Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 3
— Uno beve il vino come berrebbe l'acqua e resta dolce come un agnello; un altro beve e canta come un usignuolo; un terzo beve e diventa simile ad un bue, s'agita e monta in furore; un quarto, beve e diventa feroce come una tigre e incarna l'anima del diavolo; un quinto beve e fa le smorfie come una scimmia; il sesto beve e non diventa felice se non si avvoltola nel fango come un maiale; un settimo.... —
Il cantore si era bruscamente interrotto, scrutando attentamente le tenebre dinanzi a sè.
Tese gli orecchi, curvandosi innanzi per meglio ascoltare, e fra il sussurrìo delle erbe raccolse un fischio.
— Hadgi, — mormorò. — Poteva attendermi più lontano. Se quel gigantesco turcomanno mi avesse accompagnato, mi troverei ora in un bell'imbarazzo. —
In lontananza si scorgeva la tenda del _beg_, sempre illuminata. Dall'apertura un'onda di luce usciva, riflettendosi, come una lunga striscia sulle erbe.
— Nessuno si occupa di me, — disse, — fuorchè Abei Dullah, ma quello si guarderà bene dal tradirsi. —
Accostò due dita alla bocca e mandò un lungo fischio. Un altro rispose a breve distanza, poi fra le alte erbe sorse, a pochi passi dal _mestvire_, un'ombra umana.
— Aquila? — chiese il suonatore, mettendo una mano sul calcio d'una delle sue pistole.
— Sono Hadgi, capo, — rispose l'uomo che era sorto fra le erbe.
— Non credevo d'incontrarti a così breve distanza dalla tenda del _beg_, — disse il suonatore di _guzla_.
— Era necessario che ti vedessi presto.
— Perchè? — chiese il _mestvire_.
— Pare che qualche Sarto si sia accorto della nostra presenza perchè la casa di Talmà si è chiusa, questa sera, più presto del solito e si sono uditi dei rumori come se barricassero le porte.
— I tuoi uomini hanno commessa l'imprudenza di mostrarsi in quei dintorni?
— No, capo, — rispose Hadgi.
— Nemmeno nel villaggio dei Sarti?
— Sono rimasti tutto il giorno nascosti sotto le alte erbe.
— Chi può averci traditi? Eppure è necessario fare il colpo questa notte, finchè Hossein è lontano. Io l'ho solennemente promesso a suo cugino.
— Noi siamo pronti.
— Capirai che io non voglio perdere i cinquemila tomani che mi ha promessi. Nemmeno il Khan di Chiva pagherebbe tanto per una fanciulla, fosse la più bella del Turchestan, del Belucistan e della steppa ghirghisa.
— E nemmeno noi desideriamo perdere la nostra parte, — disse Hadgi, accarezzandosi la lunga barba nera.
— Sono a posto i miei uomini?
— La casa di Talmà è ormai circondata a debita distanza e le Aquile della steppa non aspettano che il loro capo per cominciare l'attacco.
Non sarà affare lungo, se Hossein non interviene. Quel giovane è più terribile del _beg_ e non è un pauroso come suo cugino.
— Lo so meglio di te, ma egli non vedrà nulla. La tenda è lontana e gli spari non giungeranno fino agli orecchi di quel giovane. D'altronde cercheremo di non far uso delle armi da fuoco.
Ti sei informato di quali forze dispone Talmà?
— Non ha che otto servi ed un paio di donne.
— Va bene: andiamo, Hadgi. La mezzanotte non deve essere lontana. —
I due banditi si misero in cammino attraverso le alte erbe.
Hadgi, che aveva forse migliori occhi del suo compagno o maggior istinto d'orientazione, si era messo dinanzi e s'avanzava curvo perchè il vento continuava a far cadere sulla steppa granelli di sabbia in gran numero.
Le steppe turchestane, al pari delle pianure belucistane, sono famose per le loro piogge di sabbia. Basta che il vento s'alzi e le sabbie dei vicini deserti si levano ed in così grande quantità da intercettare talvolta perfino i raggi solari.
Anche le trombe di sabbia sono molto comuni in quei paesi e non occorre il vento per sollevarle. Durante le giornate belle, quando non si sente il menomo soffio, si vedono delle grandi colonne elevarsi dal suolo, girare su sè stesse e sfilare maestosamente attraverso a quelle sconfinate pianure.
Se ne vedono anzi talvolta parecchie allo stesso orizzonte, avente ciascuna una origine propria.
