Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 8
— Potessi sapere chi è il miserabile che me l'ha rapita!
— Lo scoveremo, non dubitare, padrone.
Sagadska conosce tutti i banditi della steppa e può dare qualche preziosa informazione sulla direzione presa dalle _Aquile_.
Egli tiene molti uomini sulle rive dell'Amu-Darja per la raccolta delle rose e quelli ci diranno se i rapitori l'hanno attraversato.
Padrone, non disperiamo e cerchiamo invece di guadagnare via. —
I cavalli mantenevano un galoppo abbastanza rapido, senza aver bisogno di essere eccitati: era d'altronde la loro andatura ordinaria, che potevano continuare per moltissime ore, senza nulla chiedere ai loro padroni prima del tramonto.
A mezzodì la banda fece una breve fermata sulla rive d'uno stagno, ombreggiate da quattro o cinque di quegli enormi platani turchestani, che hanno sovente una circonferenza di settanta piedi ed il cui legname duro e venato, più bello e superiore di quello dei nostri noci, serve a fabbricare bellissimi mobili.
Un paio d'ore dopo la truppa riprendeva le mosse, avanzandosi sempre più nel cuore della steppa. I cavalli, ben riposati e ben pasciuti, galoppavano con maggior slancio del mattino.
Tabriz, che conosceva la steppa a menadito, avendo vissuto molti anni al di qua ed al di là dell'Amu-Darja, conduceva ora la carovana orizzontandosi col sole, non avendo i turcomanni alcuna conoscenza della bussola, istrumento che forse non hanno mai veduto, e che d'altronde non è affatto necessario a quei nomadi, avendo l'istinto dell'orientazione al pari dei piccioni viaggiatori.
La regione, a poco a poco cominciava a diventare meno deserta. In lontananza, qualche gruppo di tende appariva; tende di forma conica, di feltro nero, perdute in mezzo alle erbe dove bande di cammelli e di montoni pascolavano in gran numero; poi su certi tratti sabbiosi qualche moschea screpolata, col suo minareto sottile, di colore bianco, spiccava fra tutto quel mare di verzura, indicando il luogo ove, chissà quante centinaia d'anni prima, una borgata e fors'anche una città popolosa era esistita.
Quelle rovine sono frequenti in certe parti della steppa, dove i vicini persiani hanno lasciato tante tracce della loro antichissima colonizzazione. Forse quello era il vero paese della terra sacra dei magi di Zoroastro, del Zend-Avesta, il paese dove Saadi e Hfar hanno poetato ed amato e dove Leilah ha sorriso.
Verso il tramonto, Tabriz, che già da qualche ora osservava attentamente il paese, come se cercasse qualche traccia, indicò a Hossein un gruppo di tende di colore oscuro, che sorgeva in una specie di oasi, dove crescevano rigogliose piante di melagrano, dalle frutta grossissime e assai stimate, _outon bokhàra_ che producono susine eccellenti d'inverosimile grossezza, cotogni dal tronco enorme e ciliegi altissimi.
— Il campo dell'Emiro degli Illiati, — disse poi volgendosi verso Hossein, che l'interrogava cogli sguardi.
— È là che abita quel Sagasdka di cui tu mi hai parlato?
— Sì, signore.
— È un amico di mio zio?
— Un tempo hanno combattuto insieme contro i bukari ed i belucistani, — rispose Tabriz. — Se le _Aquile della steppa_ sono passate attraverso il suo territorio, ce lo dirà subito.
— A quest'ora non si rammenterà più nemmeno il nome di Giah Aghà, — disse Abei, che aveva ripreso il suo posto in testa alla colonna. — Si dimenticano facilmente gli amici, nella steppa.
— Al contrario, signore, — rispose Tabriz, un po' piccato. — Si ricordano forse più che altrove, avendone sovente bisogno per far fronte ai ladroni della pianura od ai soldati degli Emiri.
— Vedrai che non si degnerà nemmeno di riceverci nel suo accampamento e che ci tratterà come pezzenti sospetti.
Hanno ben altro da fare questi Illiati, che d'occuparsi delle _Aquile_ e dei nostri affari.
— Sarà come tu dici, signore, — rispose Tabriz, — io però obbedirò alle istruzioni datemi da tuo zio.
— Mio zio crede troppo nelle amicizie, — rispose Abei, con tono ironico.
Tabriz lo guardò con una certa sorpresa, aggrottando leggermente la fronte.
