Le cronache italiane nel Medio Evo
Part 12
E per fermo, attratta dalla verità della vita, animata da forti ideali, la fantasia si volgeva all'umano e la luce della leggenda impallidita innanzi alla luce della storia rifugiavasi nelle tradizioni del popolo o in qualche oscuro libro monastico destinato a lontane e inaspettate risurrezioni. Infatti, lontan lontano dai luoghi di cui si tiene parola, in Val di Susa alle falde del Cenisio, un monaco del monastero della Novalesa raccoglieva le tradizioni della calata di Carlomagno in Italia e manteneva ricordi di un ciclo di leggende che più tardi ispirò trovatori e poeti del medio evo, illuminò la fantasia dell'Ariosto e, ai tempi nostri, innestato alla storia crebbe colore alla musa pensosa di Alessandro Manzoni. La storia vera del monastero della Novalesa somiglia alle altre storie monastiche di quei tempi. Fondato nell'anno 726, distrutto dai Saraceni nel 906 o nel 916, restaurato verso il mille, ebbe tra i suoi intorno alla metà del secolo undecimo un monaco del territorio di Vercelli che ne scrisse la cronaca[107]. Quest'opera fantastica ci è avanzata mutila nello stesso antico rotolo membranaceo su cui l'autore la scrisse a più riprese, tra lunghi intervalli di tempo, senza condurla a termine mai. Attinta alle fonti del popolo, incomincia quasi subito con una favolosa leggenda di un monaco ortolano di sangue reale chiamato Waltario che compì gesta prodigiose a tutela del monastero, ed è, come nota il Bartoli, quello stesso Walter figliuolo del re di Aquitania preso in ostaggio da Attila e la cui leggenda si rilega ai Niebelunghi alla Wilkina-Saga scandinavica e a tutto il ciclo delle tradizioni eroiche intorno ad Attila. Alle quali leggende tengono dietro altre leggende del cielo di Carlomagno importantissime perché dopo men di tre secoli narrano ciò che la fantasia popolare aveva creato sui fatti avvenuti tra quelle montagne dove il monaco le raccoglieva. La visione di Carlomagno, l'ospitalità ch'egli trovò alla Novalesa, il giullare che insegnò a Carlo il valico per passar le Alpi e prendere i Longobardi alle spalle, la presa di Pavia, le miserie del longobardo re Desiderio, e le maravigliose prodezze di suo figlio Adelchi, sono altrettanti episodî di leggende ricchi di poesia e di sentimento. Diversa dalle cronache erudite dei monaci del Mezzogiorno, questa cronaca della Novalesa ha pure una importanza singolare perché raccoglie le impressioni del popolo durevoli assai lungamente oltre le sue cagioni. Tornando indietro con essa fino alla età longobarda, al punto ove Paolo Diacono s'arresta, noi possiam colorire quelle scarne notizie che la critica ci aiuta a trarre dagli ampî Regesti e dalle cronache più severe. Ché se questo scritto nato al pié delle Alpi è piuttosto poesia che storia, certo è poesia che ricorda la vita dei tempi lontani e la ripete dopo secoli di silenzio, come le maestose montagne che incoronano le ruine della Novalesa ripetono tra i vasti silenzi la lunga e solitaria eco dei suoni cessati.
CAPITOLO V
I continuatori del Libro Pontificale: Bruno da Segni. Guiberto di Toul. Paolo di Bernried. «Annales Romani.» Pandolfo. Bosone — Scritti polemici. San Pier Damiani. «Liber ad Amicum» di Bonizone — La Vita di Anselmo da Lucca — La Vita della contessa Matilda di Donizone — Le lettere di Gregorio VII.
