Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 4
Serrarono i ginocchi sui fianchi dei cavalli e spararono simultaneamente due colpi, poi fecero impeto sulla fila, menando colpi furiosi a destra ed a sinistra coi _kangiarri_.
Parve che quella carica furiosa e l'audacia dei due turchestani, producesse un gran panico fra quei banditi, poichè invece di stringere la fila e di chiudere il passo, fecero fare ai loro cavalli un salto di fianco, lasciando libero il varco. Lo strano si è poi che non pensarono, nella confusione, di far uso dei loro fucili, che pur tenevano fra le mani.
I due cavalieri, dopo d'aver spaccata la testa ai due banditi, che si erano trovati a portata di mano, passarono come una tromba attraverso i nemici, ormai disorganizzati dal loro slancio impetuoso, continuando la loro rapidissima corsa attraverso le fitte erbe della pianura.
— Allenta le briglie, Tabriz! — gridò Hossein, — I banditi ci daranno ora la caccia. —
Alcune detonazioni rimbombarono alle loro spalle e tosto essi udirono i proiettili a fischiare non già in alto, bensì rasente le erbe.
Tabriz si volse e si guardò alle spalle.
Le Aquile della steppa, furiose di non aver potuto arrestare a tempo i due audaci cavalieri e anche smaniose di vendicare la morte dei loro tre compagni, si erano messi in caccia, urlando ferocemente.
Come però abbiamo detto, se i cavalli turchestani hanno una resistenza straordinaria, non hanno la velocità e lo slancio dei cavalli persiani e specialmente di quelli del Khorassan, sicchè era molto difficile che potessero raggiungere i due fuggiaschi, quantunque le cavalcature di questi avessero galoppato quasi un paio d'ore.
Dopo il primo slancio impetuosissimo, i cavalli turchestani erano infatti rimasti indietro, non ostante le frustate furiose dei loro cavalieri.
— Non ci perderanno di vista, — disse Hossein.
— Fra poco saremo alla casa di Talmà e allora.... — rispondeva Tabriz, quando una scarica fragorosa, echeggiata in quel momento dinanzi a loro, gli interruppe bruscamente la frase.
Hossein mandò un grido:
— Attaccano!....
— Sì, la casa della tua fidanzata, signore, — aggiunse Tabriz, che era diventato pallido.
— Ah!.... Miserabili!... — urlò Hossein.
Una seconda scarica rintronò in quell'istante, più debole della prima ed in altra direzione.
— Sono impegnate due lotte! — esclamò Tabriz. — Una al nord e l'altra ad oriente. Che cosa significa questo doppio attacco?
— Non lo comprendi? Quei birbanti si sono divisi in due schiere: l'una contro la casa di Talmà e l'altra contro il villaggio dei Sarti, per impedire a questi di accorrere in aiuto della loro signora.
Nemici alle spalle, nemici dinanzi e nemici sul fianco!.... Se non moriamo questa notte, camperemo cent'anni!....
— Ci inseguono sempre?
— Sono lontani, signore, tuttavia non pare che abbiano intenzione di lasciarci. Mi stupisce però una cosa.
— Quale?
— Che non facciano più uso dei loro fucili. Potrebbero ancora colpirci.
— Vorranno prenderci vivi.
— Infatti quando siamo passati attraverso a loro, hanno sparato ai nostri cavalli, piuttosto che su noi. Le palle rasentavano le erbe della steppa.
— E noi approfitteremo di questa loro misteriosa magnanimità per far strage dei loro corpi. Ah!... Un'altra scarica!... Quei cani spingono l'assalto.
— Spingi il tuo cavallo.
— Vola come un falco.
A quella seconda scarica altre erano successe subito dopo. Le Aquile della steppa dovevano avere trovata una forte resistenza da parte dei servi di Talmà e fors'anche da parte dei Sarti, che occupavano il villaggio.
Le detonazioni risuonavano sempre più vicine.
I due valorosi, curvi sulla sella, col _kangiarro_ in mano, spiavano ansiosamente l'orizzonte. Una estrema ansietà si era impadronita di entrambi e sul loro viso si leggeva una collera intensa.
— Talmà, vengo! — ripeteva Hossein. — Resisti, ancora pochi minuti. L'uomo che ami sta per giungere. —
Poi a un tratto esclamò:
— Ecco la casa della mia bella fanciulla! I banditi l'assalgano. —
Lampi brillavano fra le erbe e altri lampi balenavano al di sopra d'una massiccia costruzione giganteggiante nelle tenebre.
