Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 16

Chapter 163,362 wordsPublic domain

È da dolere che una morte immatura togliesse ad Ottone di proseguir la sua storia oltre il 1158, quando il conflitto tra Federico e i Comuni poteva dirsi poco più che iniziato. Per fermo la esperienza dei fatti, la familiarità sua coll'Imperatore, e l'uso facile di documenti ufficiali avrebbero sempre più cresciuto valore al suo libro col progredir degli eventi. Non ce ne compensa abbastanza il suo fedel cappellano Ragevino che per comando di Federico[151] ne proseguì alquanto l'opera e la protrasse fino al 1160, testimonio anch'egli di vista e forse più diligente del suo patrono, ma come di stato così d'ingegno e di dottrina infinitamente minore. E oltre a questa continuazione, le _Gesta_ ispirarono il poema _Ligurinus o Carmina de rebus gestis Friderici I Aenobarbi_ che ha dato luogo alcuni anni or sono, a molte discussioni sulla autenticità sua. Qualche erudito dichiarò essere quel poema una impostura del secolo decimosesto, ma questa par sentenza esagerata. Assai più ragionevole è quella dell'erudito francese Gastone Paris, e dei tedeschi Pannenborg e Wattenbach, i quali ritengono essere il poema una specie di esercitazione letteraria scritta sul finire del dodicesimo secolo quasi intieramente sulle traccie delle _Gesta_ di Ottone di Frisinga e di Ragevino, talché dal punto di vista storico non eccede molto il valore di una parafrasi in versi.

Nè molto più, a parer mio, valgono le _Gesta Friderici_ di Goffredo da Viterbo, che trattò anch'egli lo stesso tema, ma rozzamente, disordinato e senza dir quasi nulla di nuovo. Goffredo scrisse alcune altre opere tra le quali una storia assai nota intitolata _Pantheon_, ed anche fu attribuito a lui un carme sulle imprese di Enrico VI contro Tancredi in Sicilia, ma non par che sia suo. Si disputa s'egli nascesse a Viterbo o in Germania, e il più dei critici lo ritiene Tedesco, ma io non oserei affermare migliore l'una sentenza dell'altra. Certo fu educato fanciullo a Bamberga, e addetto alla corte di Federico si adoperò molto per lui. Lo seguì nelle sue imprese, e, come dice egli stesso, viaggiò per lui «due volte in Sicilia, tre in Provenza, una in Ispagna, sovente in Francia e quaranta volte dalla Germania a Roma.» Morì a Viterbo che, se non lo vide nascere, gli fu patria adottiva negli ultimi anni suoi, e certo gli mancò piuttosto l'arte che l'occasione di salir più alto fra gli storici del suo tempo[152].

Ben diversamente pregevole apparisce invece un altro poema scoperto dal professore Ernesto Monaci nella Biblioteca Vaticana e pubblicato dall'Istituto Storico Italiano. L'anonimo autore, nativo per quanto pare di Bergamo, e molto probabilmente discepolo di quel Magister Moyses che si è già menzionato, è un imperialista ammiratore del Barbarossa, e canta le costui imprese in Lombardia fino al 1160, interrompendosi a un tratto forse perché mentr'egli scriveva, intorno al 1166, Bergamo mutata parte staccavasi da Federico ed entrava nella lega lombarda. Verseggiatore abbastanza buono, dipintore vivace, testimonio contemporaneo e bene informato, egli se non accresce di molti fatti nuovi la conoscenza che abbiamo di quei tempi, ne modifica alcuni ed altri ne conferma o ne spiega. Così per esempio egli narra, modificando il racconto di Ottone di Frisinga e con molto maggior sembianza di vero, la incoronazione del Barbarossa e la zuffa avvenuta tra i Romani e gl'Imperiali. Questo episodio, molto efficace nella semplicità sua, si chiude con una digressione commovente intorno alle dottrine e al supplizio d'Arnaldo da Brescia, ch'egli ci mostra serenamente intrepido innanzi al laccio ed al rogo, martire fermo della sua fede.