Hossein, assorto nella sua tristezza, sembrava che non avesse udito nulla, anche perchè si era spinto più innanzi degli altri, frettoloso di giungere al campo degli Illiati.
— Tuo zio, signore, — riprese il gigante un po' irato, — ha sempre saputo scegliere i suoi amici ed io, che sono più vecchio di te ne so qualche cosa. —
Nell'accampamento degli Illiati si era manifestato in quel frattempo un vivissimo movimento. La numerosa truppa dei cavalieri di Hossein, bene armati, doveva aver messo in apprensione quei nomadi, i quali avevano probabilmente fatto più volte conoscenza coi banditi della steppa della fame, ghirghisi, bukari e shagrissiabs.
I cammelli ed i montoni, che pascolavano a centinaia e centinaia per la pianura, venivano spinti a precipizio verso i recinti costruiti nei dintorni dell'accampamento, intanto che gruppi di uomini balzavano in sella dei loro cavalli, disponendosi sotto le piante, per tenersi al riparo dietro i grossi tronchi.
Gli Illiati sono tribù assolutamente nomadi che si distaccano un po' dai turchestani vivendo esclusivamente sotto tende e cambiando luogo secondo le stagioni ed i bisogni dell'immenso loro gregge, che forma la loro principale ricchezza.
Al principio della primavera scendono dalle montagne, che attraversano la parte meridionale del Khanato di Bukara e la Persia, e si espandono per la steppa turanica formando vasti accampamenti, del resto semplicissimi, posti di preferenza intorno ad uno stagno o sulle rive d'un torrente e riparati dal vento, temendo molto le cortine di sabbia.
I loro usi e le loro abitudini differiscono da quelle degli altri turchestani, alla cui razza d'altronde non sembra veramente che appartengano e richiamano al pensiero gli antichi tempi dei pastori patriarcali.
Gli uomini, che hanno tipo tartaro, più che turcomanno, sono tutti bellissimi, di alta statura e ben conformati; le donne godono fama di essere le più graziose della steppa.
Tabriz, che conosceva l'indole diffidente di quei nomadi, fece fermare la truppa e s'avanzò in compagnia d'Hossein, verso i giardini che circondavano l'accampamento, tenendo l'archibugio colle bocca volta verso terra:
— Dite al vostro _Emiro_ che i nipoti del _beg_ Giah Aghà chiedono ospitalità, — gridò, appena fu a portata di voce. — Sagadska non si rifiuterà di riceverli. —
Fra gli Illiati vi fu uno scambio di parole, poi un vecchio che aveva una lunga barba bianca e che mancava d'un occhio, si fece innanzi e, mentre i suoi uomini disarmavano, rispose:
— Che i nipoti del mio amico entrino nel campo: sono sotto la protezione delle leggi dell'ospitalità. —
La truppa, non avendo ormai più nulla da temere dopo quelle parole, s'avanzò sotto gli alberi, mettendo piede a terra e levando le briglie e le selle ai cavalli, mentre Tabriz ed i nipoti del beg entravano sotto una vasta tenda, sulla cui soglia li attendeva il capo della tribù, circondato da una mezza dozzina di ragazzine.
— Siete miei ospiti, — disse, invitandoli a farsi innanzi.
— Sei tu Sagadska? — chiese Tabriz.
— Io sono l'amico del _beg_ Giah Aghà, — rispose l'illiato. — Che i suoi nipoti si siedano al mio fianco.
— Grazie della tua ospitalità, — gli rispose Hossein. — Noi siamo qui venuti perchè abbiamo bisogno da te di consigli e d'informazioni.
— Dopo la cena tu avrai quello che vorrai, — rispose l'illiato.
— Lascia ora che io compia i miei doveri d'ospitalità e non preoccuparti della tua scorta: avrà viveri e tende per riposarsi al coperto. —
Sotto la grande cupola di feltro era già stata stesa, su un vasto tappeto persiano, una tovaglia, su cui due giovani pastori avevano collocato parecchi tondi d'argento, lusso che solo un capo tribù poteva permettersi.
— Accomodatevi, — disse Sagadska. — Siete giunti in un buon momento, festeggiando oggi il dodicesimo anno della mia ultima figlia.
I servi erano tornati portando vasi e tondi carichi di cibi e di manicaretti che esalavano profumi appetitosi e che deposero dinanzi agli ospiti.
