Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 17

Chapter 173,190 wordsPublic domain

Nato verso il 1295 di buona e ricca famiglia vicentina, Ferreto Ferreti, dal pronto e immaginoso ingegno, e dall'indole vivace e satirica fu tratto alle lettere. Lo guidò alla poesia Benvenuto de' Campesani celebrato per un poema in lode di Arrigo VII e di Cangrande Della Scala, e in vitupero di Padova. Seguendo il salutare impulso della età sua, studiò con grande affetto i classici e cercò d'imitarli. Lodato dal Muratori come uno dei migliori latinisti di quel tempo, egli tuttavia non evitò di cadere in quella stentata affettazione da cui nei due secoli seguenti si salvarono appena i migliori umanisti del rinascimento. Scrisse una storia delle cose avvenute in Italia tra il 1250 e il 1318, ch'egli trattò specialmente in relazione cogli avvenimenti a cui si trovava più prossimo, mostrandosi abilissimo a raggruppare i fatti e, scegliendoli acconciamente, a rappresentarli con vivacità alla fantasia del lettore. Ma questa abilità stessa che gli veniva da una ricca vena poetica, più che a minute indagini lo trascinava a cercare nelle azioni umane la parte abbagliante, e a servirsene per crear begli effetti nel quadro che dipingeva. Rerum gestarum splendida facta percurrimus, egli esclama, e davvero, come osserva il professor Zanella nel suo bel saggio sopra Ferreto «campo migliore non poteva desiderare al suo ingegno; poiché quel periodo che prese a narrare, dal 1250 al 1317, è de' più splendidi e fecondi di avvenimenti che abbiano le storie italiane. Niuno negherà che Carlo d'Angiò, Piero d'Aragona, Bonifacio VIII, le fazioni di Toscana, Corso Donati, Clemente V, Arrigo VII, Cangrande, Matteo Visconti, Uguccione della Faggiuola non sieno vivamente ritratti da Ferreto, che si compiace parimente di descrivere con ricchezza di stile, siti, battaglie, assedii, ingressi, coronazioni, morti di papi e d'imperatori. Ma quanto alla professione che fa di essere sempre veridico e di non lasciarsi indurre a menzogne nè per amore nè per odio, credo che spesso dimenticasse la fatta promessa. È notabile come di molte voci che corsero intorno ad un fatto, mai non trascuri quelle che tornano a vituperio di qualche potente; propensione satirica che male si concilia coll'amore del vero.»[163] Anche come poeta Ferreto tentò soggetti storici, e il suo poema sull'origine della gente Scaligera dedicato a Cangrande, abbonda di notizie intorno alle principali città del Veneto, e specialmente, oltre Vicenza e Padova, a Verona la quale per la estesa influenza degli Scaligeri che v'ebbero sede, viene ad essere illustrata da tutti i cronisti di quella parte d'Italia. E come aveva celebrato gli Scaligeri, così Ferreto celebrò in un carme la morte del grande fuoruscito che aveva trovato alla loro corte il primo suo rifugio e il primo ostello, e ch'egli probabilmente aveva conosciuto di persona, ma questo tributo antico alla tomba dell'Alighieri sventuratamente è perduto.

Rolandino da Padova scrisse la storia di sua patria dal 1200 al 1260. Aveva studiato alla Università di Bologna, e nel 1221 ricevuto ivi il titolo di Maestro e Dottore in grammatica e rettorica. Tornato presso suo padre ch'era notaio in Padova, questi gli cedette alcune note ch'era venuto scrivendo sulle cose più memorabili accadute a' suoi tempi, e l'esortò a scriver la storia della loro città. Rolandino seguì l'esortazione paterna, e aiutato dagli studî fatti in Bologna, dettò in dodici libri il suo lavoro con tanta chiarezza e così diligente e ordinata conoscenza dei fatti, che si meritò subito fama di storico insigne. Nel 1262, due anni dopo ch'egli l'ebbe condotta a termine, la sua storia fu in segno di grande onore letta pubblicamente nella Università di Padova al cospetto dei professori e della scolaresca che l'approvarono solennemente, e i posteri han confermato il giudizio[164].