— Padrone — disse Tabriz, — giriamo dietro la casa. Le Aquile attaccano di fronte e non vedo brillare alcun lampo dalla parte della cinta.
— Sia pure, quantunque abbia un desiderio intenso di piombare su quelle canaglie e di sciabolarle.
— È meglio essere prudenti, signore. Sono in troppi e non si sa mai dove vada a finire una palla di pistola o di moschetto.
— Gira al largo, dunque. Ci prenderemo più tardi la nostra rivincita. —
Invece di dirigersi direttamente verso la casa, vi passarono dietro, senza che le Aquile della steppa, troppo affaccendate a dare l'attacco, si fossero accorte del loro arrivo.
CAPITOLO VI.
Talmà la bella.
Mentre i turcomanni, popolo assolutamente nomade, vive sotto le tende, il sarto che forma una tribù a parte, quantunque abiti pure la grande steppa che si svolge fra il mar Caspio e l'Aral, vive in massicce costruzioni, che fino ad un certo punto possono chiamarsi case.
Non essendovi foreste nel Turckestan, perchè nel corso dei secoli sono scomparse, avendo gli abitanti abbattuti gli alberi senza sostituirli con altri, il sarto non può avere legname, sicchè ricorre alla terra che è di natura argillosa.
Ne cava una quantità sufficiente per edificare la sua casa, forma mattoni che lascia poi seccare al sole, non potendo in nessun modo cuocerli, sempre per la mancanza dell'occorrente combustibile.
Quelle abitazioni, basse, massicce e colle loro pareti grigiastre, fanno una pessima impressione. Le camere poi sono piccolissime, col soffitto poco elevato e le porte così anguste, che chi le abita, per entrarvi, è costretto a curvarsi.
Tutta la costruzione è di terra, salvo le architravi delle porte, formate da piccoli pezzi di legno levati con infinita fatica dagli _arctha_, quei giganteschi ginepri che crescono solo nelle valli lontane o sui pendii delle colline, o tolti dalle piante che si allevano, con cure infinite, nei giardini.
Si capisce che quelle case che hanno i tetti formati da semplici canne, coperte di putrelle appena disgrossate, non possono avere lunga durata. Le piogge, che in quelle regioni talvolta durano parecchie settimane, le rovinano in modo tale, che il povero sarto sovente è costretto ad abbandonare la sua dimora, che lentamente si sfascia, e costruirsene un'altra.
Solo alle famiglie ricche è concesso d'avere delle case ampie e solide, coi fondamenti di mattoni cotti, con porticati, cortili e terrazze sulla cima. Nel disegno non differiscono però molto da quelle dei poveri e sono del pari massicce, pesanti, piuttosto basse, forse per evitare un disastro, essendo quelle steppe scosse di frequente da terremoti formidabili.
Invece di essere semplici, son doppie, ossia divise in due parti distinte da un cortile; una è lo _eskhiri_, che è riservato esclusivamente alle donne, dove possono attendere alle loro occupazioni e divertirsi al coperto d'ogni sguardo indiscreto; l'altra che chiamasi _sakkir_ e anche _birun_, è destinata agli uomini, ai loro amici ed ai cavalli.
La casa di Talmà, non era una abitazione di poveri, essendo figlia d'un _beg_, sarto che aveva accumulate molte ricchezze. Aveva cortili, terrazze, muraglie massicce, finestre tutte interne, chiuse da sbarre di ferro, sicchè si poteva considerare come una vera fortezza, imprendibile da parte di uomini armati di sole pistole e d'archibugi.
Hossein e Tabriz, come abbiamo detto, erano giunti dietro la casa, senza che i banditi se ne fossero accorti.
Balzarono agilmente a terra prendendo i loro fucili e le pistole, immaginandosi che le Aquile non avrebbero tardato a circondare l'abitazione e s'accostarono al recinto che si estendeva dietro e dove si trovavano i cavalli ed i montoni della figlia del _beg_ sarto.
— Lascia liberi i nostri khorassani — disse il giovane Tabriz. — Sapranno ritrovare la nostra tenda anche senza di noi. Non voglio che i banditi li vedano. —
Il gigante tolse le briglie ed il morso, onde fossero maggiormente liberi, poi sferrò loro due poderosi calci.
I due khorassani, non abituati a quel brutale trattamento, s'impennarono violentemente, poi partirono ventre a terra, scomparendo ben presto fra le tenebre.
