Part 6
GUGLIELMO. ... E ben sapete che le principali cose che si ricercano nel matrimonio sono le conformitá delle etadi e de' costumi; né si devono violentare i figliuoli o le figliuole a tôr chi noi vogliamo. Or considerate che conformitá di etade è fra te e mia figliuola, ché ella è di sedici anni e tu di ottanta, che vi potrebbe essere due volte nipote. Considerate che diranno le genti, che un gentiluomo pari vostro, ben nato, ornato di saggi fregi di onore e vivuto con tal splendidezza di vita, e poi all'ultima vecchiezza volersi ammogliare: o che siate vecchio rimbambito o che il cervello vada a spasso, e altre ingiurie piú vituperose. Considerate che naturalmente i giovani odiano i vecchi; e che un uomo stracco dal tempo non possa star al martello con una giovanetta, se non per altro, almeno per la disonestá del fatto e per l'esempio, che si dá a' giovani, di poca modestia....
PANDOLFO. Finiamola di grazia.
GUGLIELMO. ... Io vo' che Artemisia mia figliuola sia moglie di Eugenio vostro figliuolo; e Sulpizia vostra figliuola, avendola prima giudicata degna di me, sia moglie di Lelio mio figliuolo: l'una perché ambedue sono ne' primi fiori della loro giovanezza, l'altra perché gran tempo fra loro si sono amati modestissimamente, e non facciam cosí gran torto a' loro onestissimi amori. E voi, signor Pandolfo, abbracciate la pazienza e sposatela!...
PANDOLFO. Vi ringrazio che con tante lodi medicate le ferite che piovono sangue. (Ah, vignarolo traditore, per buon rispetto ritengo le mani e la lingua in presenza di costoro!).
GUGLIELMO. ... E ricordandovi i tradimenti della prima moglie dovereste abborrir la seconda; ché non dican le genti che sète cavallo di dura bocca, ché non avendone domata la prima cercate la seconda. So bene che non tantosto sarebbe a casa che ve ne pentireste; onde, avendo a pentirvene, sará meglio che non la togliate....
PANDOLFO. (Se non ti faccio pentire! presto finiranno queste ventiquattro ore e tornerai quel di prima).
GUGLIELMO. ... Pandolfo mio caro, siate piú tosto ragionevole che ostinato, e non inquietate voi stesso e gli altri con i vostri sproporzionati amori; e se ritornate in voi stesso, conoscerete che la sentenza data da me è in vostro favore e piú a proposito per voi. Mi raccomando.
PANDOLFO. O diavolo, o trenta diavoli, o traditore, o gaglioffo can mastino, se non te ne farò patir la penitenza, possa morir squartato! Me l'hai accoccata: giá il dolore e l'affanno è tanto che mi stringono il cuore che non so come non muoia. O Amor traditore e maladetto, o femine manigolde, o vecchiezza traditora! si è consertato mio figliuolo con Lelio, con Cricca e col vignarolo, l'aranno subornato, e mi hanno aggirato con le loro astuzie e inganni, ché tutti si sono rivolti contro di me. Quando mi pensava aver acquistato il premio di una famosa e illustre vittoria, mi trovo essere perditore. O cieli, o stelle, o mondo iniquo, o fortuna disleale! ma perché debbo dolermi del cielo e delle stelle, del mondo e della fortuna, se non di me stesso che son stato ministro del mio male? ché una cosa di tanta importanza non dovevo commettere in mano di un furfante, villano, ignorante, traditore. Conosco l'errore quando non ho piú rimedio: non mi è altro restato di conforto che la vendetta. Mi son lasciato burlare, offendere e tradire da chi non è buono offendere e tradire una formica. Queste mie braccia e queste mani mi siano tagliate se non me ne vendicherò! se dovessi morire lo aspettarò, il trovarò, il castigherò a mio modo!--Ma ecco che se ne vien il furfante di modo se non avesse fatto nulla.
SCENA III.
VIGNAROLO, PANDOLFO.
VIGNAROLO. La fortuna mi è stata tutto oggi contraria.
PANDOLFO. Ed or piú che mai, manigoldo, gaglioffo, traditore, assassino!
VIGNAROLO. O misero me e infelice, che volete fare?
PANDOLFO. Farte misero e infelice come hai tu fatto me misero e infelice!
VIGNAROLO. Merito io questa ricompensa da voi?
PANDOLFO. Quella ricompensa che hai tu dato a me!