Gl'indigeni, che le temono assai perchè impediscono loro, in certi giorni, di lasciare le tende, le chiamano _Shaitans_, ossia diavoli.
Il _mestvire_ ed Hadgi continuavano la loro marcia un dietro all'altro, coi loro alti cappelli di lana nera, ben cacciati sulla fronte, onde ripararsi gli occhi da quelle ondate di sabbia, quando il primo si fermò bruscamente, dicendo:
— Non odi nulla tu, Hadgi?
— Sì, il vento che rugge attraverso le erbe, — rispose l'altro.
— No; ascolta bene. Questo è il galoppo di un cavallo.
Che qualche servo di Talmà sia riuscito a uscire inosservato dalla casa e che si rechi ad avvertire il _beg_? —
Arma il tuo archibugio. Sei sicuro dei tuoi colpi?
— Non sbaglio mai, capo.
— Affrettati. —
I due banditi si appiattarono fra le erbe, che in quel luogo erano alte più d'un metro e mezzo, l'uno alzando il cane del suo lunghissimo moschetto e l'altro armando una pistola.
— A te, l'uomo; a me, il cavallo, — disse il _mestvire_.
Malgrado il vento, si udiva distintamente il galoppo d'un cavallo slanciato a corsa sfrenata. Essendo il suolo della steppa argilloso, i ferri del destriero battevano forte, quantunque fosse coperto di vegetali.
Ben presto sulla fosca linea dell'orizzonte si delineò confusamente un cavaliere.
— Peccato non poterlo guardare in viso, prima di mandarlo all'altro mondo, — disse Hadgi.
— Tu sei certo che nessuno dei nostri si è mosso.
— Ho dato loro ordine che qualunque cosa avvenisse, non lasciassero i dintorni della casa e tu sai, capo, come i nostri uomini ci obbediscono.
— Allora non preoccuparti d'altro e uccidi il cavaliere, — disse il _mestvires_ freddamente. — Uno più, uno meno, la nostra coscienza non si turberà.
Prendilo di mira: ci passerà a meno di cinquanta passi.
Hadgi puntò l'archibugio appoggiando il gomito sinistro sul ginocchio, per poter meglio tirare, mentre il _mestvire_ alzava la pistola al di sopra delle erbe.
Il cavaliere passava appunto allora, a quaranta o cinquanta passi, aizzando l'animale con fischi.
Due lampi illuminarono la notte, seguiti da due detonazioni che le urla stridenti delle raffiche subito soffocarono.
Il cavaliere s'abbattè sul collo del cavallo mentre questi faceva uno scarto improvviso, mandando un lungo nitrito di dolore.
— Toccati! — gridò il _mestvire_ con un sorriso feroce. — Le Aquile della steppa non sbagliano mai.
Accorriamo, Hadgi. —
Con sua somma sorpresa udì la voce del cavaliere a gridare:
— Non abbastanza, birbanti! Balza, Kasmin! —
Il cavallo aveva fatto un altro salto di fianco, poi aveva ripresa la sua corea sfrenata, mentre il cavaliere si teneva stretto al suo collo, indizio sicuro che doveva aver ricevuto qualche grave ferita.
— Ci sfugge! — urlò il _mestvire_ con rabbia.
— Non preoccuparti, capo, — rispose Hadgi. — Quell'uomo non giungerà vivo nella tenda del _beg_.
La mia palla deve avergli attraversato il capo, o fracassata la colonna vertebrale.
— Sarà vero, tuttavia avrei desiderato vederlo cadere qui. Che cosa fare ora?
— Correre subito alla casa di Talmà e attaccarla, capo. Se tardiamo, perdiamo i _tomani_ di Abei Dullah.
— Hai ragione: corriamo. La cosa sarà spiccia e non troveremo molta resistenza. —
Mentre le due Aquile della steppa si slanciavano attraverso le erbe, il cavallo aveva continuata la sua corsa indiavolata, dirigendosi verso il fascio luminoso che indicava la tenda del _beg_.
Ansava fortemente, sordi nitriti gli sfuggivano dalla bocca insieme a getti di saliva che gli lordavano il lucente pelo nero.
Il cavaliere si teneva sempre stretto al collo, come se fosse ormai impotente a reggere le briglie ed a reggersi diritto sulla sella.
Anche dalla sua bocca usciva di tratto in tratto un lungo gemito e, quando il cavallo rallentava un istante, si portava una mano al fianco destro, comprimendolo fortemente.
