Le Aquile della Steppa: Romanzo

Part 18

Chapter 183,659 wordsPublic domain

Il capo della flottiglia, comprendendo che non vi era da esitare, aveva lanciato un comando.

— Alle isole!... Coraggio! —

Le sei scialuppe si erano messe in corsa. Per buona fortuna dinanzi a loro l'acqua non aveva ancora preso fuoco, però era necessario spegnere prontamente i pezzi di legno che ardevano entro le borse di filo di rame, onde evitare di allargare l'incendio.

Mentre i rematori arrancavano disperatamente, tendendo i muscoli fino al punto di farli quasi scoppiare, i timonieri si erano affrettati a ritirare le aste rovesciando i tizzoni sui pesci, che ingombravano il fondo delle scialuppe.

Lo spettacolo che offriva quella specie di lago formato dalle acque dell'Amu-Darja, diventava di momento in momento più spaventoso.

Pareva che si fosse trasformato, per opera magica, in un piccolo mare di fuoco. Fiammate si alzavano dappertutto dietro le imbarcazioni fuggenti, spandendo in alto una luce intensa, quasi accecante.

Le acque ribollivano con leggeri crepitii, in causa di masse considerevoli di gaz che salivano senza posa alla superficie assieme alla nafta, sviluppando nuove fiammate che sovente raggiungevano delle altezze di parecchi metri.

Si sarebbe detto che un vulcano avvampava sotto il laghetto.

I pescatori fuggivano sempre verso le isole. Avrebbero desiderato meglio guadagnare le rive del fiume; l'onda di fuoco però glielo impediva, e attraversarla sarebbe stato come andare incontro ad una morte certa.

Per fortuna quelle terre che occupavano quasi il centro del laghetto non erano lontane, sicchè bastarono cinque minuti di corsa sfrenata per raggiungere la prima che era la maggiore.

Sbarcarono in fretta, tirarono a terra le barche e si gettarono sotto gli alberi, sdraiandosi fra i giunchi che erano altissimi.

— Bell'avventura! — disse Tabriz che si era gettato fra Hossein e Karaval. — Come finirà?

— Bene, spero, — rispose il bandito. — Aspetteremo che la nafta si sia consumata e andremo a far colazione al villaggio dei pescatori con una dozzina o due di _garitse_.

— Alla malora i tuoi pesci! — esclamò Tabriz. — Non sogni che quelli e per quelli per poco non ci facevi arrostire vivi!

— Non è colpa mia, signore.

— Se tu fossi stato la cagione, non so se avresti ancora la testa piantata sul tuo collo.

— Non temete, — disse Karaval. — Il fuoco non durerà molto. —

Pareva però che l'incendio, invece di scemare, aumentasse continuamente, come se dai crepacci apertisi nel letto del laghetto, la nafta non cessasse di risalire alla superficie.

Un turbine di fuoco scendeva colla corrente, riversandosi verso il basso corso dell'Amu-Darja e si scorgeva, anche molto lontano, il cielo riflettere quei lividi bagliori. Si sarebbe detto che un lampeggiare continuo riempiva l'atmosfera con una luce però fissa e non già tremolante.

L'acqua continuava a ribollire e un numero infinito di pesci saliva alla superficie, per bene cucinati.

— Peccato non poter mettere una mano lì dentro. Ci guadagneremmo una cena bastante per cinquecento persone, — disse Tabriz.

Hossein non rispose.

Guardava con inquietudine quelle fiammate, che ormai circondavano le isole, facendo crepitare i canneti ed i giunchi che coprivano le rive.

I pescatori non sembravano però impressionati, ora che si trovavano a terra. Quel fenomeno, in apparenza terribile, non doveva essere nuovo per loro e dovevano anche conoscerne la portata.

Stesi fra le erbe, al disotto delle piante che li proteggevano dal calore e dal fumo, guardavano tranquillamente quelle immense fiammate, che la corrente travolgeva verso lo sbocco del lago.

Avevano ragione di non preoccuparsi troppo, poichè, dopo tre o quattro ore, le fiamme cominciarono a decrescere, la luce divenne meno intensa e finalmente, esauritasi la _nafta_, le tenebre tornarono a piombare sul laghetto.

— Non credevo che tutto finisse così bene, — disse Tabriz a Hossein. — Avevo paura di morire arrostito come un cagnolino. —

Il giovane rispose con un lieve sorriso.

