Le Aquile della Steppa: Romanzo

Part 5

Chapter 53,731 wordsPublic domain

Il cavallo obbedì docilmente, coricandosi fra le alte erbe che crescevano intorno alla tenda.

Il _beg_ si era rimesso a fumare colla sua solita pacatezza, seduto su un pesante cofano che Tabriz aveva colà collocato, onde rinforzare meglio le pertiche reggenti la vasta tenda.

Di quando in quando s'interrompeva, per mettersi meglio in ascolto e per scrutare le tenebre. Non udiva che il sibilar rabbioso delle raffiche e dentro lo squillare inquieto dei falchi.

Passò un'ora, poi un'altra ne trascorse, senza che alcun essere umano si mostrasse sulla steppa. Il _beg_ non fumava più colla calma abituale; aspirava rabbiosamente il fumo della sua pipa, facendo gorgogliare fortemente l'acqua profumata coll'essenza di rosa, racchiusa nel vaso di vetro.

Cominciava ad inquietarsi.

— Abei dovrebbe essere già qui colla scorta, — si ripeteva. — Che gli sia accaduta qualche disgrazia o che abbia incontrato qualche drappello di Aquile rimaste indietro? E di Hossein che cosa ne sarà? Che sia giunto alla casa di Talmà?

Io non tremo per lui, ha Tabriz con sè che vale da solo dieci uomini e poi Hossein è più audace e più forte di Abei. —

Ad un tratto il cavallo mandò un lungo nitrito e alzò di colpo la testa verso l'occidente.

— Che cos'hai udito, mio bravo Heggiaz? — chiese il beg, che si era pure levato, lasciando cadere il cannello di cuoio rosso del _narghilè_ e armando precipitosamente uno dei suoi sei fucili. — È Abei che torna colla scorta o qualche Aquila che cerca d'accostarsi? —

Tese gli orecchi, curvandosi verso il suolo, mentre l'intelligente animale mandava un secondo nitrito e allungava maggiormente il collo verso l'ovest.

— Deve essere Abei, — disse il _beg_, il cui udito ancora finissimo aveva raccolto un lontano galoppo.

Dopo alcuni minuti il vecchio vide un cavallo galoppare sfrenatamente verso la tenda, privo del cavaliere. Mandò un grido:

— Qui, Ader! —

Il destriero fece, senza fermarsi, il giro della tenda, forse per aver tempo di frenare lo slancio, poi andò a urtare Heggiaz con tanta violenza da cadere sulle ginocchia.

— Solo, torna solo senza Abei! — esclamò il _beg_, precipitandosi verso il cavallo. — Quale disgrazia è successa? È impossibile che sia caduto, lui che è pure un abilissimo cavaliere e Ader poi non avrebbe lasciato il suo padrone. —

Sollevò il cavallo e lo trasse entro la tenda, sotto la lampada. Con un solo sguardo si avvide che quel bellissimo animale, un farsistano come il suo, non aveva alcuna ferita.

Anche la bardatura era intatta, come quando era partito.

Il vecchio fece un gesto disperato.

— E non poter sapere nulla!... Abei scomparso, Hossein e Talmà in pericolo!... Che cosa fare?... Maledette Aquile, che il Profeta vi danni e che l'arsura non cessi di disseccare la vostra steppa della fame! —

Stette un momento immobile guardando, cogli occhi dilatati da una collera intensa, la pianura che il vento e le sabbie spazzavano, poi prese una risoluzione disperata:

— Andiamo a chiamare in aiuto i Sarti. —

Legò il cavallo del nipote ad un palo della tenda, spense la lampada, onde colla sua luce non attirasse l'attenzione degli scorridori della steppa, abbassò il pesante tessuto di feltro che serviva da portiera, quindi, gettandosi sulle spalle un fucile, uscì, gridando:

— Heggiaz! —

Il nobile animale s'accostò al padrone. Pareva che avesse compreso che cosa si domandava da lui.

Il vecchio, a cui l'età non aveva ancora tolta la forza, si aggrappò alla criniera e mettendo un piede nella larga staffa d'acciaio, montò in sella.

— Via, mio bravo Heggiaz, e non fermarti fino al villaggio dei Sarti. —

Il farsistano sentendo allentare le briglie, partì come un fulmine verso il settentrione.

Il villaggio dei Sarti, che era una specie di feudo di Talmà, essendo stato suo padre _beg_ di una di quelle tribù sedentarie, si trovava più prossimo alla casa assediata dalle Aquile della steppa. In meno di un'ora e mezzo, con quel cavallo che poteva gareggiare con quelli di Hossein e di Tabriz, il vecchio contava di giungervi.