«Ma come vide preparargli il supplizio e affrettandosi il fato legarglisi il laccio al collo, richiesto se volesse abbandonare il pravo dogma e confessar sue colpe a mo' de' savî, egli, mirabile a dirsi, intrepido e sicuro di sé rispose parergli salutare il suo dogma, nè dubitare di patir la morte per le sue parole nelle quali nulla era assurdo nulla nocivo. E chiese un breve indugio per pregare un momento, perché disse di voler confessar le sue colpe a Cristo. Allora piegate le ginocchia, levati gli occhi e le mani al cielo, gemette sospirando dall'imo petto, e senza parole pregò mentalmente il celeste Iddio raccomandandogli l'anima sua; e rimasto così alcun poco, diede il corpo alla morte preparato a patirla costantemente. Gli spettatori scoppiarono in lacrime, ed erano perfino alquanto commossi i littori. Finalmente pendette sospeso al laccio che lo tratteneva, e dicesi che ne dolesse al re, troppo tardi misericordioso. O dotto Arnaldo, a che ti giovò tanta letteratura? a che tanti digiuni e tanti travagli? Perché mai seguì egli sì dura vita, e spregiò i molli ozî, nè volle conceder nulla alla carne? Ah, chi mai lo persuase di volgere il dente mordace contro la Chiesa? Ecco perisce il tuo dogma pel quale, o condannato, portasti la pena, e non rimane viva la tua dottrina! Arse, e s'è risoluta teco in tenue favilla, affinché non avanzino reliquie che taluno potrebbe forse venerare.»

L'esser questo un poema storico e non propriamente una storia, le difficoltà del verseggiare, le reminiscenze classiche di cui s'infiora il libro, massime dove descrive battaglie, tolgono alquanto alla precisione storica delle notizie narrate. Ma l'amore e l'intuito del vero che trovansi in esso lo fanno prezioso, ed è ammirabile l'attitudine del poeta a scolpire in un solo verso i particolari importanti di un fatto o le intime ragioni di molti. Così allorquando, nel dir del fascino esercitato dalla eloquenza d'Arnaldo in molte città d'Italia, egli aggiunge che l'esercitò anche sulla

.... Romanam facilem nova credere plebem,

ci snuda innanzi e ci dipinge al vivo quel popolo sempre irrequieto attraverso i secoli del medio evo, sempre troppo memore del suo passato che gli pesava addosso colla sua grandezza, sempre male contento del suo presente che non poteva rivendicare ad alti destini[153].

Colla pace tra i Comuni e Federico fermata a Costanza nel 1183, cessa il primo periodo della storia comunale e un altro se n'apre ancor più fecondo di attività e di rivolgimenti interni, età di guerre intestine fiere e continue, età di commerci, d'arti, di letteratura. La storiografia se ne giova, e mentre la erudizione crescente e il propagato desiderio d'apprendere fan crescere il numero di quelle compilazioni generali che abbracciano tutta la storia, dal nascere del mondo fino ai tempi del compilatore, ogni città grande o piccola ha suoi cronisti, e tra essi ne sorge alcuno che stendendosi oltre la cinta delle sue mura è storico veramente di tutta Italia o di gran parte di essa. Anche il soffio animatore dell'arte penetra in queste pagine di storia, e cominciano a rivelarsi scrittori ricchi di pensiero, ed eleganti dettatori o nell'antico linguaggio o nel nuovo vivente parlare, che si vien formando sotto la lor penna e diventa classico. Degli autori di compilazioni generali vuolsi qui trattar brevemente, e toccherò appena alcuni dei minori tra i cronisti particolari, per potermi distendere alquanto più sui maggiori. Dei primi apparisce notevole Sicardo, eletto vescovo di Cremona nel 1185, uomo di gran zelo e di gran cuore, che molto si adoperò in favor della patria presso Federico I, esortò i Cremonesi a mandare aiuti ai Crociati in Oriente, e colà si recò egli stesso nel 1203 spingendosi fino in Armenia compagno di un legato apostolico. Scrisse varî libri tra i quali una cronaca, abbondante di favole pei tempi antichi ma assai diligente ed esatta in ciò che espone delle cose avvenute all'età sua. Altri scrittori dello stesso genere sono il domenicano Giovanni Colonna, il quale compose un _Mare Historiarum_ che ancora è quasi tutto inedito[154]; Ricobaldo da Ferrara, che sul finire del tredicesimo secolo scrisse una storia universale intitolata _Pomarium_, e Iacopo d'Acqui, e Giovanni diacono veronese, e Landolfo Colonna romano, scrittori tutti le cui opere, come quella di Sicardo, non hanno verun valore per la parte antica, ma dai quali si possono estrarre utili notizie pei tempi contemporanei a loro. E molta utilità di notizie si può ricavare da frate Francesco Pipino, domenicano bolognese, che tradusse di francese in latino una storia della guerra di Terra Santa e i viaggi di Marco Polo, e, dopo essere stato anch'egli in Oriente descrisse i suoi viaggi, aggiungendo per ultimo a tanti lavori una cronaca generale dalla prima origine dei Re Franchi fino al 1314. L'ultima parte di essa abbonda di fatti avvenuti in varie parti d'Italia, ch'egli narra con diligenza accurata.

