Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 2
Un giovane era improvvisamente comparso sulla porta della tenda, che era rimasta sollevata.
Il nuovo venuto poteva avere vent'anni. Era un bellissimo tipo che s'avvicinava più a quello maschio e perfetto dei vicini persiani, piuttosto che a quello angoloso e ruvido dei turchestani.
La sua statura era alta e slanciata, ma pure vigorosissima, molto superiore a quella ordinaria dei turchestani e dei tartari; il suo viso bellissimo, con occhi molto neri, vividi, sormontati da folte sopracciglia, così nere che pareva fossero state tinte coll'antimonio, con una bella bocca che una fanciulla gli avrebbe invidiato, ombreggiata da due baffetti castani che terminavano in due punte ardite.
Su quel viso si leggeva la franchezza e l'audacia; nelle sue membra si indovinava una forza più che comune.
Se, come abbiamo detto, rassomigliava nei tratti del viso più ai persiani, che sono i più belli uomini dell'Asia, che ai turchestani, indossava pure un costume che ricordava quello dei grandi signori d'Ispahan o di Teheran.
Invece della lunga zimarra turcomanna, indossava una giubba piuttosto corta, con larghi bordi dorati, aperta sul dinanzi in modo da mostrare la bianca camicia di seta, che ricadeva su una larga fascia di seta rossa; calzoni larghi, alla turca, che scendevano fino alle ginocchia; alti stivali con molte pieghe, di marocchino giallo, simili a quelli usati dagli usbechi.
Sul capo, invece del turbante, portava quella specie di _kolbak_ villoso dei tartari indipendenti, con un piccolo pennacchio.
— Eri inquieto, padre? — chiese il giovane, levandosi il fucile dalla canna lunghissima, che teneva sospeso attraverso il dorso e togliendosi dalla cintola una specie di _jatagan_ un po' ricurvo, chiuso in una guaina di pelle rossa adorna di laminette d'oro.
— Sei stato tu a far fuoco, figlio mio? — chiese il vecchio, la cui fronte si era subito rasserenata.
— Sì, ho sparato a cinquecento metri dalla tenda, — rispose il giovane.
— Contro chi?
— Mi pareva di aver veduto un'ombra umana scivolare fra le erbe e, temendo che cercasse d'accostarsi a me per assassinarmi a tradimento, ho sparato per farle comprendere che io stavo in guardia, e che non era uomo da lasciare la mia pelle nella steppa.
— L'hai ucciso?
— Non lo so, ma fra poco i cani saranno qui e se è veramente caduto, porteranno qualche cosa dei suoi indumenti. To'! Eccoli che giungono! —
Due cani si erano slanciati in quel momento entro la tenda, abbaiando festosamente intorno al giovane.
Uno era una specie di levriero che i turcomanni chiamano _tazè_, grosso, alto, di taglia pesante, con mascelle formidabili e capace di lottare contro una fiera; l'altro invece era un _gurdios_, una specie di bassotto, cogli orecchi a punta, razza molto adatta ad ogni specie di caccia, soprattutto a quella della volpe, che quei cani inseguono con ostinazione straordinaria, per giorni e notti intere.
Hossein guardò il grande levriero e s'avvide che non teneva nulla fra le possenti mascelle e che il muso non era lordo di sangue.
— Possibile che io abbia mancato quell'uomo! — esclamò. Eppure vi sono ben pochi nella steppa che adoperino l'archibugio come me.
— Tu devi aver fatto fuoco su un'ombra, — disse il vecchio sorridendo. — E poi le hai vedute tu le Aquile della steppa?
— No, padre, — rispose il giovane che lo chiamava ordinariamente con quel dolce nome. — Uno dei nostri cammellieri mi ha detto però, che ieri mattina alcuni pastori lo avevano avvertito di tenere gli occhi bene aperti, perchè avevano veduto passare la notte innanzi, parecchi cavalieri sospetti.
Il vecchio _beg_ scrollò le spalle, poi disse:
— Nessun oserà assalire noi, nipote. Non occupiamoci che del tuo matrimonio.
— Domani mattina devi presentarti alla tua fidanzata coi tuoi più begli abiti e le tue più belle armi. —
Il viso del bel giovane si illuminò d'una intensa gioia.
— Sospiro l'istante di rivederla e di farla mia, quella fanciulla. Sono tre mesi che io non la rivedo più.
— L'ami intensamente?
— Più della mia vita, padre. Io credo che nessuno sarà più felice di me in tutta la steppa.