«Il beato papa Gregorio (VII) soleva narrarci assai cose di quest'uomo (Leone IX), e da lui ho memoria d'avere udito in gran parte tutto ciò che sono venuto dicendo fin quì. Ora egli un giorno, parlando di lui incominciò a rimproverarci, e me principalmente (come mi parve poiché tenea fissi in me gli occhi) perché lasciavamo passare in silenzio le gesta del beato Leone, e non iscrivevamo ciò che sarebbe riuscito a gloria per la Chiesa Romana e ad esempio di umiltà per molti che avrebbero ascoltato.»[108] Queste parole di Bruno vescovo di Segni mostrano come al risorgere dell'autorità e del vigore nella sede romana, rinascesse il bisogno di un libro pontificale, e come i papi stessi promuovessero quest'opera. Infatti nel secolo undecimo, le vite dei papi, a muover da quella di Leone IX († 1054), incominciano ad essere narrate con larga estensione da scrittori non privi di merito, spesso testimonî oculari o assai prossimi delle cose narrate e mescolati in qualche modo ad esse. Così, per esempio, le parole citate qui sopra furono scritte in una vita di Leone IX da quel medesimo Bruno vescovo di Segni e abbate di Montecassino, che nell'altro capitolo ci apparve tanto attivo e ardente partigiano nella lotta delle Investiture. Ma quest'opera sua non ha molto valore, e fu superata da altre venute in luce verso il suo tempo, quali la commovente descrizione della morte di Leone IX dettata in Roma dal chierico Libuino custode del sepolcro di quel papa, ricca di fatti veri tra molte leggende, e la vita scritta da un monaco beneventano, specialmente stimabile pel racconto della mal provvida spedizione di Leone contro i Normanni, e della prigionia che seguì alla sua disfatta. Più importanti ancora sono due altri lavori di due tedeschi[109], Guiberto di Toul e Paolo di Bernried, che scrissero molto diffusamente il primo di Leone IX, il secondo di Gregorio VII. Guiberto che fu familiare di Leone quando questi era vescovo di Toul, è specialmente ricco di particolari circa la prima parte della sua vita, ma pel rimanente, il suo scritto, sebbene pregevole, non ci dà un ritratto così completo di quel pontefice che non sia bisogno di cercare anche da altre fonti aiuto a rifarne la storia.
Dettata mentre cessava la contesa delle Investiture, la storia di Gregorio VII lasciataci da Paolo di Bernried ripete l'eco delle antiche querele e magnifica la potenza morale di Gregorio, quasi ad ammonir gli avversarî del pericolo che correrebbero a rinnovar la gran lotta. Dedicatosi fin dal 1102 alla vita ecclesiastica, Paolo fu ordinato prete nel 1120. Per le persecuzioni dell'imperatore Enrico V, riparò l'anno seguente a Bernried nella diocesi di Augusta. Nel 1122 si recò a Roma, e quivi forse gli venne in animo di narrar la vita di Gregorio VII. Senza dubbio radunò colà la materia del suo lavoro, studiò il registro delle lettere gregoriane, interrogò i superstiti testimonî delle vicende del suo eroe, tra i quali lo stesso pontefice Calisto II. Tornato a Bernried si mise all'opera e la condusse a termine nell'anno 1128. Narratore ingenuo, egli, sebbene sprovveduto di critica, attinge per lo più a buone fonti e fa largo uso di documenti ufficiali. Per tal modo bene e coscienziosamente informato, scrive di eventi occorsi quasi cinquant'anni prima di lui con una tenace semplicità di convinzione che penetra efficace nell'animo di chi lo legge. Con facile credulità egli corre spesso al soprannaturale e spiega miracolosamente assai fatti o li colorisce colla aggiunta di episodi leggendarî, ma è così onesto e di buona fede in queste aggiunte, che la critica può facilmente respingerle o spremer da esse il vero della storia, e l'arte aiutarsene a descrivere una età drammatica oltremodo. Uno storico artista, il Villemain, che ha lumeggiato a maraviglia la vita di Gregorio VII[110], si giovò assai di questo biografo per dar colore ai suoi quadri, e specialmente alla sua descrizione di quella fosca notte di Natale, quando il romano Cencio entrato in Santa Maria Maggiore strappò Gregorio dall'altare e lo trascinò in una sua torre prigioniero e ferito. Amo riferir qui in parte il racconto dell'antico scrittore, che è bello confrontare collo storico moderno per vedere in qual modo le vivide impressioni d'un semplice cronista del medio evo abbiano ispirata una delle più luminose pagine di cui si onori la moderna letteratura storica di Francia.