— Padrone, — proseguì, il gigante, — non ti ho mai veduto così preoccupato come ora, eppure non siamo che a poche centinaia di passi dalla nostra steppa.

— Taci, Tabriz, — rispose Hossein.

— È proprio vero che non si è mai contenti in questo mondo, — brontolò il turchestano..

Quantunque non vi fosse più alcun pericolo, i pescatori attesero l'alba prima di lanciare nuovamente in acqua le loro scialuppe.

Si erano appena imbarcati che già i cormorani avevano ripresi i loro posti. Quei ghiottoni non avevano probabilmente dimenticati gl'intestini dei pesci, presi durante la sera e che per diritto spettavano a loro.

Le sei scialuppe attraversarono il laghetto, le cui acque erano tornate fresche, imboccarono il canale meridionale e dopo qualche chilometro si arrestarono dinanzi ad un villaggio composto d'un centinaio di casupole e che era difeso da una specie di ridotto, armato d'una mezza dozzina di falconetti e sormontato da una bandiera verde, il vessillo dell'Emiro di Bukara.

Scoprendola, Tabriz e Hossein si erano guardati l'un l'altro con apprensione.

— _Loutis_, — disse il primo, rivolgendosi a Karaval con aria minacciosa, — dove ci hai condotti tu?

— In un villaggio di pescatori, signore.

— E quella bandiera?

— Questi sono sudditi dell'Emiro, signore, però sono certissimo che non vi daranno nessun fastidio. Non facevano già parte della carovana e probabilmente non hanno saputo ancora nulla della presa di Kitab.

Che cosa potete temere voi da loro?

— E in quel ridotto non vi saranno degli usbeki?

— Che importa a loro se degli uomini chiedono di attraversare l'Amur-Daria?

— Puoi aver ragione, — disse Tabriz, un po' rassicurato dalle parole del bandito.

Il gigante e Hossein sbarcarono colla speranza di partire subito, appena deposto a terra il pesce predato dai cormorani.

— Venite a far colazione nella casupola d'un mio amico, — disse Karaval. — Prima di un'ora il pesce non sarà a terra e intanto assaggeremo una dozzina di _garitse_.

— Se si tratta d'una sola ora, vada, — disse Tabriz.

— Le emozioni di questa notte a dire il vero mi hanno aguzzato l'appetito. Vieni, signore. —

Hossein, che sembrava sempre preoccupato, li seguì ed entrarono in una catapecchia che aveva le pareti di fango ed il tetto di canne palustri e che formava una sola stanza non troppo vasta.

Un uomo, giovane assai, poichè poteva avere appena vent'anni, quasi avesse indovinato il desiderio dei suoi avventori, stava friggendo in una padella di rame, piena di grasso di cammello, dei pesci.

— Padrone, — disse Karaval, scambiando col cuciniere un rapido sguardo, — servi qualche cosa a questi signori.

— Ho delle _garitse_ pronte, — rispose il cuciniere, che non era altri che Dinar. — Sono già cotte a puntino e doveva servirle al comandante dell'Emiro.

— Ne manderai degli altri più tardi — rispose Karaval. — Noi paghiamo. —

Dinar levò i pesci, li depose su un piatto di creta e li servì ai tre uomini, che si erano seduti intorno ad una tavola, l'unica che si trovasse nella camera.

— Signori, — disse Karaval, quand'ebbe mangiato un paio di pesci, — mentre voi terminate la colazione vado a noleggiare la scialuppa.

Fra un quarto d'ora noi saremo al sicuro al di là della frontiera.

— Va', — rispose Tabriz, che faceva onore ai pesci e che aveva la bocca piena.

Anche Hossein attaccava con molto appetito i pesci e pareva che per un momento avesse dimenticato Talmà, il _beg_ ed anche Abei.

— Signore, — disse il gigante, quando il piatto fu vuoto, — un'altra dozzina ci starebbe, almeno, nel mio stomaco.

Quel birbone di _loutis_ aveva ragione di vantare questi eccellenti abitanti dell'Amu-Darja. Non ne ho mai mangiati di così delicati.

— Se ti fa piacere ordina, — rispose Hossein che era ricaduto nei suoi pensieri. — Il _loutis_ pagherà lui per ora.

Tabris si era voltato gridando:

— Ehi, cuciniere, fa lavorare ancora una volta la tua padella.

— Sì, quando mi avrete detto chi siete e dove andate, — rispose una voce che non era quella di Dinar.

Tabriz si era alzato vivamente, subito imitato da Hossein.