VIGNAROLO. Deh! non..., deh! non..., per amor....
PANDOLFO. Per amor del diavolo!
VIGNAROLO. Perché mi fate ingiuria?
PANDOLFO. Perché l'hai fatta tu a me: «l'ingiuria che si riceve, è figlia dell'ingiuria che è stata fatta prima». Io ti fo ingiuria non uccidendoti, e per non ingiuriarti ti vo' uccidere! E questo desiderava io: che niuno si possa tramettere che io non ti tratti come meriti.
VIGNAROLO. Oimè! oimè!
PANDOLFO. Ti dole forsi che non fo quanto meriti?
VIGNAROLO. Che ti ho fatto io?
PANDOLFO. Mi dimandi ancor che mi hai fatto?
VIGNAROLO. Perché mi volete uccidere?
PANDOLFO. Per trarti il cuor dal petto e bevermi il tuo sangue!
VIGNAROLO. La cagione?
PANDOLFO. Il voler renderti la cagione è un voler tramettere tempo per ascoltar le tue scuse: la cagion è che vo' trarti le budella!
VIGNAROLO. Volete far esperienza di tutte le vostre forze contra di me?
PANDOLFO. Perché non è uomo a cui con tutte le forze non cerchi far il peggio che possa.
VIGNAROLO. Al vostro fattore?
PANDOLFO. Al mio disfattore. Né con queste parole scamperai la vita, né il pentire né il cercare perdono ha piú luogo appresso me.
VIGNAROLO. Che vi ho fatto io?
PANDOLFO. Pur hai animo di parlar, traditore?
VIGNAROLO. Che tradimento vi feci io mai?
PANDOLFO. Lo nieghi ora, furfante?
VIGNAROLO. Lo niego, perché non feci mai tradimento.
PANDOLFO. Or finge il balordo, perché con far il balordo mi hai sempre ingannato.
VIGNAROLO. Non fingo il balordo né inganno, né è mio officio né a voi si conviene.
PANDOLFO. Or me inganni e burli piú che mai.
VIGNAROLO. Non vi burlo, né volendo potrei farlo. Parlatemi chiaramente né mi tenete il coltello tanto alla gola.
PANDOLFO. Or che diresti se non fosse stato in presenza a' testimoni?
VIGNAROLO. E perché vi fûr testimoni, però dico il vero.
PANDOLFO. Cosí tradirsi chi si confida nella tua fede?
VIGNAROLO. Vi son stato fedele in tutto quello che è stato commesso alla mia fede.
PANDOLFO. Sei stato fedele a loro, non a me!
VIGNAROLO. In che vi ho mancato di fede?
PANDOLFO. E pur cerchi sapere in che mi sei stato infedele?
VIGNAROLO. La causa?
PANDOLFO. È perduta; e mi hai data contra la sentenza. Che avresti potuto farmi peggio? mi hai fitto il coltello nel cuore, mi hai ucciso; e per sí cattiva sentenza che t'hai fatto scappar di bocca, peggior opre mi scapparanno dalle mani!
VIGNAROLO. Che «causa», che «sentenza» dite voi?
PANDOLFO. Di far mi perdere la mia sposa. E che vo' far della mia vita senza lei?
VIGNAROLO. Quanto ho fatto tutto ho fatto per vostra sodisfazione.
PANDOLFO. Di quella sodisfazione che tu mi hai dato, te ne pagherò io in castigarti come io fo; e se non ti uccido, è per mancamento di forza, non di volontá.
VIGNAROLO. Non è stato per mia colpa ma per vostra sorte.
PANDOLFO. Quello che è stato per tuo cattivo animo non attribuirlo alla sorte.
VIGNAROLO. Ho fatto quanto ho saputo; e se avessi piú saputo, piú avrei fatto.
PANDOLFO. Sei stato piú tristo che non pensava; hai fatto tanto il balordo meco, solo per ingannarmi: al fine poi la colpa è tutta tua.
VIGNAROLO. Frena un poco l'ira, ché possa dire le mie ragioni.
PANDOLFO. Di' ciò che vuoi.
VIGNAROLO. Vorrei sapere di che vi dolete di me, se mi son affaticato tutto oggi per vostro bene?
PANDOLFO. Perché mi hai tu sentenziato contro in favor d'altri!
VIGNAROLO. Tacete voi ora: quando io fui giudice o consegliero che vi avesse dato sentenza contro in favor di altri?
