Le cronache italiane nel Medio Evo
Part 4
«Posciaché» egli scrive «io conosco la serenissima Donna nostra esser pensierosa della patria celeste e della vita dell'anima sua, io terrei me gravemente colpevole, se tacessi quanto per timore dell'onnipotente Iddio è da suggerire. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti gentili, ed essi tuttavia secondo il loro mal uso, sacrificare agl'idoli, e i sacerdoti di quell'isola andare torpenti a predicare il Redentore, vi mandai uno de' vescovi italiani, che, aiutando Iddio trasse alla fede molti dei gentili. Ma egli mi ha annunciata una cosa sacrilega; che coloro, i quali colà sacrificano agl'idoli, pagano al giudice affinché ciò sia lecito loro. Dei quali essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciati quei sacrifizi, tuttavia il giudice dell'isola, anche dopo il battesimo, esige quella paga usata dare da loro. Ed avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli, aver promesso tanto in paga dell'impiego, che nol potrebbe riavere se non a quel modo. L'isola di Corsica poi è oppressa di tanta soverchieria degli esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitatori vi possono a mala pena supplire vendendo i proprî figliuoli; ondeché lasciando la pia repubblica e' sono sforzati a rifuggire alla nefandissima gente de' Longobardi. E qual cosa più grave, qual più crudele veramente, potrebbero eglino patire dai Barbari, oltre all'esser ridotti a vendere i propri figliuoli? In Sicilia dicesi d'un cotale Stefano cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre senza pronunziar giudizio i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni, tante oppressioni che s'io volessi dire tutte le opere riferitemi di lui, nol potrei compiere in un gran volume. Adunque vegga la serenissima nostra Donna tutte queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Ben sono io certo non essere elleno pervenute alle vostre pie orecchie; che se 'l fossero non avrebbero durato fino al presente. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinché dall'anima sua, dall'Imperio e da' suoi figliuoli ei rimova tale e tanto gravame di peccato. E ben so ch'ei dirà forse, mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole. Ma dico io: conceda meno per le spese d'Italia e tolga dal suo Imperio le lacrime degli oppressi. E perciò forse tante spese fatte per questa terra giovano meno perché con mescolanza di peccato lor si provvede. Comandino adunque i serenissimi Signori che nulla più si raccolga con peccato. E se così si attribuisca meno alle spese della repubblica, tuttavia le si gioverà più, e sarà meglio non provvedere alla vita nostra temporale che procacciare impedimento alla vostra eterna. Pensate di che animo, di che cuore, in che strazi esser debbano quei genitori che per salvarsene strappansi dappresso i figliuoli! E chi ha figliuoli ben può sapere come s'abbiano a compassionare gli altri. A me poi basti l'aver questo brevemente suggerito, affinché se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio appresso il severo Giudice incolpato e castigato.»[38]
In quella desolazione d'Italia, Gregorio conscio che il governo imperiale piuttosto era d'aggravio che di soccorso ai mali, cercava quando poteva di concluder paci temporanee coi Longobardi per procacciare almeno a Roma e alle provincie dell'Impero qualche respiro in quella vita d'oppressione. Ma Romano esarca di Ravenna con gretta e gelosa politica gli faceva ostacolo e gli ruppe tra gli altri un accordo iniziato con Ariolfo duca longobardo di Spoleto. Ne conseguì una incursione longobarda intorno a Roma e stragi e rapine fin sotto le mura della città. Il pontefice oppresso dal gran dolore ne cadde infermo e solo riebbesi per andare incontro a nuove amarezze. Agilulfo, re dei Longobardi, volendo ricuperare alcune città ritoltegli per tradimento dai Greci, mosse rapidamente