— Ed hai ragione, Hossein. Se tu sei il più bel giovane che si possa trovare fra l'Aral ed il Caspio, essa è la più splendida creatura che Allah abbia creata. —
Hossein parve che seguisse cogli occhi socchiusi una visione che gli danzava dinanzi, poi, scuotendosi bruscamente, disse:
— Tabriz, le mie armi. Voglio che siano così lucenti da abbagliare i dolci occhi della mia bella Talmà. —
Il gigantesco turcomanno, che fino allora erasi tenuto presso l'apertura che funzionava da porta, guardando con una specie d'adorazione il giovane, s'accostò ad un grosso cofano, cerchiato di ferro e trasse due splendidi _kangiarri_, che avevano le impugnature d'argento finamente cesellate e adorne di turchesi e di smeraldi, poi due pistole coi calci intarsiati di placche d'oro e una sciabola di Damasco, sulla cui lama erano incisi tre versetti del Corano.
Hossein prese un pezzo di feltro e, sedutosi su un cuscino, si mise a strofinare vigorosamente le lame. Il vecchio intanto aveva ripreso il cannello del suo _narghilè_ e si era rimesso a fumare, con lentezza quasi studiata, seguendo attentamente tutte le mosse del giovane, con visibile compiacenza.
Tabriz, seduto presso la porta, fra i due cani che gli si erano accovacciati ai fianchi, scrutava attentamente la tenebrosa pianura spingendo lontano gli sguardi.
Per parecchi minuti nella tenda regnò un profondo silenzio, rotto solo dallo scricchiolìo delle pertiche; poi il vecchio, staccando dalle labbra il bocchino d'ambra, disse, volgendosi verso Hossein, che era tutto occupato a lucidare le sue armi:
— Che la carovana non ci raggiunga prima dell'alba?
— Io non lo credo, padre, — rispose il giovane. — I cammelli erano troppo sfiniti e anche i cavalli, eccettuato quello di mio cugino, non si trovavano in miglior stato.
— Perchè Abei non è venuto anche lui con noi? Stava meglio qui che accampato nella steppa. La carovana ha uomini sufficienti per difendersi. —
Il giovane depose il _kangiarro_ che stava lucidando, si alzò in piedi e, guardando fisso il vecchio, gli disse:
— Non ti sembra padre che da qualche tempo mio cugino abbia cambiato umore?
— È vero, — rispose il _beg_, dopo un momento di riflessione.
— Ho notato che è diventato eccessivamente freddo e molto avaro di parole.
Forse egli pensa troppo sovente alla sua bellissima cugina. Abbia pazienza: appena compirà i vent'anni, gli daremo la fanciulla che ama. Tu sulle rive dell'Aral; lui su quelle del Caspio: io nella steppa. Uniremo i due mari e la gran pianura coi nostri cuori. —
Hossein lo lasciò parlare, quando però ebbe finito, gli disse:
— L'ama! T'inganni padre! Egli la detesta e sai il perchè? —
Il vecchio _beg_ fece un gesto di stupore.
— Perchè gli dissero che la figlia del Khan dei Tadjicki, non avrebbe accettato che la mano d'un uomo....
— Continua, — disse il vecchio, vedendo il giovane fermarsi esitante.
— Che si chiamasse Hossein _beg_. —
— Tu!
— Così si dice.
— Io l'ho destinata a tuo cugino! — gridò il vecchio, aggrottando la fronte.
— Hossein-beg non ama che la bella Talmà, — soggiunse il giovane. — Il suo cuore non batte che per la più bella fanciulla dei Sarti. Che cosa puoi temere da me, padre? Tu sai che io sono leale. —
La fronte del _beg_ subito si rasserenò.
— Sì, — disse, — tu sei troppo leale per ingannare tuo cugino. Siete cresciuti insieme, i vostri padri che caddero entrambi valorosamente innanzi alle falangi del Khan di Bukara, erano fratelli e avete nelle vostre vene il medesimo sangue.
Io vi ho adottati come se foste carne della mia carne e vi amo più che foste miei figli, e le mie ricchezze un giorno saranno vostre, ma guai a voi se sorgesse una rivalità. Il vecchio _beg_, l'antico guerriero delle rive del Caspio, che ha fatto tremare perfino i russi, sarebbe inesorabile.
— Sono leale, — ripetè Hossein — e non amo che te e Talmà. —
In quell'istante Tabriz si alzò rapidamente, trattenendo i cani che mugolavano e che parevano pronti a lanciarsi nella steppa.