PANDOLFO. Taci or tu: «che Artemisia fosse sposata con mio figliuolo, e Sulpizia con Lelio».
VIGNAROLO. Volete voi che io parli o non parli?
PANDOLFO. Vo' che parli tanto che crepi!
VIGNAROLO. Però tacete voi.
PANDOLFO. Ma taci tu, lassa parlare a me. Tu mi promettesti di entrare in casa di Guglielmo e darmi Artemisia per sposa, e poi la desti ad Eugenio. Tu ne hai fatta una a me, io un'altra a te: siamo patti pagati e cassate le partite.
VIGNAROLO. Se non tacete voi non ci accordaremo mai.
PANDOLFO. Parla con il tuo malanno!
VIGNAROLO. Ed io vi rispondo che mai fui trasformato in Guglielmo dall'astrologo; e quello con il quale avete parlato è il vero Guglielmo, oggi tornato di Barbaria.
PANDOLFO. Oimè, che dici?
VIGNAROLO. Quanto è passato.
PANDOLFO. Dunque, non fosti tu che mi desti la sentenza?
VIGNAROLO. Non ho detto che mai fui piú di quello che sono ora?
PANDOLFO. Se cosí è perdonami, vignarolo mio!
VIGNAROLO. Cacasangue! dopo avermi pistato due ore, dici:--Perdonami!--Il vostro perdono non mi entra in corpo: è un toglier il dolore?
PANDOLFO. Se non vuoi perdonare tu a me, perdonarò io a te.
VIGNAROLO. Il vostro perdono non lo voglio, perché non lo merito.
PANDOLFO. Perdonami a me, ché lo merito io. Ma dove sono gli argenti e i drappi che ti ha consegnato l'astrologo?
VIGNAROLO. Che argenti, che drappi?
PANDOLFO. Or questo sarebbe un altro diavolo!
VIGNAROLO. Quando disse che voleva trasformarmi, mi bendò gli occhi; e quando mi tolse la benda, trovai la camera sgombrata.
PANDOLFO. Oimè! oimè! oimè!
VIGNAROLO. Di che piangete?
PANDOLFO. Della sposa che ho perduta, delli argenti e della perdita di me stesso!
VIGNAROLO. A che vi giova il pianto? siate presto acciò l'indugio non vi toglia il rimedio.
PANDOLFO. O infelice me piú di quanti uomini sono al mondo! vado a trovar l'astrologo, benché l'impresa è da disperarsi. Tu entra e taci.
VIGNAROLO. Entro e taccio.
SCENA IV.
ASTROLOGO, GRAMIGNA, ARPIONE, RONCA.
ASTROLOGO. (Son stato al Cerriglio e non ho trovato l'apparecchio né i miei furbacchi: dubito che non abbino furbacchiato ancor me. Certo che non l'ho fatto da par mio: fidarmi de ladri! Ma eccoli). Voi siate i benvenuti!
RONCA. Dubito che sarete il mal trovato.
ASTROLOGO. Buon giorno, discepoli miei cari, se lo meritate!
GRAMIGNA. Mal giorno e mal anno al nostro caro maestro, ché so che lo meritate!
ASTROLOGO. Se non lo meritate, ve lo toglio e non ve lo dono.
RONCA. Noi saremo piú cortesi di te ché te lo diamo, e non lo potemo togliere perché l'avemo giá dato.
ASTROLOGO. Che ne è di Sfrattacampagna?
RONCA. Ha rubato la parte sua e sfrattata la campagna.
ASTROLOGO. E la mia parte?
ARPIONE. Tutti abbiamo fatto il debito nostro: Ronca se l'ha roncheggiata, Gramigna sgramignata ed io arpizzata; e ce andiamo verso levante come uomini di quel paese.
ASTROLOGO. Non me la darete dunque?
RONCA. È fatta commune giá, non può tornarsi piú.
ASTROLOGO. Dubito che me la vogliano fare.
GRAMIGNA. Non bisogna dubitarne: e ve l'abbiamo fatta giá.
ARPIONE. E tu, che pensavi piantar lo stendardo su la torre di Babilona, restarai piantato per ornamento di una berlina, per trofeo di una forca e per ciambello di corde.
ASTROLOGO. Non mi volete dar dunque la parte mia?
RONCA. Non saressimo ladri se non sapessimo rubbar da te: siamo tuoi discepoli, e tu ci hai addottorati.