Il cuciniere era scomparso e invece, dinanzi alla porta, si trovava un uomo barbuto, d'aspetto poco rassicurante, che aveva nella larga fascia un vero arsenale fra pistole, _jatagan_ e _kangiarri_, accompagnato da una mezza dozzina d'usbeki, armati non meno formidabilmente di lui.

— Chi sei e che cosa vuoi tu? — chiese Tabriz, afferrando istintivamente la pesante scranna su cui si era seduto.

— Un ufficiale dell'Emiro di Bukara, — rispose l'uomo barbuto, con alterigia, — snudando con un gesto tragico uno dei suoi _kangiarri_.

— Allora mandami il cuciniere, onde ci prepari degli altri pesci, così potrai assaggiarne anche tu in nostra compagnia. —

L'ufficiale aggrottò la fronte e fece un gesto sdegnoso.

— Io, con voi! — esclamò.

— Ehi, quell'uomo, — disse Tabriz, — ora sappi che questo signore, che ha fatto colazione con me, è il nipote d'uno dei più famosi _beg_ della steppa dei Sarti. Giù il cappello!...

— Voi non siete altro che banditi, ricercati dal mio signore, — rispose l'ufficiale. — Arrendetevi o vi faccio a pezzi... —

Non potè terminare la frase. Tabriz, preso da un'impeto di furore, aveva alzata la sedia e gliel'aveva scaraventata addosso con tale impeto da farlo stramazzare al suolo più morto che vivo.

Gli uomini che lo accompagnavano si erano subito gettati avanti coi _kangiarri_ e cogli _jatagan_ in mano, cercando d'irrompere nella stanza e di precipitarsi addosso ai due turchestani.

Hossein che li teneva d'occhio, con una mossa fulminea aveva sollevato la tavola e l'aveva scaraventata attraverso la porta, sbarrando loro il passo.

— Addosso coi _kangiarri_, Tabriz! — gridò poi.

I sei usbechi, arrestati di colpo e spaventati anche dalla statura imponente di Tabriz, avevano dato indietro, scaricando due o tre colpi di pistola a casaccio.

Vedendo poi roteare in alto i due kangiarri dei turchestani, ritennero più opportuno alzare i tacchi e scapparsene, senza occuparsi del disgraziato ufficiale che era rimasto svenuto dinanzi alla porta.

— Siamo stati traditi! — gridò Tabriz, che pareva in preda ad un terribile accesso di collera. — Il _loutis_ ci ha venduti!...

— Sì, il miserabile! — rispose Hossein.

— Gli strapperò il cuore!

— Ed io gli taglierò la testa!...

— Canaglia!...

— Birbante!...

— Ah!... C'è l'ufficiale!

— Buona presa, Tabriz!

— E buon ostaggio!... Vieni con me, mio caro. —

Allungò le braccia al di là della tavola, abbrancò il disgraziato per la giubba e lo alzò come se fosse un fantoccio.

— Ecco di che rinforzare la nostra barricata, — disse. — Vedremo se gli usbeki oseranno fucilarlo.

— Non migliorerà di molto la nostra situazione, Tabriz, — disse Hossein. — Come potremo resistere noi, che abbiamo le pistole scariche?

— E queste, signore? — disse il gigante, levando le due a doppia canna, che portava alla cintura il prigioniero.

— Quattro palle valgono ancora qualche cosa, quando si sanno mandare all'indirizzo giusto.

Vengano!... Ah!.... I birbanti!...

E quel cane di _loutis_ diceva che questo era un villaggio di pescatori!... Non morrò contento se non gli mangerò il cervello per lo meno. —

Due dozzine di usbeki erano comparsi a breve distanza dalla casupola, armati non solo di pistole e di armi bianche, bensì anche di moschettoni.

Li guidava un uomo piuttosto attempato, d'aspetto imponente, che portava sul capo il turbante verde, il distintivo degli uomini che hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca e che perciò hanno il diritto di essere considerati come una specie di santoni.

— Chi sarà quel brutto muso? — si chiese Tabriz, che lo spiava attraverso il vano lasciato fra la sommità della tavola e la volta della porta. — Non sarà il tuo turbante verde che ti salverà dalle palle della pistola di questo imbecille.

Padrone, sei pronto? Qui si tratta di difendere la pelle e la nostra libertà.

— Li aspetto, — rispose semplicemente Hossein, che si era inginocchiato dietro alla tavola.

Cerchiamo di dare una buona lezione a questi furfanti. —

CAPITOLO X.

