Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 20

Chapter 203,670 wordsPublic domain

«Quelli che aveano maltalento, diceano che la caritevole pace era trovata per inganno. Se nelle parole ebbe alcuna fraude, io ne debbo patire le pene; benché di buona intenzione ingiurioso merito non si debba ricevere. Di quel saramento molte lagrime ho sparte, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia.» «Pietosissime parole» esclama il Tosti riferendole in un suo libro[181] «ed oh fossero nelle italiane menti scolpite!» Ma le pietose parole che infiammavano dopo sei secoli il santo e patriottico petto del monaco cassinese non bastavano tra quei torbidi casi, e forse, come Dino stesso lamenta un'altra volta di non aver fatto, sarebbe stato meglio _arrotare i ferri_. La concordia delle parti era in cima dei suoi pensieri, ed egli sperava di ottenerla con la mitezza delle persuasioni come ci è mostrato da un altro episodio che non è meno degno di memoria nè men bella pittura dei tempi e degli sforzi che pure si venivano facendo per tornare alla pace la travagliata città. «I Signori erano molto stimolati dai maggiori cittadini, che facessono nuovi Signori. Benché contro alla legge della giustizia fusse, perché non era il tempo da eleggerli, accordammoci di chiamarli più per pietà della città che per altra cagione. E nella cappella di San Bernardo fui io, in nome di tutto l'uficio, e ebbivi molti popolani, i più potenti, perché sanza loro fare non si potea. Ciò furono Cione Malagotti, Segna Angiolini, Noffo Guidi, per parte Nera: messer Lapo Falconieri, Cece Canigiani e 'l Corazza Ubaldini, per parte Bianca. E a loro umilmente parlai con gran tenerezza, dello scampo della città, dicendo: ‘Io voglio fare l'uficio comune, da poi che per gara degli uficî è tanta discordia.’ Fummo d'accordo, e eleggemmo sei cittadini comuni, tre de' Neri e tre de' Bianchi. Il settimo, che dividere non si potea, eleggemmo di sì poco valore che niuno ne dubitava. I quali, scritti, posi in su l'altare. E Noffo Guidi parlò e disse: ‘Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino.’ E io li dissi che tacesse; e pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò che mi piacesse far la loro parte, nell'ufficio, maggiore che l'altra: che tanto fu a dire, quanto ‘disfà l'altra parte,’ e me porre nel luogo di Giuda. E io li risposi, che innanzi io facessi tanto tradimento, darei i miei figliuoli a mangiare a' cani. E così da collegio ci partimmo.»

Così, senza saperlo, dipinge tutto sé stesso quest'uomo, il quale col cader di sua parte, lasciata la cosa pubblica, continuò come s'è detto tra la mercatura e le lettere una vita forse per necessità oscura, di cui non riman quasi traccia fino all'anno 1324 che fu l'ultimo suo[182]. Storico mirabile e uom giusto e buono, degno contemporaneo e concittadino di Dante a cui, più d'ogni altro scrittore della età sua, rassomiglia per l'ardore grande degli affetti, per l'indole piena d'amore e di sdegno, per la singolare attitudine di guardar le cose dall'alto, di giudicare conciso degli uomini e di scolpirne con una frase il ritratto. Di lui molti scrittori han parlato, e con molto sapere, tra gli altri, il nobile storico di Firenze, Gino Capponi, che ne fa memoria così: «Dino Compagni buon uomo e un po' corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d'un erudito o con l'accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno allegro dei primi fondatori d'un governo popolare, devoto a chi aveva saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini e delle plebi salite in iscanno; guelfo ma per l'amore dell'ordine pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo stesso imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazza e inutile guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi avere sbagliato; immaginoso e appassionato e sempre rigido moralista: è un chiedergli troppo pretendere ch'egli desse alla storia l'esattezza d'un registro minuto e impassibile.... La sua Storia è tutta composta sopra una serie d'impressioni di cui l'evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo scrittore nel raffigurare sé medesimo dipinge il suo tempo; e in questo appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi uguali per questo rispetto.... Ai prosatori del dugento sovrasta molto con quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni: l'Alighieri tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso di dare al racconto la forma di storia secondo forse poté averne l'esempio in Sallustio. In quanto all'arguta speditezza dello stile si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la universalità dell'argomento e nella scienza dei fatti.»[183]