ASTROLOGO. E l'amicizia?
ARPIONE. Che amicizia è tra ladri? par che da mò cominci a conoscerci?
ASTROLOGO. E la fede?
ARPIONE. Che cosa è fede? la prima cosa che tu ci insegnassi, fu che sbandissimo da noi la fede; né mai l'abbiamo conosciuta che cosa sia.
ASTROLOGO. E la promessa?
RONCA. Se le promesse non si osservano fra uomini da bene, né con tanti scritti, testimoni e instromenti, come cerchi la osservanza della promessa tra ladri?
ASTROLOGO. Mi son affaticato tanto oggi per guadagnare....
RONCA. Un paro di forche! e non ti paia poco che ti doniamo la vita, che non ti ammazziamo o ti diamo in poter della giustizia.
ASTROLOGO. Vi ringrazio.
ARPIONE. Non bisogna ringraziarci, se lo facciamo per ordinario.
ASTROLOGO. La vostra sufficienza me lo fa credere; ma voi discepoli non dovreste far questo al vostro maestro.
RONCA. Questa volta i discepoli hanno saputo piú che il maestro: noi giovani t'insegniamo a te che sei vecchio d'anni e d'inganni.
ASTROLOGO. Mi date licenza che vi dica una parola?
RONCA. Dinne cento, ché noi siamo piú tuoi che tu del diavolo.
ASTROLOGO. Questa vostra impietá mi fará divenir uomo da bene.
ARPIONE. Non può essere che tu facci tanto torto alla forca che ti aspetta.
ASTROLOGO. Ah, ciel traditore!
ARPIONE. A te, che sei astrologo, ti hanno ingannato i cieli.
ASTROLOGO. Ed è il peggio: ingannato da voi.
ARPIONE. Or te ne avvedi: dovevi pensarci prima.
ASTROLOGO. O Dio, o Dio! anzi, che tardi mi accorgo chi sète voi.
RONCA. Siamo stati tanto tempo teco e non ne hai conosciuti?
ASTROLOGO. Ma io ve ne farò pentire, vi accusarò; e non mi curo esser appiccato per far esser appiccati voi.
RONCA. Abbiamo avuto l'indulto per noi e accusatone te: e avemo testimoniato contro di te di tante furfantarie che la millesima parte basterebbe di farti esser appiccato, squartato e abbruciato. Mille pendono dalle forche che non han fatti tanti malefici come tu; tutti li abbiamo caricati sopra di te.
ASTROLOGO. Ed io posso sopportar tal carico?
RONCA. Lo sopportarai maggiore quando il boia ti caricará sopra le spalle!
ASTROLOGO. A te, a te! E non mi volete dar almeno qualche cosa?
RONCA. Ma, per essere stato nostro maestro, vogliamo farti una caritá, darti tanto che compri un braccio di fune per strangolarti; over ponti la via tra piedi e scampa.
ASTROLOGO. Bisogna pur che io me ne vada con Dio.
ARPIONE. Se non ti par poco, va' con il diavolo ancora.
ASTROLOGO. Ricordatevi della burla che mi avete fatto.
RONCA. Ricordatene pur tu a cui si appartiene. Fuggi presto, scampa la forca che ti sta al presente innanzi agli occhi e non la vedi: ogni cosa è birri e pregione e manigoldo per te, e guai a te se non voli!
SCENA V.
CRICCA, PANDOLFO.
CRICCA. (Ma dove trovarò il padrone per dargli questa buona nuova, che l'argento è ricuperato dall'astrologo? Vo' cercargli la mancia. Ma eccolo, che viene). Padrone, allegrezza allegrezza!
PANDOLFO. Le allegrezze non ponno capir in me ripieno di tante calamitá, ché la maladetta fortuna mi ha colmato di tante miserie.
CRICCA. Non offendete la vostra buona fortuna con queste maledizioni, ma concorrete meco in allegrezza, ché col soffio della buona nuova sparirá da voi la cattiva fortuna.
PANDOLFO. Lo farò se averò tanto potere. (Certo costui mi portará nuova che si sian ritratti dalla sentenza e non averli concessa Artemisia). Dimmi, che allegrezza è questa?
CRICCA. La maggior desiderata da voi.
PANDOLFO. Orsú, raccontami tanta allegrezza: forsi si sono mutati di parere e me la vogliono restituire?
CRICCA. Vi restituiranno quanto avete perduto.
