Le Aquile della Steppa: Romanzo

Part 9

Chapter 93,689 wordsPublic domain

Oggidì, quantunque estenda ancora i suoi sobborghi nella meravigliosa valle del Sogd, quantunque abbia la sua accademia di scienze, traffichi ancora animatamente e abbia molte fabbriche, ove si tesse la seta più stimata dell'Asia, ha molto perduto del suo antico splendore al pari di Bukara, ove risiede per la maggior parte dell'anno il potentissimo e anche barbarissimo Khan, e che fu centro di uomini dotti e celebri non solo per l'Oriente, ma anche per l'Europa: vi fu il famoso Ebu-Sino, da noi chiamato Avicenna.

Era il momento, per la banda condotta dai due nipoti del _beg_ e da Tabriz, di stare molto in guardia, perchè tutto il kanato, specialmente verso il fiume, è percorso incessantemente da orde di Usbechi e da Ghirghisi.

Tabriz, appena messo piede sulla riva opposta dell'Amu-Darja, fece fare alla truppa una seconda fermata, poi accompagnato dal solo Hossein, fece una galoppata sotto le altissime e frequenti piante, risalendo verso il settentrione.

— Che cosa cerchi, Tabriz? — chiese Hossein, vedendolo guardare attentamente la terra.

— Le tracce dei banditi, — rispose il gigante. — Per di qua devono ben essere passati e sarei ben lieto di trovarle. —

Continuarono ad avanzarsi sotto i platani e le betulle, che coprivano la riva, finchè un grido di trionfo sfuggi a Tabriz.

— Eccole!... —

Sul suolo, che era umidissimo in quel luogo, si scorgevano nettamente numerose impronte lasciate dagli zoccoli d'un grosso numero di cavalli.

Tabriz balzò a terra per meglio osservarle, quando Hossein lo vide rialzarsi prontamente e staccare il lungo archibugio che pendeva dalla sella del suo cavallo.

— Cos'hai, Tabriz? — chiese il giovine.

Il gigante invece di rispondere, gli fece segno colla mano di star zitto, poi armò il fucile appoggiando il calcio alla spalla è puntandolo verso un folto cespuglio che circondava la base d'un enorme platano. Hossein, temendo giustamente un improvviso attacco, trovandosi, come abbiamo detto, in un territorio frequentato dai banditi delle steppe, si era affrettato ad imitarlo.

— Che cos'hai veduto o udito dunque? — chiese il giovane impazientito, non vedendo comparire nessuno.

Un gemito che uscì dal mezzo del cespuglio fu la risposta.

— Vi è qualche ferito là dentro, — disse finalmente Tabriz. — Hai udito, signore?

— Sì. —

Tabriz s'avvicinò cautamente al platano e colla canna dell'archibugio mosse le fronde dei cespugli, dicendo:

— Mostra il tuo viso, amico noi non siamo briganti. —

I rami subito si mossero ed un uomo piuttosto attempato, quasi interamente nudo, non avendo indosso che una camicia brandellata, comparve.

— Risparmiate la vita ai un povero uomo, — disse. — Allah ha proibito di uccidersi fra correligionari.

— Chi sei? — Chiese il gigante, abbassando il fucile.

— Un usbeko di Kitab.

— Che cosa fai costì così nudo?

— Sono stato assalito da una banda di briganti, derubato dei miei montoni che aveva qui condotti a pascolare, bastonato e per sopra mercato anche spogliato delle mie vesti.

— Quando?

— Ieri sera.

— Erano _Aquile della steppa_?

— Può darsi.

— Avevano una fanciulla con loro?

— Non l'ho veduta.

— Quanti erano quei briganti?

— Una ventina.

— Non ve n'erano altri nel bosco?

— Sì, mi pare d'aver udito dei cavalli a nitrire al di là degli alberi. Signore non lasciarmi qui solo, così nudo e senz'armi. Vi sono dei lupi e delle pantere fra queste macchie. —

Tabriz interrogò Hossein collo sguardo.

— Potrà servirci da guida, — rispose il giovane.

— Sali dietro di me, — disse il gigante all'usbeko. — Vedremo di darti qualche cosa per coprirti.

— Io sarò il tuo schiavo, — rispose il disgraziato, con voce gemente. — Oramai ho tutto perduto.

— Ti vendicheremo, disse Tabriz. — Stiamo cercando appunto le _Aquile_. —

Salì in sella e dietro di lui montò l'usbeko, profondendosi in lunghi ringraziamenti.

