Le cronache italiane nel Medio Evo

Part 10

Chapter 102,654 wordsPublic domain

I limiti del libro presente non consentono ch'io mi dilunghi trattando di questo insigne documento di nostra storia. Fin qui la scarsità dei ricordi storici mi ha invitato ad allargarmi e a parlar di raccolte che non erano propriamente cronache; adesso l'abbondanza a cui muoviamo incontro mi costringe di lasciar da lato e menzionare appena ogni fonte indiretta di storia come i diplomi e le lettere. Tuttavia è necessario indugiarsi alquanto sul Regesto di Farfa che è l'antichissima tra le raccolte vaste e complete del suo genere. Esso a dir così è il foriero degli altri Regesti che comparvero verso quella età e giovarono maravigliosamente a fare risorgere non pure l'amor del racconto, ma la critica della storia con esso[89], poiché ai Regesti, o almeno alle indagini fatte negli archivî, tenevano dietro come natural conseguenza le cronache delle badie, e il lume della critica si accendeva spontaneo in quei monaci archivisti. Nei pensosi silenzi di loro celle essi interrogando i documenti e comparandoli insieme, vedevano uscirne la storia del monastero e s'invogliavano di narrarla ai posteri. Gregorio di Catino ci porge un esempio di questo spontaneo educarsi ad un senso sagace di critica. Solo e non soccorso da verun modello anteriore, egli immaginò per la compilazione del suo lavoro un metodo così giusto e semplice che quasi non potrebbe aspettarsi migliore dalla critica odierna. Conscio di fare opera storica e degna di pregio, egli vi si consacra con dignitosa coscienza e con un concetto limitato e manchevole della storia ma moralmente elevato. In qualche modo s'accosta alla definizione ciceroniana allorché dimostra la storia dover giovare ai posteri narrando ad esempio le virtuose opere compiute dai giusti delle generazioni passate. «Le età dei giusti,» egli dice in un luogo, «sono principalmente descritte affinché noi passiam l'età nostra con saggia e somigliante felicità e senza offesa. Imperocché sta scritto che noi siam fatti più cauti dagli esempi dei giusti, le cui orme seguendo non cadremo per via.» E tra questi pensieri egli cercava con amor sincero la verità nella storia della sua Badia, respingendo le favole e cercando appoggio nei documenti dell'archivio. Per le prime leggendarie notizie sulla antichissima fondazione di Farfa, egli non ha altra guida che la _Constructio_, ma se ne serve, citandola, con molta cautela e senza affermar nulla dove l'affermazione non ha fondamento di certezza: «Basti sapere,» così si contenta di dire. «che questo santo cenobio fu costruito da questo santissimo uomo (Lorenzo) e non per opera pubblica. Siccome poi il tempo di tale costruzione ci è ignoto, amiamo meglio tacere intorno a ciò che profferir cosa mendace o frivola. Ché se a noi non è lecito ascoltar la menzogna, assai meno si conviene il profferirla in alcun modo.»[90] Nobile sentenza degna di storico, pur troppo non seguita sempre dagli scrittori di storia ecclesiastica! Ma se da un lato lo scrupoloso timor d'ingannarsi lo ritiene dal creder troppo, dall'altro non si perita di cercar nella critica aiuto a congetture probabili, e in questo caso aiutandosi con un passo dei dialoghi di San Gregorio, immagina argomenti assai validi per riferire la data della prima fondazione ad una età non precisa ma certo anteriore a quel pontefice. Del resto le norme ch'egli seguì nel suo lavoro sono molto bene chiarite in questa pagina di una sua prefazione al Regesto, la quale merita anche d'esser considerata come indizio del nuovo movimento intellettuale che incominciava ad agitarsi nei monasteri: «Io,» dice l'onesto monaco, «non presumo nulla delle mie forze, ma per carità d'Iddio e fidente nel suo aiuto per la intercessione della nostra gloriosissima Signora, sonomi studiato attentamente di compier quest'opera molto devota e assai proficua nel modo più verace e fedele. Non ch'io sia sufficiente in emendar le parti corrotte della rettorica, ma secondo la pochezza del mio picciol sapere[91] procacciai di correggere quelle parti che oltremodo parevan confuse, ma nol feci interamente affinché i semplici non avessero a credere che si volesse confonder l'intelligenza della prima edizione nella quale furono scritte. E massimamente perché io non mi sedei soletto in disparte remoto dalle turbe per insister più attento al quieto lavoro, ma situato all'aperto appena potei esser tranquillo alquanto e aver favore della solitudine necessaria a tale opera. Nè io mi reputo di essere a ciò abbastanza idoneo, perché non fui erudito alle scuole dei poeti nè addottrinato nella profondità dei grammatici, ma nudrito fin quasi dalla cuna agli esercizi divini nella scuola di questo sacro cenobio e alimentato nella fedele sapienza del latte della madre di Dio, a lei, operando alcun che d'utile, ho voluto riferire quanto imparai. Adunque come m'imposero il predetto abbate e gli altri religiosi seniori, nulla di ciò che vidi tolsi dalla intelligenza delle carte e nel trascriver le cose nulla v'aggiunsi, ma come le vidi cogli occhi mentre scrivevo e potei capire con intelletto sincero, mi studiai di riscriverle, tranne certe prolissità di parole e ripetizioni inutili, come dir talune obbligazioni già estinte, affinché per le moltissime corruzioni delle parti, lungamente affaticato e trattenuto nello scrivere non mi venisse composto troppo lentamente il volume, e fastidioso male acconcio ad esaminarlo ed immenso. Adunque solo contento alla verità delle cose e all'utile delle cause, col soccorso di Cristo e i suffragi della genitrice sua sempre vergine, mi studiai di compier questo lavoro sincerissimo e senza frode alcuna, con solerte e sottile sagacia. Anche nelle singole carte curammo d'inserire i nomi dei testimonî come li trovammo descritti negli originali. Que' nomi poi che per antichissima vetustà trovammo consunti e corrosi dai tarli, e difficilissimi a intendere, con equo giudizio omettemmo intatti, non volendo in questa purissima operetta inserir nulla che non vedessimo chiaramente cogli occhi o potessimo copiare con intelletto verace[92]. E poiché io mi sono sforzato di trasferir qui una verissima e fedele riproduzion delle cose, così possa io avere delle colpe mie certissima remissione dall'onnipotente Iddio per intercessione della Nostra Signora, e ottener mercede perpetua a' miei parenti. E a questo libro imponemmo il nome di _Gemniagrafo_ ossia _Memoria della descrizione delle terre_, perché inserimmo in esso memoria delle terre di questo cenobio da qualunque persona e in qualunque luogo acquisite. Anche ci piacque che si chiamasse _Cleronomiale_ ossia ereditale della chiesa farfense, perché dimostra fin dal principio i suoi possessi immobili. Premettemmo inoltre i nomi di tutti i luoghi e a ciascun d'essi aggiungemmo i proprî numeri e notammo con gran cura in quali scritti tu potrai ritrovarli.»[93]