In venti minuti il destriero superò la distanza che lo separava dalla tenda del _beg_, dinanzi alla quale s'arrestò stramazzando sulle ginocchia anteriori.
Tabriz, il gigantesco turcomanno, che aveva già udito quel galoppo precipitoso, era prontamente accorso, afferrando fra le possenti braccia il cavaliere, prima che fosse sbalzato di sella.
Anche Hossein che si era munito di una torcia erasi slanciato fuori.
— Un uomo ferito! — esclamò.
— Ed un cavallo che muore, — disse Tabriz.
— Portalo subito dentro. —
Il gigante varcò la soglia della tenda e depose il cavaliere su un largo cuscino, reggendogli il capo onde il sangue non lo soffocasse.
Tutti si erano accostati; anche il vecchio _beg_, guardava con profonda ansietà il ferito, che sembrava fosse lì lì per spirare.
Era un giovane di ventiquattro o venticinque anni, dai lineamenti angolosi, la pelle molto bruna, con una piccola barba rossastra ed il naso adunco, come il becco d'un pappagallo.
Indosso aveva una lunga zimarra di panno grossolano, con una cinghia di cuoio giallo a cui era appeso un _kangiarro_.
Da un buco aperto nel fianco destro, usciva un getto di sangue il quale si allargava sempre più sulla zimarra.
— Questo è un Sarto, — disse Hossein, impallidendo. — Chi lo avrà assassinato?
— Soffiagli in bocca, Tabriz, — disse il _beg_, vedendo che il ferito non si decideva aprire le labbra.
Il gigante ubbidì e si vide subito il ferito riaprire gli occhi azzurrastri e fissarli su Hossein, poi la sua bocca si socchiuse dicendo con voce rantolosa:
— Talmà... alla casa... le Aquile... della steppa... presto... —
Hossein mandò un grido.
— Che cosa dici tu? È in pericolo Talmà?... Parla, prima che la morte ti colga. —
Il ferito fece col capo un segno affermativo, poi dopo d'aver fatto uno sforzo supremo, burbugliò con un accento così debole che parve un soffio:
— Aquile... agguato... intorno casa... accorrete!.. —
Poi si rizzò a sedere, mantenendosi per qualche istante in quella posa, stralunò gli occhi, ebbe un sussulto che si ripercosse in tutte le sue membra, quindi ricadde pesantemente sul cuscino.
— Morto! — esclamò il vecchio _beg_.
— Ma io lo vendicherò, — disse Hossein, i cui occhi avevano lampi vividi. — Le Aquile sono sbucate dalle steppe!... Ah!... Non sanno ancora quanto pesi il mio _kangiarro_. Tabriz! Il mio cavallo, il mio fucile e le mie pistole.
— Dove vuoi andare, cugino? — chiese Abei.
— A salvare Talmà o morire con essa, — rispose il prode guerriero con impeto.
— Tu sei un valoroso, Hossein, — disse il _beg_, guardandolo con orgoglio, — e sei degno figlio di colui che con un solo gesto faceva tremare i predoni della steppa ghirghisa. Ma tu stai per commettere una imprudenza. Aspettiamo che giunga la nostra scorta, o meglio mandiamo Tabriz a richiamarla. In un'ora e mezzo i nostri uomini possono essere qui.
— M'incarico io di andarla a raccogliere, — disse Abei con sottile sorriso ironico. — Io, al pari di te, cugino, non ho paura delle Aquile della steppa.
— E tu, padre? — chiese Hossein. — Vorresti rimanere qui solo? —
Il vecchio si era alzato col viso contratto e gli occhi fiammeggianti.
— Si provino ad assalirmi entro la mia tenda quei rettili, — disse.
— Va', Hossein, va' a difendere la tua bella Talmà; tu, Abei, corri a radunare la scorta e prendi alle spalle le Aquile della steppa e sopra tutto non risparmiarle.
— I nostri cavalli sono pronti, partiamo, — disse in quel momento Tabriz, comparendo sulla soglia della tenda.
— Parti, Hossein e non risparmiare i colpi di punta, — disse il vecchio. — Io ti seguirò col mio pensiero. —
Abbracciò il valoroso giovine e lo condusse fino fuori.
— In sella, padrone, — disse Tabriz, gettandosi ad armacollo due lunghi archibugi. — Sfonderemo le linee di quei bricconi e passeremo fra loro come due proiettili.
Su, Agar, preparati a gareggiare col vento. —
Un momento dopo Hossein ed il suo gigantesco servo scomparivano fra le ombre della notte.