Nei tempi di Dino ma d'alquanti anni più giovane, nasceva in Firenze il grande cronista Giovanni Villani il quale, secondo le tradizioni di sua famiglia, addettosi alla mercatura la esercitò in patria e fuori. Nei primi anni del secolo decimoquarto viaggiò a Roma, in Francia e nei Paesi Bassi, dove vide e notò molto d'uomini e di cose. Tornato in patria, incominciò a consacrarsi alla cosa pubblica verso il tempo in cui Dino se ne staccava, quando alle turbolente agitazioni che Dino descrisse, succedeva un periodo di calma relativa. Negli anni 1316 e 1317 fu dell'ufficio dei Priori ed ebbe parte negli astuti maneggi dei Fiorentini per concluder pace coi Pisani e i Lucchesi. Anche nel 1317 fu Uffiziale della Moneta, e amministrando le cose della zecca, ne raccolse studiosamente le memorie componendo in gran parte egli stesso un registro delle monete coniate in Firenze fino al suo tempo. Priore nuovamente nel 1321, presiedette alla riedificazione delle mura di Firenze con zelo grande e mal ripagato, perché poi l'opera sua fu soggetta ad accuse di cui però si disciolse provando la innocenza sua. Più tardi fe' parte dell'esercito mosso dai Fiorentini contro Castruccio degl'Interminelli e sconfitto da lui ad Altopascio. In una dolorosa carestia che travagliò molte provincie d'Italia nel 1328, egli s'adoperò con l'usata attività sua a lenirne i danni entro Firenze, e de' provvedimenti che furon fatti lasciò memoria in un capitolo della sua cronaca che è monumento di quella sapienza economica per la quale i Fiorentini del medio evo, antivenendo i tempi, s'accostarono spesso nella pratica alle teorie degli economisti moderni. Due anni dopo presiedette alla fattura delle porte di metallo di San Giovanni «molto belle e di maravigliosa opera e costo, e furono formate in cera e poi pulire e dorare le figure per uno maestro Andrea Pisano, e gittate furono a fuoco di fornello per maestri viniziani.» Nel 1341 fu ostaggio di guerra a Mastino della Scala in Ferrara, e quivi insiem cogli altri ostaggi rimase alquanti mesi trattato a grande onore e con grande amorevolezza. Tornato a Firenze, vide tra le ulteriori vicende della patria, e la descrisse vivamente, la breve usurpazione e la cacciata del Duca d'Atene. Travolto senza colpa in un grande fallimento della Compagnia de' Bonaccorsi (1345) fu sostenuto qualche tempo in prigione. Morì nel 1348 vittima della gran peste, famosa per la dipintura che ne ha fatto il Boccaccio.