La cronaca di Francesco Pipino rappresenta una tendenza letteraria dell'ordine domenicano, il quale inteso alla predicazione e alle controversie, aveva bisogno di vaste compilazioni che facilitassero una certa erudizione, abbracciando in gran copia avvenimenti tratti dalla Scrittura, dalle storie, dalle tradizioni, propriamente enciclopedie storiche mescolate di vero e di leggende. Diversa invece la tendenza dei Francescani che s'aggiravano tra il popolo e ne avevano l'intelletto, la fantasia e gl'istinti. Mirabile libro tutto ingenuità e freschezza popolare i Fioretti di San Francesco, ardore infiammato di zelo e spirito di satira mordace nei canti di Iacopone da Todi che sfogava l'un sentimento nella mestizia solenne del suo _Stabat Mater_, e l'altro nelle satire sanguinose contro Bonifazio VIII. L'ordine francescano era democratico, e pur quando, accarezzato e temuto, penetrava come un'onda di popolo nei palagî e nelle corti, mai non abbandonava la primitiva tendenza, e vi penetrava colla familiarità sprezzante di una democrazia conscia della sua forza. Era naturale che il guelfismo popolare del secolo decimoterzo trovasse a rappresentarlo il suo pittore in un francescano, ché frate Salimbene da Parma più che lo storico è il pittore dei suoi tempi. Nacque a Parma nel 1221, di quindici anni abbandonò la casa paterna per rendersi francescano, e resistè ostinato alle preghiere, alle lusinghe, alle maledizioni del padre che lo supplicava di tornare alla dolce compagnia dei parenti. Di convento in convento peregrinò per l'Italia centrale e per l'alta, arrestandosi più o men lungamente nei principali paesi di quella regione; viaggiò la Francia per circa due anni, e tornato in Italia dimorò un pezzo a Ferrara, poi seguitò a muovere da città a città, sbalestrato qua e là secondo i casi, il volere dei superiori e un certo irrequieto bisogno di moto e di novità che era nella natura sua. Vide e conobbe infinita gente, varia di paese, di condizione, d'animo; papi, re, vescovi, baroni, popolani, e profeti e giullari e santi e ribaldi. Trattò parecchi affari per l'ordine suo, nel 1256 cooperò colla nomina di un arbitro a comporre certe differenze tra il Comune di Bologna e quel di Reggio. Di lì a poco lo troviamo presso Piacenza al capezzale di un contagioso, nel 1260 guida per le vie di Modena una di quelle strane processioni di flagellanti che, intorno a quegli anni, eccitavano l'ascetismo disordinato e fantastico delle popolazioni. Passato in Romagna, mentre s'occupava di studî e a Ravenna esaminava il Libro Pontificale di Agnello, vide accadergli intorno molti fatti notevoli «... e così sempre con un pié nel chiostro ed uno nel mondo, sempre in mezzo a quell'agitarsi d'idee e di passioni, di penitenze e di delitti, di libertà e di tirannide.»[155] Visse certamente fino al 1288, e probabilmente oltre il 1290, attraversando così nella sua vita la parte maggiore e più caratteristica del secolo decimoterzo. Dopo aver composte diverse opere teologiche e storiche quasi tutte perdute, finalmente per una sua nipote monaca in un monastero di Parma raccolse quanto aveva imparato dai libri o veduto nel mondo, e tutto fuse e mescolò insieme in una vasta cronaca discesa infino a noi.