PANDOLFO. La restituiranno?
CRICCA. Restituiranno.
PANDOLFO. Perché dunque avean negato darmela?
CRICCA. Per tôrsela per loro; ma non è piaciuto la godessero, ed al fin sará pur vostra.
PANDOLFO. Quando dunque me la restituiranno?
CRICCA. Or ora, quando voi vorrete.
PANDOLFO. Perché non andiamo volando? perché trattenermi in parole?
CRICCA. Non ve ne trattarò se prima non mi promettete la mancia.
PANDOLFO. Siati promesso quanto saprai chiedermi, e di straordinario ancora.
CRICCA. Voi vedete la mia cappa che ha solamente perduto il pelo, che tutta l'acqua del legno santo e della salsapariglia del Perú non bastaranno a restituircelo.
PANDOLFO. Arai cappe, calze e calzoni, e quanto saprai chiedermi.
CRICCA. Ma bisogna che vi tratti prima in che modo l'abbi ricuperata.
PANDOLFO. Non mi curo del modo: bastami solo che sia mia.
CRICCA. Partito che fui da voi, me ne andava per la piazza dell'Olmo. Per la via m'incontro in un uomo d'una ciera assai traditora: egli mirava me ed io mirava lui, ed egli pur mirava me....
PANDOLFO. Che ha da far qui l'allegrezza che vuoi darmi?
CRICCA. Ascolta pure.... Io mi fermo ed egli si ferma, io fingo di partirmi e lui si ficca dentro una bottega. Passo inanti per conoscere chi sia e veggio una moltitudine ivi dentro. M'accosto piú vicino. Vi veggio un uomo con una notabil barba che lo tenevano legato molte persone, e tutti gridavano:--Birri, birri!...
PANDOLFO. Ed è possibil che questi birri vadano al proposito mio?
CRICCA. ... Vengo fuori per trovar altri birri, e per tutto Napoli non posso incontrarne un solo. E quando li fuggo l'incontro per ogni passo....
PANDOLFO. Lasciamo il ragionar de birri, ché ne hai detto a bastanza.
CRICCA. ... Non potendo trovar birri, ritorno al luogo e veggio che colui che avea questo, era l'astrologo....
PANDOLFO. Che astrologo? di che parli tu?
CRICCA. Dell'astrologo che ci rubbò li argenti.
PANDOLFO. Io stavo col pensiero ad Artemisia e pensava che ragionasse di lei! Che cosa mi volevano restituire?
CRICCA. L'argentaria.
PANDOLFO. Cancaro mangia te e l'argentaria!
CRICCA. Non vi basta l'aver perdute tante robbe; ed è il peggio, della burla che vi è stata fatta: e pur col pensiero ad Artemisia? Or non avete promesso con giuramento darla a vostro figlio?
PANDOLFO. Passa inanzi.
CRICCA. Io non vo inanti né indietro, ché l'inganno è vostro.... E cosí i drappi e i paramenti e le robbe stan consegnate in poter di un uomo da bene, finché vegnate voi a riconoscerle e riceverle.
PANDOLFO. Che si fará dell'astrologo? non bisogna vendicarmene, alterarmene?
CRICCA. Disacerbare la vendetta nell'acquisto delle robbe e ricevere in burla la sua forfantaria come l'han presa quasi tutti: ti basta non aver perso nulla, e questa volta aver avuto piú ventura che senno.
PANDOLFO. Perdendo quelle, era ruinato del tutto; e poiché la ragion mi ha tolto quel velo dagli occhi che mi rendeva cieco, conosco quanto mal fa colui che è servo de' suoi appetiti: e conosco veramente piú convenire al mio figlio che a me. Non vo' piú moglie; e giá bandisco da me tutte le speranze del mondo, e mi restará per penitenza del mio sproporzionato desiderio, che ne arrossirò ogni volta che ne sentirò parlare.
CRICCA. Andiamo, padrone, ché la tardanza non vi offenda.
PANDOLFO. Andiamo presto a ricuperare le robbe e poi attenderemo a' sponsalizi de' figli. Tu, licenza costoro.
CRICCA. Spettatori, la favola è finita: fate il solito applauso che avete fatto all'altre tre sorelle.
FINE DEL VOLUME SECONDO.
INDICE
L'Olimpia pag. 1 La Cintia » 91 Gli duoi fratelli rivali » 195 Lo astrologo. » 303