Tutti i popoli della steppa, quando hanno i mezzi sufficienti e ricorre qualche circostanza straordinaria, amano mangiare bene e la loro cucina non è così ordinaria come si potrebbe credere in individui che vivono all'aria aperta e sempre in pericolo, quantunque stupide prescrizioni del Corano la circoscrivano, vietando il maiale, la lepre anche e molti crostacei, perchè ritenuti impuri.
Il loro piatto forte è sempre però il montone che si arrostisce a pezzi con burro e grasso od intero se è giovane, dopo d'averlo ben imbottito di mandorle, di datteri, d'uva secca, di bacche e di rose, di pimento e di spezie diverse; il secondo è il _pilat_, composto di riso bollito, con pezzi pure di montone. Amano però molto anche i pasticci, che sanno preparare non meno bene dei persiani e anche la carne bollita, che condiscono con varie salse assai appetitose.
I cuochi del capo avevano fatto quella sera veri prodigi, servendo un gran numero di piatti, ai quali avevano tenuto dietro vasi pieni di magnifiche melogranate, grossissime, dolcissime e senza il granello interno, cotogni profumatissimi e poponi pesanti trenta o quaranta libbre, acquosi, dolci, e colla polpa rossa, bianca, gialla o verdognola.
Servito il caffè, il capo fece portare quattro bellissime pipe, per metà ripiene d'acqua profumata con essenza di rosa e la ciotola carica di quel fortissimo tabacco chiamato _tumbak_, che è così pregiato da tutti i popoli turanici.
— Ora ti ascolto, — disse Sagadska, quando le pipe cominciarono a funzionare, rivolgendosi a Hossein che aveva appena toccato cibo. — Leggo nei tuoi occhi una profonda tristezza, che sarebbe incompatibile colla tua età.
Quale disgrazia può aver colpito i nipoti del mio vecchio amico Giah Aghà?
— Mi hanno rapito ieri la fidanzata, nel momento in cui stavo per impalmarla.
— Chi? — gridò il vecchio.
— Le _Aquile della steppa_ — aggiunse Tabriz, — e siamo venuti a chiederti se i tuoi uomini le hanno vedute. —
Il vecchio battè le mani chiamando ad alta voce:
— Mursa Rabat! —
Un giovane pastore, che indossava una corta zimarra di panno grossolano con i bordi gialli e maniche larghissime e alti stivali di pelle rossa, era subito entrato.
— Narra ai miei ospiti chi hai incontrato stamane.
— Un grosso numero di cavalieri che mi parvero ghirghisi e usbeki, — rispose il giovane. — E alla loro testa vi era un uomo di forme tarchiate che teneva fra le braccia una fanciulla...
— Talmà! — esclamò Hossein.
Il giovane guardò il nipote del _beg_ come per chiedergli di chi volesse parlare, poi, ad un cenno del suo capo, proseguì:
— La fanciulla indossava un costume da sposa ed aveva sul capo la tiara di metallo.
— Era lei! — gridarono ad una voce Tabriz e Hossein, mentre Abei si mordeva le labbra.
— La tua fidanzata? — chiese l'Emiro degli Illiati.
— Sì, la mia Talmà, — rispose Hossein, facendo un gesto disperato.
— Calmati signore, — disse Tabriz, e ascoltiamo quest'uomo. Dove si dirigevano quei cavalieri?
— Verso levante, — rispose Mursa Rabat.
— Verso il fiume dunque?
— Sì, mio signore.
— Si dibatteva la fanciulla?
— Non mi parve.
— Viva lo era però.
— Sì, la vidi alzare un braccio, come per minacciare il cavaliere che la portava.
— A che ora li hai veduti?
— Verso mezzodì.
— Galoppavano forte?
— No, filavano a piccolo trotto e mi parve che le loro cavalcature fossero molto stanche, perchè alcune rimanevano sovente indietro.
— Ed erano molti? — chiese Hossein.
— Un centocinquanta per lo meno, — rispose il giovine illiato.
— Come possono essere diventati così numerosi? Quelli che mi hanno rapito Talmà non erano più d'una dozzina.
— La cosa è facile a spiegarsi, — disse Tabriz. — Si saranno riuniti a quelli che hanno fatto una dimostrazione armata contro il villaggio.
— Non sarà il numero che ci tratterrà dall'inseguirli, Tabriz, — disse il nipote del _beg_, con accento feroce.
— Sai dove vanno? — chiese Sagadska.