A Rolandino tenne dietro uno storico anche maggiore, in verità uno dei maggiori letterati d'Italia, Albertino Mussato che fu contemporaneo ed amico di Ferreto da Vicenza. Nacque in Padova nel 1262. La povertà gli fu maestra, e fin da giovinetto dovette provvedere a sé e ai fratelli minori col copiar libri per gli scolari dello studio padovano, finché facendosi man mano erudito collo stesso copiarli, cominciò a trattar qualche causa nel fôro. La potenza dell'ingegno e la grandezza generosa dell'animo gli procacciarono favore e lo sollevarono rapidamente in fama e in agiatezza, talché nel 1296 era fatto cavaliere e chiamato al Consiglio di Padova che allora si reggeva liberamente in Repubblica. Quivi in breve salì a tanto credito nelle cose di Stato, che nel 1302 fu inviato ambasciadore a papa Bonifazio VIII, ebbe pubblici incarichi a Firenze, e da quei primi tempi in poi, egli tra le varie vicende della patria, anche quando le procelle della fortuna lo sbattevano al fondo, statista, soldato, storico, poeta, sempre, fino al fin della vita, rimase in evidenza e fu tenuto in gran conto pur dai nemici.

Quando, tormentandosi Italia tra la fazione guelfa e la ghibellina, Arrigo VII di Lussemburgo scese, invocato da quest'ultima, a prender la corona imperiale, fu un grande rimescolarsi nella parte superiore e centrale della penisola. Non che il novello imperatore avesse in sé vera potenza, ma i partiti percorsi da un nuovo fremito per la sua venuta, e agitati da indefinite speranze e indefiniti timori, divampavano in fuoco più acceso. Le città guelfe di Lombardia, gelose di loro libertà e memori delle resistenze opposte in passato a ben altri imperatori, accoglievan quest'ultimo freddamente o gli negavano risolute l'ingresso. Lo favorivano invece le città ghibelline, ma e nell'une e nell'altre rigogliose com'erano di vita propria, l'autorità sua era assai poca, e la parte che egli credeva far di paciero riusciva invano. Più che la reverenza o l'odio dell'Impero potevano le ire cittadine, e ciascuna città era divisa in due parti, di cui la prevalente s'affannava di reggersi, mentre la soccombente era sempre agitata nella speranza d'abbatter l'altra, e afferrato il timon dello stato dirizzarne altrove la prora. Di che spesso un salire e discendere delle fazioni, e la città guelfa mutarsi a un tratto in ghibellina e la ghibellina in guelfa, e un combattere entro le mura di cittadini contro cittadini, e i vincitori radere al suolo le case dei vinti, e questi andar profughi sbanditi in esilio col rancore nell'anima e l'invincibile speranza del ritorno e delle vendette. Questa agitata vita viveva anche Padova, guelfa per la prevalenza di quella parte e pel timor che Vicenza, su cui dominava, scosso il suo giogo si desse a Cangrande della Scala, signore di Verona e capo dei Ghibellini in quelle provincie. Al primo giungere di Arrigo VII in Italia, Padova con qualche riluttanza, ma con savio consiglio, aveva mandato un'ambasciata a salutarlo in Milano (A. D. 1311). Degli ambasciatori uno fu Albertino Mussato, ormai glorioso tra i letterati del tempo suo, e già noto come uno dei primi restauratori della poesia latina in Italia. Arrigo VII lo accolse con tanta e così singolare benevolenza, da ispirargli un affetto che mai non si smentì, neppur quando i suoi doveri di cittadino l'obbligarono di far tacere il suo sentimento privato e d'opporsi coll'armi alla volontà imperiale. Dopo alcun tempo, Albertino Mussato di nuovo fu inviato in ambasceria ad Arrigo VII, per chiedere guarentigie alla libertà padovana, che furono consentite con qualche condizione. Ma tornando in Padova, gli ambasciatori trovarono i lor cittadini forte agitati per la voce corsa che Arrigo avesse nominato Cangrande della Scala a Vicario Imperiale per Padova, titolo abborrito dai guelfi e quasi sempre sinonimo di signore e tiranno. Si respinsero le condizioni proposte da Arrigo, il quale se ne irritò. Il momento parve propizio ai Vicentini, i quali si ribellarono a Padova e si buttarono in braccio allo Scaligero, che fu principio di una guerra lunga e accanitamente contrastata tra le due città (A. D. 1311). Albertino Mussato che aveva fatto tutto il poter suo per