Il secolo in cui visse Salimbene si riproduce in questa cronaca come in uno specchio luminoso. Diverso in ciò da quasi tutti i principali cronisti italiani, questo frate fu piuttosto spettatore che attore nella storia del suo tempo, ma spettatore acuto sagacissimo pieno d'osservazione, abbastanza sciolto dai pregiudizi del suo partito e della età sua per giudicar liberamente ogni cosa, abbastanza legato ad essi per rifletterli inconsciamente. Francescano del tredicesimo secolo, l'abito e i tempi gl'ispiravano un certo misticismo ascetico, che non era nel fondo dell'indole sua ruvidamente schietta e piena di buon senso. Scrivendo, diceva senza reticenze il vero d'ogni uomo, o lo coprisse l'elmetto o il cappuccio o la mitra, e del pari giudicava le cose alla libera con quel suo stile andante e pittoresco, e quel suo latino rozzo e così pieno di forme italiane che della latinità non ritien quasi nulla. Non è uno storico, è un raccontatore che viene man mano descrivendo quanto gli cade sott'occhio, familiarmente, senza ordine e quasi senza proposito, tra digressioni continue, inframettendo ai suoi racconti osservazioni e giudizî arguti che mostrano in lui una lucidezza di mente usata a cogliere per intuito il vero delle cose. La lotta tra Federico II e i Comuni guelfi di Lombardia, è narrata a frammenti in mille episodi nei quali appariscono e si muovono tutti que' personaggi secondarî, e molti anche degl'infimi, che sono tanta parte della storia eppur trovano appena rade e fuggevoli menzioni presso gli storici di professione. E coi minori uomini dipinge a larghi tratti anche i grandi, e l'imperatore Federico II «non avea punta fede, fu uomo scaltro, furbo, lussurioso, malizioso, iracondo; e tuttavia fu valente uomo quando gli piacque mostrar sue bontà e cortesie; sollazzevole, giocondo, industrioso; sapea leggere, scrivere e cantare e trovar cantilene e canzoni.... sapeva parlar molte e diverse lingue: e, a sbrigarmi in breve, se fosse stato buon cattolico.... pochi uguali avrebbe avuto nell'Impero.... fu bell'uomo e ben formato ma di mezzana statura. Io l'ho veduto alcuna volta e mi piacque.» E dopo aver parlato di alcune crudeltà commesse da Federigo per curiosità d'investigazione scientifica, aggiunge ch'egli era epicureo «e quanto poteva per sé o pei suoi sapienti ricavare nella Divina Scrittura che dopo morte non ci fosse altra vita, tutto tirava fuori.»[156] Ed era sua intenzione che «tanto il papa che i cardinali e gli altri prelati fosser poveri e andassero a piedi, e ciò non intendea fare per zelo divino, ma perché avaro era molto e cupido, e voleva avere le ricchezze e i tesori della Chiesa per sé e pe' figliuoli suoi.... e ciò egli riferiva ad alcuni dei suoi segretarî.» E altrove aggiunge che Federico «coi suoi principali si sforzava di rovesciare la libertà ecclesiastica e corrompere la unità dei fedeli,» la quale accusa che dovette essere popolare a que' dì, par quasi accostarsi all'opinione di chi tra i moderni attribuisce a Federico e a Pier della Vigna il disegno di volersi staccar dal Papato e fondar nuova Chiesa, e spiega sempre più il favore accordato dai Papi a Carlo d'Angiò contro gli Hohenstaufen. E questo principe fortunato, ipocrita simulator di pietà, per interesse e senza affetto capo e rovina del guelfismo italiano, anch'esso qual fu vien descritto in più luoghi della cronaca di Salimbene, che prima lo vide in un monastero di Francia in compagnia del fratello, il re santo Luigi. Ma in questa cronaca più d'ogni cosa è attraente e pregevole la dipintura larga insieme e minuziosa dello stato d'Italia, quale scaturisce in ogni pagina, in ogni episodio ch'ei narra[157]. L'agitarsi delle dottrine teologiche e la tenace fermezza di Roma tra quel nuovo fermento indagatore degli spiriti, o volgenti come Federico II verso una specie di epicureismo negativo, o come i gioachimiti verso un misticismo visionario, è mirabilmente ritratto da Salimbene. Il quale, seguace egli stesso per alcun tempo dell'abate Gioachino, non rimase a lungo in quelle dottrine per l'indole sua inclinata al pratico e troppo diversa dalle tendenze fantastiche del visionario calabrese. Onde, nella cronaca egli si volge naturalmente a molti episodî che descrivono la vita dei varî ceti del clero e le virtù loro e i vizî, e le relazioni di essi col popolo, e le stranezze religiose di questo, che in parte approva e in parte talor disapprova. Del pari la vita politica del suo tempo, il largo spandersi delle libertà repubblicane, e i mali a cui le guerre di Federico II conducevano la Lombardia, ch'egli dipinge «ridotta in solitudine tanto che non avea più cultori nè passeggieri.... Non potevano arare gli uomini, nè seminare nè mietere nè far vendemmia nè abitare in villa.... Tuttavia presso le città si lavorava colla scorta dei soldati.... E bisognava far così, a motivo dei berrovieri e predoni che erano moltiplicati a dismisura. E pigliavan la gente e la incarceravano affinché si riscattasse a denaro.... E così volentieri in quel tempo un uomo incontrava un'altr'uomo in sulla via, come vedrebbe volentieri il diavolo.»[158] Dolorose circostanze, aggravate dalle lotte parziali e continue, che Salimbene descrive ad ogni tratto, tra il guelfismo popolare e la vecchia nobiltà ghibellina sdegnosa della democrazia che la sforzava di curvarsi alle leggi. Ma seguir negli infiniti meandri suoi questa cronaca, tutta digressioni ed episodî di piccoli fatti e di grandi, è impossibile. Tanto varrebbe quanto il volere stringere in una pagina la compiuta dipintura degli uomini e dei costumi d'Italia in quel periodo di rivolgimento, quando la vita comunale distendeva più rigogliosi intorno i suoi rami, e il sangue scorreva più fervido nelle vene di quel popolo ringiovanito.