— A Kitab, — rispose Hossein.
— Che cosa vanno a fare colà? Ignorano dunque che i russi hanno lasciato Samarcanda in buon numero, con cannoni e falconetti, per calmare le idee bellicose di Djura e del bey di Schar?
— È dunque vero? — chiesero ad una voce Hossein ed Abei.
— Sì, miei cari ospiti; una forte colonna di moscoviti, comandata dal colonello Miklalosvky, con molta fanteria ed alcune sotnie di cosacchi, muove verso le due città, coll'ordine di prenderle d'assalto e di restituirle, domate, all'Emiro di Bukara. Tutti ne parlano nella steppa orientale e le informazioni che ho ricevute devono essere esatte.
— Allora noi non abbiamo tempo da perdere, signor Hossein, — disse Tabriz.
— Sì, se volete entrare in città prima che i russi la cingano d'assedio, — disse l'illiato. — Sono stanchi i vostri cavalli?
— Galoppano da stamane.
— Ne ho trecento intorno al campo, — proseguì il capo. — Scegliete i migliori e partite senza indugio o giungerete troppo tardi.
Per conto di chi è stata rapita la fanciulla?
— Del _Beg Djura_, sospettiamo, — disse Hossein.
Sagadska scosse il capo.
— Uhm! — fece poi. — Lui ed il bey di Schar hanno troppe faccende che pesano sulle loro spalle per ora. No, sarà per qualche altro, tuttavia non vi sarà difficile ritrovare la ragazza. Kitab è poco popolosa e Schar lo è meno ancora.
Volete un consiglio da amico?
— Parla, — disse Hossein.
— Rivolgetevi direttamente a _Beg Djura_, ditegli che sono io che vi mando e che se le sue cose andranno male, troverà sempre un rifugio fra le tribù degli Illiati.
Partite, amici e varcate al più presto l'Amu-Darja al guado d'Ispas, là dove i miei uomini raccolgono le rose.
Può darsi che da loro abbiate qualche notizia dei rapitori.
Venite a scegliere i cavalli: sono di buona razza e correranno meglio di quelli delle Aquile. —
CAPITOLO XII.
Il Traditore.
Era mezzanotte quando la truppa, montata su cavalli freschi, quasi tutti di razza persiana, lasciavano l'accampamento avviandosi verso l'Amu-Darja.
La notizia ormai pienamente confermata che un corpo russo scendeva da Samarcanda per cinger d'assedio Kitab, li spingeva ad affrettarsi, non avendo alcun desiderio di venire di buona o di cattiva voglia coinvolti in quella campagna, quantunque tutti, da veri turchestani, nutrissero un odio profondo contro quegli insaziabili conquistatori, che allungavano le loro poderose zampe d'orsi su tutta l'Asia centrale.
Sapevano per pratica come finivano sempre quelle guerriglie ed a quali orrori si esponevano i disgraziati insorti contro lo strapotente e barbaro nemico.
Non fu che allo spuntare del giorno, dopo una corsa furiosa, velocissima, che la truppa giunse senza aver fatto cattivi incontri sulla via dell'Amu-Darja, nei pressi del guado conosciuto sotto il nome di Ispas.
L'Amu, che i turchestani chiamano anche Djicon, è il più grosso dei tre fiumi che solcano l'immensa steppa e che vanno ad ingrossare le acque del mar d'Aral.
Nasce da una delle più alte vette del Bolor, nel Pamir e scorre dapprima sotto il nome di Pani, svolgendosi attraverso regioni fertilissime, percorre tutta la steppa turanica, non ricevendo che pochi fiumiciattoli e, come abbiamo detto, va a scaricarsi nell'Aral dove forma un vastissimo estuario.
In quasi tutto il suo percorso le alte piante, che nella steppa non possono svilupparsi per la siccità che regna durante i mesi caldi, coprono le sue rive, producendo uno strano contrasto colle eterne erbe che per centinaia e centinaia di chilometri si susseguono ininterrottamente, con una monotonia desolante.
Platani di dimensioni colossali, querce, cedri, ginepri e micgasia, che lanciano il loro bellissimo stelo a cinque o sei metri, crescono a profusione, ma le piante che soprattutto interessano gli abitanti delle rive sono i rosai, i quali coprono in certi punti delle estensioni vastissime, raggiungendo sovente un'altezza di quindici piedi.