L'assedio.

Gli usbeki che, dal primo ricevimento avuto, avevano compreso di aver da fare con due, pronti a qualunque sbaraglio e ben decisi a difendere la loro vita, giunti a cinquanta passi dalla catapecchia, si erano fermati per consigliarsi sul miglior mezzo di marciare all'attacco.

Temendo di ricevere qualche scarica, si erano stesi al suolo, dietro una macchia di cespugli, forse coll'intenzione di aprire il fuoco, tenendosi dietro quel riparo che, se non li copriva dalle palle, per lo meno li nascondeva.

— Uhm! — disse Tabriz, che li spiava. — Non mi sembrano molto coraggiosi i soldati dell'Emiro.

Con due dozzine d'uomini, a quest'ora avrei dato l'assalto anche al ridotto.

— La partita non è ancora cominciata, — rispose Hossein, che non condivideva l'ottimismo del gigante. — Tu hai dimenticato che sul ridotto vi sono dei falconetti e che questa catapecchia ha le muraglie di fango. —

In quell'istante un colpo di fucile partì dietro il cespuglio, ed una palla si piantò profondamente nella tavola che serviva da barricata.

Tabriz fece un salto, riparandosi dietro lo stipite della porta.

— Pare che si siano finalmente decisi, — disse, sorridendo. — Sono di una prudenza che rasenta quella dei conigli.

— Non esporti, Tabriz.

— Lascerò a loro sprecare le munizioni, signore. Ci tengo anch'io a non farmi crivellare, almeno fino al giorno che ti avrò vendicato.

— Taci! — disse Hossein con voce sorda.

— Sì, è meglio lasciar parlare gli archibugi e le pistole, per ora. —

Una scarica tenne dietro alle sue parole. Le palle si piantarono nelle pareti di fango e nella tavola e alcune perfino sul soffitto.

— Padrone, — disse ad un tratto il gigante. — Non spaventarti se io griderò, anzi farai meglio ad imitarmi.

— Perchè?

— Lascia fare a me. La mia idea mi sembra buona. —

Una seconda scarica rintronò, avvolgendo il cespuglio d'una nuvola di fumo.

Tabriz aveva mandato un urlo, come d'un uomo colpito a morte.

— Grida anche tu, padrone, — disse poi subito. — Forte!... Forte!... —

Quantunque Hossein non riuscisse a comprendere il piano del gigante, aveva mandato a sua volta un lungo urlo.

— Ed ora silenzio, — aveva sussurato Tabriz. — Fingiamo di essere morti. —

Gli usbeki, che avevano udite quelle due grida, si erano prontamente alzati coi moschettoni ancor fumanti, guardando la casupola.

Stettero qualche minuto immobili, poi, non udendo alcun rumore, nè vedendo ricomparire i due assediati, fecero alcuni passi innanzi, incoraggiati dai sagrati del capo.

Gli usbeki, credendo che gli assediati fossero stati veramente uccisi dalla seconda scarica, si erano fatti animo e s'avanzavano, lentamente però, cercando di scoprire, dietro la tavola che ostruiva la porta, i due cadaveri.

Erano tanto sicuri di trovarli morti o agonizzanti, che non avevano nemmeno presa la precauzione di ricaricare i loro moschettoni.

— Attento, padrone, — sussurrò Tabriz che si teneva sempre nascosto dietro lo stipite della porta. — Salta la tavola e piomba su quei furfanti.

— Ho il _kangiarro_ ben saldo in mano.

Il capo degli usbeki, che era dinanzi a tutti e che impugnava una specie di scimitarra assai ricurva e dalla lama larghissima, giunto a quattro o cinque passi dalla porta si fermò, gridando:

— Vi arrendete? —

Nessuno rispose.

— Sono proprio morti, — disse poi, volgendosi verso i suoi uomini. — Non mi aspettavo che tiraste così bene. —

I ventiquattro uomini si fecero coraggiosamente innanzi per rimuovere la tavola, quando d'un tratto videro il gigantesco Tabriz e Hossein varcarla con un solo salto e piombare in mezzo a loro.

— _Uran!... Uran!_... —

Il terribile grido degli scorridori della steppa turchestana lanciato dai due assediati, fu accompagnato da due colpi di _kangiarro_ che fecero stramazzare a terra due usbeki colle gole squarciate.

— Sotto, padrone! — urlò Tabriz, che menava disperatamente le mani.