Fortunatamente i banditi, sicuri di non venire disturbati, ansiosi soprattutto di impadronirsi della casa, avevano commesso l'imprudenza di non lasciare delle vedette disperse per la pianura, cosicchè il _beg_ potè attraversare la distanza che lo separava dai Sarti, senza fare alcun cattivo incontro, eccettuato qualche piccolo gruppo di lupi che non si provò nemmeno a dargli la caccia.

Era la mezzanotte quando entrò nel villaggio. Era quello formato da un centinaio e mezzo di casupole molto basse, costruite con argilla grigia, con finestre così strette da sembrare feritoie e con porte basse, chiuse da una enorme pietra che si spostava dal di dentro.

Un'oscurità profonda ed un silenzio perfetto regnavano nelle viuzze fangose e tortuose. I Sarti dormivano della grossa, non immaginandosi nemmeno lontanamente, che in quel momento le Aquile fossero sbucate dalla steppa della fame e che fossero piombate sulla casa della loro principessa e padrona.

Il beg spinse il suo cavallo fino in mezzo ad una piazzetta che formava il centro del villaggio e s'arrestò dinanzi ad una casa un po' più vasta delle altre, sormontata da un terrazzo.

Si levò un archibugio e lo scaricò in aria, mormorando:

— Se non sono tutti ubbriachi, si sveglieranno. —

La detonazione s'era appena spenta, che si videro degli sprazzi di luce attraverso le feritoie, poi s'udirono delle grida partire da diverse case.

Un uomo era comparso sulla cima del terrazzo, armato d'un fucile e munito d'una torcia.

— All'armi Sarti! — urlò con voce tuonante. — Le Aquile della steppa!

— Taci, cornacchia! — gridò il vecchio. — Invece di strepitare a codesto modo scendi e raccogli tutti i tuoi uomini.

— Chi sei?

— Giah Agha _beg_. —

L'uomo scomparve e poco dopo la pietra, che serviva di porta a quella casa, veniva spostata e parecchi Sarti uscivano, portando delle lampade, ma tenendo anche prudentemente nell'altra mano i moschetti armati.

— Tu, signore! — esclamò una voce con stupore.

— Voi dormite, mentre i banditi assalgono la casa della vostra padrona, — disse il _beg_. — Questo non è il momento di tenere gli occhi chiusi e le armi appese alla parete.

— La casa della principessa attaccata! — gridarono parecchie voci.

— Tacete e non perdete tempo. Radunate più combattenti che potete e seguitemi. Daremo a quelle maledette Aquile una terribile lezione. —

Altri uomini accorrevano da tutte le parti armati di fucili, di pistole, di _cangiarri_ e di _jatagan_.

Udendo che le Aquile avevano assediato la casa della loro giovane signora, si dispersero come uno stormo di passeri per tornare poco dopo coi loro cavalli di battaglia.

— Quanti siete? — chiese il _beg_.

— Almeno in duecento, — rispose il più anziano della truppa.

— In sella e seguitemi. Giah Agha vi conduce. —

La fama del vecchio guerriero era troppo nota nella steppa.

I Sarti, che sono d'altronde valenti soldati, vivendo in continua guerra colle orde dei Kirghisi e degli Usbechi, quegli eterni scorridori della grande pianura turanica, in un lampo furono tutti a cavallo ed il plotone lasciò la piazza, mentre le loro donne ed i vecchi che erano pure usciti, gridavano loro dietro:

— Tornate vincitori! —

Ed il mullah del villaggio, salito sul suo piccolo minareto mezzo diroccato, urlava a squarciagola:

— _Slonchay!... Dismillahir rahmnvir rahim!_ — (All'erta!... Suoni la mia parola in nome di Dio santo ed inesorabile).

Il _beg_, si era messo alla testa dello squadrone e, siccome il suo cavallo era tutt'altro che stanco, lo conduceva con una velocità vertiginosa, temendo di giungere troppo tardi.

Avevano percorso appena un paio di miglia, quando i cavalieri cominciarono a udire confusamente le scariche di moschetteria.

— Preparate le armi! — gridò il _beg_, reggendosi sulle larghe staffe e levandosi dalla fascia il _kangiarro_. — Nessuna compassione per quei ladroni. —

Continuarono la corsa sfrenata per parecchi minuti ancora, mentre le scariche diventavano intense e più forti.