«Ecco venuta la notte in cui il figliuol delle tenebre sta per assalire il ministro della luce. E prima manda esploratori ed altre spie, perché tra gli abitanti di quel quartiere presso alla chiesa essi s'erano aggiunta una certa società che notando ogni cosa ne mandava notizia a quello scellerato. Allora egli messa in arme la legione sua, la condusse rapidamente, disponendo in modo che, o dopo aver vinto uccidendo Gregorio o trionfato portandolo via vivo, chiunque potesse avere un cavallo lo inforcasse affinché niuno s'attentasse d'insorger contro di loro. E si viene alla chiesa. Il Papa in luogo glorioso nel presepio, come insegna la religione cantava la prima messa di notte e già egli e il suo clero avean preso il corpo del Signore. Partecipavano gli altri alla comunione quando ecco tuona improvviso un clamor grande, un grande ululato, e riempie la chiesa. Ed eccoli a percorrer d'ogni parte la chiesa, colle spade sguainate a percuoter chi capitava, e affacciatisi alla cappella del presepio dove in alto sedeva il Papa, percotendo alcuni e spezzando i cancelli, a cacciar truculenti le mani nel presepio del re eterno e della madre sua. Allora poser le mani sul Papa e lo tennero. Un d'essi tratta la spada voleva troncargli il capo ma per volontà di Dio non potè. Però percosso in fronte e gravemente ferito, colle violente mani lo strapparon via dalla chiesa che ancora la messa non era finita, tra le uccisioni e il percuotere. Quegli intanto come agnello innocente e mansueto, levando gli occhi al cielo non die' loro alcuna risposta, non si lagnò, non fe' resistenza, non pregò che lo risparmiassero. Spogliato del pallio e della pianeta, della dalmatica e della tunica, ravvolto solo nel camice e nella stola, trascinandolo come un ladro lo poser sul dorso a uno di quei sacrileghi. Quel tale poi che colla spada gli aveva percossa la fronte, preso dal demonio s'avvoltolò spumando un pezzo nell'atrio della chiesa, e il suo cavallo fuggì via e non fu più trovato.
«La fama di tanto male tosto colpì la città tuttaquanta, e chi potrebbe ridirne il pianto e i funerei lamenti?... Il clero tutto, perché il pastore era percosso, correva qua e là, e spogliando denudava tutti gli altari. Tranne ciò che si era detto prima, nulla in niun luogo nelle chiese fu detto del divino ufficio. E gli elementi che erano stati turbati fino ad allora, per non impedire il popolo zelante nello zelo del Signore, si mostrarono pacati, e la terra assorbendo tutta l'acqua che reggeva per la soverchia inondazione, mostrò di nuovo l'asciutto per far che tutti accorressero alla vendetta. Tutta la notte adunque, suonandosi le campane e le trombe, i soldati percorsero ogni andito affinché con qualche astuzia non portassero fuori della città il Papa, ma di lui non apparve vestigio. E per vero, mentre si dubitava, ignorando tutti s'egli era vivo o morto, radunatosi il popolo in Campidoglio, riferirono alcuni ch'egli era tenuto prigione in certa torre. Tutta la gente allora mandò grida alle stelle. E appena tornò sulla terra il giorno, tutti esortandosi a vicenda, s'avviarono innumerevoli alla casa di quell'anticristo. S'appiccò la zuffa, ma al primo scontro la parte nemica si die' in fuga e tutta la fazione si rinchiuse nella torre. Allora in tutta la parte munita fu posto il fuoco, e recate macchine e arieti spezzasi il muro, e quanto era là chiuso divien preda al popolo del Signore. Nessuno evitava il pericolo, ma dimentico di sé combatteva ciascuno a tutta possa.