La cronaca di Salimbene arriva al 1288 ed ha relazioni con esse un'altra cronaca che si prolunga fino al 1290, e fu pubblicata come anonima dal Muratori col titolo di _Memoriale Potestatum Reginensium_. Tratta questa le cose della città di Reggio e si distende molto sulla storia della Lombardia e dell'Emilia. E discendendo da esse a parlare delle altre cronache particolari, può dirsi che appena si trovi una città in quelle parti, la quale, tra il secolo decimoterzo e i primi anni del decimoquinto, non conti una o più cronache quasi tutte abbondanti di notizie pregevoli. Bologna, Ferrara, Modena, Parma, Piacenza hanno principalmente cronache degne di nota; Piacenza soprattutto, la cui storia si è recentemente arricchita di altre due cronache del più alto valore pei tempi di Federico II, pubblicate prima dall'Huillard Bréholles, poi dal Pertz, e con una edizione corredata di buone note, dalla Società storica di Parma e Piacenza. A Milano, Stefanardo da Vimercate, domenicano, teologo e dotto scrittore di libri legali e canonici, in un poema dettato con eleganza scrisse intorno alle cose avvenute colà tra il 1262 e il 1295 mentre era arcivescovo Ottone Visconti. Un altro frate di San Domenico, Gualvano Fiamma milanese, nato sul cadere del secolo decimoterzo, scrisse varie opere importanti per la storia milanese e della casa Visconti, delle quali opere la più nota finora che ha per titolo _Manipulus Florum_ fu pubblicata dal Muratori nella sua grande raccolta[159]. Milanese anch'egli ed amico al Fiamma, fu il notaio Giovanni da Cermenate, che ebbe qualche parte negli avvenimenti della patria e ne descrisse quelli che occorsero dal 1309 al 1314 con gran precisione e vigorosa eleganza di stile[160]. Men buono scrittore ma sincerissimo, fu Pietro Azario da Novara, che narrò la storia della famiglia Visconti dal 1250 al 1362, e un anonimo la storia di Fra Dolcino eretico novarese, e Bonincontro Morigia quella di Monza fino al 1349, testimonio oculare anch'egli e partecipe dei fatti narrati nel suo lavoro. Del Piemonte, più scarso allora di cronisti, basterà citar solo la cronaca d'Asti, scritta da un Ogerio uscito dalla famiglia degli Alfieri, un'altra cronaca pur d'Asti di Guglielmo Ventura, ed il Chronicon _Imaginis Mundi_ di Giacomo d'Acqui[161]. Molto ricca invece per copia e qualità di scrittori la Marca Trivigiana, e specialmente Verona, Vicenza e Padova. Per la prima di queste città merita menzione il cronista guelfo Parisio da Cereta, che riferì con semplice stile e con animo molto imparziale gli avvenimenti di Verona nella prima parte del tredicesimo secolo, fermandosi principalmente sui fatti di Ezzelino e di Mastino della Scala. Ma gli storici maggiori di tutta quella regione son vicentini e padovani. Mescolato sovente alle vicende che narra, Gerardo Maurisio scrisse con spirito ardente di ghibellino le imprese della famiglia da Romano dal 1182 al 1237, e trattò specialmente dei primi tempi d'Ezzelino. Profuse lodi a costui, che stupirebbero se non fosse che il Maurisio scriveva quando Ezzelino non aveva ancora rivelata la mostruosa efferatezza dell'anima sua, e inoltre l'opera del Maurisio fu raffazzonata in versi leonini dal contemporaneo Taddeo notaio, il quale molto probabilmente esagerò quelle lodi. E pur di Vicenza e dei paesi che furono in relazione d'amicizia o di guerra con essa nel secolo XIV, scrissero Antonio Godi e Nicolò Smerego[162] il quale fu continuato da un anonimo monaco di Santa Giustina di Padova, ma superiori a tutti furono gli storici Ferreto da Vicenza e i due padovani Rolandino e Albertino Mussato.