Quando tornarono verso il guado, i Sarti ed i Shagrissiabs erano ancora in sella, pronti a riprendere la corsa.

Tabriz privò qualcuno della giacca, un altro d'una coperta, onde coprire l'usbeko, e mentre Hossein informava Abei dell'accaduto, si rimisero in cammino al piccolo trotto, dietro le tracce lasciate dalle _Aquile_.

Attraversata la zona che aveva un'estensione di poche centinaia di metri, la truppa ritrovò la steppa.

Quantunque il Khanato di Bukara sia infinitamente più fertile del Turchestan occidentale, non è privo di steppe, le quali si stendono per centinaia di miglia. Anche là si manifesta quel singolare fenomeno che si osserva nei territori dei Cosacchi e dei Curdi del mar Caspio.

Alla base delle montagne, le foreste cessano bruscamente per non ritrovarle che lungo le rive dei fiumi ed il suolo calcareo scompare per cedere il posto alla terra nerastra della steppa, sulla quale spuntano e crescono benissimo erbe e cereali, quando un po' d'acqua li favorisce.

Tutti coloro che hanno percorso quelle pianure immense, si sono chiesti la soluzione di quello strano problema: perchè la steppa col suo manto di terra fertile, tanto più ricca, inquantochè non è mai stata coltivata, quindi ancora vergine, non produce alcuna pianta da fusto? I venti ardenti e troppo gelati che soffiano impetuosissimi su quelle sconfinate pianure, s'oppongono forse alla vegetazione arborescente?

Forse la spiegazione dello strano fenomeno lo si deve al fatto, più probabilmente, che lo strato di terra fertile non è più profondo di trenta o quaranta centimetri e che si basa su un fondo d'argilla compatta, impenetrabile alle radici delle piante.

Di passo in passo che la truppa s'allontanava dall'Amu-Darja, cominciavano ad apparire, specialmente inoltrandosi sempre più nel territorio bukarino, accampamenti intorno agli stagni.

Gruppi di tende nere, di forma conica, si mostravano di quando in quando, poi lunghe carovane di cammelli e torme immense di montoni, dalla coda grossissima, scortati da cavalieri armati e dall'aspetto poco rassicurante.

Erano per lo più usbechi e turchi, padri questi degli Osmani che hanno conquistata l'Asia Minore, l'Arabia e la Turchia europea, uomini fieri e bellicosi, che sono sempre in armi contro i ghirghisi ed i bukari.

Tutte quelle carovane si dirigevano verso la frontiera occidentale, con una certa fretta che colpì Tabriz.

— Si direbbe che fuggano dinanzi a qualche pericolo, — disse il brav'uomo a Hossein. — Vediamo di che cosa si tratta. —

Spinse il cavallo verso un gruppo di turchi che scortavano un centinaio di cammelli e che guardavano sospettosamente la truppa d'Hossein, chiedendo spiegazioni.

— I russi, — gli fu risposto.

— Sono già intorno a Kitab?

— Non ancora, ma fra poco.

— Bisogna affrettarsi, — mormorò il gigante, tornando verso i suoi compagni. — Corriamo il pericolo di rimanere tagliati fuori dalla città. —

CAPITOLO XIII.

Kitab.

Non ostante gli sforzi prodigiosi compiuti dai cavalli e la fretta dei cavalieri, la notte li sorprese a una quarantina di chilometri da Kitab, nei dintorni del minuscolo e ormai deserto villaggio di Iskander.

Animali e uomini erano così sfiniti da quella marcia, che durava da quasi quarantotto ore, da rendere impossibile una maggiore avanzata.

Hossein e Tabriz, che non volevano rovinare completamente le loro cavalcature, dalle quali attendevano preziosissimi servigi nell'attacco ai briganti della steppa, si videro quindi costretti a dare il segnale della fermata.

D'altronde non pareva che i russi avessero già investita Kitab perchè, anche poco prima del tramonto, avevano incontrate immense greggi di montoni e lunghe file di cammelli che fuggivano verso occidente, senza però troppo affrettarsi, mentre invece non avevano ancora scorto nessun gruppo di cosacchi dell'avanguardia.

Essendo state le dieci o dodici capannucce di fango secco, che costituivano il minuscolo villaggio, abbandonate dagli abitanti, la scorta senz'altro le occupò, legando i cavalli intorno ai pali che erano piantati dinanzi alle porte.