L'anno 1300 pel solenne Giubileo bandito da Bonifazio VIII, Roma accolse tra le sue mura uno sterminato numero di fedeli accorsi d'ogni parte della cristianità in pellegrinaggio a venerar le tombe degli Apostoli. Colà mosse fra gli altri pellegrini il Villani, e mentre s'aggirava per la maravigliosa città, lo attrasse il fascino suo misterioso, e innanzi alla maestosa solitudine delle sue rovine risalendo con la mente al passato sentì il core infiammarglisi nelle antiche memorie. E mentre a Dante che s'aggirava anch'egli per le vie di Roma in quell'anno, tumultuava indistinto nell'anima il grande concetto del suo poema, allo spirito sagace e osservatore del mercante fiorentino si rivelava la sua potenza di storico[184]. «Negli anni di Cristo 1300, secondo la nativitade di Cristo, con ciò fosse cosa che si dicesse per molti, che per addietro ogni centesimo d'anni dalla natività di Cristo, il papa ch'era in que' tempi, facea grande indulgenza, papa Bonifazio ottavo che allora era apostolico, nel detto anno a reverenza della natività di Cristo fece somma e grande indulgenza in questo modo: che qualunque Romano visitasse infra tutto il detto anno, continuando trenta dì, le chiese de' beati apostoli santo Pietro e santo Paolo, e per quindici dì l'altra universale gente che non fossono Romani, a tutti fece piena e intera perdonanza di tutti i suoi peccati, essendo confesso o si confessasse di colpa e di pena. E per consolazione dei cristiani pellegrini, ogni venerdì o dì solenne di festa, si mostrava in San Pietro la Veronica del sudario di Cristo. Per la qual cosa gran parte dei cristiani che allora viveano, feciono il detto pellegrinaggio, così femmine come uomini, di lontani e diversi paesi, e di lungi e dappresso. E fu la più mirabile cosa che mai si vedesse, che al continuo in tutto l'anno durante, avea in Roma oltre al popolo romano, duecentomila pellegrini sanza quegli ch'erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vittuaglia giustamente, così i cavalli come le persone, e con molta pazienza e sanza romori o zuffe: ed io il posso testimoniare, che vi fui presente e vidi. E dell'offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi. E trovandomi io in quello benedetto pellegrinaggio nella santa città di Roma, veggendo le grandi e antiche cose di quella, e leggendo le storie e' grandi fatti de' Romani scritti per Virgilio e per Sallustio e Lucano e Tito Livio e Valerio e Paolo Orosio e altri maestri d'istorie, li quali così le piccole cose come le grandi, delle geste e fatti de' Romani scrissono, e eziandio degli strani dell'universo mondo, per dare memoria e esemplo a quelli che sono a venire, presi lo stile e forma da loro, tutto sì come discepolo non fossi degno a tanta opera fare. Ma considerando che la nostra città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel suo montare e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, mi parve convenevole di recare in questo volume e nuova cronaca tutti i fatti e cominciamenti della città di Firenze, in quanto m'è stato possibile a ricogliere e ritrovare, e seguire per innanzi stesamente i fatti de' Fiorentini e dell'altre notabili cose dell'universo in breve, infino che fia piacere di Dio, alla cui speranza per la sua grazia feci la detta impresa, più che per la mia povera scienza; e così negli anni 1300 tornato da Roma, cominciai a compilare questo libro, a reverenza di Dio e del beato Giovanni, e commendazione della nostra città di Firenze.»[185]

L'opera incominciata dal Villani nel 1300 risalisce ai tempi biblici e scende al 1346. Nè solo il concetto del suo lavoro era vasto pel profondarsi ch'ei fece nel buio delle età lontane, e pel raccogliere dei pochi fatti noti e delle molte leggende tra le quali si nasconde il primo sorgere di Firenze. La vasta universalità del suo racconto, massime pei tempi che gli sono vicini, mentre attesta i viaggi dell'autore e la mente sua comprensiva, ti fa quasi sentire la romana ispirazione del libro. La cronaca del Villani è cronaca universale e spazia per tutta Europa. Dino Compagni sente i fatti della sua storia e vive in essi, il Villani li guarda e li narra quasi estraneo ad essi pur quando vi è in mezzo o ne è autore egli stesso. Pregevolissimo per la storia italiana del secolo decimoquarto, egli è come la pietra angolare alla storia medioevale di Firenze di cui rianda e aggruppa le tradizioni, e raccogliendo ogni cosa che sa, tutto con più o meno d'ordine racconta dei tempi passati e dei presenti. Di questi è conoscitore grandissimo. Mescolato agli affari pubblici, educato alla vita intellettuale e alla vita economica della sua città quando essa primeggiava per entrambe in Europa, egli dipinge le cose vedute e udite con quella evidenza che è spontanea in una mente chiara e avvezza agli affari e alla osservazione degli uomini. È guelfo ma una certa serenità si diffonde in tutto il suo libro che assai più si rivolge a considerare le ragioni dell'utile e del vero che quelle delle fazioni. Cronista veramente e non istorico, le cose che gli sono lontane di tempo o di luogo riferisce spesso come le ha apprese, senza vagliarle, e spesso cade in qualche inesattezza, ma tutti questi difetti ei compensa largamente con pregi davvero grandissimi. Narratore di una storia della quale ha veduto svolgerglisi innanzi una parte notevole per mezzo secolo, egli sulla costituzione di Firenze, sui costumi, sulle industrie e i commerci e le arti sparge notizie in gran copia, e pel valore dei dati statistici ch'egli ha serbati non ha forse l'uguale tra i cronisti di tutta l'Europa. Giovanni Villani è meno profondo scrittore che arguto e chiaro, e se la sua prosa non è robusta nè colorita come quella del Compagni, è però semplice e spedita, e nel suo insieme egli è indubbiamente senza paragone il più grande tra quanti cronisti hanno scritto in lingua italiana. È maraviglia che del suo libro manchi ancora all'Italia una perfetta edizione, ma si può ormai sperare che tra i molti e dotti ricercatori di storia che vanta Firenze presto si trovi chi voglia accingersi all'arduo lavoro e sappia condurlo a compimento.