«Peraltro un nobile uomo e una nobil matrona avevano seguìto il padre Gregorio e gli erano stati di qualche sollievo. L'uomo trovate alcune pelli scaldò il pontefice affranto dalla via per cui era stato trascinato, e se ne pose i piedi sul petto. La matrona deplorando molceva coi medicamenti la piaga del nostro padre, molle pel rosso profluvio del molto sangue, e sclamava contro quegli omicidi sacrileghi nemici di Dio. Era quasi un'altra Maria, ché come quella piangendo i delitti suoi bagnava in lacrime le vestigia del Signore, così questa con le lacrime sue bagnava un tanto pastore!
«.... Ma quanto era animosa la fede di costei tanto era linguacciuta la perfidia d'un'altra donna. Imperocché come già nella Domenica di Passione l'ancella ostiaria aveva atterrito Pietro, così costei con suoi mordaci obbrobri ne conturbava il Vicario. La quale era sorella di quel traditore e però non temeva di maledire a tanto padre. E un altro ministro e seguace di quel traditore colla spada alla mano minacciava bestemmiando di voler troncare in quello stesso giorno il capo di tanto uomo. Ma il giudizio velocissimo di Dio non differì la vendetta della empietà sua: un dardo vibrato dal di fuori troncandogli la gola onde usciva la crudel voce, lo prostrò a terra moribondo e palpitante, e così lo mandò all'inferno.
«.... Finalmente il pio Papa affacciatosi alla finestra, aprendo le braccia verso la turba furente, fece cenno che si calmassero, e alcuni dei maggiori salissero entro la torre. Alcuni però credendo ch'ei li esortasse all'opera incominciata, fatto impeto schiudono la torre. E così fu condotto fuori, piangendo di gaudio tutte le turbe esclamanti per la pietà. Imperocché lo si vedeva tutto cosparso di sangue per la gran ferita, onde presi d'orrore mandavan le voci alle stelle. Avuta così vittoria, tutti con papa Gregorio pieni d'infinito gaudio tornarono alla chiesa della Madre di Dio da cui l'avevano strappato in quella notte. E il comun padre compì allora la messa che non aveva potuto terminar nella notte impedito dai ministri del diavolo, e ai ritornati dalla gran vittoria die' la grazia della benedizion del Signore.»[111]
Il cozzar delle parti ora più che mai favoriva il risorgere della storia pontificia cercando aiuto nella esposizione dei fatti. E poiché il giudizio dei fatti raro scompagnasi dal giudizio sugli uomini che li promuovono, così le vite dei papi erano di frequente narrate e poste in buona luce o cattiva secondo il sentimento del narratore. Entro le stesse mura di Roma i partiti in contrasto produssero alcuni scritti che furono pubblicati col titolo di _Annales Romani_[112], e manifestano le due contrarie tendenze nei pensieri di quel tempo. Il primo di questi scritti, inteso a continuar propriamente l'antico Libro Pontificale, contiene le vite dei vari papi che si seguirono a breve distanza tra l'anno 1044 e il 1049. È uno scritto anonimo condotto con diligenza e ricco di dettagli intorno alle cose cittadine e alle famiglie nobili di Roma. Ad esso tengono dietro due narrazioni che comprendono la serie dei papi da Leone IX fino ad Alessandro II (A. D. 1049-1072), scritte da partigiani dello Impero e con animo avverso ai papi. Per contrario è favorevole ad essi un altro scritto che ci narra con semplicità evidente la violenza patita in Vaticano da Pasquale II quando Enrico lo trascinò via da Roma come prigioniero. Presente ai fatti che narra, «queste cose» afferma l'autore «come le abbiamo patite, e le vedemmo cogli occhi nostri e udimmo colle nostre orecchie, così in pura verità abbiamo scritte.»[113] E procede descrivendo anche le vite degli antipapi che si opposero a Pasquale II e a Gelasio II. L'ultima continuazione finalmente viene a tempi più recenti ed abbraccia i pontificati che si seguirono a breve intervallo tra Lucio III e Clemente III (A. D. 1181-1188), e le controversie di quei papi con Federico Barbarossa. Scritture tutte quante appassionate, eccedono nel biasimo o nella lode, e parteggiano secondo le passioni dei loro autori, ma per essere state composte nei tempi e sui luoghi degli avvenimenti, rimangono pur sempre sorgenti ricchissime di informazioni. Nè hanno pregio storico solamente; dal lato letterario il rozzo e popolare latino in cui son dettate, acquista loro importanza per le forme linguistiche italiane le quali fanno già presentire il gran mutamento che veniva operandosi nel linguaggio di quella età feconda di trasformazioni all'Italia.
