Le avventure di Pinocchio: Storia di un burattino

Part 9

Chapter 93,836 wordsPublic domain

Dopo mezz'ora la porta si aprì: e figuratevi come restò Pinocchio, quando, entrando nella stanza, vide il suo amico Lucignolo con un gran berretto di cotone in testa, che gli scendeva fin sotto il naso.

Alla vista di quel berretto, Pinocchio sentì quasi consolarsi e pensò subito dentro di sè:

— Che l'amico sia malato della mia medesima malattia? Che abbia anche lui la febbre del ciuchino?... —

E facendo finta di non essersi accorto di nulla, gli domandò sorridendo:

— Come stai, mio caro Lucignolo?

— Benissimo: come un topo in una forma di cacio parmigiano.

— Lo dici proprio sul serio?

— E perchè dovrei dirti una bugia?

— Scusami, amico: e allora perchè tieni in capo cotesto berretto di cotone, che ti cuopre tutti gli orecchi?

— Me l'ha ordinato il medico, perchè mi son fatto male a un ginocchio. E tu, caro Pinocchio, perchè porti codesto berretto di cotone ingozzato fin sotto gli orecchi?

— Me l'ha ordinato il medico, perchè mi sono sbucciato un piede.

— Oh! povero Pinocchio!

— Oh! povero Lucignolo!... —

A queste parole tenne dietro un lunghissimo silenzio, durante il quale i due amici non fecero altro che guardarsi fra loro, in atto di canzonatura.

Finalmente il burattino, con una vocina melliflua e flautata, disse al suo compagno:

— Levami una curiosità, mio caro Lucignolo: hai mai sofferto di malattia agli orecchi?

— Mai!... e tu?

— Mai! Per altro da questa mattina in poi ho un orecchio che mi fa spasimare.

— Ho lo stesso male anch'io.

— Anche tu?... E qual è l'orecchio che ti duole?

— Tutt'e due. E tu?

— Tutt'e due. Che sia la medesima malattia?

— Ho paura di sì.

— Vuoi farmi un piacere, Lucignolo?

— Volentieri! Con tutto il cuore.

— Mi fai vedere i tuoi orecchi?

— Perchè no? Ma prima voglio vedere i tuoi, caro Pinocchio.

— No: il primo devi esser tu.

— No, carino! Prima tu e dopo io!

— Ebbene, — disse allora il burattino — facciamo un patto da buoni amici.

— Sentiamo il patto.

— Leviamoci tutt'e due il berretto nello stesso tempo: accetti?

— Accetto.

— Dunque attenti! —

E Pinocchio cominciò a contare a voce alta:

— Uno! Due! Tre! —

Alla parola _tre!_ i due ragazzi presero i loro berretti di capo e li gettarono in aria.

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutt'e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguaiataggini finirono col dare una bella risata.

[Illustrazione: Cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti.]

E risero, risero, risero da doversi reggere il corpo: se non che, sul più bello del ridere, Lucignolo tutt'a un tratto si chetò, e barcollando e cambiando di colore, disse all'amico:

— Aiuto, aiuto, Pinocchio!

— Che cos'hai?

— Ohimè! non mi riesce più di star ritto sulle gambe.

— Non mi riesce più neanche a me — gridò Pinocchio, piangendo e traballando.

[Illustrazione: Ragliando sonoramente, facevano tutt'e due in coro: _j-a, j-a, j-a_.]

E mentre dicevano così, si piegarono tutt'e due carponi a terra e, camminando colle mani e coi piedi, cominciarono a girare e a correre per la stanza. E intanto che correvano, i loro bracci diventarono zampe, i loro visi si allungarono e diventarono musi, e le loro schiene si coprirono di un pelame grigiolino chiaro, brizzolato di nero.

Ma il momento più brutto per que' due sciagurati sapete quando fu? Il momento più brutto e più umiliante fu quello quando sentirono spuntarsi di dietro la coda. Vinti allora dalla vergogna e dal dolore, si provarono a piangere e a lamentarsi del loro destino.