Il filo del racconto che s'era spezzato per la morte di Giovanni, fu riallacciato da suo fratello Matteo che condusse la cronaca fino al 1363 quando, colpito anch'egli di peste, morì lasciando a suo figlio Filippo la cura di continuare il libro fino al 1364. Pur seguendo lodevolmente le orme di Giovanni, Matteo gli rimane per alcuni rispetti indietro, ma nondimeno mostra talora un più largo e profondo intendimento delle ragioni dei fatti e una maggior robustezza di pensiero. Di lui si sa assai poco. Meglio nota è la vita di Filippo che fu più anni cancelliere del Comune di Perugia, uomo di dottrina e di lettere, nel 1401 e nel 1404 eletto a spiegar pubblicamente la _Divina Commedia_ nello Studio Fiorentino, e autor celebrato d'una raccolta di vite di Fiorentini illustri. Più letterato del padre e dello zio, egli è cronista inferiore ad entrambi.

Come in altre parti d'Italia così in Firenze non mancano per l'età seguente a quella dei Villani altri cronisti e alcuni d'essi eccellenti. Marchionne Stefani, Piero Minerbetti, il Boninsegni, Giovanni Morelli, il Velluti, il Pitti ed altri, sono tutti cronisti pregevoli e s'avvantaggiano sugli altri d'Italia pel facile uso della lingua materna. Forse superiore a tutti, Gino Capponi scrisse una eccellente narrazione del tumulto dei Ciompi (A. D. 1378) e anche, seppur non è autore di esso suo figlio Neri, un Commentario sull'acquisto di Pisa (A. D. 1402-1406). Ma coi Villani può dirsi che la serie dei cronisti medioevali sia chiusa. Dopo loro sorge la storia, non sempre sostanziosa, e nella forma spesso imitatrice troppo ossequente dei modelli antichi, durante il movimento umanistico del Quattrocento, ma pel secolo seguente, meditabonda acuta vigorosa nelle pagine non ancor superate del Machiavelli e del Guicciardini. I quali con intelletto e cuore diverso s'affacciarono entrambi all'età moderna mentre la patria loro moriva, e meditando sulle cagioni di quel morire, aprirono nuovi spazî al volo del pensiero umano. Ma la vigoria dei loro intelletti s'appoggia al passato, e le loro storie traggono molto succo vitale da quelle umili e robuste cronache che congiungono l'antichità ai nostri tempi moderni, e che raccolgono per quasi dieci secoli la storia di uno tra i più travagliosi sforzi che l'umanità abbia compiuto nel suo cammino.

INDICE DEI NOMI

A

Agatia, 36. Agnello Ravennate, 93-98. Alfano, 156. Alfieri Ogerio, 259. Alighieri Dante, 297-298. Amato di Montecassino, 157. Anastasio Bibliotecario, 89. Andrea da Bergamo, 112. Annales Beneventani, 173. Annales Casinenses, 216. Annales Cavenses, 173. Annales Ceccanenses, 216. Annales Florentini, 299. Annales Romani, 184-186. Annali Pistoiesi, 296. Anonimo Barense, 173. Anonimo Comense, 236. Arnolfo, 234. Ausilio, 99. Autperto, 103. Azario Pietro, 259.

B

Bardone, 206. Bartolomeo annalista di Genova, 291. Bartolomeo da Neocastro, 227-228. Benedetto di S. Andrea, 136-138. Bennone, 194. Benzone, 194. Bernardo Guidone, 231. Boezio, 5, 13-14. Boncompagno Maestro Fiorentino, 237. Bonizone, 197-206. Bosone, 190-193. Bruno da Segni, 164, 177-178.