impedirla, ebbe più volte a recarsi presso Arrigo cercando di compor le cose verso la pace, e d'ottener la conferma delle prime concessioni. Ma l'opera sua era malagevole tra lo sdegnato sovrano e gli animi eccitati de' suoi concittadini, che piegavano a stento verso le proposte pacifiche solo quando il pericolo pareva maggiore. Di questo stato pieno di ondeggiamenti pativa il contraccolpo Albertino, che tornava dalle frequenti ambascerie ora accolto in patria come un salvatore, or cupamente come se recasse con sé il tradimento e la vergogna. Le cose si facevan sempre più gravi. Nel settembre del 1311, Arrigo VII, a tenore di certe condizioni pattuite, scelse tra quattro persone proposte dallo stesso Consiglio Padovano, Gherardo da Enzola come Vicario Imperiale in Padova. Il nome odiato di Vicario accrebbe i malumori nel popolo, e si faceva oramai impossibile vincer le proposte pacifiche nel Consiglio. Nel 1312 tornando da Genova cogli ultimi patti ottenuti dall'Imperatore, Albertino trovò la città in gran tumulto. Lo Scaligero era stato nominato Vicario per la città di Vicenza, certo lo sarebbe in breve per Padova, forse la nomina era già decretata in segreto e s'aspettava il momento opportuno per pubblicarla. Tali le voci che concitavano la città fiera e desiderosa di guerra, e l'ira di tutto il popolo echeggiava in core dei consiglieri adunati nella gran Sala della Ragione. Era un fremito in tutta l'Assemblea. Rolando da Piazzola ch'era stato dell'Ambasceria col Mussato, levatosi, con impeto grande ricordò le calamità già sofferte per altri Vicarî imperiali, e profetando nello Scaligero un nuovo Ezzelino: «Vidi io» esclamava infiammato riferendosi al recente suo viaggio presso l'Imperatore, «vidi città poco innanzi floridissime, ora scacciatine i cittadini andare in rovina, le campagne deserte abbandonate alle ortiche, le facce dei nobili divenute squallide per inedia, la plebe esausta per fame. O vergogna! La ferace terra lombarda, inculta adesso, è paragonabile a un deserto selvaggio.... E chi abita le nobili castella? I vecchi tiranni ammantati del titolo di Vicarî Imperiali. Da loro oggi son consumate le reliquie ultime di Lombardia.... Vidi Genova.... la vidi bella e la rividi sformata in tre giorni; bella per l'allegrezza dei cittadini che accoglievano questo fantasma di felicità, sformata pel mutato aspetto del popolo vivente a comune, cui s'eran cangiate le usanze patrie in principati dispotici. Come se, o cittadini, rimosso questo nostro Preside, si sostituisse a lui un ignoto, e rescissi e distrutti fossero i plebisciti vostri e le leggi, e questo Senato disciolto, e i tribuni che voi chiamate _gastaldioni_ turpemente e ignominiosamente deposti.... S'ebbe forse vergogna, mutando il sodalizio di Vicenza e Padova in pace tra loro, d'eleggere questo Cane, uom nefando, a Vicario di Vicenza proprio in sull'uscio di questa nostra fiorente città? Non solo non se n'ebbe vergogna, o cittadini, ma fu consiglio di partigiani affinché questo Cane vi tragga alla sua tirannide e muova guerra civile tra i vicini nel seno di questa città. Oh vi torni in memoria la fiera strage dei padri nostri, orribile pure a ridirsi, e quel figlio di Satana Ezzelino da Romano che lo scellerato Federico, predecessore di questo Enrico di Lussemburgo, costituì qui ministro solamente di stragi, con questo falso titolo del Vicariato Imperiale....» e rivolgendosi al Vicario Imperiale seguitava: «E tu, Gherardo, se così ti piacerà di fare, giura di rinunziare al Vicariato e ripigliare il dolce e sacro ufficio e nome di Podestà nostro, e di reggere pel semestre questa città nella libertà sua, se no, prendi il tuo stipendio e vattene. Abbiam qui Rodolfo da San Miniato eccellente uomo, che io stimo adatto a pigliare la sede di questa beata e libera podestà e a reggerla.»[165]

Fu un grido di plauso[166]. Invano Albertino tentò rimetter calma negli animi, espose lo stato dubbio delle cose in Italia, mostrò come la parte ghibellina ancor vigorosa potrebbe divenire un aiuto dell'Imperatore pericoloso alla patria, invano pregò, scongiurò, per più mite consiglio. Tutta la sua eloquenza si franse contro l'ira popolare, e vinse il partito dell'armi.