Come si sa, tutti i popoli orientali fanno un consumo enorme di acqua di rose. Si profumano le vesti e le barbe, bagnano, anzi inzuppano addirittura i fazzoletti delle persone che vanno a visitarli, ne mettono nell'acqua delle loro pipe e perfino nei loro pasticci dolci, sicchè dove quegli splendidi e profumati fiori allignano, vi è una ricchezza non indifferente da raccogliere.
Il luogo ove i cavalieri erano giunti, era una di quelli dove appunto i gentili fiori crescevano a profusione.
Sotto i faggi, le betulle ed i platani, che coprivano la riva del fiume, enormi rosai si ergevano, tutti coperti di fiori bianchi, carnicini, gialli, rossi, scarlatti, i quali esalavano profumi inebbrianti che i cavalieri aspiravano avidamente, essendo quello per modo di dire, il loro profumo nazionale.
— Se qui ci sono tante rose, troveremo ben presto anche i raccoglitori del capo degli Illiati, — disse Tabriz, fermando il suo cavallo.
— Aspettiamo che le tenebre si diradino ed intanto andiamo a vedere se il guado si trova veramente qui. —
Mentre la scorta scendeva di sella, per concedere ai cavalli un po' di libertà ed un po' di riposo, ben meritato d'altronde dopo quella lunga galoppata, Tabriz, Hossein ed Abei si spinsero verso il fiume, passando sotto giganteschi platani che spandevano al di sotto delle loro fitte fronde, costantemente inumidite dalle acque, una deliziosa frescura.
L'Amu-Darja scorreva dolcemente, gorgogliando fra gli ammassi di giunchi che avevano ormai ingombrato buona parte del suo letto, formando qua e là minuscoli isolotti, sopra i quali volteggiavano numerose coppie di uccelli acquatici.
In quel luogo il fiume non era più largo di cento cinquanta metri e le sue acque, assai trasparenti, non avevano che qualche metro e mezzo di profondità, almeno fino ad un certo tratto dalla riva.
— Sì, è questo il guado, — disse Tabriz.
— L'hai indovinato, signore, — rispose in quel momento una voce che usciva da una grande macchia di rosai, accavallati confusamente gli uni sopra gli altri in modo da formare un colossale e meraviglioso cespuglio.
Tabriz si era subito voltato.
Un uomo, piuttosto vecchio, era sgusciato fra quell'ammasso di rose, tenendo in mano un cesto di vimini, di forma allungata, pieno già di fiori.
— Sei un illiato di Sagadska? — gli chiese il gigante.
— Sì, signore.
— Ci manda qui il tuo capo, che ci diede ospitalità ieri sera, per chiederti se hai visto passare dei cavalieri.
— Io ho dormito come un orso questa notte, — rispose il raccoglitore di rose, — ma te lo potranno dire i distillatori che non hanno spenti i fuochi ieri sera.
Vuoi seguirmi? Non sono che a pochi passi, dietro a quel macchione di platani: guarda, si scorge il fumo trapelare attraverso le foglie.
— Guidaci e avrai una manata di _pouls_[7].
— Vieni, signore, — rispose l'illiato, tutto lieto di ricevere una mancia.
Attraverso le fronde di quei giganteschi alberi, i tre cavalieri cominciavano infatti a scorgere colonne di fumo e bagliori prodotti da grandi fuochi brucianti sotto i lambicchi.
Ben presto giunsero in mezzo ad una spianata, dove una dozzina d'uomini, semi-nudi, anneriti dal fumo, madidi di sudore, con lunghe barbe ispide, s'affaccendavano intorno a sette od otto falò, sopra i quali bollivano immense caldaie di rame, piene di rose.
I distillatori turchestani e persiani, lavorano sul luogo ove le rose vengono raccolte, onde i fiori conservino tutto il loro profumo. Usano lambicchi affatto primitivi e caldaie della capacità di cento a centoventi litri.
I fiori, appena portati dai raccoglitori, vengono messi nell'apparecchio distillatore, nella quantità di nove a dieci chilogrammi, ai quali aggiungono in media cinque o sei volte il loro peso d'acqua.
Con questo sistema distillano non già l'essenza, bensì l'acqua di rose, la quale poi, per riuscire perfetta, ha bisogno di una nuova operazione o meglio d'una seconda distillazione.