— Ripartiremo dopo la mezzanotte, — disse Hossein a Tabriz e ad Abei. — Cinque o sei ore di riposo saranno bastanti per i nostri uomini e per i nostri cavalli. —

Cenarono alla lesta, colle provviste che erano rinchiuse nei sacchetti di pelle appesi alle selle, poi tutti si stesero al suolo, divisi in gruppi e non tardarono ad addormentarsi, essendo affranti.

Due uomini soli non avevano chiusi gli occhi: Abei e l'usbeko che Hossein e Tabriz avevano raccolto quasi nudo nella piccola foresta dell'Amu-Darja.

Durante la corsa, quei due uomini si erano già scambiate parecchie occhiate e qualche rapido cenno, come se già da tempo si conoscessero e attendessero l'occasione propizia d'incontrarsi.

Il nipote del _beg_, che doveva essere impaziente di trovarsi solo coll'usbeko, quando si fu ben assicurato che suo cugino e Tabriz dormivano profondamente, uscì silenziosamente dalla capanna e strisciò verso il primo gruppo di cavalli, dove si scorgeva vagamente, coricata fra le erbe, una forma umana.

— Dormono, — disse Abei sotto voce. — Che cosa significa la tua presenza qui, Hadgi. —

Il luogotenente del disgraziato _mestvires_ si era prontamente alzato, girando all'intorno uno sguardo sospettoso.

— Ti aspettavo, signore, — disse poi, — per ricevere da te nuovi ordini. Noi non avevamo previsto l'invasione dei russi. Sai che stanno per assalire Kitab?

— L'ho appreso lungo il viaggio, — rispose Abei.

— Quella gente può guastare i tuoi affari, signore, ed è per questo che io ti ho aspettato sulle rive del fiume. Ero certo che Hossein ci avrebbe inseguiti e che sarebbe passato per quel guado, che d'altronde è l'unico che esista su cinquanta miglia di fiume.

— Hai giuocato una carta pericolosa.

— Perchè, signore? Hossein e Tabriz non mi conoscono ed ingannarli era cosa facilissima.

Non ho fatto altro che spogliarmi e nascondere le mie vesti e le mie armi in mezzo ad un folto cespuglio. Come hai veduto, hanno creduto a quanto io ho loro narrato e non hanno avuto il menomo sospetto.

— Sei un birbante intelligente, — disse Abei.

— Si fa quello che si può, signore, — rispose il bandito, sorridendo.

Ditemi ora dove devo condurre Talmà. Questi russi che s'avanzano rapidamente m'inquietano non poco.

— Non hai tu qualche rifugio fra le montagne di Kasret-Sultan?

— Vi sono lassù delle caverne meravigliose, signore, quantunque trasudino petrolio da tutte le parti.

— Tu entrerai in Kitab, attraverserai la città, mettendo bene in vista Talmà, e alla sera te ne andrai fra le montagne. Non vi sarà alcun pericolo.

Se anche la fanciulla griderà di essere stata rapita e che voi siete Aquile, nessuno se ne preoccuperà. Dirai che è una pazza che riconduci alla sua famiglia e poi hanno ben altro da fare quegli abitanti in questi momenti.

— Non comprendo però lo scopo di questa gita attraverso a Kitab.

— Non è necessario che tu per ora abbia maggiori spiegazioni. Quasi tutti i tuoi uomini mi conoscono, è vero?

— La sera che tu ti sei presentato al nostro accampamento, per proporci il tuo affare, signore, vi erano tutti e nessuno ha scordato il tuo viso.

— Lascerai dunque a Kitab un paio dei tuoi banditi, onde mi guidino più tardi al tuo rifugio.

— Bada, signore, che i russi calano rapidissimi e che se t'indugi, correrai il pericolo di farti assediare in Kitab.

— È quello che desidero, — rispose Abei.

— Non ti capisco.

— Non importa: a te deve solamente importare di guadagnarti la somma che t'ho promessa e che ti appartiene, ora che il mestvire è morto.

— L'ho saputo, — disse Hadgi. — Tuo zio è stato troppo crudele, però devo essergli riconoscente, perchè da luogotenente sono diventato il capo delle _Aquile_.

— Non ti lagnare dunque.

— Oh no, signore, — disse il bandito.

— Ora vattene. Che siano già giunti a Kitab i tuoi uomini?

— Aspetteranno che li raggiunga, prima di entrare nella città.

— Allora spicciati.

— Addio, signore: conta sulla mia fedeltà.

— E tu sui miei _tomani_ — rispose ironicamente Abei.