— Se ne sono andati, padrone, — disse il gigante.
— Sali sulla cinta e aiutami.
— Un momento, padrone. Bisognerebbe avvertire i difensori della casa, se no, credendoci Aquile, ci prenderanno a fucilate.
— È vero, — rispose il giovane a cui batteva forte il cuore. — Come fare? —
Hossein stava per rispondere, quando un'ombra umana comparve sul terrazzo sovrastante la casa.
— Amici! — gridò Hossein, mentre dalla parte opposta rimbombava una scarica. — Sono il figlio del _beg_ Agha. Non fare fuoco. —
L'uomo che aveva già puntato il fucile, avendoli oramai scorti, abbassò l'arma.
— Getta una fune, presto, — aggiunse il giovane. — I banditi stanno per giungere. —
L'uomo scomparve subito.
— Sali sulla cinta, — continuò Hossein, volgendosi verso Tabriz. — Li vedo giungere. —
Il gigante spiccò un salto e s'aggrappò con ambe le mani all'orlo superiore del muricciuolo, formato di argilla battuta; si issò mettendosi a cavalcioni, poi porse le mani al suo giovane padrone e lo innalzò colla stessa facilità, come avrebbe fatto con un fanciullo.
Al di là della cinta vi erano numerosi cavalli i quali, spaventati dalle detonazioni che echeggiavano continuamente sulla fronte della casa s'inalberavano, cercando di spezzare le corregge che li trattenevano ai pali piantati nel suolo.
Tabriz e Hossein attraversarono correndo il recinto e giunsero sotto la casa, nel momento in cui una corda a nodi veniva gettata dal terrazzo.
— A te, padrone, — disse il gigante. — Affrettati perchè vengono.
Per un momento posso tener testa a quei ladroni. —
Dietro il muricciuolo, che avevano poco prima varcato, si udivano i banditi della steppa a schiamazzare. Anche essi si preparavano a dare la scalata al recinto.
Hossein strinse la fune, senza perdere tempo e si issò lestamente fino sulla terrazza, dove un servo di Talmà lo aspettava, tenendo in mano il moschetto già armato.
— Tu, signore! — esclamò quell'uomo. — Non ti aspettavo così presto.
— Taci e preparati a far fuoco, — rispose Hossein, togliendosi dalla spalla il fucile.
— Vi è Tabriz che deve ancora salire. —
Due spari rintronarono in quel momento dietro la muraglia del recinto. Due banditi subito apparvero sull'orlo, per aiutare i compagni a salire.
— Sali, Tabriz! — Gridò Hossein.
Poi volgendosi verso il servo di Talmà, aggiunse:
— Tira!... A me quello di destra, e a te quello di sinistra. —
Due detonazioni seguirono una dietro all'altra ed i banditi, che erano già a cavalcioni della cinta, stramazzarono dall'altra parte.
In quel momento Tabriz metteva i piedi sul terrazzo.
— Va' a vedere la tua Talmà, padrone, — disse poi.
Il giovane attraversò la terrazza, tenendosi curvo onde non esporsi ai tiri dei banditi e scese una gradinata coperta, che metteva capo ad una specie di veranda, dove alcuni uomini, nascosti dietro il parapetto, facevano fuoco.
— Talmà! — gridò Hossein, vedendo fra loro biancheggiare una forma femminile.
Un gran grido rispose:
— Il mio prode fidanzato!... Siamo salvi!... Fuoco, amici, fuoco! —
Poi la giovane si slanciò fuori dal gruppo, cadendo fra le braccia di Hossein.
Talmà giustificava pienamente la rinomanza d'essere la più bella fanciulla della grande steppa turchestana.
Quantunque non dovesse avere più di quindici anni, era quasi alta come Hossein, con forme bene sviluppate, come amano quei popoli, fra cui la magrezza nelle donne equivale a tutto ciò che può esservi di brutto, con grandi occhi oscuri, sormontati da bellissime sopracciglia dall'arcata perfetta e capelli neri come l'ala dei corvi, che teneva raccolti in un gran numero di trecce adorne di gruppetti di perle.
Come già tutte le donne sarte, indossava una zimarra di seta verde, aperta sul dinanzi per lasciar vedere parte della camicia di seta bianca e calzoni larghi e imbottiti internamente, in modo da non lasciar trasparire la gamba, e calzava alti stivaletti di cuoio rosso, colla punta assai rialzata.