— _Kabarda! Kabarda!_...[6] — gridarono ad un tratto i cavalieri.

Degli uomini fuggivano al galoppo attraverso la steppa, mentre dei lampi balenavano fra le erbe e più in alto, sul terrazzo e sulla veranda della casa di Talmà, che era ormai visibile.

— _Nuher_ (scudiero), suona la carica! — gridò il _beg_.

Un uomo, che lo seguiva da presso, levò da una fonda della sella una specie di flauto e si mise a suonare rabbiosamente, cavando dall'istrumento delle note stridenti, che si propagavano a grande distanza.

I banditi che assediavano la casa, sentendosi rovinare addosso quella turba di cavalieri, si erano dispersi precipitosamente per raggiungere i loro animali nascosti fra le alte erbe.

Solo otto o dieci che erano già a cavallo e che dovevano essere quelli che erano scappati poco prima, si radunarono per tentare di sostenere l'urto, ma appena si videro dinanzi il vecchio beg che caricava alla disperata col kangiarro alzato, volsero anche essi le spalle, senza nemmeno perdere tempo a scaricare qualche colpo di pistola.

— Padre! — gridò Hossein, che lo riconobbe subito, cominciando le tenebre a diradarsi.

— Dov'è Talmà? — chiese il vecchio, mentre scendeva da cavallo.

— È qui presso di me.

— Aprite la porta. —

I Sarti in quel frattempo avevano continuata la loro corsa, smaniosi di vendicarsi di quei terribili predoni, che già più volte avevano devastate le loro terre e predate buona parte delle loro mandrie.

Le lastre di pietra che barricavano le due porte della casa, (porte alte e non già basse, essendo quelle un distintivo delle case abitate da persone d'alta condizione), furono levate ed il beg entrò preceduto dallo scudiero.

Sul pianerottolo della scala che conduceva sulla galleria, Hossein e Tabriz l'aspettavano.

— Sia lodato Iddio ed il suo profeta, — disse il vecchio, abbracciando la giovane e poi il nipote. — Temevo di non poter giungere in tempo. Spero che le Aquile non torneranno più a guastare la vostra felicità.

— Grazie dell'augurio, padre, — rispose la bella Talmà colla sua voce armoniosa.

— Ed Abei? — chiese Hossein. — Insegue i banditi?

— Io non l'ho più veduto, — rispose il _beg_. — Solo il suo cavallo è tornato alla tenda, senza cavaliere.

— Abei scomparso! — esclamarono ad una voce Hossein e Talmà.

— Io temo, figli miei, che gli sia toccata qualche sventura avanti che abbia potuto raggiungere la scorta.

— E non andremo a cercarlo? — chiese Hossein.

— Sì. Affiderò la missione di trovare Abei a Tabriz. Mi addolorerei troppo che egli non assistesse al matrimonio di questi ragazzi. —

Tabriz, che era conosciutissimo dai Sarti, scelse venti cavalieri, montò Heggiaz che pareva fosse appena uscito dalla scuderia, non ostante la lunga corsa fatta e diede il comando di partire, mentre il _beg_ e Hossein gli gridavano dalla veranda:

— Ritorna presto e con lui. —

CAPITOLO VIII.

La steppa turcomanna.

In quell'immenso spazio che si estende fra il mar Caspio ad occidente ed il mar d'Aral ad oriente, toccando i confini della Persia, dell'Afganistan, della Duzungaria cinese e del Belucistan, vive un gran popolo fiero, bellicoso, che nessuno degli stati confinanti è stato mai capace di soggiogare.

Solo i russi, dopo non lievi lotte e non pochi sacrifici, sono riusciti, pochi anni or sono, a frenare; ma non del tutto a dominare, poichè tutti i Kanati che sono compresi in quel vastissimo territorio, si possono considerare anche ora, quasi indipendenti.

Quel grande popolo è conosciuto sotto il nome generico di turcomanni, quantunque racchiuda nel suo seno varie razze, che ben poco hanno di comune l'una coll'altra, fuorchè una sola cosa: l'istinto del ladroneccio.

Il turchestano infatti somiglia molto al terribile tuareg, quel formidabile predone che ha fatto dell'immenso deserto del Sahara, il suo impero. Pel tuareg le sabbie del deserto, pel turcomanno la steppa: entrambi sono avoltoi e quali avoltoi!...