Hadgi staccò un cavallo, gli avvolse la testa onde non nitrisse, balzò in sella e si slanciò attraverso la steppa, dileguandosi ben presto fra le tenebre.

— I russi giungono in buon punto, — mormorò Abei, quando il bandito fu scomparso. — Baba beg, non si sarà scordato di essere stato un giorno salvato da mio padre e mi aiuterà.

Ah!.... Tu volevi tutto per te, cugino: la bellezza e la felicità, il coraggio e l'ammirazione di tutte le donne della steppa!... Ed a me, che sono pure figlio d'un _beg_, nulla? Almeno Talmà l'avrò, dovessi ucciderti!... Senza quella fanciulla che io ho amata segretamente prima di te, che cosa sarebbe la mia vita? Voi due non conoscete ancora Abei! —

Strisciò verso la capanna ed entrò senza far rumore, coricandosi sulla gualdrappa che gli serviva da tappeto.

Hossein e Tabriz dormivano sempre profondamente e di nulla si erano accorti.

Era appena passata la mezzanotte, quando i Sarti ed i Shagrissiabs si svegliarono; chiamandosi reciprocamente.

Hossein e Tabriz, destati da quel vocìo e dai nitriti dei cavalli, si alzarono prontamente uscendo all'aperto.

— In sella, — comandò il giovane. — All'alba entreremo in Kitab.

Signore, — disse un Sarto, avvicinandoglisi, — manca il mio cavallo.

— E anche l'usbeko che hai raccolto, — disse un altro.

— Che vada a farsi appiccare dove vuole, — disse Tabriz. — Non inquietiamoci per la fuga di quel birbante. Montate e partiamo.

Quello a cui manca il cavallo salga dietro a qualche compagno.

Lesti od i russi giungeranno prima di noi. —

In meno di un minuto i cavalli furono insellati ed imbrigliati e la truppa riprese le mosse, sempre guidata da Tabriz.

La steppa, a poco a poco scompariva. Numerosi villaggi si mostravano, specialmente verso il sud, dove le terre erano solcate da affluenti dell'Amu-Darja; e giardini ricchi d'alberi, di prugni, d'albicocchi, di melogranati e anche di viti, cominciavano ad estendersi in tutte le direzioni.

Qua e là, in mezzo alle erbe, platani, betulle, pioppi, ulivi, querce, cedri e anche pini, formavano gruppi pittoreschi, specialmente intorno agli stagni, sorgendo fra colossali cespi di rose di China, coperti di fiori bianchi e rossi.

La banda s'affrettava. I cavalli ai quali quel breve riposo era bastato per rimetterli in gambe, galoppavano splendidamente, senza aver bisogno di venire aizzati.

Ai primi albori, Tabriz indicò a Hossein il profilo della catena dei Kasret-Sultan-Geb, che s'innalza dietro a Kitab e poco dopo una selva di esili minareti dalle cupolette scintillanti.

— Ci siamo, signore, — disse.

Hossein provò come una scossa e si portò una mano sul cuore.

— Che fra poco la riveda? — si chiese con angoscia.

— Se non ci hanno ingannati e se si trova veramente laggiù, noi la riprenderemo alle _Aquile_, signore.

Il nome che porta tuo zio è troppo noto nella steppa, perchè il nuovo Emiro di Kitab non lo abbia già udito risuonare ai suoi orecchi ed egli non si rifiuterà di aiutarci nelle nostre ricerche, specialmente se la nostra domanda sarà appoggiata da qualche migliaio di _tomani_, somma che apprezzerà assai in questi momenti.

— Lo conosci tu _Djura-Bey_?

— L'ho veduto più d'una volta, — rispose Tabriz.

— Che uomo è?

— Un ambizioso, che già più volte ha tentato di ribellarsi al suo padrone, l'Emiro di Bukara. Egli vorrebbe, a quanto sembra, imitare Yakub, l'antico luogotenente dell'Emiro, che dopo essersi fatto dichiarare dal popolo _Atalek gazi_, ossia difensore della fede, si è formato un bel regno a spese del suo signore, e dei chinesi della Duzungaria.

Disgraziatamente avrà da fare i conti coi russi e la finirà male.

— Noi non ci intrigheremo nei suoi affari.

— Ehi... Chissà, cugino, — disse Abei, che cavalcava al suo fianco. — _Djura-Bey_ potrebbe domandare il nostro appoggio. Cinquanta uomini, montati come lo sono i nostri, potrebbero essergli di grande utilità in questo momento.

— Rifiuteremo, — disse Hossein.

