Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 14

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Generazioni feconde di segnalati uomini furono queste, ma vinti tutti da Gregorio VII che fu per certo lo spirito animatore della età sua. Grandissimo uomo, superiore ad ogni altro papa dopo il primo Gregorio, pontefice e monaco, visse nel mondo e col mondo, eppure tanto se ne distaccò nella rigida fermezza dell'anima, da parer quasi diverso nella natura sua dall'umano. Mentre lo straordinario uomo colla mano ferrea scolpiva un monumento di storia maraviglioso, ei ne veniva insieme scrivendo gli annali, e segnava le pietre miliari del suo cammino nel registro delle sue lettere. Fin da tempi antichissimi e per tutto il Medio Evo, la Curia Romana usò, e continua l'uso, di trascriver gli atti spediti in suo nome e serbarli in appositi registri ordinati cronologicamente in libri e divisi per anni. Questo provvido pensiero avrebbe potuto preparare una infinita miniera di notizie alla storia, se nel corso dei molti secoli e delle molte vicende, tranne alquante lettere di Giovanni VIII (872-882), tutti i Regesti che stanno tra quello di Gregorio primo e questo di Gregorio VII, non fossero andati smarriti. Per maggiore sventura, neppur esso il Regesto di Gregorio VII ci avanza intero, e solo ne son discesi a noi otto libri, talché gli ultimi quattro anni di quel pontificato rimangono senza tanto sussidio. Filippo Jaffé, che ha pubblicato la migliore e più completa edizione delle lettere gregoriane[131], supplì in parte alla mancanza raccogliendo ogni altra lettera che poté trovare sparsamente, edita o inedita, ma pur così gli avanzi relativi a quell'ultimo periodo riescono scarsi al paragone del desiderio. E tuttavia, anche monco in tal guisa, questo massimo tra i documenti storici apparsi allora in Italia, sparge un immenso tratto di luce sugli eventi di quella età, e riproducendo con evidenza scultoria la figura grandiosa e severa di Gregorio VII, ce lo mostra quale era nelle sue relazioni coi contemporanei e nelle lotte sue quotidiane colle infinite difficoltà che si levavano contro i suoi vasti disegni. Libro mirabilissimo, degno di molta meditazione, solo paragonabile alle lettere di Gregorio Magno, dalle quali però differisce per molti rispetti. Paragonar quei due libri vale paragonarne gli autori. Benedetti entrambi dalla forza di una fede senza confini, mossi dall'impersonale desiderio d'assicurar la vittoria a questa fede, dotati entrambi di genio, superiore ciascuno di essi all'età sua, eppure stretti e ossequenti a molti dei pregiudizi che li circondavano, que' due papi differiscono tra loro per l'indole diversa, e per un diverso concetto dell'idea della Chiesa dovuto alla diversità dei tempi, delle circostanze, delle ispirazioni. Nel primo d'essi, comparso sul limitare del medio evo, germoglia ancora la vita del passato, e l'anima gli si tempra fra le tradizioni dell'antica Roma e le tradizioni dei tempi apostolici, fra gli echi del Palatino e gli echi delle Catacombe. Intelletto prudente pieghevole, cuore indulgente e bisognoso d'espansione e d'affetto, anima essenzialmente umana, il più perfetto uomo che sia comparso in tutta la storia medioevale. L'altro vien fuori nel colmo del medio evo, dopo una lunga tenebra di corruzioni e di barbarie, monaco fin dall'infanzia, non freddo, ma meno dischiuso a tenerezza d'affetti, calmo severo inflessibile dominatore. Riformare la Chiesa imputridita per le colpe passate, trasformare l'ammollito clero in una falange d'apostoli austera e staccata da ogni cura d'affetti mondani, l'episcopato sottratto all'autorità regia e stretto intorno al pontefice pastore di popoli e di re, guida suprema alla giustizia e alla pace. Tale il concetto di Gregorio VII come scaturisce da queste lettere, se non materialmente scritte certo almeno sempre ispirate da lui, ed esprimenti tutte in diversi casi una tendenza sola. Ché se questo concetto, avanzando i termini del possibile e del giusto non toccò interamente la sua meta, e presto cedendo luogo a concetti nuovi si trasmutò in parte, non si scema per questo la grandezza di Gregorio, ed egli rimane pur sempre nella storia come un'aquila solitaria che posata sulla cima d'una rupe, ivi sovrasta e guarda in basso impassibile e maestosa.