CAPITOLO V.
Attraverso la steppa.
I cavalli, che i due coraggiosi montavano, avevano preso uno slancio fulmineo, come se avessero davvero voluto gareggiare col vento, che spazzava senza posa la sterminata pianura.
Erano due animali superbi, di razza persiana, meglio configurati e meno magri dei cavalli arabi, colla testa leggera e le gambe sottili e nervose.
La steppa turchestana è ricchissima di cavalli, allevandone le tribù nomadi un grande numero; ma se sono d'una resistenza incredibile, non hanno lo slancio impetuoso di quelli persiani, specialmente di quelli che provengono dal Khorassan, che sono i più stimati, pagandosi mai meno di cinquanta piastre ciascuno.
Dobbiamo dire però che hanno bisogno di maggiori cure di quelli turchestani, i quali invece nulla richiedono, usando, i loro proprietari, sottoporli a prove straordinarie, prima di metterli in vendita.
Tanto Hossein, quanto Tabriz, tendevano attentamente gli orecchi, temendo di udire in lontananza qualche scarica che annunciasse il principio dell'attacco; essendo però il vento girato al sud e la casa della bella Talmà assai lontana, non era possibile che potessero udire così presto il rombo dei lunghi archibugi delle Aquile della steppa.
— Giungeremo in tempo, padrone? — chiese Tabriz, quand'ebbero percorso qualche miglio. — I nostri cavalli vanno con uno slancio indiavolato, tuttavia non potremo giungere all'abitazione della tua fidanzata prima di un'ora, ed in un'ora si può prendere d'assalto anche un fortino.
— Se hanno mandato quel povero messo, è segno che i servi di Talmà non si arrenderanno prima del mio arrivo, — rispose Hossein, il quale si sforzava di apparire calmo, quantunque veramente non lo fosse affatto.
— Chi può aver spinto le Aquile della steppa fino qui?
— Piombano dove sanno di fare un buon colpo e Talmà è ricca.
— Mi viene però un altro sospetto, padrone.
— Quale, Tabriz?
— Non oso dirtelo.
— Devi parlare.
— Ho udito a narrare che il Khan di Samarcanda e che anche quello di Bukara, si sono sovente serviti delle Aquile per provvedere di belle fanciulle i loro _harem_. —
Hossein provò un tale colpo al cuore da vacillare sulla sella.
— Vuoi uccidermi, Tabriz? — disse, con voce soffocata.
— Io non volevo dirtelo, signore.
— Possibile che quei miserabili siano qui venuti attirati dalla bellezza di Talmà, piuttosto che dalla sua ricchezza?
— La fama della bellezza della tua fidanzata, può essere volata molto lontana e può essere penetrata anche entro gli _harem_ di quei Khan.
— Guai a loro! — urlò il giovane. — Per quanto siano potenti, il mio _kangiarro_ saprebbe raggiungerli.
— La mia non è stata che una supposizione, padrone, — disse il gigante.
— E nondimeno mi ha colpito profondamente il cuore, più dolorosamente d'un colpo di pugnale.
— Possono avere di mira solamente le ricchezze della tua fidanzata, signore.
— Vadano pure i cofani pieni d'oro e di gioielli di Talmà, ma non lei. L'amo così immensamente, Tabriz, che non potrai mai fartene un'idea, m'intendi?
Se corro attraverso la steppa, mi pare di vederla fuggire dinanzi a me fra le alte erbe, come una visione celeste; se dormo, mi pare di vederla entrare silenziosamente nella tenda del _beg_ e accostarsi al mio capezzale e sussurrarmi parole d'amore; se inseguo una fiera o caccio col falco, mi pare che perfino gli animali volatili abbiano qualche cosa di comune con Talmà.
M'intendi, Tabriz? Aizza il tuo cavallo, senza tregua, senza compassione. Se muore poco importa. Abbiamo cavalli in abbondanza.
— Cani di predoni! — ruggì il gigante. — Ne farò un macello di quei ladri! È tempo che le Aquile ritornino nelle loro maledette steppe della Ghirghisia.
— Sferza, Tabriz. —
I due stalloni persiani, quantunque galoppassero da quasi una mezz'ora, non rallentavano, anzi pareva che aumentassero continuamente la loro corsa, non ostante che le sabbie trasportate dal vento, si abbattessero in vere trombe su di loro.
Ad un tratto Tabriz mandò un grido.
— Hai udito, padrone?