— Che cos'hai? — chiese il _beg_ che si era subito accorto di quella mossa improvvisa.
— È il vento che sussurra o sono veramente i dolci suoni della _guzla_, quelli che giungono ai miei orecchi? Chi può essere l'uomo che con una simile notte si diverte a provare la chitarra in mezzo alla steppa?
Aveva pronunciate appena quelle parole, quando il grosso levriero mandò un forte latrato.
— Odo anche il galoppo d'un cavallo, — disse Tabriz. — Che sia qualcuno della carovana? —
Hossein prese, senza parlare, il suo lungo fucile che aveva deposto su un cofano e l'armò.
— Che cosa fai? — chiese il _beg_.
— Può essere un'Aquila della steppa, padre, — rispose il giovane, raggiungendo Tabriz, che cercava di discernere qualche cosa fra quella cupa tenebra.
— Sì, è un cavallo, — disse il gigantesco turcomanno, — e mi pare che il galoppo provenga da occidente. Guarda, padrone, lo vedi? —
Sulla cupa linea dell'orizzonte che un lieve bagliore prodotto da qualche lampo lontanissimo di quando in quando rischiarava, si scorse un cavaliere che giungeva a corsa sfrenata.
— Chi vive? — gridò Hossein puntando il fucile.
Una voce che il vento portava rispose subito:
— Abei Dullah.
— Mio cugino! — esclamò Hossein. — Perchè ha abbandonato la carovana che porta i regali di nozze per Talmà? Che le Aquile della steppa l'abbiano assalita? —
Il cavaliere che s'avanzava velocissimo, facendo fare al suo destriero dei salti straordinari, per evitare le spaccature del suolo, in pochi momenti giunse presso la tenda, poi, da abilissimo cavallerizzo, con un salto fu a terra.
— Buona ventura, Hossein, — disse, — mentre Tabriz arrestava il cavallo. — Nostro padre veglia ancora?
— Non si dorme alla vigilia d'un matrimonio, — rispose Hossein. — E poi io devo preparare le mie armi.
CAPITOLO III.
Il «mestvire.»
Il vecchio _beg_, vedendo entrare il nipote che colla sua esilità e coi suoi lineamenti angolosi faceva una meschina figura dinanzi a suo cugino Hossein, che era la forza e la bellezza personificata, si alzò chiedendogli con una certa ansietà:
— Rechi forse qualche brutta nuova, Abei?
— No, padre, — rispose il giovane, cercando di sfuggire lo sguardo indagatore del vecchio. — La carovana che porta i regali di nozze di mio cugino, non corre alcun pericolo, quantunque sia stata segnalata, da qualche giorno, verso il settentrione, una grossa banda di Aquile della steppa.
— Perchè hai lasciati soli i nostri uomini? — chiese il _beg_ severamente.
— Per passare insieme a mio cugino la sua ultima notte di libertà. Domani egli sarà unito per sempre colla fanciulla che ama, colla bella Talmà, ed io non potrò più godere della sua gradita compagnia.
D'altronde i nostri uomini sono abbastanza numerosi per tener lontane le Aquile. —
Quelle parole erano state pronunciate con una simulazione così sottile, da sfuggire agli orecchi del _beg_ e anche a quelli d'Hossein.
— Il tuo cavallo è pronto per la gran corsa? Io voglio che tu mostri ai Sarti come sono famosi i cavalieri delle steppe del Caspio.
— Sono sette giorni che non gli dò che fieno ben secco, — rispose Abei Dullah. — Correrà come il vento, come le trombe di sabbia del deserto turanico.
Tabriz, portami un _narghilè_ e del _kumis_. Voglio tenere compagnia a mio cugino. —
Mentre il gigantesco turcomanno, che aveva legato il cavallo ad un piuolo piantato presso la tenda, dove se ne trovavano altri tre di forme splendide, recava un gran vaso contenente del latte di cammello fermentato e una pipa di cristallo ripiena per metà d'acqua, terminante in un cilindro concavo ripieno di quel fortissimo tabacco chiamato tumbak, Abei si era seduto dinanzi ai falchi, scuotendo le loro catene per svegliarli.
Hossein invece aveva ripresa la sua occupazione, mentre il _beg_ ricoricatosi sul suo largo cuscino, si era rimesso fra le labbra il bocchino d'ambra.