CAPITOLO VI

Nuove fasi del pensiero italiano dal dodicesimo secolo al decimoquarto — Scrittori meridionali dei tempi normanno e svevo — Saba Malaspina — Storici del Vespro Siciliano — Vite dei Papi — Vita di Cola di Rienzo — Scrittori municipali lombardi del primo periodo — Ottone di Frisinga — Altri cronisti imperiali — Storie generali — Fra Salimbene da Parma — Cronisti di varie città dell'alta e della media Italia — Cronisti di Lombardia e della Marca Trivigiana — Albertino Mussato.

Mentre durava la lotta delle Investiture tra la Chiesa e l'Impero, un grande mutamento veniva maturandosi nelle condizioni politiche e intellettuali d'Italia, e al cessare di quella lotta la storia letteraria italiana trovasi come all'improvviso in un campo diverso. Nel Mezzogiorno, il reame fondato prima dai Normanni, radicatosi forte, divenne la sola monarchia che rimanesse ferma in Italia, accolse per un momento la sede dell'Impero, e, nè per le molte vicissitudini nè pel mutare delle dinastie, si disciolse mai più. La Chiesa Romana salita in alto per l'impulso poderoso di Gregorio VII, mentre allargava vastamente le influenze sue spirituali e politiche, veniva aumentando e rafforzando il patrimonio suo temporale, finché ai tempi d'Innocenzo III († 1216) toccò il culmine di una potenza che cominciò a scadere con Bonifazio VIII († 1303). Nell'Italia centrale e nell'alta, i Comuni dopo una laboriosa gestazione di germi latenti, fiorivano a un tratto d'ogni parte e si svolgevano rapidamente forti liberi e ricchi. Milano, Venezia, Genova, Pisa, Firenze, ad ogni passo s'incontra una città, ed ogni città è una potenza. Il sole sorto dopo i primi albori dell'età precedente, s'accampa in cielo e sale a splendere la luce di Tommaso d'Aquino, di Giotto e di Dante. Tra così rigogliosa ricchezza di vita, il laicato comincia ad uscire dalla tutela ecclesiastica, anzi la democrazia invadente nello Stato tenta d'invader la Chiesa. Dappertutto al fervore del pensiero s'accompagna il fervore dell'azione, e lo spirito filosofico appena rinato cerca subito di promuovere nuove riforme. Agitato prima da Arnaldo da Brescia esso scruta arditamente le dottrine ecclesiastiche difese da San Bernardo e più tardi dai Domenicani, e intanto varie eresie serpeggiano tra il popolo, stendono loro riti e ispirano sacri entusiasmi ed eccessi strani, mosse in parte da tendenze non diverse da quelle che muovono l'ordine democratico di Francesco d'Assisi. Le mutate condizioni mutano le condizioni dell'Impero tedesco che, s'impegna in una lotta nazionale ai tempi di Federico Barbarossa, s'italianizza un momento con Federico II, e poi trapiantato di nuovo in Germania, perde ogni forza tra noi ed è svigorito quando Arrigo VII vi discende confortato dai Ghibellini. I nomi di guelfo e di ghibellino divengono pretesto e segnacolo delle discordie italiane, che crescono quanto più esuberante è la vita, e creano lotte e anarchie e tirannidi e sventure infinite alla patria. Ma pur tra queste discordie si esplica la espressione vera del pensiero e dell'indole italiana coll'esplicarsi delle arti e più della lingua, che tenta le sue prime canzoni a Bologna e alla corte di Federico II in Sicilia, canta tra il popolo le laudi spirituali dei Francescani, e cercando perfezioni per tutta Italia, pone finalmente sede in Toscana ad aspettare la vicina musa dell'Alighieri.