Non l'avessero mai fatto! Invece di gemiti e di lamenti, mandavano fuori dei ragli asinini: e ragliando sonoramente, facevano tutt'e due in coro: _j-a, j-a, j-a_.

In quel frattempo fu bussato alla porta, e una voce di fuori disse:

— Aprite! Sono l'omino, sono il conduttore del carro che vi portò in questo paese. Aprite subito, guai a voi! —

XXXIII.

Diventato un ciuchino vero è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

Vedendo che la porta non si apriva, l'omino la spalancò con un violentissimo calcio: ed entrato nella stanza, disse col suo solito risolino a Pinocchio e a Lucignolo:

— Bravi ragazzi! Avete ragliato bene; io vi ho subito riconosciuti alla voce, e per questo eccomi qui. —

A tali parole i due ciuchini rimasero mogi mogi, colla testa giù, con gli orecchi bassi e con la coda fra le gambe.

Da principio l'omino li lisciò, li accarezzò, li palpeggiò: poi, tirata fuori la striglia, cominciò a strigliarli per bene.

E quando a furia di strigliarli, li ebbe fatti lustri come due specchi, allora messe loro la cavezza e li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli e di beccarsi un discreto guadagno.

E i compratori, difatti, non si fecero aspettare. Lucignolo fu comprato da un contadino, a cui era morto il somaro il giorno avanti, e Pinocchio fu venduto al Direttore di una compagnia di pagliacci e di saltatori di corda, il quale lo comprò per ammaestrarlo e per farlo poi saltare e ballare insieme con le altre bestie della compagnia.

[Illustrazione: Li condusse sulla piazza del mercato, con la speranza di venderli.]

E ora avete capito, miei piccoli lettori, qual era il bel mestiere che faceva l'omino? Questo brutto mostriciattolo, che aveva la fisonomia tutta di latte e miele, andava di tanto in tanto con un carro a girare per il mondo; strada facendo raccoglieva con promesse e con moine tutti i ragazzi svogliati, che avevano a noia i libri e le scuole; e dopo averli caricati sul suo carro, gli conduceva nel «Paese dei balocchi» perchè passassero tutto il loro tempo in giuochi, in chiassate e in divertimenti. Quando poi quei poveri ragazzi illusi, a furia di baloccarsi sempre e di non studiar mai, diventavano tanti ciuchini, allora tutto allegro e contento s'impadroniva di loro e li portava a vendere sulle fiere e su i mercati. E così in pochi anni aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario.

Quel che accadesse di Lucignolo, non lo so: so per altro, che Pinocchio andò incontro fin dai primi giorni a una vita durissima e strapazzata.

Quando fu condotto nella stalla, il nuovo padrone gli empì la greppia di paglia: ma Pinocchio dopo averne assaggiata una boccata, la risputò.

Allora il padrone, brontolando, gli empì la greppia di fieno: ma neppure il fieno gli piacque.

— Ah! non ti piace neppure il fieno? — gridò il padrone imbizzito. — Lascia fare, ciuchino bello, che se hai dei capricci per il capo, penserò io a levarteli!... —

E a titolo di correzione, gli affibbiò subito una frustata nelle gambe.

Pinocchio, dal gran dolore, cominciò a piangere e a ragliare, e ragliando disse:

— J-a, j-a, la paglia non la posso digerire!...

— Allora mangia il fieno! — replicò il padrone, che intendeva benissimo il dialetto asinino.

— J-a, j-a, il fieno mi fa dolere il corpo!...

— Pretenderesti, dunque, che un somaro pari tuo, lo dovessi mantenere a petti di pollo e cappone in galantina? — soggiunse il padrone arrabbiandosi sempre più, e affibbiandogli una seconda frustata.

A quella seconda frustata, Pinocchio per prudenza si chetò subito, e non disse altro.

Intanto la stalla fu chiusa, e Pinocchio rimase solo: e perchè erano molte ore che non aveva mangiato, cominciò a sbadigliare dal grande appetito. E, sbadigliando, spalancava una bocca che pareva un forno.