da Pavia verso Toscana, ricuperò Perugia e accostatosi anch'egli fin sotto le mura di Roma, recò ivi intorno nuovi guasti e saccheggi. Gregorio che a quel tempo spiegava ai Romani Ezechiele in un corso d'omelie, sopraffatto dalle calamità del suo popolo, non ebbe forza di seguitare. «Da ogni lato» sclamava «udiam gemiti; città distrutte, castella rase, campi devastati, la terra mutata in un deserto. Altri vediam tratti prigioni, altri mutilati, altri uccisi.» E di lì a poco cessando, così se ne scusava: «Non mi si faccia rimprovero s'io cesso dopo questo discorso, poiché, tutti lo vedete, le nostre tribolazioni s'accrebbero. D'ogni parte ne circondan le spade, da ogni parte temiamo un pericolo imminente di morte. Altri ci tornano innanzi colle mani mozzate, d'altri ci si annunzia che son captivi, d'altri che spenti. M'è necessario oramai trattener la lingua da questa esposizione.»[39]
Intanto ch'egli tentava d'alleggerir le sventure della patria e soffriva per esse nell'anima col doppio dolore di cristiano e di cittadino, i dignitari imperiali affaticandosi di scalzare l'autorità sua a Costantinopoli, l'accusavano d'esser caduto negli inganni del Duca di Spoleto e d'aver con ciò ingannato l'Imperatore. Gregorio indignato si difese, e scrivendo aperto ed austero all'Imperatore stesso: «Se la schiavitù di mia terra» diceva «non crescesse ogni dì, io pur tacerei del disprezzo e della derisione fatta di me. Ma questo mi duole che mentre mi si dà taccia di mentitore si strascina Italia più e più sotto al giogo de' Longobardi. Io dico al mio piissimo signore: pensi egli di me ogni male; ma intorno all'utile della repubblica e alla liberazione d'Italia, non dia facile le pie orecchie a ciascuno ma più creda ai fatti che alle parole. Contro ai sacerdoti poi non si sdegni nella sua terrena potestà il signor nostro sì prontamente; ma in considerazione di colui onde essi sono servi, comandi loro in modo da mostrar la dovuta riverenza.... Di quanto ebbi a soffrire dirò brevemente. Primo, mi fu guasta la pace ch'io senza spesa della repubblica avea fatta co' Longobardi in Toscana; poi, guasta la pace, si tolsero dalla città di Roma i soldati, e gli uni rimasero uccisi da' nimici gli altri collocati a Narni o a Perugia; e per tener Perugia si lasciò Roma. Fu peggio la venuta d'Agilulfo, quando io ebbi di miei occhi a vedere i Romani a guisa di cani colle funi al collo ire ad esser venduti in Francia. Noi, la Dio grazia, sfuggimmo, racchiusi nella città, dalle costoro mani; ma allora fu cercato d'incolparci che mancasser frumenti nella città, dove pure, com'io esposi altra volta, non si possono a lungo serbare. Nè di me duolmi; che fidato, il confesso in mia coscienza, purché salvi l'anima mia, mi tengo apparecchiato ad ogni cosa. Duolmi sì dei gloriosi uomini Gregorio prefetto e Castorio maestro de' militi, i quali fecero ogni cosa fattibile e durarono nell'assedio durissime fatiche di vigilie e guardie, e tuttavia poi furono colpiti dalla grave indignazione de' signori. Ond'io ben veggo aver ad essi nociuto non le azioni loro ma la mia persona; che dopo essersi con me affaticati con me ora son tribolati. E quanto a ciò che mi si accenna del terribile giudicio dello onnipotente Iddio, prego io per lo stesso onnipotente Iddio che mai più nol ripeta la pietà de' miei signori. Perché noi non sappiamo quale abbia ad essere quel giudicio; e dice Paolo egregio predicatore: Non giudicare anzi tempo, finché non venga il Signore il quale illuminerà i nascondigli delle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori. Questo io dico brevemente perché, indegno peccatore più m'affido nella misericordia di Gesù che nella giustizia della vostra pietà. E Iddio regga qui di sua mano il mio piissimo signore e in quel terribil giudicio lo trovi libero d'ogni delitto; e faccia poi piacere me, se è d'uopo, agli uomini; ma in cotal modo che io non offenda la sua eterna grazia.»[40]