Tale il periodo di cui si debbono ora esaminare gli storici. Come al rovinar dell'Impero s'erano inaridite le fonti storiche, così ora quanto più cresce e si feconda la vita del popolo tanto si moltiplicano le cronache e a poco a poco saliscono a dignità di storia. I materiali ci si affoltano intorno così aumentati d'importanza e di numero, che non è più possibile per me, e non gioverebbe oramai, il tener dietro singolarmente alle centinaia di cronisti che spuntano fuori da ogni parte d'Italia tra il dodicesimo secolo e il decimoquarto. È necessario restringersi. E per cominciare dal Mezzogiorno, ai cronisti del primo periodo normanno menzionati più sopra nel capitolo quarto, altri se ne vogliono aggiungere[132] fioriti sotto gli ultimi re di quella dinastia, i quali più o meno si collegano coi cronisti del periodo svevo che succedette (A. D. 1194-1268). Le cronache monastiche danno un secondo germoglio. Appartengono a questa età gli _Annales Casinensens_ (1000-1212), compilazione di diversi monaci che ritesserono la storia di Montecassino traendola dagli storici che già si sono esaminati ed aggiungendovi notizie proprie per gli anni posteriori. Il monastero di S. Clemente di Casauria e quello di S. Bartolomeo di Carpineto situati entrambi in Abruzzo, entrambi di fondazione antichissima, ebbero anch'essi le loro cronache infarcite di documenti preziosi al modo della cronaca di Farfa, e compilati sul finire del dodicesimo secolo la prima da un Giovanni, la seconda da un Alessandro monaci ciascuno del monastero di cui raccolsero le memorie. Di carattere più vasto di queste cronache monastiche, la storia di Alessandro abbate di Telese sugli avvenimenti del regno di Ruggiero di Sicilia (A. D. 1127-1135), è libro notevole malgrado le tendenze panegiriche a cui l'autore s'ispira. Gli _Annales Ceccanenses_, pubblicati prima col titolo di _Chronicon Fossae Novae_ dal monastero dove furono rinvenuti, e composti in forma di storia universale, cominciano dall'èra volgare e proseguono fino al principio del secolo decimoterzo in cui furono scritti, per quanto pare, da Landulfo abbate di S. Maria de Flumine presso Ceccano[133]. Inutile rabberciamento di antiche scritture nella prima parte, questo lavoro divien diffuso e circostanziato nella parte più recente. In essa, all'anno 1192, anche si contiene di diverso autore una rozza ed oscura poesia contro Enrico VI imperatore, il quale pel suo matrimonio colla principessa normanna Costanza, aveva impiantata nel mezzogiorno la dinastia sveva degli Hohenstaufen, e s'era fatto odioso così per l'influenze tedesche che introduceva, come per le sue crudeltà contro il partito normanno divenuto oramai nazionale e caro ai Siciliani. Più universale ancora è la cronaca di Romualdo Guarna arcivescovo di Salerno e celebrato tra i medici della scuola salernitana. La quale cronaca incomincia dalla creazione del mondo e scende fino alla seconda metà del secolo dodicesimo dove si interrompe. Uomo di alto affare nella Corte normanna dei due Guglielmi di Sicilia, ai quali era legato di sangue, occupò cariche eminenti presso quei due sovrani, ed ebbe gran parte nei molti rivolgimenti che agitarono quegli ultimi regni della dinastia degli Hauteville. Andò a Venezia rappresentante di Guglielmo II il Buono, e prese parte in nome del suo signore al convegno e ai trattati di pace che ivi ebbero luogo tra Alessandro III e i Comuni Italiani da un lato, e Federico Barbarossa dall'altro. Accolto con particolari attestati d'onoranza dall'Imperatore, e condotti a termine con buon esito i suoi negoziati, egli parla del convegno di Venezia con diffusa compiacenza nella sua cronaca. Questa, come può credersi, ha gran pregio quando giunge ai fatti contemporanei, sebbene una certa parzialità spiegabile in un uomo vissuto in mezzo alle lotte vive e violente dei partiti, inclini spesso l'autore a colorire i fatti o a sbiadirne le tinte o a tacerli, secondo il vantaggio del partito suo. Egli stava coi governativi e monarchici, ai quali si opponeva il partito feudale dei baroni mal sofferenti degli uomini nuovi che salivano al potere con danno loro. A questo partito apparteneva invece Ugo Falcando, robusto e generoso scrittore che si guadagnò colla sua storia dei fatti di Sicilia il glorioso soprannome di _Tacito del Medio Evo_[134]. È disputa sul luogo della sua nascita, ma par vero ch'egli nascesse in Francia, e venuto in Sicilia da giovane, rimanesse non breve tempo nell'isola dov'ebbe, come narra egli stesso, favore, sostegno e condizione onorata. Ripassato in Francia o, forse, in Inghilterra, scrisse