Alla fine, non trovando altro nella greppia, si rassegnò a masticare un po' di fieno; e dopo averlo masticato ben bene, chiuse gli occhi e lo tirò giù.

— Questo fieno non è cattivo; — poi disse dentro di sè — ma quanto sarebbe stato meglio che avessi continuato a studiare!... A quest'ora, invece di fieno potrei mangiare un cantuccio di pan fresco e una bella fetta di salame. Pazienza!... —

La mattina dopo, svegliandosi, cercò subito nella greppia un altro po' di fieno: ma non lo trovò, perchè l'aveva mangiato tutto nella notte.

Allora prese una boccata di paglia tritata: e in quel mentre che la stava masticando, si dovè persuadere che il sapore della paglia tritata non somigliava punto nè al risotto alla milanese nè ai maccheroni alla napoletana.

— Pazienza! — ripetè, continuando a masticare. — Che almeno la mia disgrazia possa servire di lezione a tutti i ragazzi disobbedienti e che non hanno voglia di studiare. Pazienza!... pazienza!

— Pazienza un corno! — urlò il padrone, entrando in quel momento nella stalla. — Credi forse, mio bel ciuchino, ch'io ti abbia comprato unicamente per darti da bere e da mangiare? Io ti ho comprato perchè tu lavori e perchè tu mi faccia guadagnare molti quattrini. Su, dunque, da bravo! Vieni con me nel Circo, e là ti insegnerò a saltare i cerchi, a rompere col capo le botti di foglio e a ballare il valzer e la polca, stando ritto sulle gambe di dietro. —

Il povero Pinocchio, o per amore o per forza, dovè imparare tutte queste bellissime cose; ma, per impararle, gli ci vollero tre mesi di lezioni, e molte frustate da levare il pelo.

Venne finalmente il giorno, in cui il suo padrone potè annunziare uno spettacolo veramente straordinario. I cartelloni di vario colore, attaccati alle cantonate delle strade, dicevano così:

GRANDE SPETTACOLO DI GALA

Per questa sera AVRANNO LUOGO I SOLITI SALTI ED ESERCIZI SORPRENDENTI ESEGUITI DA TUTTI GLI ARTISTI e da tutti i cavalli d'ambo i sessi della Compagnia e più

Sarà presentato per la prima volta il famoso

CIUCHINO PINOCCHIO

detto LA STELLA DELLA DANZA

Il teatro sarà illuminato a giorno

Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo spettacolo, il teatro era pieno stipato.

Non si trovava più nè una poltrona, nè un posto distinto, nè un palco, nemmeno a pagarlo a peso d'oro.

Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.

Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della compagnia, vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle fin sopra ai ginocchi si presentò all'affollatissimo pubblico, e, fatto un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato discorso:

«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!

«L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonchè il piacere di presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al cospetto di sua maestà l'imperatore di tutte le principali corti di Europa.

«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e compatiteci!»

Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi: la criniera divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini di seta rossa: una gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta intrecciata con nastri di velluto paonazzo e celeste. Era, insomma, un ciuchino da innamorare!

Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:

«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina trasudi da' suoi occhi, conciossiachè essendo riusciti vanitosi tutti i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia gentilezza invece di farmi da lui ben volere, me ne ha maggiormente cattivato l'animo. Io però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea di Parigi riconobbe esser quello il bulbo rigeneratore dei capelli e della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo nonchè nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio. Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi, permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora lo spettacolo, invece di domani sera, sarà posticipato a domattina, alle ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»

E qui il Direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi volgendosi a Pinocchio gli disse:

— Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi, salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e ragazzi! —

Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti, e rimase inginocchiato fino a tanto che il Direttore, schioccando la frusta, non gli gridò:

— Al passo! —

Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare intorno al Circo, camminando sempre di passo.

Dopo un poco il Direttore gridò:

— Al trotto! — E Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in trotto.

— Al galoppo! — e Pinocchio staccò il galoppo.