Da questo brano rilevasi chiaro con quanto discernimento Gregorio conducesse la compilazione del vasto lavoro, e oggi la dispersione completa dei documenti originali cresce lode al pensiero prudente che ne ispirò la raccolta. Nè l'erudito monaco limitò ad essa l'attività sua, ma pose mano e recò a termine tre altri lavori: il _Largitorium_, il _Floriger_ e il _Chronicon Farfense_. Il primo, simile nella disposizione al Regesto, contiene i documenti dei beni dati dal monastero in enfiteusi ai coloni che ne imprendevano la coltivazione. Così mentre il Regesto autenticava i diritti immobili del monastero, il _Liber Largitorius_, o come Gregorio anche lo chiamò, _Liber notarius sive emphiteuticus_, registrava tutti i contratti temporanei e ne determinava le circostanze e il valore. Esso incomincia con un documento dell'anno 792 e termina verso il principio del dodicesimo secolo coi documenti contemporanei al compilatore. Un indice e un prologo spiegano il concetto di questa raccolta, ancora quasi sconosciuta e di gran pregio per la storia della proprietà fondiaria e delle condizioni dell'agricoltura in Italia durante il medio evo. Delle altre due opere di Gregorio, il _Floriger cartarum_ è un copioso indice topografico del Regesto disposto per ordine alfabetico ed ha minore importanza degli altri due. Grandissima invece è la importanza del terzo libro che fu pubblicato dal Muratori col titolo di _Chronicon Farfense_[94]. Questa compilazione fatta un po' in forma di cronaca, riassume il contenuto del Regesto e riferendone i principali documenti spreme da essi la storia del monastero. Colla guida della _Constructio_ e della _Destructio_, di cui già ho tenuto parola nell'altro capitolo, Gregorio di Catino narra in questo libro gli avvenimenti dei tempi più antichi ponendo le sue fonti al paragone della critica e dei documenti, e cercando in essi la conferma dei fatti narrati. Ricchissimo di notizie e di diplomi tolti le une e gli altri dall'archivio di Farfa, questo libro mi par descritto a sufficienza nella descrizione del Regesto, di cui può in certo modo ritenersi come il compendio e il commento. Del resto il _Chronicon Farfense_ nel suo concetto e nella sua partizione, non ha forma propria di storia e ciò farebbe maraviglia se non apparisse manifesto che malgrado la latinità sufficiente del suo dettato, a Gregorio manca affatto l'arte dello scrittore. I pregi suoi son diversi, e l'essersi egli prima e meglio d'ogni altro aperta la via all'esame critico dei documenti, il suo genio erudito e il suo schietto amore del vero, levano alto il valore dell'opera sua e lo fan degno di una fama assai superiore a quella che gli fu concessa finora[95].