Dopo la seconda bollitura, si vedono apparire piccoli globuli oleosi d'una tinta giallo-pallida. Il liquido rimasto si pone entro bottiglie dal collo lunghissimo, i globuli i quali costituiscono l'essenza e che si radunano alla superficie del recipiente, vengono raccolti mediante speciali cucchiai perforati.
Uno spazio di quaranta are, coperto di rosai, può dare durante le stagioni favorevoli, da mille ottocento a duemila chilogrammi di fiori, e di quegli spazi ve ne sono di più ampii sulle rive dell'Amu-Darja, — dai quali i distillatori possono trarre e con poca fatica da seicento a settecento cinquanta grammi di essenza.
Considerato che ogni grammo si paga, sia nel Turchestan che in Persia, circa una lira, si può facilmente comprendere quanto quell'industria sia produttiva, specialmente per uomini che assai di rado trovano il modo di guadagnare denaro nelle loro steppe.
Il capo dei distillatori vedendo apparire i tre cavalieri, guidati dal raccoglitore di rose, lasciò le caldaie, mosse loro incontro e li salutò cortesemente con un:
— Allah vi sia propizio! —
Informato su ciò che desideravano, l'illiato rispose subito:
— Dei cavalieri!... Dei banditi volete dire?... Quelli che sono passati ieri sera, dopo il tramonto, non erano persone oneste.
— Dopo il tramonto, hai detto? — chiese Hossein.
— Sì, hanno guadato il fiume alla luce delle stelle.
— Quanti erano?
— Un centinaio e mezzo per lo meno.
— Vi era una fanciulla con loro?
— Sì, cavalcava una giumenta ed era avvolta in un velo bianco.
— Non era fra le braccia di un uomo grosso e tarchiato?
— No!...
— Però ho veduto anche quello e teneva la giumenta per le briglie.
— Piangeva la fanciulla?
— Non ho avuto tempo di osservarla. I cavalieri hanno attraversato frettolosamente l'Amu-Darja, scomparendo sotto gli alberi dell'opposta riva.
— Si sono accampati colà? — chiese Tabriz.
— Non te lo potrei dire, mio signore.
— Erano stanchi i loro cavalli?
— Mi parvero sfiniti.
— Padrone, — disse Tabriz, volgendosi verso Hossein, — partiamo senza indugio e guadiamo il fiume. Se i nostri animali non cadono, giungeremo a Kitab contemporaneamente alle Aquile.
— Vorrei raggiungerle prima e sterminarle tutte, — soggiunse il giovane, con impeto.
— Tu dimentichi, cugino, che essi sono in centocinquanta e tutti certamente coraggiosi, — osservò Abei, che tormentava nervosamente i suoi piccoli baffi, irsuti. — Ti hanno dato una prova lampante nell'assalto alla casa di Talmà.
— Fossero anche trecento, nessuno mi tratterrebbe di assalirli.
— Ben detto, signore, — disse Tabriz. — Piomberemo addosso a quei predoni, come la notte che i lupi ci scortavano. —
I cinquanta uomini in un baleno furono in arcione, scesero la riva, preceduti da Tabriz ed entrarono nel fiume le cui acque, come abbiamo detto, in quel luogo erano piuttosto basse.
La traversata dell'Amu-Darja fu compiuta senza incidenti, non essendovi nei corsi d'acqua del Turchestan nè coccodrilli, nè gaviali, come in quelli della non lontana India.
La truppa si trovava sul territorio del Khan di Bukara, lo stato più vasto della Tartaria Indipendente. Indipendente di parola, non di fatto, perchè anche su quella immensa regione che comprende varii Kanati, l'avida zampa dell'orso moscovita vi si è appoggiata.
Gli antichi scrittori arabi hanno chiamato quel territorio un paradiso terrestre e lo sarebbe forse, essendo fertilizzato dall'Amu-Darja e dai suoi affluenti, se non fosse abitato da un popolo nomade, dato al ladroneccio più sfacciato, stanziato solo nell'inverno nelle città e nei villaggi ed errante colle sue gregge nelle vaste pianure, durante le altre stagioni.
Samarkanda, che è la città più importante, ha avuto un passato splendido, essendo stata scelta come capitale dal famoso conquistatore asiatico Timur-Lent, meglio conosciuto sotto il nome di Tamerlano. Aveva allora una popolazione numerosissima ed era così potente da poter mettere in campo da sola ben sessantamila cavalieri ed i suoi trafficanti si spingevano fino alla Grande Tartaria Chinese, nel cuore del grande continente asiatico.