— Alla carriera! — e Pinocchio si dette a correre, di gran carriera. Ma in quella che correva come un barbero, il Direttore, alzando il braccio in aria, iscaricò un colpo di pistola.

[Illustrazione: Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti.]

A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo, come se fosse moribondo davvero.

Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente di alzare la testa e di guardare in su.... e guardando vide in un palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto d'un burattino.

— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! — disse dentro di sè Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla gran contentezza, si provò a gridare:

— Oh Fatina mia! oh Fatina mia! —

Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio così sonoro e prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti i ragazzi che erano in teatro.

Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è buona creanza di mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col manico della frusta una bacchettata sul naso.

Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il naso almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore che aveva sentito.

Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...

Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accòrse, e, meno degli altri, il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:

— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta grazia sapete saltare i cerchi. —

Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di sotto. Alla fine spiccò un salto e l'attraversò: ma le gambe di dietro gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio.

Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena potè ritornare alla scuderia.

— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! — gridavano i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.

Ma il ciuchino per quella sera non si fece più vedere.

La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.

Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:

— Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. —

[Illustrazione: Il ciuchino, con quel macigno al collo, andò subito a fondo.]

Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al garzone di stalla:

— Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?

— Venti lire.

— Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio paese. —

Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!

Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua.

Pinocchio con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di morire affogato, per poi scorticarlo e levargli la pelle.

XXXIV.

Pinocchio gettato in mare, è mangiato dai pesci, e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pesce-cane.

Dopo cinquanta minuti che il ciuchino era sott'acqua, il compratore disse, discorrendo da sè solo:

— A quest'ora il mio povero ciuchino zoppo deve essere bell'e affogato. Ritiriamolo dunque su, e facciamo con la sua pelle questo bel tamburo. —

E cominciò a tirare la fune, con la quale lo aveva legato per una gamba: e tira, tira, tira, alla fine vide apparire a fior d'acqua.... Indovinate? Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo che scodinzolava come un'anguilla.

Vedendo quel burattino di legno, il pover'uomo credè di sognare e rimase lì intontito, a bocca aperta e con gli occhi fuori della testa.

Riavutosi un poco del suo primo stupore, disse piangendo e balbettando:

— E il ciuchino che ho gettato in mare dov'è?...

[Illustrazione: Invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d'acqua un burattino vivo.]

— Quel ciuchino son io! — rispose il burattino, ridendo.

— Tu?

— Io.

— Ah! mariuolo! Pretenderesti forse di burlarti di me?

— Burlarmi di voi? Tutt'altro, caro padrone: io vi parlo sul serio.

— Ma come mai tu, che poco fa eri un ciuchino, ora stando nell'acqua, sei diventato un burattino di legno?...

— Sarà effetto dell'acqua del mare. Il mare ne fa di questi scherzi.

— Bada, burattino, bada!... Non credere di divertirti alle mie spalle. Guai a te, se mi scappa la pazienza!

— Ebbene, padrone: volete sapere tutta la vera storia? Scioglietemi questa gamba e io ve la racconterò. —

Quel buon pasticcione del compratore, curioso di conoscere la vera storia, gli sciolse subito il nodo della fune, che lo teneva legato: e allora Pinocchio, trovandosi libero come un uccello nell'aria, prese a dirgli così:

— Sappiate dunque che io ero un burattino di legno come sono oggi: ma mi trovavo a tocco e non tocco di diventare un ragazzo, come in questo mondo ce n'è tanti: se non che, per la mia poca voglia di studiare e per dar retta ai cattivi compagni, scappai di casa.... e un bel giorno, svegliandomi, mi trovai cambiato in un somaro con tanto d'orecchi.... e con tanto di coda!... Che vergogna fu quella per me!... Una vergogna, caro padrone, che Sant'Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini, fui comprato dal Direttore di una compagnia equestre, il quale si messe in capo di far di me un gran ballerino o un gran saltatore di cerchi; ma una sera durante lo spettacolo, feci in teatro una brutta cascata, e rimasi zoppo da tutt'e due le gambe. Allora il Direttore non sapendo che cosa farsi d'un asino zoppo, mi mandò a rivendere, e voi mi avete comprato!