la sua storia e la compì verso il 1169. Poi più tardi, nel 1189, ripresa la penna, in una lettera a Pietro di Blois toccò nuovamente delle cose di Sicilia quando Guglielmo II moriva e Tancredi di Hauteville levatosi a capo del partito siculo-normanno e proclamato re, tentò d'opporsi, e per quattro anni che durò in vita si oppose, alle pretese del tedesco Enrico VI. Partigiano ed amante della feudale nobiltà normanna stabilita in Sicilia, Falcando ne accomuna gl'interessi a quelli del Regno, che gli è caro malgrado le amare parole che di tanto in tanto volge a Siciliani e a Pugliesi, mosso piuttosto da antipatia di partito che da antipatia nazionale. Diverso in ciò da Romualdo Salernitano, egli ci parla appena di sé, e da questo riserbo deriva la povertà delle notizie che rimangono sul conto suo. Anche vi è un'altra diversità tra lui e l'arcivescovo, che dove questi tende a tacere le circostanze sfavorevoli al suo partito, Falcando invece è più coraggioso e affronta la difficoltà francamente, esponendo, mentre li giudica, i fatti pervenuti a sua notizia o per averli egli stesso veduti o per averli uditi dai ragguagli dei nobili normanni ai quali fu familiare. E sebbene egli attinga a fonti partigiane e parteggi egli stesso in cuor suo, tuttavia è più imparziale che non potrebbe aspettarsi. Inoltre, sagace com'egli è ed acuto, sente che la nuda narrazione dei fatti non basta all'ufficio di storico, e ci serba una quantità di notizie che non sapremmo altrimenti, intorno alla costituzione politica della monarchia, alle condizioni dei feudatari, dei municipî e del popolo. Il Gibbon, malgrado qualche lieve inesattezza, parla di Falcando con l'usata intuizione sua, e dice: «Falcando è stato chiamato il Tacito di Sicilia, e io dopo una giusta ma immensa riduzione dal primo al dodicesimo secolo, da un senatore ad un monaco, non lo vorrei privar del suo titolo. La sua narrazione è rapida e lucida, il suo stile ardito ed elegante, il suo spirito d'osservazione è acuto: aveva studiati gli uomini e sente come un uomo.»[135] E narrando le ultime vicende del regno normanno, e come Enrico VI se ne impadronisse coll'armi «contro l'unanime volere d'un popolo libero,» il Gibbon reca in parafrasi le profetiche parole che Falcando compiuta la sua storia mandava a Pietro di Blois sul cominciar della lotta. Le quali parole son qui ripetute per intero come le scrisse lo storico di Sicilia, a testimoniare i nobili affetti e la malinconia profonda che gl'ispirava la caduta del regno normanno.

«E Dio volesse che entrata col re tedesco in Sicilia, mancasse a Costanza la fermezza del perseverare, nè le si desse copia dei campi messinesi, o di trapassare i confini dell'Etna! Là rimarrebbe benissimo quella gente dove la crudeltà dei Pirati verrebbe in cozzo colle atrocità dei Teutoni.... Ma i luoghi interni di Trinacria, massime dove splende il fulgore della città nobilissima preminente per singolar merito a tutto il Regno, sarebbe nefando e mostruoso veder polluti dall'ingresso dei Barbari, scomposti dal terrore degli irruenti, esposti alle rapine dei predoni, o turbati dalla barbarie delle leggi straniere. Ma tu mi dirai, ‘A che vuoi venire, e qual consiglio stimi che prenderanno i Siciliani? Si eleggeranno essi un Re e combatteranno a forze unite contro i Barbari, ovvero cedendo alla diffidenza e all'uggia della insolita impresa, preferiranno accettare ogni duro giogo di servitù piuttosto che provvedere alla fama e alla dignità propria, alla libertà della patria?’ Io stesso trattando tacito questi pensieri nella mente dubbiosa, tenzono tra me distratto dalle varie ragioni, nè veggo chiaro il partito da scegliere. Certo se si eleggeranno un Re di non dubbio valore, e se i Saraceni non discorderanno dai Cristiani, l'eletto Re potrà soccorrer le cose quasi disperate e perdute, e conducendosi prudentemente respinger le incursioni dei nemici. Imperocché s'egli si concilierà il favor dei soldati aumentando gli stipendî, se conferendo beneficî si cattiverà l'animo della plebe, se premunendo con cura le città e le fortezze, anche in Calabria, disporrà presidî in luoghi opportuni, ei potrà protegger per modo Sicilia e Calabria che non cadano in man de' Barbari. Ma in Puglia dove godon sempre del nuovo e voglion sempre cose diverse, non reputo che si possa riporre speranza o fiducia veruna. Che se raccogliendo soldati a forza li comanderai alla battaglia, e' ti si metteranno in fuga prima che si dia fiato alle trombe: se li porrai a difender le fortezze, ecco che gli uni tradiscono gli altri e ti introducono dentro il