A questa raccolta di vite pontificie che può considerarsi in certo modo come una continuazione popolare dell'antico _Liber Pontificalis_, figura accanto un'altra continuazione di carattere più ufficiale, scritta quasi sotto gli occhi dei Papi da un dignitario della Chiesa di nome Pandolfo, nipote al cardinale Ugo d'Alatri, che ebbe incarichi importanti nella Curia dai tempi di Pasquale II a quelli d'Onorio II[114]. Nello scisma che alla morte d'Onorio divise la chiesa, Pandolfo parteggiò per Anacleto contro Innocenzo II di cui parla aspramente nei suoi scritti. Anacleto lo creò cardinale, ma spento lo scisma, non pare che il suo grado fosse riconosciuto da Innocenzo, e da quel tempo vien meno ogni memoria di lui e il nome suo scompare dalla storia.
Le vite dei papi che ressero la Chiesa da Leone IX fino a Calisto II (1049-1124), possono in certo modo considerarsi come altrettanti atti di un dramma che ha il suo punto culminante nel pontificato di Gregorio VII. Tutti quei pontificati hanno una sola tendenza e lottano per un principio comune che il monaco Ildebrando promosse prima d'esser pontefice e lasciò morendo in eredità ai suoi successori. Di che si spiega naturalmente come il Libro Pontificale ripigli un racconto più largo delle vite dei papi a cominciare da Leone IX, poiché da lui s'inizia un periodo nuovo nella storia della Chiesa. Dalle parole che si sono citate, secondo le quali Gregorio VII esortava Bruno da Segni a parlar di Leone, già traspare questo concetto e ad esso si attenne Pandolfo. Egli pertanto ci ha lasciato quasi senza interruzione le vite dei papi di quel periodo, le prime assai inesatte e confuse nel racconto dei fatti, quelle di Gregorio VII e d'Urbano II più importanti, sebbene non prive di mende, ma superiori a tutte e dettate con una grande e profonda conoscenza dei fatti, le vite di Pasquale II e di Gelasio II a cui fanno seguito quelle di Calisto II e d'Onorio II, però trattate più brevemente delle altre due.