Attorno alle anche, aveva uno sciallo di kachemire, dalle splendide tinte, annodato sul dinanzi coi due capi pendenti fino quasi a terra.
Malgrado l'imminenza del pericolo, non dovesse averle lasciato tempo di occuparsi troppo della sua persona, aveva ai polsi dei ricchissimi e pesanti braccialetti d'oro e agli orecchi dei lunghi pendenti, formati da perle riunite con turchesi e con rubini.
— Giungi a tempo, mio valoroso Hossein, — disse la fanciulla, la cui voce tremava. — E tuo zio? E Abei? Sei giunto colla tua scorta?
— Solo con Tabriz, ma non temere, mia dolce Talmà. Fra un'ora o due i miei uomini saranno qui e faremo un macello delle Aquile della steppa.
È tutta asserragliata la casa?
— Tutte le porte sono barricate.
— Di quanti uomini disponi?
— Di nove: uno l'ho mandato a te. L'hai veduto?
— Sì, ed è anche morto. Vieni via di qui: le palle fioccano da tutte le parti. Occupiamoci della difesa.
— Hossein, non esporti ai loro fucili! — gridò Talmà, vedendo che stava per precipitarsi verso il parapetto della galleria.
— Non temo — rispose il giovane, liberandosi con dolce violenza dalle braccia di Talmà.
— Rifugiati nella tua stanza: non corriamo alcun pericolo per ora. —
La fanciulla fece un energico gesto di diniego.
— Sono la figlia d'un _beg_, — disse. — Ho anch'io nelle mie vene il sangue d'un guerriero.
Voglio sfidare le palle di quei miserabili al tuo fianco, mio valoroso Hossein. —
Il giovane guardò la fidanzata con orgoglio, poi disse:
— Come sei la più bella fanciulla della nostra steppa, sei anche la più ardita. Vieni, mia dolce Talmà, noi mostreremo alle Aquile come sanno combattere gli uomini del Caspio e le fanciulle dell'Aral. —
La prese per una mano e la trasse verso il muricciuolo dove i servi, inginocchiati, l'un presso l'altro, mantenevano un fuoco vivissimo contro i predoni, che tentavano di farsi sotto per dare la scalata alla casa.
La lotta si era impegnata vivissima. Gli assedianti, che erano in grosso numero, erano sbucati dalle alte erbe, in mezzo alle quali si erano tenuti fino allora nascosti per non esporsi al tiro degli assediati e strisciavano sulla terra sgombra, spingendo innanzi a loro una scala lunga e massiccia.
Parecchi si erano però tenuti indietro e, mezzo celati sul margine della steppa erbosa, sparavano sulla galleria per cercare di allontanare i difensori.
Hossein e Talmà, riparati da uno dei massicci pilastri che reggevano l'orlo del terrazzo sovrastante, avevano a loro volta aperto il fuoco, mentre un servo, inginocchiato dietro di loro, ricaricava i fucili di ricambio.
La fanciulla, abituata alle scorrerie dei banditi della steppa, che più volte avevano già assaliti i villaggi sarti, non manifestava alcun timore e sparava tranquillamente, orgogliosa di mostrare il suo coraggio al nipote del fiero _beg_.
Solo, di quando in quando, volgeva la testa verso il fidanzato scambiando con lui un sorriso.
La fucilata diventava di momento in momento più intensa. I banditi irritati di essere tenuti in iscacco da un così piccolo numero di difensori, che credevano di spazzare via con tutta facilità, si spingevano audacemente innanzi, quantunque molti di loro giacessero a terra morti o feriti.
Hadgi li spingeva all'attacco, urlando ferocemente e promettendo ai suoi uomini le teste dei servi di Talmà. Forse fra i banditi vi era anche il _mestvires_, che era il vero capo di quell'accozzaglia di ladri, però il furfante si guardava bene dal mostrarsi.
Hossein non si scoraggiava però e fucilava i più furibondi, senza mai mancarli una sola volta.
— Che cosa fa dunque mio cugino? — si chiese ad un certo momento. — A quest'ora dovrebbe essere qui.
— Sei inquieto per loro è vero, Hossein? — chiese la bella Talmà, che col viso animato da una viva collera non risparmiava i predoni. — Che sia accaduta qualche disgrazia al beg?
— A lui, no!... Egli quantunque vecchio è troppo temuto dalle Aquile e nessuno oserebbe assalirlo.