nemico alla insaputa o a malgrado dei compagni. E poi perché è difficile che, tolto il timore del re, in tanto turbinar delle cose i Saraceni non sieno oppressi dai Cristiani, se i Saraceni stanchi per le molte ingiurie di costoro comincieranno a discordarne, e occuperanno le castella marittime e le fortezze della montagna, per modo che si debba combatter da un lato i Tedeschi a tutta possa, e dall'altro respingere le frequenti scorrerie dei Saraceni, che credi faranno i Siculi oppressi tra queste angustie, e posti come tra il martello e l'incudine? Faranno come potranno, e arrendendosi in quella miserevole condizione ai Barbari si metteranno nella potestà loro. Oh voglia Iddio che s'accordino i voti della plebe e dei nobili de' Cristiani e de' Saraceni, affinché eleggendosi concordemente un Re, si sforzino di contrastare con ogni potere, con ogni sforzo, con ogni aspirazione alla irruenza dei Barbari. Infelice isola condannata dalla sorte a nutrire e far così prosperare i tuoi figli, che quando sono giunti alla desiderata maturità di lor forze, prima ne fanno esperimento in te, e gli allevati dalle tue pingui mammelle ti scerpono ricalcitrando le viscere! Così molti nutriti già nel tuo seno e nelle tue delizie, t'afflissero poi con infinite ingiurie e guerre infinite. Così anche Costanza educata dalla cuna alla abbondanza delle tue delizie, istruita nelle tue dottrine, informata ai tuoi costumi, se n'andò da ultimo tra i Barbari ad arricchirli delle tue ricchezze, ed ora con esercito ingente viene a ripagarti una scellerata mercede, a distrugger violenta la ornatezza della sua bella nutrice, a contaminar colla sozzura barbarica quella tua purezza per cui sovrasti ad ogni altro regno. Muoviti ora o Messina città possente e prevalente per molta nobiltà di cittadini, segui qual miglior consiglio t'è dato guardando alla salvezza tua, per fiaccare i primi sforzi dei Barbari e vietare il passo del Faro alle armi nemiche. Preme che tu maturi ponderatamente ciò che farai. Imperocché come tu prima ti presenti innanzi alle navi che vengono in Sicilia appena passato il Faro, anche t'è necessità sostenere i primi impeti dei combattenti e sperimentare i primi auspicî della guerra. Certo ti crescerà gran forza e fiducia, grande speranza e sicurezza, se guardi al valore e alla audacia dei cittadini tuoi, i vecchi atti a maturar consigli, i giovani avvezzi alle cose di guerra, il giro delle tue mura tutto cosparso intorno di torri, se pensi alle forze tue colle quali spesso frangesti la superbia dei Greci, e spogliando Affrica e Spagna ne traesti spesso preda ingente e spoglie opine. Non ti dia dunque nessun timore, nessun terrore la turbolenta barbarie di costoro, se resistendo fortemente potrai sostenere i primi assalti, scuoterai dal tuo collo un giogo durissimo e spargerai lontano la gloria immortale del celebrato tuo nome.»[136]

Con Ugo Falcando può dirsi che abbiano termine gli storici del periodo normanno, dai quali si fa passaggio a quelli del periodo svevo mediante il carme di Pietro da Eboli (A. D. 1187-1195), che in versi eleganti narrò la lotta fra Tancredi ed Enrico VI, scrivendo piuttosto un panegirico di quest'ultimo che una storia. È un periodo povero di cronisti speciali per la bassa Italia, sebbene in esso grandeggi la figura di Federico II che tanto affascinò le menti de' suoi contemporanei in Italia, e la corte sua di Sicilia divenisse convegno d'uomini dotti e di letterati, e quasi culla della poesia italiana. La cronaca anonima _De rebus siculis_, gli _Annales Siculi_, il _Breve chronicon lauretanum_ sono scritture utili a consultar dallo storico ma di mediocre valore, e solo davvero importanti tra i cronisti meridionali di quella età sono Riccardo da San Germano, Niccolò di Jamsilla e Saba Malaspina sul continente, e nell'isola di Sicilia Niccolò Speciale e Bartolomeo da Neocastro. Il primo di questi scrittori, nato nella città di San Germano alle falde di Montecassino, fu notaio imperiale e adoperato in molti negozî da Federico II. Le molte cose vedute, l'esperienza della vita pubblica, e, forse, le tradizioni della letteratura storica attinte alla grande Badia presso cui era nato, lo invogliarono a scrivere la storia dei tempi che corsero dalla morte di Guglielmo il Buono fino al 1254. Lavoro preciso e semplice, scritto con imparzialità diligente, ricco di fatti narrati schiettamente, senza nessuno ornamento oratorio, povero di colorito, cronaca vera e non storia, esso è la guida più sicura che abbiamo per quegli anni intorno alle vicende di Federico II e delle provincie napoletane.