C

Caffaro, 289-290. Canale Martin da, 280-284. Caresini Rafaino de', 288. Cassiodoro, 4-18. Cataloghi, 109. Cola di Rienzo, sua vita, 231-233. Epistolario, 233. _Chronica S. Benedicti_, 105-108. _Chronicon Altinate_, 139. _Chronicon S. Bartholomaei de Carpineto_, 216. _Chronicon Casauriense_, 216. _Chronicon Normannicum breve_, 173. _Chronicon Novaliciens_, 174-176. _Chronicum Salernitanum_, 112. _Chronicum Vulternense_, 152-153. Colonna Giovanni, 250. Colonna Landolfo, 250. Compagni Dino, 302-312. _Construnctio Farfensis_, 102-103.

D

Damiani Pietro, 195-196. Dandolo Andrea, 285-288. Dei Andrea, 296. Desiderio abbate di Montecassino, 149-166. _Destructio Farfensis_, 104-105. Dolcino, Vita di Fra, 259. Deusdedit cardinale, 195. Donati Neri, 296. Donizone, 207. D'Oria Giacomo, 292-293.

E

Ennodio, 36-37. Erchemperto, 110-112.

F

Falcando Ugo, 218-223. Farfa, Monastero di, 101-105, 143-152, sua cronaca, 151-155, suo regesto, 144-150. Ferreto da Vicenza, 260-261. Fiamma Galvano, 258.

G

_Gesta Episcoporum Neapolitanorum_, 91-93. _Gesta di Federico I in Italia_, 246-249. _Gesta Florentinorum_, 299. _Gesta Friderici I_, 236. Giacomo d'Aqui, 259. Giordane, 18-20. Giovanni da Cermenate, 259. Giovanni Diacono, principale autore delle _Gesta Episcoporum Neapolitanorum_, 91-93. Giovanni Diacono di Venezia, 138-140. Giovanni Diacono Vulternense, 152-153. Godi Antonio, 260. Goffredo da Viterbo, 245. Gregorio di Catino, 144-152. Gregorio il Grande, 41-61. Gregorio VII, 208-211. Guaiferio, 156. Guglielmo di Puglia, 173. Guiberto di Toul, 179. Guido vescovo di Ferrara, 193.

L

Lamberto d'Ostia, 195. Landolfo seniore, 235. Landolfo giuniore, 235. Leone Marsicano, 158-166. _Libellus de imperatoria potestate_, 129. _Liber Pontificalis_, 88-91, 177-193. _Liber regiminum Paduae_, 263. Libuino, 178. _Ligurinus poema_, 245. Liudprando, 119-136. Lupo Protospatario, 173. _Lyber historiarum Romanorum_, 233.

M

Malaspina Saba, 224-227. Malaterra Goffredo, 173. Malispini Giacotto, 300-301. Malispini Ricordano, 300-301. Marangone Bernardo, 295. Marcellino Conte, 36. Marchisio, 291. Mario Aventicense, 36. Maurisio Gerardo, 260. _Memoriale Potestatum Reginiensum_, 258. Montecassino, Monastero di, 105-109, 153-172, scritti minori di, 156, la cronaca di S. Benedetto, 105-109. Morena Acerbo, 237-238. Morena Ottone, 237-238. Morigia Bonincontro, 259. Moyses Magister, 236. Mussato Albertino, 263-277.

N

Niccolò da Calvi, 230-231. Niccolò di Jamsilla, 224-225.

O

Oberto, 290. Oderisio abbate di Montecassino, 156-158. _Origo Langobardorum_, 62. _Orthodoxa Defensio Imperialis_, 152, 193. Ottobono, 291. Ottone di Frisinga, 238-244.

P

Pandolfo, 186-190. Pane Ogerio, 291. Panegirico di Berengario, 113-114. Paolino, 285. Paolo di Bernried, 179-184. Paolo Diacono, 63-86. Parisio da Cereta, 259. Pietro da Eboli, 224. Pietro Crasso, 193. Pietro Diacono, 166-172. Pipino Francesco, 251. Placido Nonantolano, 194. Procopio, 24-35.

R

Ragevino, 244-245. Raul Sire, V. _Gesta Friderici_ I. Riccardo da San Germano, 224. Riccobaldo da Ferrara, 250. Rienzo, Vita di Cola di, 231-233. Rolandino da Padova, 262. Romualdo Salernitano, 217. Rotari, Editto di, 61.

S

Salimbene, 252-258. Salisbury, Giovanni di, 230. Sanudo Torsello Marin, 285. Sanzanome, 299. Secondo vescovo di Trento, 61. Sercambi Giovanni, 296. Sicardo da Cremona, 250. Smerego Nicola, 260. Speciale Niccolò, 227-228. Stefanardo da Vimercate, 258. Stefanus Magister, 62. Subiaco, Monastero di, 100, 146, suo regesto, 146.

T

Tegrimo Nicola, 296. Tolomeo da Lucca, 231, 296. Tura Angelo, 296.

U

Ugo di Farfa, 104-105. Umberto cardinale, 195.

V

Ventura Guglielmo, 259. Vico Michele de, 295. Vigna, Pier della, 227. Villani Filippo, 319. Villani Giovanni, 313-318. Villani Matteo, 319. Vulgario Eugenio, 99.

NOTE:

[1] _La Society for Promoting Christian Knowledge_.

[2] Nel pubblicare una nuova edizione di questo libro ho ben poco da aggiungere a quanto e scritto qui sopra. Mi è parso bene di mantenere al libro il carattere che gli diedi quando prima lo scrissi, ma i molti studi critici sui nostri cronisti, e le nuove edizioni dei testi che han veduto la luce da quel tempo, mi hanno obbligato ad una lunga e minuta revisione di tutto il lavoro, e a modificare, dove era necessario, giudizî e asserzioni a seconda dei risultati nuovi raggiunti dalla critica nel suo andamento progressivo. Sempre cercando di non ingombrare il libro con note superflue, ho però abbondato alquanto più di prima nelle citazioni, quando mi è sembrato che il farlo potesse riuscire di qualche utilità agli studiosi. Ai molti amici che mi hanno aiutato con utili indicazioni esprimo qui la mia gratitudine, e in particolare al conte Nigra e ai professori Isidoro Del Lungo e Cesare Paoli, che mi furono larghi di notizie nuove e di osservazioni opportune.

Roma, 24 aprile 1900.

[3] «How carefully the Moeso-Gothic language was considered and prepared for the expression of Scripture, becomes manifest to the philological student, when he examines those precious relics of the fourth century which bear the name of Ulphilas. Here we often meet the very words with which we are so familiar in our English Bible, but linked together by a flexional structure that finds no parallel short of Sanscrit. This is the oldest book we can go back to, as written in a language like our own. It has therefore a national interest for us; but apart from this it has a nobility and grandeur all its own, as it is one of the finest specimens of ancient language.» JOHN EARLE, _The philology of the English tongue_. Oxford, Clarendon Press, 1873. Oltre la traduzione di Ulfila avanzano alcuni altri frammenti in lingua gotica dopo la quale vien l'anglosassone per antichità di reliquie scritte, che però non risalgono di là dal secolo settimo.

[4] Squillacium prima urbs Bruttiouem.... cuius laesiones cogimur plus dolere, dum patriotica nos probatur affectione contingere.

[5] Prima del nostro tre Cassiodori fiorirono e presero parte con onore agli avvenimenti occorsi in Italia ai loro tempi, il bisavolo che difese la costa di Sicilia ed i Bruzzii dalle invasioni vandaliche; l'avo, Tribuno e Notaio sotto Valentiniano III, amico ad Ezio che andò ambasciatore ad Attila; il padre che servì Odoacre come _Comes Privatorum Rerum_, e _Comes Sacrarum Largitionum_, e poscia entrato ai servizi di Teodorico salì all'ufficio di Prefetto del Pretorio e all'onore del Patriziato. Si è molto discusso intorno al nome di Cassiodoro. Diversi eruditi, per lo più tedeschi, preferiscono la forma _Cassiodorio_, ma io inclino con Tommaso Hodgkin e per le ragioni indicate da lui alla forma comunemente in uso. Anche il Mommsen il quale parve per qualche tempo dell'altro avviso, è tornato alla forma _Cassiodoro_ nella sua edizione delle _Variae_. V. HODGKIN, _The Letters of Cassiodorus_, London, Frowde, 1886, pag. 5. I migliori e più recenti studi su Cassiodoro pongono approssimativamente la data della sua nascita tra il 477 e il 481.