— Che cosa?
— Una scarica di fucili.
— Arresta il tuo cavallo. —
Il gigante, con una strappata violenta, fece fare al suo destriero un volteggio fulmineo, poi lo costrinse a piegarsi sui garretti, perchè il ventre toccò le erbe della steppa.
Hossein, che era forse il più abile cavaliere della steppa, aveva fermato quasi di colpo il suo, a rischio di spezzargli le gambe.
Le raffiche in quel momento si succedevano con estrema violenza, trascinando trombe di sabbia, che giravano vorticosamente attraverso le tenebre, spezzandosi e rovesciando sulle steppe vere cortine di granelli.
— Ascolta attentamente, padrone, — disse Tabriz.
— Non odo che i ruggiti del vento, — rispose Hossein, che si era curvato innanzi e che nondimeno si sentiva bagnare la fronte.
I due cavalli, colla testa curva fino in mezzo alle alte erbe, pareva che ascoltassero anch'essi, pur soffiando rumorosamente:
Ora erano fischi stridenti che terminavano in un lungo gemito, come d'una persona sgozzata; ora invece erano sibili prolungati, che morivano quasi subito come se tra le erbe si spegnessero ad un tratto; oppure muggiti assordanti, che parevano prodotti dal rompersi delle onde del mar Caspio o da quelle dell'Aral.
— Odi, padrone, — chiese improvvisamente il gigante, raccogliendo le briglie e stringendo le ginocchia per lanciare nuovamente, a corsa sfrenata, il suo magnifico khorassano, che sembrava impaziente di riprendere lo slancio.
— Sì, una scarica di archibugi, — disse Hossein, che era diventato pallidissimo.
— Assalgono la casa di Talmà.
— Partiamo!... Partiamo!... —
I due cavalli persiani, sentendo allentare le briglie, ripartirono colla velocità d'una tromba.
L'abitazione di Talmà non doveva essere lontana più di tre miglia, distanza che quegli impareggiabili corridori potevano superare in meno d'un quarto d'ora.
— Prepara le pistole ed il _kangiarro_, Tabriz, — disse Hossein, che pareva in preda ad una terribile collera.
Galoppavano colla testa curva, per non venire acciecati dalle trombe di sabbia che non cessavano di roteare sulle ali del vento e respiravano rumorosamente.
Quella seconda corsa durò, sempre velocissima, un'altra mezz'ora; poi Hossein che tendeva sempre ansiosamente gli orecchi e che scrutava attentamente la tenebrosa pianura, trattenne nuovamente, quasi di colpo, il suo khorassano, a rischio di venire sbalzato a terra.
— Attenti, Tabriz! — esclamò.
— Che cos'hai, padrone? — chiese il gigante.
— I lupi.
— Brutto segno. Avranno le Aquile dietro di loro.
— Fermiamoci un momento e vediamo. Se la casa di Talmà fosse stata già assalita, a quest'ora avremmo udito qualche colpo di fucile. Giungeremo quindi a tempo. —
I banditi che infestano le steppe turchestane, hanno una maniera speciale e curiosissima per dare la caccia agli uomini; maniera ben triste, ma molto sicura perchè non lascia alcuna traccia dei delitti che commettono: seguono i lupi.
È saputo da tutti che quelle bestie non aggrediscono che gli uomini isolati, o per lo meno che siano in piccoli gruppi. Appena i loro lugubri ululati, che il vento porta assai lontani, giungono agli orecchi dei predoni, questi balzano sui loro cavalli e prendendo la via più breve, piombano sui disgraziati viaggiatori, che vengono senza pietà scannati e derubati.
I lupi, intimiditi da quella improvvisa comparsa di tanti cavalieri, non osano avanzare e s'arrestano a qualche distanza, in attesa che il delitto sia compiuto. Appena i banditi se ne vanno, entrano a loro volta in scena e la cena, soventi volte molto abbondante, non manca mai loro.
Si afferma anzi dai turchestani, che i lupi non assaltino mai, anche se sono in grossissimo numero, i banditi della steppa. Si vede che hanno ormai capito che quelli sono i loro provveditori di carne umana, e perciò li rispettano; tuttavia non possiamo assicurare l'autenticità di questo fatto.
Hossein e Tabriz si erano guardati intorno. Piccole ombre cogli occhi fosforescenti che sembravano di bragia, correvano con fantastica celerità per la pianura, spiccando grandi salti al di sopra delle alte erbe.