Quel popolo, eternamente irrequieto, che nei secoli passati ha rovesciato nell'Asia Minore e nella penisola balcanica quei terribili turchi, che unitisi agli arabi fecero tremare per tanto tempo le più agguerrite nazioni bagnate dal Mediterraneo, occupa tutta la grande steppa non solo, ma bensì anche la valle dell'Ox, parte del Kkorossan e perfino una porzione del Belucistan.

Il paese dove vive non è altro che una landa sterminata, che sembra sia stata in tempi remotissimi il fondo di qualche gigantesco bacino, caldissima e arida nell'estate, fredda e generalmente nevosa nell'inverno, bagnata solamente nella primavera e nell'autunno da piogge abbondanti, le quali sviluppano erbe altissime.

Come nel Sahara, così nella steppa vi sono oasi dove si coltivano, con buon successo, granaglie di varie specie: riso, lino, cotone e frutta molto deliziose, specialmente nelle valli aperte dal Syr-Ceria, dal Kisil e dall'Oxus, i tre maggiori fiumi che scorrono attraverso la steppa e le cui rive sono coperte di giunchi, di canne e di alberi.

Quattro razze distinte si contendono quel paese, e tutte sono più o meno dedite al ladroneccio, sdegnando l'agricoltura, quantunque tutte si occupino attivamente dell'allevamento dei cammelli, dei cavalli e dei montoni.

Gli Usbechi, che sono i più numerosi e che formano perciò la razza dominante, oriundi dalle rive del Volga, che abbandonarono nel XV secolo, occupano la maggior parte della steppa, vivendo sotto tende. Piccoli, robusti, sono coraggiosissimi e perciò insofferenti d'ogni giogo e non si occupano d'altro che dell'allevamento dei cavalli.

I turcomanni, padri degli Osmani che conquistarono col valore delle loro armi la Turchia Europea e le rive del mar Nero, occupano la steppa che si estende dalle sponde meridionali del Caspio a quelle occidentali dell'Aral, e questi sono i più temuti; ma accanto a loro vi sono i Kirghisi, popolo nomade e selvaggio, vivente esclusivamente di preda, sempre in lotta coi suoi vicini ai quali ruba le mandrie, i cammelli ed i cavalli. Questi sono i veri predoni della steppa, sono le terribili _Aquile_, che calano con rapidità fulminea e che con eguale rapidità scompariscono, lasciando dietro di loro solo delle rovine fumanti.

La Russia ha conquistato il loro paese, sottoponendo volta a volta sotto il suo dominio la grande, la media e la piccola orda, senza però che sia riuscita a cambiare i loro istinti briganteschi. Ed infatti i Kirghisi sono rimasti quelli che erano cent'anni fa.

La quarta razza che vive nella steppa turchestana è la Bukara, chiamata anche Tadjika ed è la più incivilita; e per sua disgrazia anche la più debole, sicchè deve sopportare il giogo delle altre tre. È l'unica che non sia nomade, preferendo vivere nella città e nei villaggi, dedicandosi al commercio ed all'agricoltura, ed a questa appartengono i Sarti che sono una frazione di essa.

Ciò premesso, riprendiamo la nostra narrazione.

Il drappello di Tabriz galoppava sempre, dirigendosi innanzi a tutto verso la tenda del _beg_ per mettere al sicuro i bagagli, che contenevano grandi ricchezze e preziosi gioielli, destinati a Talmà, e che i banditi potevano predare senza che alcuno potesse opporsi a loro.

Il gigante non era troppo tranquillo, potendo darsi che le Aquile avessero lanciati alcuni cavalieri attraverso la steppa per sorvegliare il _beg_ ed i suoi due nipoti, quindi si affrettava, incitando i Sarti, a non risparmiare ai loro cavalli i colpi di frusta.

Le tenebre si erano a poco a poco dileguate e, quantunque l'autunno fosse già inoltrato, il sole dardeggiava sulla steppa dei raggi ancora caldissimi, i quali assorbivano l'umidità del suolo trasformandola in leggere cortine di nebbia.

Attraverso alle erbe fuggivano con velocità fantastica truppe di gazzelle non più grosse di caprioli, col dorso, il collo e le estremità delle membra coperte d'un pelame candidissimo, la testa fulva e grigia, armata di due corna nere e aguzze e gli occhi contornati da una fascia bianca che dà loro un aspetto stranissimo.

Anche molte lepri scappavano quasi di sotto le gambe dei cavalli, non essendo quelle turchestane timide come le nostre, nulla avendo da temere da parte degli uomini, reputando la loro carne non meno impura di quella del maiale.