La guerra incominciò indi a pochi giorni, interrotta e ripresa ogni tratto, e condotta molti anni con varia vicenda e con tutto l'odio che solevasi mettere allora da quegli appassionati animi in quelle guerre fraterne. Albertino Mussato che s'era mostrato così blando al consigliare, apparve un leone al combattere, sempre nelle più arrischiate fazioni, primo a gettarsi nel folto del pericolo, ultimo a ritrarsene. Pareva che gli fosse scomparso dalla mente quell'Arrigo VII ch'egli amava tanto e di cui descriveva le imprese, le quali egli, come Dante, si lusingava dovessero riuscire a benefizio d'Italia. Padova la cara patria era in guerra, ed egli ne combatteva i nemici. Nel novembre dei 1313, parve che l'odio cedesse un momento. Albertino Mussato ed un altro padovano andarono a discutere le parole di pace che lo Scaligero faceva proporre, ma le trattative si ruppero senza alcun frutto, e si tornò di nuovo a pensar di guerra. Intanto Arrigo VII era morto (24 agosto 1313), e con lui si spezzavano molte speranze dei Ghibellini più ardenti, molte illusioni di coloro che guardavano a lui come ad un angelo annunziatore di pace. Il partito guelfo ne saliva in superbia, e a Padova sotto colore di riforme impadronitosi d'ogni potere si sfrenava non pur contro i ghibellini ma contro i cittadini più temperati e diveniva tiranno (A. D. 1314). Ne seguì una sommossa popolare violenta, nella quale contro ogni ragione fu preso di mira il Mussato, alle cui case si volse una plebaglia inferocita per portarvi l'incendio e la morte. In vista del pericolo, Albertino non si smarrì: consigliato di nascondersi, non volle, e per non macchiarsi nel sangue del popolo non volle difendersi, ma inforcato un cavallo, venne fuori arditamente dalla casa infestata, e di gran corsa uscì incolume dalla città e si ritrasse in salvo. Fu un gran dolore al cuor del Mussato, a cui pareva tanto più amara l'offesa e l'esilio quanto più gli era cara la patria e se ne sentiva benemerito. Onde in una concione ch'egli dettò a sua difesa, e inserì poi nella storia, esclamava dolente e sdegnoso: «Dovrei io vergognarmi o arrossire, se avendo bene meritato in alcuna cosa, la tanta ingratitudine onde son circondato mi sforza a recitar da me le mie lodi? Anche se lo facessi con petulanza? No, perché quando una cagione di passati contrasti ci costringe a parlare per respinger le ingiurie, la violenza del timore vince la calma d'ogni più forte uomo. Dopo le uccisioni compiute il dì innanzi da quegli iniqui, e le stragi orrende, una turma tumultuaria concorse alla casa di me Albertino Mussato, la tenne assediata da manipoli di gente che le infuriava attorno chiedendo i miei penati, i miei figli, il sangue mio. Se posso parlare col Redentore del mondo: ‘O popol mio’ Egli diceva ‘che t'ho mai fatto? Per quarant'anni ti guidai nel deserto.’ Io ti condussi, dico io Mussato, o popol di Padova, per altrettanti mesi tra vasti pericoli dietro le orme mie sulla mia strada, da cui tu stessa confessi d'aver deviato per tua ignavia....» E dopo avere enumerata una lunga serie di servigi resi alla patria, e i miti consigli dati ai Padovani nella prospera fortuna, alludendo al loro timore nei pericoli, procede: «.... Ma tardo viene dopo la grandine il pentimento. E che rimedî si son trovati a tanti mali? O tribuni della plebe, ricordatevene. Parlo a voi conscî ed autori di tanto provvedimento. Voi, pensaste, Ottimati della città, che se era fattibile, Cesare doveva esser placato. E in che modo? con quale ingegno? con quali arti? E che? la opportunità, la difficoltà chiamò innanzi Albertino Mussato. Costui, si asserì, _può far salva la repubblica e rovinata rialzarla_. Se avanzava da far qualche cosa, a lui solo ricorreste, a lui privo d'ogni speranza di trattar gli affari e prostrato, e vi consigliaste seco, e lui unico imploraste. E Vitaliano de' Basilii, che allora quasi dominava sul volgo, a mani giunte, a ginocchia piegate, lacrimando, stipato da voi tutti, o Tribuni, mi supplicò di andare al Re.... Io guardo a me stesso ammirando e compassionando. È necessario che la penna mandi tutto alla posterità. Forse mi resi colpevole verso questa Repubblica? Tralascio le diurne, le notturne, le annuali fatiche. Non vale la pena di allegare le vigilie, le cure, le sollecitudini mordaci. Non si nascondano gli assertori; attestino affinché io sia creduto. Consumai forse il denaro pubblico? E quale? e quando? Mi son forse arricchito coi danni dei privati? Di quali? Venga fuori un solo vessato o spogliato da me. Abbiatevi, o Tribuni, un argomento efficace della sincerità nostra. In queste ultime calende di decembre, per non ricondurvi indietro al non ricordabile, la sorte mi prepose allo ufficio di Anziano, onore uguale quasi al consolato dei Romani. Questo Pietro d'Alticlino potentissimo uomo e formidabile contro cui si esclamava, e molti altri dell'ordine equestre e plebeo, io convenni in giudizio di restituzione, li feci incatenare, li convinsi, e li costrinsi a rimettere nell'erario la mal tolta moneta con rigido e severo ardore. Così mi persuadevano a fare i miei costumi, così l'audacia, l'amor della patria, l'atrocità di quelle rapine e la giustizia.» E dopo queste calde parole altre ne aggiunge enumerando le prodezze compiute in guerra, spiega per quali ragioni egli avesse promossa la imposizione di una tassa utile e giusta che gli aveva procacciato l'odio del volgo e l'esilio, e conchiude con disdegnosa fierezza: «A ragione il gregge macchiato odia il vello della pecora dorata. Sia lungi da voi, o Tribuni, la ferocia delle vili belve assetate di sangue innocente. Salvato, io voto la mia salute, le mie fortune ed ogni poter del mio ingegno e delle facoltà mie, ai Padri, ai Maggiori e al Popolo più sano.»[167]