È per mio cugino che sono piuttosto inquieto. Non comprendo come non si veda ancora.
— Che i banditi ci prendano prima che egli arrivi? Sono spaventata per te, mio Hossein. Tu lotterai fino alla fine, per cadere sotto i colpi di quei miserabili, — disse Talmà, con un singhiozzo.
— Taci, luce dei miei occhi, — disse Hossein, quasi con rabbia. — Non angosciare il guerriero che combatte.
Fuoco Talmà, là in mezzo a quel gruppo!... Tabriz, a me! —
Il gigante, che sparava sempre sul terrazzo, non ostante il fragore della fucilata, aveva udito il grido del suo padrone.
— Che due di voi vadano a sostituirlo, — continuò Hossein, volgendosi verso i servi che facevano fuoco in mezzo ad una fitta nuvola di fumo.
Tabriz in quel momento comparve, tenendo in mano il suo lungo fucile che fumava ancora.
— Che cosa vuoi, padrone? — chiese, curvandosi dietro uno dei pilastri per evitare le palle che sibilavano attraverso la veranda, conficcandosi nella parete.
— Sono entrate nel recinto le Aquile? — chiese Hossein.
— No, mio signore. Sono ancora a cavalcione del muricciuolo e non pare che abbiano fretta di spingersi sotto la casa.
— Ho bisogno della tua forza.
— Sono pronto a tutto.
— Indietro, Talmà.
— Ah!... Tu, signora! — esclamò il gigante, che non l'aveva ancora veduta. — Non è questo il tuo posto.
— Lasciami sparare ancora un colpo, Tabriz. —
Alcune grida mandate dai servi, li avvertirono che qualche cosa di grave stava per accadere.
Hossein gettò un rapido sguardo al di sopra del parapetto.
— Hanno alzata la scala! — gridò.
— Lascia che salgano padrone, — disse Tabriz, rimboccandosi le ampie maniche e mostrando due braccia grosse, quanto quelle d'un gorilla e irte di enormi sporgenze. —
Hossein spinse la fanciulla verso una delle stanze che avevano le porte sulla galleria.
— Là, amica, — disse con voce alterata. — Questo è il momento terribile e bisogna che tu non ti trovi presso di me.
Il mio cuore tremerebbe troppo per te.
— No, Hossein. Se dobbiamo morire, voglio cadere al tuo fianco, mio prode! — gridò la fanciulla con esaltazione.
— È il guerriero che comanda, non l'uomo che ama, — rispose il fiero nipote del terribile _beg_. — Obbedisci! —
Si strappò bruscamente dalle braccia di Talmà, che lo avevano avvinghiato e si slanciò attraverso il fumo, levandosi dalla cintura le pistole.
— Eccomi, Tabriz, — disse. — Salgono!
— Sì e li aspetto, — rispose il gigante con voce tranquilla.
Dieci o dodici banditi si erano subito inerpicati sulla scala, tenendo i kangiarri stretti fra i denti, mentre altri facevano un fuoco infernale, mandando le palle contro il soffitto della galleria.
— A te, Tabriz! — gridò Hossein, dominando, colla sua voce squillante, i clamori assordanti dei banditi.
Il gigante, che stava rannicchiato dietro al parapetto, s'alzò di colpo, afferrò le due estremità della scala e, facendo appello a tutte le sue forze, la spinse innanzi.
Resa pesantissima pel numero degli assalitori i quali s'innalzavano rapidamente, dapprima resistette, poi si rovesciò all'indietro, cadendo fra le erbe della steppa.
Tutti quelli che la montavano capitombolarono fra un immenso urlo di spavento, rompendosi chi la testa, chi le braccia, chi le gambe.
— Ecco fatto, — disse Tabriz, ridendo. — Spero che quei bricconi non torneranno nella steppa della fame in troppo buona salute. —
In quel punto si udì uno dei servi di Talmà ad urlare:
— Vedo dei cavalieri che accorrono!... I Sarti! I Sarti!... —
Hossein si era precipitato verso il parapetto, mentre Tabriz, che pareva fosse diventato improvvisamente furioso, con un colpo di spalla faceva crollare uno dei pilastri della veranda, a rischio di far cadere una parte del terrazzo sovrastante, coprendo di macerie le Aquile che stavano per rialzare la scala.