— Cacciamo questi poltroni. —

Quell'attacco fulmineo e soprattutto la vista di quel colosso, sconcertò gli assedianti. Spararono appena qualche colpo di pistola, poi volsero i tacchi come lepri. Anche il loro comandante, che era sfuggito per un vero miracolo ad un colpo di kangiarro, vibratogli da Hossein, se l'era data a gambe non meno velocemente degli altri.

— Credo che per ora ne abbiano abbastanza, — disse Tabriz, rifugiandosi prontamente entro la catapecchia. — Guardati dalle palle, signore.

Ci tempesteranno di certo.

— Finchè adopreranno i fucili non avremo molto da temere, — rispose Hossein, che si era coricato dietro la parete. — Il mio timore è che si servano dei falconetti che abbiamo veduto sul ridotto.

— Pare che per ora non ci abbiano pensato, signore. La faccenda si guasterebbe troppo presto, non potendo queste muraglie resistere a simili tiri.

— Che cosa fanno dunque quei poltroni?

— Ci spiano, signore, e tengono un secondo consiglio. Pare che piaccia più ai bukari parlare che menare le mani.

To'!... M'ingannavo: ecco che si preparano a consumare un po' di polvere dell'Emiro. —

Sette od otto colpi di fucile vennero sparati dietro al cespuglio, producendo molto baccano e molto fumo, ma niente di più perchè le palle di quei vecchi moschettoni non riuscivano ad attraversare le muraglie di fango, anzi nemmeno la tavola che aveva uno spessore non comune.

— Avanti!... Musica!... — disse Tabriz che pareva si divertisse immensamente. — Ci vuol ben altro che le vostre palle, stupidi!... Bisogna venirci a scovare col _kangiarro_ in pugno, miei cari, e... —

Si era interrotto bruscamente ed aveva spiccato un salto verso la tavola senza prendersi alcun pensiero delle palle che continuavano a fioccare con un lungo mugolìo.

— Tabriz, che cosa fai? — gridò Hossein.

— Il miserabile!...

— Chi?...

— Il _loutis_.

— Con gli usbeki?...

— Sì, padrone.... Canaglia, si è nascosto, ma lo terrò d'occhio!... È necessario che l'uccida!...

— Via di lì, Tabriz!...

— Hai ragione, padrone. Sono uno stupido a espormi così... un po' più basso e la mia testa scoppiava. —

Una palla aveva attraversato il suo cappello portandoglielo via dal capo.

— Hai veduto, Tabriz? —

Gli spari si succedevano senza tregua. I bukari facevano grande spreco di munizioni, senza ottenere alcun successo, poichè i due assediati si guardavano bene dal mostrarsi.

La fucilata durò una buona mezz'ora, poi parve che gli assedianti si fossero finalmente accorti dell'inutilità dei loro tiri, poichè il fuoco bruscamente cessò.

— Tabriz, — disse Hossein, — che vengano all'attacco?

— Mi pare che non ne abbiano l'intenzione, almeno pel momento, — rispose il gigante, che li spiava per una fessura lasciata fra la tavola e lo stipite della porta.

— Che ci cannoneggino?

— Eh, non lo so, mio signore, tuttavia non sono molto tranquillo.

— Io vorrei sapere come finirà quest'avventura.

— Li vedi ancora?

— No, sono tutti scomparsi, signore.

— Saranno andati a far colazione.

— E noi?

— Cerchiamo: quel maledetto taverniere avrà qualche cosa da porci sotto i denti.

Guarda i bukari tu, signore, mentre io frugo. —

Nella stanza non vi erano che alcune casse addossate alle pareti ed un vecchio cofano tarlato su cui trovavasi un pagliericcio che doveva servire da letto al proprietario della casupola.

Tabriz aprì le une e l'altro e fu tanto fortunato da trovare una mezza dozzina di gallette di maiz, nonchè una terrina di pesci già cucinati e conservati nel grasso di cammello.

— E vi è anche lì in quell'angolo un fiasco di _kumis_, — disse il brav'uomo, fregandosi le mani. — Per un paio di giorni i viveri sono assicurati ed in quarant'otto ore possono succedere molte cose.

Padrone, si degnano mostrarsi?

— Non vedo nessuno, Tabriz, — rispose Hossein. — Si direbbe che hanno abbandanato il villaggio.

Che se ne siano proprio andati? —

Il gigante non rispose. Il giovane, non ottenendo risposta, si volse e vide Tabriz curvo verso una delle quattro pareti, che rimuoveva una tavola di quercia che era incastrata nel fango.