Alle sette del mattino Tabriz, che aguzzava gli sguardi e che non aveva rallentata la corsa dell'instancabile Heggiaz, scopriva finalmente la tenda del _beg_, la quale sorgeva isolata in mezzo alla sterminata pianura.

— Pare che le _Aquile_ l'abbiano rispettata, — disse, volgendosi verso il _nuker_ che gli cavalcava a fianco. — Avrebbero potuto fare un bel bottino che le avrebbe in parte compensate della batosta subita dinanzi la casa di Talmà.

— Hanno troppa paura del tuo _beg_, — rispose il Sarto.

— Sai chi è che comanda le Aquile?

— Mi hanno detto che le guidava un turcomanno delle rive del Caspio.

— Non sono Kirghise dunque quelle?

— Non credo.

— Avrei giurato che venivano dalla steppa della fame, — disse Tabriz. — Kirghise o Turcomanne sono sempre pericolose, quando spiegano le ali. Rallenta.

— Perchè, Tabriz?

— Vi possono essere banditi là dentro e prenderci con una fucilata a bruciapelo. —

Essendo giunti ad un centinaio di passi dalla tenda, Tabriz fermò il proprio cavallo e lo costrinse a nitrire, pizzicandogli fortemente un orecchio.

Un altro nitrito che usciva dalla tenda rispose subito.

— È il cavallo di Abei Dullah, — disse subito il gigante. — Possiamo andare innanzi con tutta sicurezza. —

Allentò le briglie e in pochi slanci raggiunse la tenda. Saltò a terra e alzò il pezzo di feltro che serviva da porta, affrettandosi a puntare una pistola, ma non vide che il cavallo di Abei legato ad un palo della tenda.

— È strano! — mormorò. — Nessuna scalfittura sul cavallo di Abei; nemmeno le ginocchia sono lorde di fango. Questo cavallo non è caduto; come mai Abei Dullah è stato preso? Ecco un bel mistero che sarà forse difficile dilucidare. —

Fece scendere da cavallo due Sarti e ordinò loro di mettersi a guardia della tenda, poi risalì su Heggiaz, dicendo agli altri:

— Seguitemi e aprite gli occhi. —

Il drappello sferzò le cavalcature e riprese la corsa. Tabriz si era prontamente deciso.

Era sua intenzione di muovere direttamente verso l'Ungus Bett, sulle cui rive Abei aveva lasciata la scorta dei cammelli. Se Abei s'era diretto verso quel corso d'acqua, doveva trovare in quella direzione le sue tracce o per lo meno il suo cadavere.

— State attenti se vedete delle aquile non già umane, bensì pennute, — disse volgendosi verso i Sarti che lo seguivano. — Se calano sulla steppa è segno che vi sarà un cadavere da fare a pezzi.

— Che l'abbiano ucciso? — chiese il _nuker_ che aveva ripreso il posto al suo fianco.

— Non lo credo, quantunque quel cugino d'Hossein non mi sia mai stato... troppo simpatico — disse Tabriz.

— Vuoi dire che se fosse morto... —

Il gigante fece con una mano un gesto vago, senza rispondere e aizzò Heggiaz.

Nuvoli di _koabara_, che sono una specie di ottarde di statura piccola, colle piume bigio giallastre a macchiette brune, la testa adorna d'un ciuffetto, il collo lunghissimo, fornito sotto la gola di lunghe penne sottili e biancastre, con punteggiature nere ed il becco somigliante ad un chiodo, fuggivano lungo le rive di quei piccoli bacini.

Tabriz non si degnava nemmeno di guardarle, quantunque quei grassi volatili avessero potuto fornire a lui e ai suoi uomini una succolenta e deliziosa colazione, che tutti avrebbero assai gradita. Egli seguiva cogli sguardi una traccia aperta fra le erbe che a qualunque altro occhio sarebbe sfuggita, ma non certo al suo.

— L'ha aperta il cavallo di Abei questa via, — mormorava. — Si vedono le erbe calpestate e ripiegate dai suoi robusti zoccoli.

Finirò per trovarlo. —

Quella galoppata durava già da un'ora ed il gigante cominciava a distinguere, attraverso la nebbia che s'alzava sulla steppa, come un gran nastro d'argento che il sole faceva vivamente scintillare indicante il fiume, quando un grido echeggiò in mezzo alle erbe che sorgevano altissime sulle rive.

— _Kabarda!... Kabarda!_... —

Tabriz arrestò di colpo Heggiaz, facendolo piegare fino a terra e vide parecchi grossi falchi volare in truppa serrata, sfiorando colle loro robuste ali le erbe della steppa.