Quattro o cinque drappelli di cavalieri giungevano a briglia sciolta, attraversando la steppa come un uragano. Ai primi chiarori dell'alba si poteva distinguere un bel vecchio dalla lunga barba bianca, cavalcare alla loro testa su un destriero nero come un corvo e che spiccava dei salti straordinari.
— Mio zio! — esclamò Hossein. — Amici, Tabriz, siamo salvi. —
Un grido che parve un colpo di tuono, uscì dalle labbra del vecchio.
— Agha _beg_ vi uccide, miserabili!... È il terrore delle Aquile!... Fuoco e caricate col _kangiarro_!... Spazziamo queste canaglie!... —
I banditi, accortisi dell'arrivo di quei drappelli che erano numerosissimi e ansiosi di prendere parte alla lotta, si ripiegarono disordinatamente verso la steppa.
— In sella! — comandò Hadgi, il luogotenente del _mestvires_. — Riprenderemo al momento opportuno la partita. —
Una tromba squillò sonoramente. Era il segnale della fuga.
I banditi che si trovavano dietro la casa di Talmà e che sparavano sul terrazzo, udendo quel segnale, abbandonarono precipitosamente la cinta, raggiungendo i loro camerati che saltavano in sella, sotto il fuoco vivissimo degli assediati.
— Al galoppo! — ordinò Hadgi — La partita è perduta. —
Le Aquile allentarono le briglie e s'allontanarono in due lunghe file, scomparendo verso occidente, prima che il vecchio beg ed i suoi drappelli avessero avuto il tempo di chiudere loro la ritirata e d'impegnare la lotta.
CAPITOLO VII.
La scomparsa di Abei Dullah.
Il vecchio _beg_, rimasto solo a guardia dell'immensa tenda, dopo la partenza precipitosa di Hossein e di Tabriz pel nord e di Abei Dullah per l'occidente trovandosi la scorta in quella direzione, aveva fatto subito i suoi preparativi di difesa, non essendo improbabile che qualche manipolo di banditi cercasse di approfittare dell'assenza dei due giovani e del servo, per tentare un colpo di mano.
La notizia dell'imminente matrimonio di Hossein con Talmà la bella, doveva essersi sparsa a grande distanza nella steppa, essendo il vecchio beg conosciuto da tutte le tribù e, siccome i regali di nozze dei ricchi sono sempre costosissimi, non era difficile supporre che quell'attacco fosse diretto più contro quei regali, che contro i fidanzati, almeno così la pensava il _beg_.
Giah Agha era però un tale uomo da far tremare anche da solo parecchie Aquile della steppa. Nella sua gioventù era stato un guerriero indomito e gli anni non avevano calmati ancora i suoi istinti battaglieri, nè scemata la fama di coraggiosissimo, che si era guadagnata.
Non appena i tre cavalieri scomparvero fra le tenebre, staccò i suoi archibugi che erano appesi ai pali della tenda, una mezza dozzina circa e tutti splendidi e di lunga portata, avendoli acquistati dai persiani che godevano allora fama di abilissimi armaiuoli; si cacciò nella cintura le sue due pistole ed il _kangiarro_, che aveva l'impugnatura d'oro con turchesi e rubini e andò a sedersi sulla soglia della tenda, mettendosi accanto il _narghilè_.
— Se i ladroni verranno poi a farmi visita li riceverò come si meritano — disse, riaccendendo la pipa, che nel frattempo si era spenta.
— D'altronde la scorta non tarderà a giungere. Il cavallo di Abei nulla ha da invidiare per velocità e per resistenza a quello di Hossein ed al mio.
Il mio!... Sarà meglio che lo metta al sicuro e che me lo tenga presso.
Heggiaz!... —
Un nitrito rispose subito alla chiamata del vecchio, poi un superbo cavallo sorse dall'ombra, accostandosi all'entrata della tenda e presentando il suo muso al padrone.
Era tutto nero, col pelo lucentissimo e bardato con un lusso che solo un ricco _beg_ può permettersi. Le briglie e la sella avevano pendenti formati di zecchini e catenelle d'oro e la gualdrappa, che scendevagli fino al ventre per ripararlo dall'umidità della notte, era tutta ricamata in argento con numerosi gruppetti di perle di Barehin ai quattro angoli.
Il _beg_ gli gettò sulle nari una boccata di fumo odoroso, che il cavallo, al pari dei cammelli turchestani, parve gradire, poi gli disse:
— Coricati presso di me, mio bravo Heggiaz. Tu senti meglio di me i nemici, anche quando sono ancora lontani. —