Per alcuni minuti tutti rimasero silenziosi. Abei sorseggiata una tazza di thè, accese il suo _narghilè_ e pareva che si divertisse a stuzzicare i falchi; chi però l'avesse attentamente osservato, l'avrebbe più volte sorpreso a contrarre le labbra con un brutto sorriso ed a fissare insistentemente Hossein, con uno sguardo che aveva dei lampi cupi.
Fu ancora Tabriz che ruppe il silenzio.
— È una _guzla_ che suona nella steppa, — disse.
Abei Dullah trasalì e smise bruscamente di fumare.
— Vedi nessuno? — chiese il vecchio.
— Non ancora.
— Che sia qualche suonatore o qualche canta istorie del villaggio di Talmà? —
Hossein alzò il capo.
— Che sia la fidanzata che me lo manda? Tu sai, padre, che i Sarti usano più che presso di noi, radunare i famosi canta istorie durante i banchetti nuziali.
Un uomo era comparso e affrettava il passo, guidato dalla luce che spandeva la lampada.
— Che Allah vi protegga, miei buoni signori, — disse quando fu presso la tenda. — Lasciate che io allieti la notte del futuro sposo della bella Talmà, la bella fra le belle.
— Avanzati, — gli disse Tabriz.
— La tenda del _beg_ Giah Agha questa notte è aperta a tutti, anche alle Aquile della steppa, se giungono con buone intenzioni. —
Il suonatore s'appressò, pizzicando le corde della sua _guzla_ e varcò la soglia della vasta tenda, esponendosi in piena luce.
Era lo stesso uomo che doveva più tardi sopportare lo spaventevole supplizio inventato dalla mente infernale dei carnefici persiani.
Portava sul capo un pesante berrettone di pelle d'agnello nero, in forma di cono tronco e indossava una lunga zimarra di panno grossolano, di colore oscuro, che gli scendeva fino alle grosse scarpe piatte e ferrate, colla suola alta.
Tutto il suo armamento consisteva in una specie di _jatagan_ dalla lama assai larga; però da un certo rigonfiamento della zimarra si poteva supporre che nascondesse sotto la fascia delle altre armi e fors'anche delle pistole.
— Da dove vieni? — gli chiese il _beg_.
— Dalla casa della bella Talmà, mio signore, — rispose il suonatore con fare umile e curvando il suo dorso di bisonte. — Ho suonato sotto le sue finestre fino al tramonto del sole.
— È lei che ti manda? — chiese Hossein.
Il suonatore ebbe una breve esitazione e, prima di rispondere, diede, di sfuggita, uno sguardo ad Abei, il quale si divertiva sempre a stuzzicare i falchi.
— No, — disse poi.
— Come hai saputo che noi eravamo accampati qui?
— Un pastore sarto mi avvertì ed io sono venuto per allietare la vostra veglia. Sono un povero uomo che deve approfittare delle buone occasioni per vivere e queste non toccano tutti i giorni.
— Il mio servo ti darà da mangiare e da bere, — disse il _beg_ — e la tua borsa non se ne andrà vuota.
Tabriz reca qualche cosa a quest'uomo. —
Il gigante aprì un cofano e prese un piatto d'argento colmo di pezzetti d'agnello, tagliati a dadi, arrostiti nel grasso, ed un fiasco pieno di _kumis_, e mise l'uno e l'altro a fianco del suonatore, il quale si era seduto sul tappeto, colle gambe incrociate e stava accordando la sua _guzla_.
— Vi voglio narrare, miei signori, — disse finalmente il suonatore, pizzicando dolcemente le corde di seta, — la istoria del pentolaio di Albonaz. L'avete mai udita?
— No, — rispose il _beg_.
— Allora ascoltatemi, miei signori.
— Ai piedi della catena dell'Albonaz abitava, in un piccolo villaggio, un mollah[5] chiamato Tafilet. Un giorno andò a trovarlo un pentolaio che lo conosceva moltissimo, avendogli venduto sovente dei vasi.
Il mollah, che era ospitalissimo, offerse al pentolaio delle more secche, e dei fichi, non avendo di più in casa, perchè era poverissimo; dopo di che i due amici sdraiatisi all'ombra d'un boschetto di melagrani che dominava un fiumiciattolo, si posero a fumare ed a discorrere.
Ad un certo punto il pentolaio disse al mollah:
— Nella mia casa ho una ragazza che è bella come un fiore della steppa e che ha raggiunto l'età da maritarsi; se io la potessi collocare convenientemente, mi darebbe la libertà che da lungo tempo aspetto, e potrei così prendere un'altra moglie, essendo morta quella che aveva prima.