Del resto nè calunnie nè ostacoli lo trattennero dal negoziar nuove tregue coi Longobardi studiandosi così di sollevar le campagne specialmente da quelle guerre devastatrici. Regnava allora sui Longobardi Agilulfo già duca di Torino principe di gran valore e conciliante d'animo, chiamato al trono da Teodelinda allorché rimasta vedova di re Autari, i nobili, al dire di Paolo Diacono[41] la lasciarono arbitra del regno invitandola ad eleggersi fra i duchi longobardi un successore all'estinto. Questa principessa, donna d'alte virtù, bavarese di nascita, cattolica di fede, esercitò una grande e salutare influenza nelle cose del regno e sui consigli del marito, e fu spesso mediatrice di pace. Dalle lettere di Gregorio apparisce sovente com'egli la tenesse in gran pregio e sperasse per lei di condurre al cattolicesimo i Longobardi. Riuscì in parte all'intento. Per le persuasioni di Teodelinda par che Agilulfo s'inducesse a lasciar l'arianesimo a quel modo che in Inghilterra le persuasioni di Berta aiutarono la conversione di Etelberto. Certo dopo Agilulfo i Longobardi a poco a poco, sebbene non senza molta resistenza, incominciarono a tenere una sola fede con gli Italiani e il fatto avea grande importanza perché valeva a scemare le divisioni tra i due popoli e n'aiutava la fusione alla quale peraltro fu sempre impedimento la coesistenza dell'Impero in Oriente. Verso quel tempo per cura di Teodelinda sorse la cattedrale di Monza a cui fu data in offerta la corona ferrea che servì da quel tempo a incoronare i re d'Italia e dopo aver cinta la fronte a Carlomagno e a Napoleone, apparve in un giorno di dolore solenne dietro al feretro di Vittorio Emanuele rinnovatore del regno italico. Quando nacque ad Agilulfo un figliuolo (A. D. 603), fu battezzato secondo il rito cattolico. Gregorio che afferrava bene la utilità di quell'evento, ne mandò lieto rallegramenti e lodi a Teodelinda. «Quello che mi mandaste in iscritto dalle contrade genovesi,» così le diceva Gregorio, «mi fece partecipe del gaudio vostro col farmi noto che per la grazia di Dio onnipotente vi fu concesso un figliuolo, e, quel che torna a lode della eccellenza vostra, ch'egli fu ascritto alla fede cattolica. Nè altro era da aspettarsi dalla cristianità vostra se non che avreste procurato di munir del sussidio della giustizia cattolica colui che v'era dato per dono divino, affinché il Redentore conoscesse in voi una serva fedele, e alimentasse nel suo timore il nuovo re alla nazione dei Longobardi. Perciò prego l'onnipotente Iddio ch'egli custodisca voi nella via de' suoi mandati e faccia crescer nell'amor suo l'eccellentissimo figliuol mio Adaloaldo per tal modo ch'egli già grande infra gli uomini anche per sue buone opere divenga glorioso dinnanzi agli occhi del nostro Iddio.
«Quanto a ciò che scrisse la eccellenza vostra che io dovessi sottilmente rispondere all'abbate Secondo, figliuol mio carissimo, chi mai, se infermità nol contrastasse, vorrebbe indugiarsi a soddisfare la domanda sua e il desiderio vostro il quale, vedesi, riuscirebbe utile a molti? Se non che mi opprime tale infermità di podagra, che non pur m'è negato il dettare, ma a stento posso levarmi a discorrere. Ciò sanno i legati vostri apportatori di queste lettere, i quali mi trovarono infermo al venire e mi lasciano in pericolo grande e dubbio della vita. Ma se l'onnipotente Iddio vorrà ch'io guarisca, a quanto egli mi scrisse risponderò sottilmente.
«.... All'eccellentissimo figliuol mio Adaloaldo re, mando alcune reliquie, cioè una croce col legno della santa croce del Signore, ed una lezione del Santo Vangelo inclusa in una teca persica. E alla figliuola mia, sua sorella, mando tre anelli, due con giacinti uno con onice, le quali cose prego sien date da voi a loro affinché per mezzo della eccellenza vostra riesca loro grato l'affetto mio.
