sempre amica e lo invitò più tardi ad aumentare e continuare la storia romana di Eutropio. Pare che egli componesse l'epitaffio in versi per la regina Ansa madre di Adelperga il cui cadavere fu ricondotto in patria dalla Francia dove Ansa era andata con Desiderio quando l'armi di Carlo Magno fransero il regno dei Longobardi. I versi della iscrizione che dallo stile pare sicuramente esser di Paolo, spirano una malinconia profonda e attestano l'affetto che l'autore portava alla stirpe sua longobarda. Non si sa in quale anno egli ricevesse i sacri ordini nè quando entrasse nel chiostro, ma il Waitz tiene per non improbabile ch'egli si rendesse monaco a Montecassino quando Ratchis balzato dal trono vi trovò un rifugio. Quivi la solenne pace del monastero presto pigliò tanto impero sull'animo di Paolo, che mai forse non si sarebbe indotto a lasciarla se gravi casi non l'avessero chiamato fuori. Nel 776 i Longobardi da breve conquistati si rivoltarono in varî luoghi contro a' Franchi e più vastamente nel ducato del Friuli. Se Paolo non s'immischiò in questa rivolta certo vi prese parte il fratel suo Arechis, il quale tratto prigioniero in Francia ebbe confiscate tutte le sostanze sue. Da questo fatto dee trarre origine una leggenda intorno a Paolo nata verso il secolo decimo e largamente diffusa nei secoli posteriori. A voler seguire questa leggenda, Carlo Magno sospettando Paolo complice in una congiura, l'avrebbe cacciato in esilio e confinatolo nell'isoletta di Tremiti donde egli qualche anno appresso avrebbe potuto fuggire per miracolo, rifugiarsi a Benevento e di là a Montecassino. Ma tutto questo racconto è fantastico. Per contrario quando già Carlo era venuto a Roma e avea dato prova di temperata mitezza nelle cose di Stato e mostravasi protettore delle lettere, vediamo Paolo rivolgersi al monarca vincitore. In versi ei gli chiede che sia reso il fratel suo alla famiglia da sei anni giacente in una miseria di cui dipinge lo squallore con gran vivezza di colorito e gran calore d'affetto. A far più efficace la intercessione, Paolo lasciò il monastero e valicate le Alpi si recò in corte di Carlo. Questi lo accolse con molto onore e lo trattenne più a lungo ch'ei non avrebbe voluto. Dalle rive della Mosella il desiderio del monaco tornava alla dolce pace gustata tra i maestosi silenzî delle rupi cassinesi: «Sebbene,» egli scrive all'abate suo Teodemaro, «uno spazio vasto di terra mi separi dal consorzio vostro, me congiunge a voi un tenace affetto che non può mai disciogliersi, nè il riferir per lettera e la brevità di queste pagine bastano a dirvi l'amor che mi crucia ad ogni momento per voi e pe' miei seniori e fratelli. Imperocché quando mi sovvengono alla mente gli ozî occupati solo in opere divine, e la grata dimora della cella mia, e il pio religioso affetto vostro, e la santa caterva di tanti soldati di Cristo intesa al culto divino, e di ciascun fratello gli esempi fulgidi per virtù diverse, e i dolci colloqui sulle perfezioni della superna patria, io tremo attonito e languisco, nè so trattener le lacrime tra i sospiri che m'escono dal profondo del petto. M'aggiro tra cattolici e dediti al culto cristiano, tutti m'accolgono bene, tutti mi si mostrano benigni per amore del padre nostro Benedetto, e pei meriti vostri. Ma al paragone del cenobio vostro il palazzo m'è carcere, al paragone di tanta quiete che si trova fra voi il viver qui m'è tempesta. Solo pel corpo frale son tenuto via da codesta patria, con tutta l'anima mia sono con voi. E ora mi pare d'essere ai vostri troppo soavi concenti, ora seder nel cenacolo a saziarci più colla lettura che col cibo, ora a considerar le opere di ciascuno negli uffici diversi, ora a indagar lo stato degli aggravati per vecchiezza o per male, ora a logorar le soglie dei santi care a me come un paradiso.» E chiudeva la lettera esprimendo la speranza di raggiunger presto i fratelli suoi, ma l'indugio al ritorno non fu così breve. Appunto in quel tempo Carlo adunando alla sua corte da ogni paese tutti coloro nei quali splendeva ancor qualche raggio della ormai spenta cultura, studiavasi di ravvivare intorno a sé la luce della civiltà romana mentre si preparava a far rivivere nell'ordinamento politico il nome di Roma e l'autorità dell'Impero. Paolo Diacono non poteva rimanersi estraneo a quest'opera di civiltà e si lasciò indurre a prendervi parte. Di ciò avanza un chiaro monumento nei versi che Pietro da Pisa gli scrisse in nome di Carlo magnificando le doti e la scienza di Paolo e paragonandolo agli scrittori più grandi della antichità. «La figliuola mia,» dice Carlo in que' versi «deve andare sposa in Grecia ed è mio desiderio che Paolo ammaestri nella lingua greca coloro che dovranno accompagnarla a Costantinopoli.» Paolo verseggiando in risposta accetta l'incarico ma rifiuta modesto le lodi regali ed anche nega d'aver tentata la conversione del re di Danimarca Sigfrido, attribuitagli da Carlo in altri versi di Pietro da Pisa. Verso quel tempo Paolo compose l'epitaffio d'Ildegarde moglie di Carlo Magno († 783) e delle sorelle e figliuole di lui. Inoltre, sempre ad istanza di Carlo, condusse a termine una pregevole raccolta di omelie, abbozzata già a Montecassino la quale, come già altri osservò, venne in grande aiuto all'ignoranza quasi universale in quei tempi del clero[53].

Nè si limitarono a tanto le fatiche letterarie del nostro monaco cresciuto oramai in fama tra i letterati dell'età sua. Fece un estratto del trattato De verborum significatione di Festo Pompeio, serbando così ai posteri almeno in parte un documento che ancora è prezioso ai filologi e agli studiosi della legislazione romana. Pregato da Angilramno vescovo di Metz, compose la storia dei vescovi Metensi e aprì egli primo oltre l'Alpi, la serie di quelle storie episcopali che hanno tanto giovato in ogni paese alla storia della chiesa cristiana[54]. In quest'opera narrò diffusamente la vita di santo Arnulfo stipite della casa carolingia e colse al volo la propizia occasione per celebrare le glorie e le virtù del monarca che gli si mostrava così benigno. In corte dovette Paolo incontrarsi e si strinse di calda intima amicizia con uno dei maggiori uomini di quella età, parente a Carlo, Adalardo abate di Corvey. Pur questa amicizia recò frutti letterari, e, a richiesta dell'amico, Paolo si diè ad emendare il testo delle lettere di Gregorio il Grande del quale anche dettò una vita, ma colto da infermità potè solo compiere una breve parte del suo lavoro che mandò ad Adalardo con una soave lettera riboccante d'affetto.

Pare che Paolo mettendo a profitto quegli anni di dimora oltralpe visitasse gran parte di Francia e i monasteri più famosi in essa. Ma nè le attrattive di quel bel paese bastarono a fargli dimenticare la cara patria, nè i dolci legami delle nuove amicizie a fermarlo per sempre in corte di Carlo. Nota il Wattenbach che forse la nimicizia tra Carlo e Arechis principe di Benevento, sempre crescente finché scoppiò in guerra aperta, potè da ultimo rattristargli la dimora in Francia sebbene il re gli rimanesse sempre amico. Inchina altri a credere che Paolo sul cadere del 786 tornasse in Italia collo stesso Carlo. Conghietture probabili entrambe ma non sicure. Certo è solo che intorno al 787 Paolo dettava da Montecassino una bella iscrizione per Arechis morto in quell'anno, e con quel pio tributo suggellava l'amicizia fedele onde s'era legato al marito d'Adelperga sua discepola. L'affannoso desiderio del monaco toccava alfine la cima sua. Dopo così lungo aggirarsi tra i rumori del mondo e il fasto delle corti, egli poteva adesso rigoder quella pace profonda verso cui s'affannano certe anime con tanto più ardore quanti più trovano contrasti a raggiungerla. Dalla vetta di quel monte venerando per pie memorie, dove Benedetto aveva deposto un seme tanto fecondo di civiltà, quel monaco solitario sciolto alfine d'ogni cura mondana poteva levarsi dalla contemplazione degli eventi umani alla contemplazione serena di Dio. Così in quei riposi tranquilli nacquero gli ultimi due lavori a cui consacrò la rimanente vita[55], un commentario alla regola monastica e quella storia dei Longobardi che gli ha assicurata la fama presso i posteri.

La nascita di Paolo Diacono e i casi di sua vita sembravano destinarlo all'ufficio di storico. Nato in Italia da stirpe longobarda quando il regno longobardo si avvicinava alla sua caduta, amante del popolo da cui traeva l'origine, amico ai suoi principi, e d'altra parte educato da maestri italiani alle tradizioni doppiamente latine della antichità classica e della Chiesa, Paolo Diacono era insieme italiano e longobardo. Da ciò quella specie di patriottismo che unisce in lui le due razze e par che simboleggi tra esse una fusione che non potè mai compiersi intera e solo si compì in parte quando il popolo oppressore soggiacendo ai Franchi scese alquanto più vicino agli oppressi. Già Paolo rifacendo l'opera d'Eutropio aveva narrata la storia di Roma, ed ora mutato per dir così il titolo del suo lavoro, nelle vicende del popolo longobardo narrava il proseguimento di quella storia. Come s'è già veduto, i popoli germanici ignari di lettere affidavano la notizia di loro genealogie e di loro imprese alla tradizione che le tramutava in canti e in leggende. Ricavare da queste leggende la vita del popolo ch'esse celebravano, era l'ufficio di chi metteva mano alla storia quando le imprese accumulate e i primi raggi della civiltà penetrati ispiravano quasi inconsciamente il desiderio d'una narrazione più certa e più duratura. Da ciò quell'intrecciarsi continuo dei fatti reali coi leggendari che dà un carattere così spiccato alla storia dei Longobardi i quali anche, per loro indole rude ma cavalleresca, spesso condussero imprese da leggenda piuttosto ispirati da vaghezza di mostrarsi prodi che da ragione di Stato. Bene Cesare Balbo con l'usata acutezza sua ha notato che fin dai tempi di Autari e di Teodelinda «possono dirsi incominciati in Italia i tempi, benché il nome non peranco, della cavalleria; tempi più piacevoli all'immaginazione che all'effetto, più ammirabili ne' romanzi che nelle storie; tempi non senza virtù, ma di virtù sprecata.»[56] Nè v'ha per fermo romanzo cavalleresco delle età posteriori che narri alcun racconto più ricco d'avventurosa poesia di questo che ci è narrato da Paolo:

«.... Dopo queste cose re Autari inviò legati in Baviera per chiedere in matrimonio la figlia del re Garibaldo, e questi accoltili benignamente promise di dare ad Autari la figlia sua Teodelinda. Ciò nel tornare riferendo i legati ad Autari, egli desideroso di veder cogli occhi suoi la sua sposa, presi con sé alcuni pochi ma scelti Longobardi e conducendo quasi come seniore un suo fedelissimo, senza indugio trasse in Baviera. I quali introdotti secondo l'usanza dei legati al cospetto di re Garibaldo, posciaché colui ch'era venuto con Autari quasi come seniore ebbe fatti i saluti e le parole d'uso, Autari ignoto a tutta quella gente, fattosi più presso a re Garibaldo gli disse: ‘Il signor mio Autari re qui mi ha propriamente inviato a veder la figliuola vostra sua sposa, affinché io possa sicuramente annunziare al signor mio quale ne sia la bellezza.’ E udendo ciò il re e fatta venir la figliuola, Autari contemplatala tacitamente e vedendola di belle forme e compiacendosene in ogni cosa, disse al re: ‘Poiché tale vediamo essere la persona della figliuola vostra che bene dobbiamo desiderarla per nostra regina, noi ameremmo, se piace alla podestà vostra, che ella ci desse di mano sua la coppa del vino come dovrà fare appresso con noi.’ E avendo il re conceduto che ciò si facesse, ella presa la coppa del vino, prima propinò a colui che pareva esser seniore. Poscia avendola pôrta ad Autari ch'ella ignorava esser lo sposo suo, questi, dopo aver bevuto, nel render la tazza, senza che altri lo notasse col dito le toccò la mano, e accostò la fronte e il volto alla sua destra. Ella suffusa di rossore narrò il fatto alla nutrice. A cui la nutrice disse: ‘Se questi non fosse lo stesso re e il tuo sposo, certo non avrebbe osato toccarti. Ma tacciamo frattanto che non lo sappia tuo padre: per fermo egli è persona degna e di tenere il regno e d'associartisi in matrimonio.’ Era allora Autari florido d'età giovanile, di bella statura, biondo di crine e di nobilissimo aspetto. Coloro preso commiato dal re, ripigliando la via della patria mossero in fretta a' confini dei Norici. Imperocché la provincia dei Norici abitata dal popol de' Bavari, ha la Pannonia da oriente, da occidente la Svevia, da mezzogiorno l'Italia e da tramontana il corso del Danubio. Autari adunque essendo già arrivato presso a' confini d'Italia e avendo con sé i Bavari che lo riaccompagnavano, levossi quanto potè sul cavallo che inforcava, e con tutta forza infisse nell'albero che gli era più prossimo la scure che tenea in mano e ve la lasciò infissa con queste parole: ‘Di cotali ferite suol fare Autari.’ E avendo ciò detto, allora i Bavari che l'accompagnavano intesero ch'egli era lo stesso re Autari.»[57]

Nè solo per fatti somiglianti apparisce in forma così leggendaria la storia dei Longobardi. Il racconto di rivolgimenti politici gravissimi mostra il vero della osservazione del Balbo intorno alla tendenza cavalleresca che si veniva manifestando allora in Italia e improntava del suo carattere molte azioni reali di quel popolo. Questa tendenza si riflette come in uno specchio nell'anima ingenua ed immaginosa di Paolo diacono ed è gran fortuna pei posteri. Ispirato da essa egli narra la storia delle cose avvenute quali la voce viva delle tradizioni gliele riferisce e non sciupa queste ultime sfoggiando una vana erudizione o una critica non concessa ai suoi tempi. Così per lui rientriamo davvero nella età longobarda e i suoi personaggi sono ritratti con un vigore di movimento e di colorito che ci aiuta a maraviglia per intenderli e per rifarci nella mente que' tempi de' quali egli solo ci ha lasciato un largo e durevole ricordo. Dalle prime mitiche origini longobarde egli scende fin quasi ai tempi di Desiderio e di Adelchi di cui non tratta, o che la morte gli rompesse a mezzo il racconto o che gli fosse troppo arduo narrar la conquista del suo popolo compiuta da quel Carlo che lo aveva tanto onorato. Longobardi, Greci, Romani da Alboino a Liutprando ci ritornano ancor vivi dinnanzi. Tra la gran folta del popolo tutti quei papi e re e gran baroni, e gli aderenti loro e i nemici, e monaci e guerrieri e santi e donne eroiche ed abbiette tutti risorgono e si muovono nel libro di Paolo. Battaglie aperte e congiure, splendori di corti e spelonche di romiti, virtù e delitti, sacrilegi e miracoli, si seguono e s'intrecciano in un contrasto pieno di vita. Scegliere esempi dalle narrazioni di Paolo è difficile, massime quando è necessità limitarsi: valga perciò questo solo episodio che narro in gran parte colle parole stesse di Paolo.

Dopo il glorioso regno di Rotari il legislatore e l'altro assai breve di Rodoaldo, fu chiamato al trono Ariperto figlio ad un fratello di Teodelinda il quale regnò nove anni di cui quasi nulla ricorda la storia. Alla sua morte due figli suoi Godeperto e Pertarito si divisero il regno e il primo pose stanza a Pavia l'altro a Milano. Questa divisione, nuova presso i Longobardi, mostra come gli animi fossero divisi intorno alla elezione e si potessero male accordare. Infatti indi a breve pur tra i fratelli sorse dissenso, e Godeperto istigato da mali consiglieri, spedì il duca di Torino a Grimoaldo duca di Benevento, principe dei più potenti d'Italia e per le qualità sue personali riputatissimo. Godeperto offriva una sua sorella in isposa al beneventano e in cambio gli chiedeva aiuto contro Pertarito, ma il messaggero fattosegli traditore offrì invece a Grimoaldo la corona regia e l'esortò a trar partito dalle discordie di que' fratelli per farsi signore d'Italia. Grimoaldo si recò in Lombardia, e quel da Torino inteso sempre nel suo proposito, eccitando sospetti vicendevoli tra i due alleati, adoperò così scaltro che al primo loro abboccarsi Grimoaldo uccise di mano sua Godeperto. All'annunzio del fatto Pertarito, sentendosi forse mancare a un tratto ogni appoggio, abbandonò Milano a così gran fretta che si lasciò dietro la regina e il figliuol Cuniperto i quali furono confinati entrambi a Benevento mentre egli vagava. Grimoaldo intanto sposò la sorella dell'ucciso principe, fatto non senza esempio nella storia longobarda ma pur molto strano, e nel 662 fu confermato re a Pavia. Le vicende dello sbandito re Pertarito lungo l'esilio ci sono così narrate dallo storico nostro:

«Confermato dunque Grimoaldo nel regno sul Ticino, non molto dopo si tolse in moglie la figliuola di re Ariperto che già eragli stata promessa e di cui egli avea ucciso il fratello Godeperto. L'esercito beneventano che l'aveva aiutato a impadronirsi del regno rimandò con gran doni alle sue case. Tuttavia trattenne solo alquanti di esso a star seco concedendo a loro possedimenti larghissimi.