— Amico carissimo, — rispose il mollah, — io pure ho una fanciulla il cui viso è bello come la luna, i cui capelli sembrano oro filato e le sue labbra sono più rosse dei più bei fiori dei melagrani, sotto i quali noi fumiamo e discorriamo.
Ma a che giovano a me le sue bellezze? Le spose, carissimo amico, valgono ben meglio delle figliuole, perchè accudiscono con maggior cura alle faccende di casa. —
Dopo quei discorsi i due vecchi si accordarono per scambiarsi le loro figlie. Il pentolaio sposò quella del mollah e questi quella dell'amico.
Disgraziatamente la figlia del pentolaio era una testolina bizzarra e, poco dopo il matrimonio, cominciò a fare gli occhi dolci ai giovani cacciatori dell'Albonaz, che frequentavano il villaggio durante i giorni di mercato per vendere la selvaggina della montagna.
Il mollah, essendosene accorto, le tagliò il naso e la rimandò a casa del padre, avvertendolo che l'aveva così conciata perchè mettesse giudizio.
Il pentolaio, vedendosi giungere la figlia così atrocemente mutilata, rimase molto perplesso e fece fra sè il seguente ragionamento:
— Se mia figlia si mostra nel villaggio senza naso, i ragazzi e le donne si burleranno di me e mi chiameranno il padre della fanciulla senza naso. Come potrò io sopportare una simile onta? —
Uccise perciò sua figlia, onde nessuno potesse deriderlo, ma poi, assalito dai rimorsi, si disse:
— Il mollah è un gran bruto, e voglio vendicarmi di lui. —
Chiamò sua moglie e gli tenne il seguente discorso:
— Tuo padre ha tagliato il naso a mia figlia ed io per non venire deriso l'ho uccisa.
Ora è necessario che anch'io mi vendichi ed a mia volta taglierò a te il naso e per soprappiù anche gli orecchi e ti rimanderò a casa di tuo padre. —
Udendo quelle parole la moglie scoppiò in un dirotto pianto e chiese a suo marito di farle grazia per qualche giorno.
— Non te la voglio negare, — rispose il pentolaio. — Aspetterò domani e nel frattempo affilerò meglio il mio coltello. —
Erano le undici di sera ed il pentolaio che, contrariamente alla proibizione del Profeta beveva molto, dormiva profondamente.
La moglie che non voleva perdere nè il suo naso, nè i suoi orecchi, si alzò dal letto senza far rumore e abbandonò la casa.
La notte era fredda, burrascosa e molto oscura, ma la figlia del mollah sapeva dove si trovavano le tende della tribù dei Teringi, ai quali voleva domandare protezione. Ella non ignorava che ritornando presso suo padre questi l'avrebbe uccisa per evitare d'attaccare lite col pentolaio e che se si fosse indirizzata alle autorità del suo paese, queste non avrebbero preso per lei interesse alcuno e che l'avrebbero rimandata a suo marito con quella facilità con cui si restituirebbe ad un macellaio una pecora smarrita.
Perciò, dopo aver attraversata una immensa steppa, senza porre tempo in mezzo, dopo di aver scalato montagne altissime e d'aver guadato fiumi rapidissimi dalle acque gelate e di essersi smarrita molte volte, giunse finalmente, non già presso la tribù che cercava, bensì ad un campo russo del mar Caspio.
L'aurora spuntava e la moglie del pentolaio, figlia del mollah, era salva. —
Qui il _mestvires_ s'interruppe per alcuni istanti pizzicando le corde della sua _guzla_.
— E poi? — chiese Hossein, che aveva ascoltato con vivo interesse quell'istoria.
— E poi, — disse il suonatore con un marcato accento beffardo, — sposò il capo di una tribù turcomanna e lasciò nelle mani del suo sposo, dopo tre soli mesi di matrimonio, il suo naso e le sue orecchie. —
E scoppiò in una risata che fece impallidire il fiero giovane.
— Che cosa vuoi concludere colla tua istoria? — chiese Hossein, aggrottando la fronte.
— Che tutte le donne sono traditrici, — rispose il suonatore.
— E lo dici a me che sto per sposare Talmà? La tua istoria nasconde un ammonimento o qualche cosa d'altro?
— Io non lo so, mio signore, — rispose il _mestvire_ con fare umile. — Io narro ciò che ho imparato e nulla di più.