«Nel mandarvi con amor paterno il debito saluto, chieggovi che al figliuol nostro eccellentissimo il re vostro sposo rendiate grazie per la fatta pace, e che per l'avvenire secondo l'uso vostro, lo esortiate con ogni maniera alla pace. Così tra le molte buone opere vostre potrete trovare innanzi al cospetto di Dio la mercé usata ad un popolo innocente che poteva perir nel dissidio.»[42]
Queste lettere scelte non senza esitazione tra molte d'ugual valore, possono in qualche modo mostrar la luce che viene alla storia d'Italia da questo singolare epistolario. Ma l'ampia mente di Gregorio, le ispirazioni del suo ministero, la larghezza cristiana della sua carità, non gli consentivano di restringere nella sola Italia l'opera sua, onde le sue lettere sono fonte di storia non pure italiana ma universale. La storia d'Europa si chiarisce mirabilmente per le lettere scritte nelle Gallie e in Ispagna, notevolissime tra le prime quelle dirette alla famosa Brunichilde[43], e tra le seconde quelle dirette a Leandro quel vescovo di Siviglia che indusse il re Recaredo e i suoi Visigoti ad abbandonar l'arianesimo. Del pari le lettere dirette a Costantinopoli, ad Alessandria ed altrove in Oriente e in Affrica, descrivono lo stato dei paesi più lontani e le loro relazioni con Roma. Quali poi fossero le relazioni tra Gregorio e la Inghilterra, e qual parte egli avesse alla conversione di quel paese, è famoso al mondo. Beda il venerabile raccogliendo le tradizioni inglesi ne ha lasciato un racconto notissimo ripetuto per tutto il medio evo. Egli narra come Gregorio non ancora pontefice veduti in Roma alcuni schiavi inglesi, colpito dall'angelica bellezza loro, udendo ch'essi erano idolatri, concepisse il pensiero di convertir l'Inghilterra alla fede. Ottenutane licenza ei s'avviava missionario a quelle contrade, ma appena mosso, ecco il popolo romano a sollevarsi e costringere il papa a richiamarlo. Questo racconto della cui verità non apparisce traccia nelle opere di Gregorio, riflette non solo l'affettuosa venerazione che nutrivasi per lui in Inghilterra qualche secolo dopo la sua morte, ma puranco l'affettuosa sollecitudine che nelle lettere di Gregorio traluce continua per quella missione[44]. L'infiammato ardore di carità che lo ispira su tale argomento mi sforza a varcare i limiti di questo lavoro, e uscendo dalla storia particolare d'Italia raccolgo qua e là qualche frammento in cui Gregorio parla di questa impresa a lui cara, e nel compiacersi della riuscita, coi gravi e dolci ammonimenti la dirige al suo termine.
«Ma,» egli scrive ad Eulogio vescovo Alessandrino, «poiché io so che voi tanto vi rallegrate nel bene operato da voi quanto in quel che è operato dagli altri, rendovi cambio del favor vostro e v'annunzio non dissimili cose. Imperocché perfidiando finora nel culto de' tronchi e delle pietre la nazione degli Angli che vive nel più remoto angolo del mondo, a me collo aiuto delle orazioni vostre entrò nell'animo ch'io dovessi mandar colà un monaco del monastero a predicare colla grazia di Dio. Il quale con mia licenza fatto vescovo dai vescovi di Germania, anche col conforto loro fu condotto laggiù in fin del mondo a quella gente, e pur ora ci son pervenute scritte notizie di sua salute e dell'opera sua. E tra quella gente splendono di tanti miracoli ed egli e gl'inviati con lui, che sembrano imitar le virtù insigni ch'essi vanno sponendo degli apostoli. Nella festa della Natività del Signore occorsa in questa prima indizione, ci annunzia il fratello e convescovo nostro che oltre a diecimila Angli furono battezzati. La qual cosa io vi narro affinché sappiate ciò che parlando operate tra il popolo Alessandrino, e pregando operate ai confini del mondo. Le orazioni vostre sono dove voi non siete e dove siete appariscono le opere sante.»
Nel seguito di questa lettera così notevole per giusta compiacenza e per l'umile fede che ne traspare, si fa cenno d'una grave questione ch'egli ebbe in Oriente con Giovanni il Digiunatore patriarca costantinopolitano, intorno al titolo di vescovo universale ch'egli rifiutava per sé e non voleva riconoscere in altri. Ma una tale questione che originò molte lettere della raccolta importantissime per la storia della Chiesa, trasmoda troppo la cerchia di questo libro. È necessità tralasciarla e concludere queste citazioni, forse già troppo lunghe, coi brani di un'altra lettera scritta ad Agostino l'apostolo d'Inghilterra: «Gloria negli eccelsi a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà. Come il morto grano di frumento recò molto frutto cadendo a terra affinché non regnasse solo nel cielo, così noi viviamo per la morte sua, ci confortiamo per la sua infermità, pel suo patire siam tolti al patire, per l'amor suo cerchiamo in Britannia i fratelli che ci erano ignoti, per sua grazia troviamo quelli che noi ignoranti cercavamo. Chi varrà a dir quanta gioia sia nata quì in cuore di tutti i fedeli a udir che la nazione degli Angli per la grazia dell'onnipotente Iddio e le fatiche della fraternità tua, scacciate le tenebre dell'errore s'è circondata della luce della santa fede, che già con mente franca essa calpesta gl'idoli a cui prima soggiaceva insana per terrore; a Dio onnipotente si piega pura nel cuore, dalle prave opere è trattenuta per le regole della santa predicazione, ai precetti divini inchina l'animo e sollevasi coll'intelletto, infino a terra umiliasi coll'orazione per non giacer colla mente a terra? Di chi è questa opera se non di colui che dice: Il Padre mio opera fino ad ora ed opero anch'io?[45].... Or tu godi pure perché le anime degli Angeli pe' miracoli esteriori son tratti alla grazia interiore, ma temi che fra queste maraviglie che sono operate l'infermo animo non si levi a presunzione, e mentre esaltasi fuori ad onore non cada internamente per vanagloria... Imperocché ai discepoli del vero non deve arrecar gaudio se non quel bene che hanno comune con tutti e nel quale non hanno fine alla letizia. Resta dunque, o fratello carissimo, che tra ciò che tu per opera di Dio fai esternamente, sempre all'interno ti giudichi sottilmente, e che sottilmente osservi ciò che sei tu stesso e quanta grazia sia in quella gente per la cui conversione ottenesti perfino il dono di far miracoli. E se ti ricorderai d'aver mancato talora innanzi al Creatore nostro o colla parola o coll'opera, sempre ti richiamerai ciò a memoria affinché il ricordo della colpa reprima la insorgente vanità del cuore. E quanto di operar miracoli ti sarà o ti fu concesso, stimalo donato non a te ma a coloro per la cui salute ti si concede.... Molto adunque vuolsi premer giù l'animo tra i segni e i miracoli affinché esso non cerchi la propria gloria ed esulti nel gaudio privato della sua esaltazione.
«Le quali cose io dico perché desidero umiliar l'animo di chi m'ascolta, ma tuttavia abbia anche la sua fiducia l'umiltà tua. Imperocché io peccatore tengo speranza certissima che per la grazia dell'onnipotente nostro Creatore e Redentore Dio e Signore Gesù Cristo, già i peccati tuoi sono rimessi e perciò sei eletto affinché per te si rimettano i peccati altrui. Nè avrai afflizione d'alcun peccato in avvenire tu che ti sforzi di far gaudio in cielo per la conversione di molti. Lo stesso Creatore e Redentore nostro, parlando della penitenza degli uomini, afferma: Io vi dico che si farà maggior gaudio in cielo per un peccatore penitente, che per novantanove giusti a cui non fa d'uopo pentirsi[46]. E se per un sol penitente è così grande gaudio nel cielo, qual gaudio crederem noi che si faccia per tanto popolo convertito dall'error suo, il quale venendo alla fede condannò col pentirsi il male che fece? In tanto gaudio di cielo e d'angeli ripetiam dunque quelle parole angeliche che premettemmo: “Gloria negli eccelsi a Dio e pace in terra agli uomini di buona volontà.”»[47]
L'anno 604, nel giorno 14 di marzo, chiudeva la santa vita Gregorio Magno e col cessare del suo epistolario la storia d'Italia perde la guida sua più luminosa attraverso que' secoli. Altre opere di Gregorio hanno pregio storico per le allusioni che vi si trovano a fatti contemporanei o recenti, e principale tra queste opere è il libro dei _Dialoghi_. In questo libro singolare, uno di quelli che più hanno affascinata la fantasia del medio evo, Gregorio descrisse le vite e i miracoli di San Benedetto e d'alcuni altri Italiani in fama di santità vissuti intorno al suo tempo e i più d'essi o conosciuti da lui o da persone a lui note. È una raccolta di leggende strane e fantastiche narrate con ferma fede e con ferma fede ripetute per secoli, ed è maraviglioso insieme e caratteristico di que' tempi e di questa nostra natura umana il trovar tanta puerile credulità in uomo di genio così mirabile. Ma queste leggende riescon preziose alla storia sparse come sono di fatti reali e d'allusioni a luoghi ad usi a monumenti non ancora scomparsi, a personaggi che vissero e operarono in quella età momentosa[48].
Colla morte di Gregorio le testimonianze contemporanee e dirette sulla storia d'Italia nei tempi longobardi cessano quasi del tutto. Il documento di maggior valore è l'Editto di re Rotari (A. D. 643), che con le aggiunte fattevi dai re successivi raccoglie in sé tutta la legislazione longobarda. Rotari prefisse all'Editto un prologo il quale nella scarsità delle memorie serve molto alla storia essendo riferita in esse con diligenza la serie dei re longobardi coi nomi di loro famiglie ed una accurata genealogia per dieci generazioni della famiglia dello stesso Rotari che era degli Arodi.
Finché Rotari non le raccolse, nessuno aveva scritto le leggi dei Longobardi. Esse scendevano tramandate colla parola viva da generazione a generazione e il somigliante accadeva per la memoria di loro genealogie e di loro imprese che circonfuse di leggende erano affidate al canto. Verso il 670 un Longobardo tentò come seppe di ricavare da quelle saghe alquanti cenni intorno alla provenienza del suo popolo, e questo lavoro eletto _Origo Langobardorum_ s'aggiunse _ab antico_ nei codici al prologo dell'Editto di Rotari e parve quasi confondersi in quello[49]. Prima di questi tentativi esisteva una storia dei Longobardi compilata da quell'abbate Secondo di Trento († 612), che levò al fonte battesimale il fanciullo Adaloaldo e si trova nominato qui sopra nella lettera di Gregorio Magno alla Regina Teodelinda, ma di questa storia, che sembra essere stata importante, riman la sola menzione negli scritti di Paolo Diacono a cui siam giunti oramai[50]. Il continuatore di Prospero d'Aquitania il quale condusse la sua continuazione fino al 671 ed un _magister Stefanus_ che verso il 698 compose una rozzissima poesia in lode di re Cuniperto sono le sole fonti contemporanee che abbiamo oltre la _Origo_ e l'Editto, e provenienti da scrittori di origine latina. I Longobardi stentarono sopra ogni altro popolo germanico ad avvicinarsi alla cultura latina e vi si avvicinarono sol quando la loro dominazione era presso al tramonto. Però, come osserva il Wattenbach, «i grammatici che malgrado la contrarietà dei tempi avevano sempre continuata l'opera loro, trovarono a poco a poco discepoli tra i Longobardi e quando la costoro signoria si appressò alla fine, già avevano educato al popolo straniero il suo storico che, come Giordane, alla caduta del regno ne serbò almeno la memoria.»[51] Questo storico fu Paolo Diacono, e di lui, insigne tra gli storici dell'antico medio evo italiano devesi ora trattar di proposito[52].