All'ordinamento dell'archivio Farfense corrispondono intorno a quel tempo gli ordinamenti di altri archivî monastici, e le cronache e i regesti che ne derivarono. Il monastero di San Vincenzo al Volturno legato fin dalle origini sue con una specie di affinità al monastero di Farfa, ci offre anch'esso la sua cronaca documentata che fu composta da un monaco di nome Giovanni. Intrapreso il lavoro per esortazione di Girardo abbate del monastero, Giovanni ebbe il conforto di poter mostrare già molta avanzata l'opera sua al pontefice Pasquale II (A. D. 1099-1118) che lo incoraggiò dicendogli: «_Bene, o fili, magnum opus coepisti sed bene coepta melius perficere stude._» La cronaca che incomincia ripigliando il racconto di Autperto sulle origini della Badia[96] e prosegue fino all'anno 1075, fu compiuta quando Gelasio II era già pontefice (A. D. 1118-1119). Anch'essa può dirsi piuttosto un regesto che una cronaca e la sua vera importanza consiste nei diplomi che le servono di base e ne costituiscono la parte maggiore. L'antichità di questi diplomi rilasciati per lo più da sovrani, estende l'utilità del libro non solo alla storia dell'Italia meridionale ma a quella di tutta la penisola, e la storia del diritto può anch'essa trarne partito. Abbastanza buona è la latinità di Giovanni nei brani che aggiunge di suo tra documento e documento, ma il senso critico di Gregorio da Catino gli fa difetto, e le notizie pregevoli che ci fornisce vanno spesso commiste a favolosi racconti di miracoli accolti senza ombra di discernimento.

Se può dirsi che Farfa nel secolo undecimo iniziasse un nuovo movimento storico, a Montecassino tocca invece la gloria d'aver prodotte le migliori storie monastiche scritte in Italia a quei tempi. Dopo che l'abbate Aligerno (A. D. 949-985) ebbe ricostruito quel famoso luogo già rovinato dai Saraceni, la vita intellettuale rinata a poco a poco nei chiostri cassinesi erasi venuta svolgendo man mano e aumentando finché toccò sua cima tra l'anno 1058 e il 1087, durante il governo abbaziale di Desiderio che fu poi papa col nome di Vittore III. È questo il periodo più glorioso che vanti Montecassino nei secoli della sua storia fino ai dì nostri, e questa luce di rinascenza si fa notevole pei tempi torbidamente procellosi tra cui risplendette. Nato dai principi di Benevento, signorile in ogni sua tendenza, di mente versatile, d'animo mite fin troppo, pio, dotto, elegante, Desiderio pareva destinato a proteggere le arti e le lettere e a dar loro un impulso efficace. Aggiungansi a ciò i viaggi ch'egli compì, quello in ispecie a Costantinopoli dove andò in qualità di apocrisario insieme con Federico dei duchi di Lorena chiamato come lui più tardi a salir sul trono pontificio dove prese il nome di Stefano IX. «Il monaco lorenese e il longobardo,» nota di loro opportunamente il Tosti «quando tornavano dalle Bizantine legazioni, recavano nel loro saio la semenza della civiltà greca, e sul loro labbro il racconto di quel che fosse la santa Sofia di Giustiniano: per cui poi Desiderio chiamò colonie di artisti alla costruzione e decorazione della basilica e del monastero, di cui fu veramente altro fondatore. Anzi parmi che questo Desiderio s'avesse quasi per natura inchinato l'animo all'oriente, donde voleva quasi evocare un raggio di sole, che collustrasse e vivificasse la sconvolta ragione occidentale e scaldasse le radici del vecchio tronco latino a dar fuori germogli di nuova civiltà. Imperocché egli fu il primo tra' Romani Pontefici a levare la voce adunatrice di eserciti contro gl'Islamiti di Oriente. Le crociate furono una santa follia: ma non è dubbio che in quella incomposta commozione di tutto l'occidente e peregrinazione in oriente venne molto bene alle scienze ed alle arti per ricambio di pensieri tra le disgiunte generazioni.»[97]