— E lui ti dirà che te la cerchi tu, Talmà.

— È certo che vorrà approfittare dell'occasione per rinforzare il suo piccolo esercito, — disse Tabriz. — D'altronde non mi spiacerebbe menare le mani sui russi.

— Vedremo, — concluse Hossein.

Kitab era ormai in vista e si spiegava dinanzi agli occhi dei cavalieri, trovandosi quella città su un'altura, al pari di Schaar, la sua vicina, pure ribellatasi all'autorità dell'Emiro di Bukara.

Si vedevano distintamente le sue moschee dipinte in bianco, colle cupole dorate, i suoi ridotti, le sue mura merlate ed i suoi splendidi giardini, divisi in vasti quadrati e cinti da terrapieni altissimi per rinforzare le difese della città.

Tabriz e Hossein stavano per dar l'ordine di sferzare i cavalli, quando in lontananza si udirono alcune scariche di moschetteria e alcuni colpi di cannone.

— I russi! — esclamarono entrambi.

— Affrettiamoci o giungeremo troppo tardi, — disse Abei, spronando impetuosamente il cavallo. — Vedo delle nubi di polvere verso il settentrione: là vi è qualche corpo di cavalleria.

— Allentate le briglie: ventre a terra! — gridò Tabriz.

I cinquanta cavalli, eccitati dalle grida e dai colpi di piede dei cavalieri, partirono a corsa sfrenata, facendo rimbombare il suolo che non era più coperto d'erbe. Pareva che un vero uragano passasse.

I colpi di fucile si seguivano regolari, segno evidente che quelli che facevano fuoco erano soldati perfettamente disciplinati, che non sparavano a casaccio e di quando in quando vi facevano eco delle detonazioni secche, poderose, che sembravano prodotte da racchette o da falconetti, piuttosto che da veri pezzi d'artiglieria.

Al di là della lunga distesa di giardini, s'alzavano di tratto in tratto nuvoloni di polvere, che in certi momenti offuscavano perfino la luce del sole. È già noto che tutto il Turchestan orientale e settentrionale è polverosissimo, e che basta un soffio d'aria od il galoppo di qualche squadrone di cavalleria per sollevare cortine immense d'una specie di sabbia quasi impalpabile, che ricade molto lentamente e che attraversa intere regioni prima di depositarsi.

Certamente un vivo combattimento doveva essersi impegnato, fra i cavalieri del Bek di Kitab e di quelli dello Schaar ed i cosacchi che il colonnello russo Miklalowsky, incaricato dal governatore generale del Turchestan di domare i ribelli, conduceva da Samarcanda.

Già le truppe di Hossein non distavano che poche centinaia di metri dalla torre sovrastante la porta di Ravatak, quando scorsero una nuvola di cavalieri scendere a galoppo sfrenato le alture, mentre sopra le loro teste scoppiavano delle granate.

— I Shagrissiabs! — gridò Tabriz. — Pare che abbiano avuto il loro conto se scappano in quel modo!...

Un sorriso comparve sulle labbra di Abei.

— Allah mi protegge, — mormorò fra i denti. — Era quello che aspettavo. Chi rifiuterà il nostro soccorso? —

I cavalieri del Bek di Kitab e quelli del Bek di Schaar giungevano a briglia sciolta, urlando ferocemente e volgendosi di quando in quando, per fare delle scariche, che non dovevano fare troppo danno ai russi, nascosti in mezzo al polverone.

— Lesti, amici! — gridò Hossein. — Giungeremo prima di loro! —

Con un ultimo slancio i cavalli superarono le ultime centinaia di metri e, varcato il ponte levatoio, irruppero sotto la porta di Ravatak, mentre sui ridotti della cittadella tuonavano le racchette ed i falconetti del _Beg Djura bey_.

CAPITOLO XIV.

I fanatici del Turchestan.

Kitab, senza avere l'importanza di Bukara, di Kiva e di Samarcanda, le tre città più popolose e più famose del Turchestan, e ritenute le tre regine della steppa, come le chiamano i turani, era nel 1875 una città ragguardevole, se non pei suoi commerci, per la sua popolazione e per le sue fortificazioni che, collegate con quelle di Schaar, la rendevano molto temuta.

Non era veramente una rôcca, assolutamente inespugnabile per truppe specialmente europee, tuttavia i barbari la ritenevano talmente salda, da non osare assalirla, nè sfidare i suoi venti pezzi d'artiglieria che guarnivano, insieme ad un certo numero di falconetti, i ridotti della cittadella.