— Che cosa cerchi? — chiese Hossein.

— Dietro questa tavola vi deve essere qualche cosa, — rispose il gigante. — Resiste!... Eh cederà alle mie braccia!... —

Con uno sforzo la strappò mettendo allo scoperto un'apertura che aveva non meno di un mezzo metro di circonferenza, che pareva mettesse in qualche caverna sotterranea o per lo meno in qualche cantina.

— To'! — esclamò.

— Signore, mettiti a guardia della porta: io parto in ispezione.

— Per dove?

— Lo saprai presto.

Il gigante scivolò attraverso l'apertura e scomparve.

Hossein si era subito ricollocato dietro alla tavola che serviva di barricata, senza però riuscire a scorgere nessun usbeko.

Erano occupati gli assedianti a studiare qualche nuovo mezzo per far capitolare gli assediati o, disperando di riuscire nel loro intento, avevano preso il largo sulle loro barche? A dire il vero Hossein non prestava molta fede alla loro scomparsa, essendo in buon numero e potendo reclamare per di più l'aiuto dei pastori, pure loro sudditi dell'Emiro.

Il giovane era a questo punto delle sue riflessioni, quando un getto di fumo irruppe bruscamente attraverso la porta, costringendolo a dare indietro.

Qualcuno doveva aver gettato qualche fastello di legna accesa alla base della parete, coll'evidente intenzione di allontanare i due assediati.

— Altro che scappati! mormorò Hossein.

Un colpo di tosse gl'impedì di parlare. Un altro getto di fumo era entrato, proveniente dall'altra parete ed era quello così acre, così puzzolente, da obbligare il giovane a fare altri due passi indietro.

— L'_alfek_ — esclamò. — L'erba puzzolente degli stagni amari!.. Ora ci affumicheranno per bene e non so se potremo resistere a lungo.

— Per tutti i diavoli dell'universo! — gridò in quel momento una voce dietro di lui, interrotta da due colpi di tosse. Giungo in buon punto.

— Tabriz!...

— Eccomi, signore.

— Stanno per prenderci. Il vento soffia dinanzi a noi e fra poco la camera sarà piena.

— Non siamo presi affatto, signore. Seguimi subito, prima che s'accorgano della nostra fuga dobbiamo essere lontani. Ah!... Ah!... Che bel giuoco! —

Se il gigante rideva, voleva significare che le cose non andavano così male come credeva Hossein.

Questi senza perdere tempo in chiedere spiegazioni, si era slanciato dietro al fedele servo che si era nel frattempo riempito le tasche di gallette e anche di pesci, poco badando se si ungeva di grasso di cammello.

— Attàccati alla mia zimarra, padrone — gridò Tabriz. — Tu non hai gli occhi dei gatti.

— E dove mi conduci?...

— Non occupartene pel momento. Corri sempre dietro di me, o quel fumo puzzolente ci raggiungerà e cadremo a mezza via. —

Il gigante camminava in fretta, colle braccia allargate, per toccare le due pareti del passaggio e pareva proprio che ci vedesse, perchè non esitava un solo istante a spingersi innanzi.

Hossein invece non riusciva a scorgere assolutamente nulla, non filtrando il menomo raggio di luce in quel corridoio tenebroso.

Dapprima scesero, poi, dopo aver percorso un centinaio di metri, cominciarono a salire, senza però che l'oscurità si dileguasse.

— Ci siamo, — disse ad un tratto il gigante. — Ecco l'aria fresca del colle che giunge.

Ancora quindici o venti passi ed i falconetti lavoreranno.

— I falconetti!... Sei diventato pazzo, Tabriz.

— Oh! Vedrai padrone, come li prenderemo alle spalle! Voglio affogarli tutti nel fiume, compreso il _loutis_.

Alt!... Ecco la porta! —

Tabriz si era fermato di colpo.

Le sue mani scorsero su una superficie metallica, poi, trovata la maniglia, spinse con forza.

Tosto un fascio di luce illuminò il corridoio.

— Una porta di ferro? chiese Hossein sottovoce.

— Sì mio signore.

— Dove mette?

— Non saresti capace d'indovinarlo.

— Non farmi perdere la pazienza.

— Vieni. —

Attraversarono la porta e si trovarono in una specie di magazzino che era ingombro di casse e di botti e che riceveva la luce da due strette feritoie.

— Dove siamo dunque? — ripetè Hossein, impazientito.