— Sono ben lupi, quelli, — disse Hossein, senza manifestare alcuna inquietudine.
— Sì, padrone, — rispose Tabriz, levando dalle fonde due pistole, armi forse migliori del lungo archibugio.
— Non inquietiamoci per quelli, — disse il giovane. — Non mi sembrano in tal numero da osare un attacco, e poi i nostri khorassani hanno le zampe più leste delle loro.
— E lo sanno, padrone; guarda come son tranquilli.
— Si tratta ora di sapere se le Aquile della steppa si trovano dietro di noi o dinanzi.
— È difficile indovinare da quale parte verranno.
— Che cosa mi consigli di fare?
— Riprendere lo slancio e far correre i lupi, mio signore. Finora non hanno cominciato ad ululare e forse i predoni sono ancora molto lontani.
— Avanti dunque!... E teniamoci in sulle difese. —
I due khorassani mandarono un lungo nitrito, alzarono gli orecchi e ripartirono cogli occhi scintillanti, le narici dilatate e la bella testa non più curva innanzi, bensì gettata indietro. I carnivori salutarono la partenza dei khorassani con uno spaventevole ululato, che si ripercosse lungamente nella tenebrosa pianura, non ostante i fischi ed i muggiti delle raffiche.
— I maledetti ci annunciano alle Aquile, — disse Tabriz serrando le ginocchia e armando una delle due pistole.
— Non far fuoco per ora, — disse Hossein. — I banditi potrebbero anche credere che i lupi diano la caccia a qualche drappello di onagri (asini selvaggi) o di gazzelle. —
I lupi facevano sforzi prodigiosi per non perdere terreno e continuavano a balzare fra le erbe, ululando a tutta gola.
Divisi in due file, galoppavano a destra ed a sinistra dei due khorassani, tenendosi ad una distanza di cinquanta o sessanta metri.
Non essendo più di una trentina fra tutti, non si sentivano abbastanza forti per precipitarsi risolutamente all'attacco. Probabilmente contavano o sull'esaurimento delle forze dei cavalli, o sulla caduta dell'uno o dell'altro, per avventarsi.
Quella corsa sfrenata durava solo da pochi minuti, quando Tabriz scorse sulla linea dell'orizzonte, che aveva cominciato un po' a rischiararsi, grandi ombre che si serravano rapidamente.
— Padrone! — disse. — Le Aquile sono dinanzi a noi. Guarda quella linea oscura che si muove laggiù. Si preparano a chiuderci il passo.
— Le Aquile! — esclamò Hossein, alzandosi sulle larghe staffe d'acciaio, per abbracciare maggior spazio.
— Sì, padrone, non m'inganno, io. —
Hossein mandò un vero ruggito:
— Quei miserabili sperano di arrestare il nipote di Agha beg!... Passeremo attraverso le loro fila come palle di cannone!... Fuori il _kangiarro_, Tabriz!
— L'ho già in mano, — rispose il gigante.
— Le briglie fra i denti e una pistola nella ventriera.
— È fatto.
— A tutta corsa!... Sfonderemo la loro linea.
— Non ne dubitare, signore. —
Giunti a cinquanta passi, una voce chiese improvvisamente:
— Chi vive? Fermatevi!...
— Amici della steppa, — rispose Hossein alzando il _kangiar_.
— Fermatevi!...
— Sì, aspetta un momento!... Aizza, Tabriz, e piombiamo addosso a quei miserabili. —
Un cavaliere si era staccato dalla linea e muoveva incontro a loro a piccolo trotto.
Hossein alzò la lunga pistola che aveva nella mano sinistra, mirò qualche istante, poi fece fuoco.
Il bandito, colpito in mezzo al petto dall'infallibile palla del giovane, allargò le braccia abbandonando le briglie e l'arcione e stramazzò pesantemente fra le erbe, mentre il suo cavallo, spaventato dal lampo e dalla detonazione, dopo d'aver spiccato un gran salto di fianco, si dava a precipitosa fuga attraverso alla steppa.
— Carica, Tabriz! — urlò il giovane. — Addosso a quei cani! —
I due cavalieri giunsero come un uragano sui banditi schierati su una lunga linea. Erano quindici o venti, bene montati e anche bene armati; tuttavia Hossein e Tabriz non esitarono un momento a caricarli, sapendo bene che nessuno avrebbe potuto arrestare lo slancio indiavolato dei due khorassani.
— Addosso! — urlò un'ultima volta il prode figlio del _beg_, che aveva presa un'altra pistola.