Come tutte le città turchestane, aveva un gran numero di moschee con altissimi minareti, spaziosi bazar, una salda cittadella, bellissimi giardini; ma le sue case basse, ad un solo piano, coi loro muri di terra battuta, dello spessore d'un metro, coi tetti sorretti da travicelli e di canne impastate di creta, le davano un aspetto piuttosto miserabile. Solo il palazzo del bey a più piani, con vaste gallerie e terrazze di stile mezzo Chinese e mezzo mussulmano, risaltava colla sua mole maestosa, in mezzo a quel caos di casupole che le piogge di quando in quando sgretolavano e scioglievano.

Nel momento in cui i cinquanta cavalieri irrompevano sotto la porta di Ravatak, slanciandosi a gran galoppo attraverso le vie con Hossein, Abei e Tabriz alla testa, una viva emozione regnava nella città.

Uomini a cavallo ed a piedi s'incrociavano in tutte le direzioni, urlando ferocemente e agitando forsennatamente fucili, scimitarre, _jatagan_ e _kangiarri_, mentre schiere di donne e fanciulli fuggivano pei giardini, spingendosi innanzi, a legnate, bande di cammelli e greggi innumerevoli di montoni.

In tutte le case echeggiavano grida e bestemmie e sulle terrazze rimbombavano colpi di fucile, sparati a casaccio contro un nemico invisibile, poichè nessun russo fino allora si era mostrato, nemmeno dietro alla cavalleria di _Djura-bey_, che si rifugiava in pieno disordine verso la città, fra un tumulto spaventevole.

— Al _bazar_! — gridò Tabriz ai suoi uomini. — Andiamo a prendere possesso del caravanserraglio. —

La truppa attraversò, sempre al galoppo, la parte meridionale della città, non senza aver travolto più d'un fuggiasco e si fermò su una vasta piazza, in parte coperta da immense tende ed ingombra di banchi completamente vuoti, poichè tutti i rivenditori erano scappati, portandosi via le loro preziose merci.

Tabriz dopo d'aver dato uno sguardo all'intorno, s'avviò verso un massiccio fabbricato, che si ergeva in un angolo della piazza e che aveva parecchie porte.

— Occupiamo il caravanserraglio, innanzi tutto — disse a Hossein che lo interrogava collo sguardo. — Aspettiamo che si ristabilisca un po' di calma, prima di andare a far visita a _Djura-Bey_.

I russi non saranno così sciocchi di assalire la città, senza aver prima aperte delle brecce.

— Credi che non approffittino della fuga dei cavalieri del _beg_ per dare subito l'assalto? — chiese il giovane.

— Kitab è bene fortificata, signore, ed i russi non devono ignorarlo.

Pel momento non vi è alcun pericolo.

— Cugino, — disse Abei, — se non ti spiace m'incarico io di andar a trovare il beg di Schaar, che è l'alleato di Djura. A me non potrà rifiutare il suo appoggio, avendo un debito di riconoscenza da saldare con mio padre.

— Me ne hai parlato una volta, — rispose Hossein. — Mi pare che tuo padre gli abbia un giorno salvata la vita.

— Sì, cugino.

— Se ne ricorderà ancora il beg?

— Glielo rammenterò io quel prezioso favore, e vedremo se oserà dimenticarsi di mio padre.

— Che sia tornato?

— Se la sua cavalleria è rientrata, suppongo che non sarà rimasto fuori dalle mura ad aspettare le palle dei falconetti russi, — disse Tabriz.

— Saprò io scovarlo fuori, — rispose Abei. — O nel palazzo di Djura o nella cittadella lo troverò.

Se tardo non inquietarti, cugino. —

Mentre i cavalieri entravano nel caravanserraglio, che non era altro che un immenso stanzone destinato a servire di ricovero alle carovane provenienti dalla steppa, Abei, dopo aver rifiutato una scorta salì lentamente verso il centro della città, dove su una piccola altura sorgeva la cittadella, formata da quattro ridotti e da terrapieni cintati e merlati.

— È più probabile che lo trovi lassù, fra i suoi cannoni, — si era detto il nipote del _beg_ con un perfido sorriso. — Mio caro cugino, ti giuocherò un tiro che darà Talmà in mia mano..

I miei _tomani_ voglio spenderli bene. —

Quantunque al di là dei giardini non tuonassero più le racchette ed i falconetti dei russi e nessun pericolo pel momento minacciasse la città, la popolazione non si era ancora calmata.