Mosso dalle incivilitrici sue aspirazioni Desiderio rifece per gran parte il monastero e la sua chiesa. In questa raccolse quanto di più squisito sapeva concepire ed eseguire l'arte a quei tempi, ed è grande sventura che il mirabile lavoro fosse tutto scrollato alquanti secoli appresso da un terremoto. Ma l'arte non teneva sola il campo a Montecassino. Mentre ogni maniera d'artisti chiamati da Lombardia, da Amalfi, da Costantinopoli, lavorando ai mosaici, allo scolpire, al dipingere, fondavano colà una scuola artistica, anche sorgeva accanto ad essa una scuola letteraria e allargava i suoi rami. La biblioteca si arricchiva di codici preziosi che Desiderio faceva scrivere e alluminare nella Badia; i documenti ordinavansi, e tra le scritture teologiche e le polemiche s'apriva un varco la storia. A quel modo che Farfa parteggiava per l'Impero nella gran lotta delle Investiture, Montecassino teneva fermo pei Papi. Di là come da rocca munita uscivano spesso cavalieri di Cristo i monaci, e lasciata appena la quiete del chiostro si gettavano ardenti in quel turbine di guerra politica e religiosa a combattere le loro battaglie colla penna e colla parola. Solo da una gran forza morale poteva veramente trar vittoria il Papato, e strumento poderoso ad ottenerla era la dottrina che i monaci quasi per istinto si affaticavano di riguadagnarsi e di possedere. Situato non lontano da Roma, ma al riparo delle violenze imperiali, Montecassino divenne in breve il convegno dei più dotti e zelanti ecclesiastici di quel tempo, e centro di un movimento politico e letterario. Appartenevano a Montecassino, tra molti altri uomini insigni, Pandolfo dei principi di Capua che in versi scrisse di matematica e d'astronomia; Costantino l'Affricano fondatore della scuola medica di Salerno; Oderisio dei conti marsicani, scrittore di grido e più tardi abbate del monastero; Guaiferio poeta, e Alfano poeta anch'egli e celebratissimo uomo che divenuto arcivescovo di Salerno ospitò quivi il fuggiasco Gregorio VII e ne raccolse il sospiro morente. La storia naturalmente doveva approfittare di queste tendenze erudite, e lo stesso abbate Desiderio scrivendo un libro di dialoghi sui miracoli di San Benedetto ci serbò notizie storiche rilevantissime, massime intorno al pontificato di Leone IX col quale aveva vissuto familiarmente e aveva divise molte vicende. Del pari le poesie d'Alfano non sono solo monumenti letterarî ma anche storici[98], e così quelle di Guaiferio e, in genere, molti altri scritti cassinesi di quel tempo. Ma alle testimonianze storiche indirette s'aggiunsero le dirette, e il salernitano monaco Amato dedicava al suo abbate Desiderio, con bellissime parole, una storia della conquista dei Normanni in Italia e dei primi tempi di loro dominazione. Questa storia risalisce alla origine dei Normanni e trattando delle invasioni loro nella Spagna, nell'Inghilterra e in Italia, termina colla morte di Riccardo principe di Capua, uno dei figli di Tancredi, avvenuta nell'anno 1078. La narrazione è divisa in otto libri, e ciascuno di questi in varî capitoli che portano in capo un breve sommario dei fatti narrati. Sventuratamente l'opera di Amato è perduta, e solo se ne conosce il contenuto per una antica traduzione francese scoperta prima e pubblicata dallo Champollion Figeac e ripubblicata di recente dal Delarc[99]. Tutte le ricerche fatte finora per ritrovare l'originale sono riuscite vane, ed esso è forse scomparso per sempre, ma per somma fortuna oltre alla traduzione francese ci compensa di questa mancanza il sapere che l'opera di Amato pochi anni dopo essere stata composta fu largamente adoperata da uno storico assai maggiore di lui per un lavoro che ancora ci rimane.