Pagine eloquenti davvero, che strappavano l'ammirazione ai contemporanei, e ancora l'ispirano ai posteri richiamati per esse come a un ricordo della romana repubblica, e di quella forte eloquenza che scoppiava in Grecia e in Roma nel tumultuoso bollire degli affetti politici quando la democrazia stendeva sovr'esse l'agitato suo impero! Sedato finalmente il disordine e ricomposta la quiete nella città, si adunò il Consiglio, e, abolite le esorbitanti riforme e ripristinato il vecchio stato, decretò unanime il richiamo d'Albertino Mussato, e pubbliche solenni onoranze per compensarlo dello sfregio patito. Ne esultò il buon cittadino, ma prima pure del suo ritorno, i Padovani mossero improvvisamente ad oste contro Vicenza ed egli s'aggiunse agli armati. Nelle fazioni che seguirono egli combattè con l'usato ardimento, finché in una mischia, precipitando da un ponte in una fossa, accerchiato dagli uomini di Cangrande, fu con undici ferite preso e condotto a Vicenza. Quivi egli rimase onorato prigioniero di Cane, che con la sua corte andava a visitarlo e a scambiar con lui amicamente gravi discorsi e celie frizzanti, esempio non unico di quell'età, che all'abbassar delle spade stillanti sangue, l'ammirazione prevalesse sull'ira, e un prepotente barone rendesse onore alle virtù e all'ingegno d'un semplice cittadino.

Nel novembre del 1314, al conchiudere d'una pace, Albertino liberato dalla prigionia tornava in patria a ricevere le decretate onoranze, e a cinger le tempia di quell'alloro poetico a cui sospirò tutta la vita Dante nella vana speranza che il poema sacro vincesse la crudeltà che lo serrava fuori della patria. Pieno di compiacenza egli descrive a lungo e con tratti caratteristici nella sua storia la festa che gli fu fatta e che riuscì solenne, perché a celebrarla concorse col Senato e colla Università la città tutta quanta, altera adesso di questo suo figlio la cui fama letteraria spargevasi ormai onorata per tutta Italia.