Educato allo studio degli antichi e desideroso di fare sfoggio delle sue attitudini letterarie, Pandolfo quando giunge ai tempi vicini a lui non appoggia particolarmente il suo racconto a documenti, ma trae dalla memoria gli elementi del suo lavoro, cercando in essa quei fatti che più lo aiutano a dar vita alla narrazione, e si adattano meglio all'indole sua che par più di soldato che di prete[115]. Narratore di cose quasi sempre vedute e patite in tempi d'angoscia, ei le dipinge con evidenza, e imprimendo in esse un cotal suo sentimento pieno d'efficacia drammatica, risuscita le immagini di quel passato come egli le vide agitarglisi intorno. È gran colorista, e le scene descritte da lui per istinto d'affetto e di fantasia, durano nella mente di chi le legge e non si cancellano. Veggasi come egli descrive l'affannosa fuga a Gaeta colla quale il vecchio e travagliato papa Gelasio scampò all'improvviso assalto d'Enrico V (A. D. 1118):
«.... Mentre accadean queste cose, un tale che avea molti amici, mandò nel silenzio della notte tarda un uomo al predetto egregio cardinale Ugo, per avvertirlo che Enrico chiamato Imperatore Romano, veniva armato contro il Papa entro il portico di San Pietro. Non serve ch'io mi dilunghi: il Papa è prevenuto dal cardinale, e poiché, acciaccato dagli anni e dalla infermità, non poteva così di repente fuggire, vien condotto a mano dai servi, e messo su a cavallo fugge e nascondesi per quella notte nella casa di Bulgamino. Fuggiam tutti con lui. Venuto il mattino, turbati noi tutti e sbalorditi, poiché nè potevam rimaner sicuri in città nè potevam fuggire per terra, essendo da ogni lato piena d'inciampi la via, facciam consiglio di darci alla fuga per mare, e così fu fatto. Entriam nel Tevere e con due galee scendiam fino a Porto, ma quivi cielo e terra e mare e quanto è in essi tutto ci congiura contro. Perché il cielo era carico di pioggia greve e grandine e tuoni e lampi e folgori, e il mare e il Tevere insieme contrastavano con tali tempeste alla nave, che, nonché metterci in mare, a stento potevamo rimaner vivi nel porto. Inoltre già dalla ripa la crudel barbarie degli Alemanni ci lanciava contro dardi avvelenati, e minacciavano anche con fuoco di pece di abbruciarci, così galleggianti com'eravamo, in mezzo all'acqua, se non davamo nelle mani loro e il Papa e noi stessi. E credo che saremmo stati presi se coloro non fossero stati impediti dalla notte e dall'ira del fiume. Che potevano opporre a tanto que' miseri? Si presero, anzi Ugo cardinal prete fu lui che si pigliò in collo il nostro Papa, e così di notte lo portò al castello di San Paolo in Ardea[116].
«Il dì appresso all'aurora i Tedeschi tornarono volendo impadronirsi di noi. Ma giurammo loro che il Papa era fuggito, e, sia lodato Iddio, s'allontanarono da noi. Frattanto ritentammo se potevamo ancora metterci in mare; di notte riportammo il Papa. Allora non senza pericolo arrivammo ai flutti marini, e il terzo giorno toccammo alla ripa di Terracina, e il quarto entrammo nel porto di Gaeta, e dagli uomini di quella terra fummo ricevuti a grande onore e benignamente trattati.»
Al romano Pandolfo succede come biografo pontificio l'inglese Bosone cardinale del titolo di Santa Pudenziana. Ascritto, per quanto pare, alla Curia verso il 1147, quando Eugenio III era in Francia, Bosone continuò nel suo ufficio di scrittore apostolico fino al pontificato di Adriano IV, il solo inglese che abbia mai saliti i gradi del trono pontificio. Allora Bosone, com'egli stesso ci narra, nominato Camerario fin dal principio da quel pontefice, e ordinato cardinale diacono della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, restò con lui assiduo e familiare finché egli morì. Sollevato così alla dignità cardinalizia, maneggiò con molta cura le finanze pontificie, costrinse colle armi alla soggezione alcuni vassalli che s'erano ribellati alla Chiesa, andò legato in Inghilterra. Morto Adriano, propugnò strenuamente la elezione di Alessandro III, osteggiata da Federico Barbarossa, e, finché il Papa fu eletto, tutelò in San Pietro il conclave dalle minaccie armate che lo circondavano. Da Alessandro III ebbe il titolo di cardinale prete di Santa Pudenziana, e partecipò con lui alla famosa lotta che si raccese tra l'Impero e il Papato, e che, per la lega dei comuni lombardi, trasformatasi in lotta nazionale, fiaccò l'Impero alla battaglia di Legnano. Fissata la pace di Anagni, Bosone si trovò presente in Venezia all'incontro del Papa coll'Imperatore, e seguì il Papa nel suo ritorno a Roma (12 marzo 1178). Di lì a poco cessa ogni menzione di lui nei registri pontifici, ed è probabile ch'egli verso quel tempo chiudesse la vita sua.