— Pur troppo! E ti ho pagato venti soldi. E ora, chi mi rende i miei poveri venti soldi?

— E perchè mi avete comprato? Voi mi avete comprato per fare con la mia pelle un tamburo!... un tamburo!...

— Pur troppo! E ora dove troverò un'altra pelle!...

— Non vi date alla disperazione, padrone. Dei ciuchini ce n'è tanti, in questo mondo!

— Dimmi, monello impertinente: e la tua storia finisce qui?

— No, — rispose il burattino — ci sono altre due parole, e poi è finita. Dopo avermi comprato, mi avete condotto in questo luogo per uccidermi, ma poi, cedendo a un sentimento pietoso d'umanità, avete preferito di legarmi un sasso al collo e di gettarmi in fondo al mare. Questo sentimento di delicatezza vi onora moltissimo, e io ve ne serberò eterna riconoscenza. Per altro, caro padrone, questa volta avete fatto i vostri conti senza la Fata....

— E chi è questa Fata?

— È la mia mamma, la quale somiglia a tutte quelle buone mamme, che vogliono un gran bene ai loro ragazzi e non li perdono mai d'occhio, e li assistono amorosamente in ogni disgrazia, anche quando questi ragazzi, per le loro scapataggini e per i loro cattivi portamenti, meriterebbero di essere abbandonati e lasciati in balia a sè stessi. Dicevo, dunque, che la buona Fata, appena mi vide in pericolo di affogare, mandò subito intorno a me un branco infinito di pesci, i quali credendomi davvero un ciuchino bell'e morto, cominciarono a mangiarmi! E che bocconi che facevano! Non avrei mai creduto che i pesci fossero più ghiotti anche dei ragazzi! Chi mi mangiò gli orecchi, chi mi mangiò il muso, chi il collo e la criniera, chi la pelle delle zampe, chi la pelliccia della schiena.... e fra gli altri, vi fu un pesciolino così garbato, che si degnò perfino di mangiarmi la coda.

— Da oggi in poi — disse il compratore inorridito — faccio giuro di non assaggiar più carne di pesce. Mi dispiacerebbe troppo a aprire una triglia o un nasello fritto e di trovargli in corpo una coda di ciuco!

— Io la penso come voi — replicò il burattino, ridendo. — Del resto, dovete sapere che quando i pesci ebbero finito di mangiarmi tutta quella buccia asinina, che mi copriva dalla testa ai piedi, arrivarono, com'è naturale, all'osso.... o per dir meglio, arrivarono al legno, perchè, come vedete, io son fatto di legno durissimo. Ma dopo dato i primi morsi, quei pesci ghiottoni si accòrsero subito che il legno non era ciccia per i loro denti, e nauseati da questo cibo indigesto se ne andarono chi in qua chi in là, senza voltarsi nemmeno a dirmi grazie.... Ed eccovi raccontato come qualmente voi, tirando su la fune, avete trovato un burattino vivo, invece d'un ciuchino morto.

— Io mi rido della tua storia — gridò il compratore imbestialito. — Io so che ho speso venti soldi per comprarti, e rivoglio i miei quattrini. Sai che cosa farò? Ti porterò daccapo al mercato, e ti rivenderò a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel camminetto.

— Rivendetemi pure: io sono contento — disse Pinocchio. Ma nel dir così, fece un salto e schizzò in mezzo all'acqua. E nuotando allegramente e allontanandosi dalla spiaggia, gridava al povero compratore:

— Addio, padrone; se avete bisogno di una pelle per fare un tamburo, ricordatevi di me. —

E poi rideva e seguitava a nuotare: e dopo un poco, rivoltandosi indietro, urlava più forte:

— Addio, padrone;... se avete bisogno di un po' di legno stagionato per accendere il camminetto, ricordatevi di me. —