— V'è qualcuno laggiù, — disse.

Fece fare a Heggiaz un gran salto e si diresse verso il fiume gridando con voce stentorea:

— Chi chiama?.

— Aiuto!

— Veniamo: abbiate pazienza un momento.

— Aiuto!...

Tabriz si lasciò sfuggire un grido.

— È la voce di Abei! — esclamò. — Che io abbia avuto tanta fortuna? —

Quel grido era partito fra mezzo un altro gruppo di canne, costeggiante uno stagno con le erbe circostanti che quasi interamente coprivano.

Tabriz discese da cavallo, subito imitato dal _nuker_ ed entrambi si diressero con precauzione verso le piante acquatiche.

— Sei tu signore? — chiese il gigante — aprendo le canne coll'archibugio.

— Non m'inganno io! — esclamò la voce che aveva chiamato aiuto. — È Tabriz che mi parla! —

Il turcomanno s'avanzò rapidamente e scoprì, in mezzo alle piante, il nipote del _beg_ colle gambe e le braccia legate da solide corregge.

— Che cosa fai costì, mio signore? — chiese il gigante.

— Vedi bene che sono legato, — rispose Abei, che pareva o fingeva di essere arrabbiato.

— Ti hanno sorpreso le Aquile, signore?

— Vuoi che mi sia legato da me?

Tabriz estrasse il _kangiarro_ ed in pochi colpi recise le corregge, non senza notare però che i nodi erano così poco stretti da poterli allargare con un piccolo sforzo.

— Sono sei ore che mi trovo qui — disse Abei saltando lestamente in piedi. — Potevi giungere ben prima.

— Avevamo da difendere Talmà, signore, — disse Tabriz — e quelle maledette _Aquile_ ci hanno tenuto occupati fino all'alba.

— L'hanno portata via?

— Chi?...

— La bella Talmà?

— È stato un vero miracolo se non l'hanno rapita. Qualche ora di ritardo e prendevano d'assalto la casa. —

Abei era diventato pallidissimo ed una profonda ruga si era disegnata sulla sua fronte.

— E Hossein è là? — chiese coi denti stretti.

— Col _beg_.

— E chi sono codesti cavalieri che t'accompagnano?

— I Sarti di Talmà. —

Abei represse a stento un moto d'ira.

— E le nozze? — chiese.

— Questa sera, signore, verso il tramonto. Partiamo o non potrai prendere parte alla caccia, nè alla corsa, mentre il _beg_ conta sui tuoi falchi e sul tuo cavallo.

La carovana si sarà già messa in viaggio ed i regali di nozze non mancheranno al momento opportuno.

— Conducetemi un cavallo — proseguì Tabriz, volgendosi verso la scorta.

Un sarto s'avanzò e balzò a terra dinanzi ad Abei dicendogli:

— Lunga vita al nipote del grande _beg_. Ecco il mio cavallo signore. —

Abei salì in sella senza parlare, mentre il Sarto montava dietro ad uno dei suoi compagni; poi il drappello partì al galoppo, tornando, innanzi a tutto, verso la tenda per smontarla e trasportarla alla casa di Talmà e prendere i cavalli che dovevano già essere ritornati.

Abei non aveva più aperto bocca. Pareva in preda a tetri pensieri e punto soddisfatto di quanto era accaduto durante la notte. Di quando in quando la profonda ruga ricompariva sulla sua fronte e il suo viso già poco simpatico assumeva un aspetto bruttissimo.

— Signore, — gli disse ad un certo momento Tabriz, — si direbbe che tu sei molto incollerito.

— È vero, — rispose il nipote del _beg_. — L'ho con quelle dannate _Aquile_ e poi vi è un pensiero che mi turba.

— Quale?

— Vorrei sapere chi le ha spinte a tentare questo colpo di mano e per conto di chi hanno agito.

— È quello che mi ero già chiesto anch'io, — rispose il gigante. — Qui sotto ci deve entrare la mano di qualche uomo potente.

— Di un _Khan_?

— Quello di Khiva o di Bukara. Eh!...

— Può darsi — disse Abei. Poi ricadde nel suo mutismo, aizzando il piccolo e villoso cavallo datogli dal Sarto.

Un'ora dopo giungevano alla tenda. I due cavalli che Tabriz e Hossein avevano lasciati liberi, brucavano le erbe come meglio potevano, avendo ancora il morso.