— Racconta qualche cosa di meglio — disse il _beg_, vedendo che il fiero giovane stava per irritarsi maggiormente.
— I _mestvire_ della nostra steppa sono più poetici nei loro racconti, — aggiunse poi.
Il suonatore parve che si raccogliesse, invece al di sotto delle sue folte palpebre guardava intensamente Abei Dullah, il quale sembrava che non si fosse affatto interessato di quella narrazione; poi votò a metà il vaso contenente il _kumis_ e disse:
— Ascoltate questa dunque. — Accordò la chitarra, e cominciò a cantare:
— Io ho cercato la tomba della mia diletta e non ho potuto trovarla. Ahimè! Sospiravo dicendo: Dov'è la mia diletta?... Allora io vidi una rosa fra le spine: essa era sola, isolata. La interrogai col cuore palpitante: Sei tu la mia diletta? La rosa, in segno d'assentimento, trasalì ed inclinandosi dolcemente, lasciò cadere delle gocce di rugiada simili a lagrime.
Allora un usignuolo volò sopra la mia testa e si nascose in un cespuglio.
Indirizzandomi a lui, con voce dolce, gli chiesi:
— Sei tu la mia diletta? —
L'usignuolo stese le ali, colse col suo becco la rosa, e nel suo melodioso linguaggio, mi rispose di sì.
Improvvisamente una bianca stella rischiarò col suo dolce fulgore me, la rosa e l'usignuolo. Interrogai la stella, magnifica nella sua bellezza: Sei tu la mia diletta?
Ella mi rispose con un guizzo di luce che diresse verso i miei occhi.
In quel momento l'aria mi accarezzò dolcemente il viso, sussurrandomi agli orecchi: Ecco colei che cerchi: non inquietarti per lei. Passano tranquillamente i giorni dal mattino alla sera, passano tranquillamente le notti dalla sera all'aurora. L'essere che tu hai amato si è diviso in tre: in un usignuolo, in una rosa ed in una stella! —
Il _mestvire_ si era alzato.
— La notte è oscura ed i lupi possono uscire dalle loro tane, — disse, — ed io domani devo trovarmi dinanzi alla casa della bella Talmà e dovrò suonare e cantare a lungo. Buona notte miei signori.
— Perchè non ti fermi qui? — chiese il _beg_. — Non mancano nè i cuscini, nè i tappeti, e se vuoi bere e mangiare ne avrai finchè vorrai.
— Preferisco tornare alla mia umile casetta, — rispose il suonatore. — Ho molto da pensare per scovare nella mia testa i più bei racconti che dovrò narrare domani dopo gli sponsali. —
Il _beg_ si levò da una tasca una borsa contenente parecchie monete e la gettò al _mestvire_ che la prese al volo.
— Buona fortuna, mio signore — disse con un leggero accento beffardo, guardando Hossein che si era rimesso al lavoro, strofinando vigorosamente la canna d'una delle sue pistole.
Scambiò un rapido cenno con Abei Dullah, che stava sdraiato presso i falchi e dopo d'aver fatto un profondo inchino, uscì, gettandosi a bandoliera la _guzla_. Per alcuni istanti, fra i soffi del vento, si udì il suonatore a canticchiare, poi il sussurrìo delle alte erbe contorte dalle raffiche, coprì la sua voce.
CAPITOLO IV.
L'assassinio.
La notte era così oscura che il _mestvire_, quantunque dovesse conoscere a menadito la steppa dei Sarti, stentava a dirigersi.
Nessuna stella brillava nel cielo tenebroso ed il vento scompigliava incessantemente le alte erbe, curvandole fino al suolo, mentre in lontananza, di quando in quando, rullava sordamente il tuono senza che alcun lampo lo accompagnasse.
— Ecco una notte propizia per le Aquile della steppa, — disse il suonatore, ridendo. — Piomberanno più rapide dei falchi di Abei Dullah sulla preda, e la bella Talmà domani non avrà più lo sposo.
Abei sa condurre bene i suoi affari, ma è generoso più del Khan di Bukara. Povero _beg!_ La tua barba bianca vale meno di quella d'un giovane di vent'anni. —
Alzò la testa e guardò le nuvole che passavano sospinte dalle raffiche, che si susseguivano sempre più frequenti.
— Apriamo bene gli occhi, — disse.
Si rialzò la lunga zimarra e si tolse due lunghe pistole che teneva nascoste sotto, passandosele nella cintura di pelle che reggeva l'_jatagan_, poi riprese la marcia, canticchiando fra i denti: