Le Aquile della Steppa: Romanzo

Part 15

Chapter 153,663 wordsPublic domain

— Tu schiacci dei gatti, Tabriz. Ricordati che Maometto ha proibito di ucciderli. —

CAPITOLO V.

L'oasi.

Il gigante che era caduto lungo disteso, un po' piccato da quello scoppio di risa e da quelle parole ironiche, si era prontamente alzato bestemmiando e ben deciso di fare a pezzi gli animali prediletti del Profeta, quantunque non credesse affatto che fossero tali.

— To'!.... To'! — esclamò ad un tratto, levando in aria il suo _kangiarro_. — Ah!.... Tu, mio signore, li chiami gatti, questi?

Guardati.... La madre può essere vicina. —

Due animali, non più grossi di due gatti comuni, dal pelame giallognolo, cosparso di macchie leggermente nerastre, giocherellavano in mezzo agli astragalli, senza darsi alcun pensiero dei due turchestani.

— Tu dunque, Tabriz, avresti paura di queste due bestiuole? — chiese Hossein, vedendo il gigante girare intorno gli sguardi.

— Due delle mie dita sono già troppo per strangolarli, — rispose il gigante. — È della loro madre e del loro padre che io ho paura, signore.

— Che animali sono dunque codesti?

— Oncie.

Una specie di pantere, piuttosto rare a dire il vero.

— Pericolose?

— Non meno delle pantere, quantunque siano un po' più piccole.

— Vuoi uccidere questi piccoli?

— Non irritiamo i loro genitori, signore. Dissetiamoci, giacchè qui odo scorrere dell'acqua e poi prendiamo il largo e andiamo ad accamparci sul margine dell'oasi. —

Con una mano levò le foglie secche che coprivano il suolo e mise allo scoperto un rivoletto d'acqua, che scorreva quasi interamente nascosto.

— A te, padrone, mentre io ti faccio la guardia, — disse.

Il giovane, che si sentiva morire di sete, si gettò a terra mettendosi a bere avidamente. Stava per alzarsi, quando udì Tabriz a gridare:

— Le armi, padrone! —

Hossein d'un balzo fu in piedi, colle pistole puntate.

— Che cosa c'è? — chiese.

— Sono i genitori che tornano!... Fuggiamo!... —

Si slanciarono fuori dalla macchia d'astragalli, dirigendosi frettolosamente verso il margine dell'oasi, dove contavano, in caso di pericolo, di mettersi in salvo su qualche alto albero, avendone scorti alcuni in quella direzione.

Se avessero avuto dei buoni archibugi, avrebbero indubbiamente fatto fronte alla belva o alle belve, non essendo improbabile che oltre alla femmina vi fosse anche il maschio.

Non possedendo che delle vecchie pistole, di portata limitatissima e di scatto malsicuro, non avevano osato soffermarsi, specialmente in mezzo a quella folta macchia, dove potevano correre il pericolo di venire assaliti di sorpresa e da due parti.

Giunti sotto un grosso melogranato selvatico, Tabriz e Hossein si erano fermati guardando attentamente sotto le piante e tendendo gli orecchi.

— Che ti sia ingannato Tabriz? — disse Hossein, dopo qualche minuto di attesa, non vedendo comparire alcun animale sotto gli alberi.

— No, signore, ho udito i cespugli a muoversi e giurerei anche di aver veduto, fra le foglie, a brillare due occhi ardenti.

— Sono dunque così pericolosi quegli animali, per far battere in ritirata un uomo come te?

— Valgono le pantere e...

— Taci!...

— Un ramo che si è spezzato, è vero?

— No, un fruscìo come se qualcuno cercasse d'aprirsi il passo fra gli astragalli.

— Saliamo su quest'albero, signore. Saremo più sicuri che a terra. —

Il gigante prese Hossein e lo alzò lungo il tronco del melogranato fino al ramo più basso, a cui il giovane si aggrappò mettendosi lestamente a cavalcioni.

Il gigante che poteva abbracciare la pianta, si mise ad arrampicarsi, facendo sforzi prodigiosi per far presto.

Stava per toccare il ramo, quando udì Hossein a gridare:

Eccoli!... Presto, Tabriz! —

Due animali, che avevano la taglia delle pantere, si erano slanciati fuori degli astragalli con un balzo immenso, poi si erano precipitati verso l'albero, mandando un ruggito sommesso, d'un timbro ben diverso da quello del leone.

In un lampo furono sotto al melogranato ed il più grosso, il maschio senza dubbio, con un slancio straordinario afferrò Tabriz per una gamba, tentando di tirarlo giù.

Fortunatamente il gigante aveva gli stivali dalla pelle resistentissima e possedeva un sangue freddo ammirabile.

Allungò lestamente una mano verso il ramo ed in due tempi vi si issò sopra, mentre la belva, delusa, si lasciava ricadere a terra.

— Un momento di ritardo e mi tirava giù, — disse Tabriz, che si era messo a cavalcioni del ramo, dietro a Hossein.

— Le accomoderemo ora noi perbene, mio bravo Tabriz. I tuoi stivali sono in buono stato?

— Sono di pelle di cammello e non cedono facilmente.

— Cerchiamo di fare un buon doppio colpo.

— E di non mancarlo soprattutto, signore. Non abbiamo che otto palle fra tutti e due a nostra disposizione e dei cattivi incontri possiamo farne ancora.

Abbiamo commessa una grave imprudenza a non prendere a quei due usbeki le loro munizioni! —

Le due belve, mancato il primo attacco, si erano messe a girare e rigirare intorno alla pianta, senza osare di salire, ciò che sarebbe stato per loro facile, essendo gli once abilissimi arrampicatori.

Erano due bellissime bestie, grosse quanto una pantera nera di Giava, dal pelame pallido, cosparso di grandi macchie nere, un po' irregolari, e di anelli rotondi un po' oscuri ed una coda lunga, somigliante a quella delle pantere africane.

Pur girando, non staccavano i loro occhi dai due turchestani, saettando su di loro lampi verdastri e fosforescenti.

— Che siano affamati o irritati perchè abbiamo scoperto il loro covo? — si chiese Hossein.

— Forse l'uno e l'altro, — rispose Tabriz. — Signore, affrettiamoci a sbarazzarci di questi importuni.

— Proviamo queste pistolacce, dunque, benchè non valgano le nostre, — disse Hossein.

— A me il maschio che è il più grosso, e a te la femmina, — aggiunse poi.

S'accomodarono meglio che poterono sul ramo, mirarono attentamente le due bestie che si erano fermate a pochi passi dall'albero, come se studiassero il modo di spingere vigorosamente l'assalto e fecero fuoco quasi contemporaneamente, scaricando due colpi ciascuno.

Quando il fumo si dileguò, videro contorcersi a terra la femmina; il maschio invece, spaventato dalle detonazioni, scappava, spiccando salti di cinque o sei metri.

— Che l'abbia mancato? — si chiese Hossein.

— Cattiva polvere, signore, — rispose Tabriz. — Non so per quale miracolo sia riuscito a me di buttare a terra la femmina.

— Mi spiace di non aver abbattuto il maschio.

— Forse tu l'hai ferito, padrone.

— Avrei desiderato vederlo cadere; più tardi può tornare.

— E lo riceveremo con un'altra scarica, signore.

— Allora scendiamo e teniamo d'occhio il maschio. —

Hossein si penzolò dal ramo e si lasciò cadere a terra. Il gigante, che temeva la ricomparsa del maschio, fu pronto a imitarlo.

— Ecco un bell'arrosto, — disse, guardando la femmina.

— Che puzzerà di selvatico, — rispose Hossein.

— Se mangiamo le gazzelle e gli onagri, possiamo piantare i denti anche su questa bestia, purchè il maschio non venga a protestare.

— Hai un bell'appetito tu, Tabriz?

— Più sete che fame, signore. Ho la gola arsa.

— L'acqua non è lontana...

— E i piccini, signore.

— Fuori il _kangiarro_.

— Sono pronto a spaccare il muso all'once, — disse il gigante, sfoderando l'arma. — Se viene avrà il suo conto. —

Respinsero coi piedi il cadavere della belva e s'inoltrarono risolutamente verso la macchia d'astragalli, in mezzo alla quale scorreva il rivoletto d'acqua che in nessuna altra parte dell'oasi avevano trovato.

Il maschio pareva che fosse scomparso, giacchè in mezzo al verde cupo del fogliame non si scorgeva il suo mantello biancastro. Tuttavia i due turchestani procedevano con precauzione, tenendo le pistole pronte ed i _kangiarri_ snudati, ben decisi a consumare le ultime quattro cariche in caso di pericolo.

Non vedendo l'once, entrarono nella macchia e giunsero là dove i due piccini, abbandonati a sè stessi, stavano giuocando fra di loro, mordendosi a sangue.

— Ecco l'arrosto, — disse Tabriz, dopo d'aver dato un rapido sguardo all'intorno.

Due strette poderose bastarono per strozzare i due piccini.

Sollevò poi colle mani le foglie che coprivano il suolo e si mise a bere a larghi sorsi, mentre il nipote del _beg_ vegliava.

Stava per alzarsi, quando un'ombra gigantesca lo attraversò, piombando, con uno slancio terribile, addosso ad Hossein e atterrandolo, prima che avesse avuto il tempo di puntare la pistola o d'alzare il _kangiarro_.

— A me, Tabriz! — Aveva urlato il giovane.

— Ah!... Brutta bestia! — urlò.

L'once non era che a tre passi.

Tabriz, con un solo salto, superò la distanza, afferrò la bestia per la coda e la trasse a se con vigore sovrumano, facendole fare un mezzo giro.

L'once, che forse non s'aspettava quell'attacco brutale, si volse ringhiando e mostrando i denti.

Ma già Tabriz aveva abbandonata la coda per impugnare il _kangiarro_.

La lama scintillò un momento in aria, poi cadde fischiando.

— Ecco il tuo conto! — urlò Tabriz.

La testa dell'once completamente staccata, cadde a terra.

— Bel colpo! — esclamò Hossein. — Tu taglieresti la testa anche ad un toro.

— Si fa ciò che si può, signore, — rispose il gigante, pulendo la lama sul corpo della belva. — Il braccio è solido; su ciò non ho alcun dubbio.

Presero i due piccoli once e tornarono verso il margine dell'oasi, dove fecero raccolta di rami secchi.

Tabriz, che aveva conservato l'acciarino e l'esca, accese il fuoco, levò la pelle ai due once e, dopo d'averli infilati in un bastone, li mise sui tizzoni ardenti, girandoli di quando in quando, ma anche brontolando:

— Se avessimo almeno una pipa e del buon _tomak_! Che colazione squisita!... Ah!... già, ci vorrebbe anche una sorsata di _kumis_, ma dove trovare delle cammelle in questa maledetta steppa? È proprio la steppa della fame! —

Mentre sorvegliava l'arrosto, Hossein, col capo appoggiato al tronco d'un albero, pareva si fosse immerso in profondi pensieri.

Il suo sguardo fissava distrattamente la fiamma che arrostiva i due once. Pensava probabilmente a Talmà e all'infame tradimento di suo cugino.

— Padrone, — disse ad un tratto Tabriz. — Il piatto forte è pronto. Peccato che non ci sia qualche focaccia di maiz e un po' di tabacco. —

Levò i due gatti, come li chiamava e li mise su un mazzo di foglie di melogranato, spaccandoli con due colpi di _kangiarro_.

— Se saranno un po' coriacei, — disse, — non sarà colpa mia.

Pianta i denti, signore. Abbiamo ben diritto di mangiate anche noi. —

I due once non tardarono a scomparire, specialmente nel ventre di Tabriz, poi i due fuggiaschi, sicuri di non venire disturbati, credendo che l'oasi non servisse di rifugio ad alcun animale feroce, si gettarono sotto l'ombra d'un grosso platano, cercando di dormire.

Quanto durò il loro sonno?

Certo non lo seppero mai.

Un grugnito rauco, che non doveva promettere nulla di buono, svegliò ad un tratto Tabriz, il quale stava sognando la verdeggiante steppa dei Sarti.

— Padrone!... — gridò, — ti senti male?... —

Un secondo grugnito, più forte del primo e due gambe che gli compressero improvvisamente il petto, lo decisero ad alzarsi.

Una massa oscura, indecisa, gli stava sopra, cercando di afferrarlo.

— Signore! — urlò. — Gli usbeki dell'Emiro!... All'armi! —

Hossein, che dormiva quasi con un solo occhio, era balzato in piedi.

L'oscurità, resa più cupa dall'ombra proiettata dall'albero, era però così profonda che dapprima nulla distinse.

— Tabriz! — gridò.

— L'ho preso!...

— Chi?...

— Ah!... cane!... Sono abbastanza forte!...

— Tabriz!...

— Lo getto giù.

— Chi?...

— Lottare con me!... Stupido!... Ed ora ti farò a pezzi! —

Un urlo feroce, che fece gelare il sangue a Hossein, echeggiò fra le tenebre, seguito tosto da una bestemmia.

— Bestia maledetta! Mordi?..

A te!... Prendi questo!... E questo ancora! Ne hai abbastanza?...

— Tabriz!...

— Aspetta che lo finisca, signore. Un colpo ancora? Prendi dunque, brutta bestia!... —

Un ringhio furioso seguì quelle parole, accompagnato da una specie di tonfo.

— È caduto! — urlò Tabriz. — Era tempo!... Che razza di bestia sarà questa? Voleva lottare con me!... Le costole le ho dure io e anche le braccia sono solide!

— Che cos'hai ucciso, Tabriz? — chiese Hossein che aveva armata la pistola.

— Non lo so davvero, signore. Accendi qualche legno, giacchè vi è ancora qualche brace. —

Hossein prese un ramo che stava per consumarsi, frugò fra i carboni non ancora spenti e quando lo ebbe acceso l'alzò, sviluppando una fiamma abbastanza luminosa.

— Tabriz, — esclamò, — questo è un orso!...

— Me n'ero accorto io, — rispose il gigante. — Voleva impegnare una vera lotta con me!... Mi aveva afferrato così strettamente che lo credetti un usbeko. Il pelame lo ha tradito.

— E tu credevi che quest'oasi fosse deserta!...

— Pare invece, signore, che sia un serraglio.

— Due once ed un orso!...

— Vediamo bene, Tabriz.

— Accosta il tizzone, signore. —

CAPITOLO VI.

Il “Loutis.„

Non si erano ingannati: l'animale che aveva cercato di sorprenderli nel sonno, era veramente un orso d'una razza speciale, che non si trova che sul continente asiatico e specialmente fra la grande catena che, dipartendosi dall'India, si spinge verso l'Afganistan e la Tartaria in lunghe direzioni.

Infatti non aveva il corpo massiccio degli orsi neri e bruni: era invece di forme svelte, col muso molto aguzzo, le orecchie rotonde e grandi, col pelame nerastro, a striature bianche sul petto e con una specie di criniera sul collo.

Quel bestione che doveva pesar non meno di duecento chilogrammi, avrebbe potuto vincere facilmente un uomo, che non avesse posseduto la forza straordinaria di Tabriz e soffocarlo con una stretta poderosa, essendo tutti robustissimi e anche coraggiosissimi.

Il _kangiarro_ del gigante, manovrato da quel braccio d'atleta, aveva aperte tre spaventose ferite sul corpo della belva, dalle quali il sangue usciva a torrenti.

— Gli ho spaccata la spina dorsale, — disse Tabriz, che non sembrava affatto impressionato. — Se i bukari e gli usbeki hanno delle pessime pistole, sanno affilare a meraviglia i loro _kangiarri_.

— Come mai questo animale, che abita ordinariamente le montagne, si trova qui? — chiese Hossein che lo guardava con vivo interesse.

— È quello che mi domandavo anch'io — rispose Tabriz. — Deve essere disceso dal Kasret-Sultan, spinto forse dalla fame.

— Tu le conosci queste bestie?

— Ne ho cacciate parecchie durante la mia gioventù, signore.

— Pericolose, è vero?

— Si rivoltano contro i cacciatori e sono il terrore degli allevatori di cavalli, signore. Quantunque siano amanti del miele e delle frutta, non disprezzano la carne quando l'hanno assaggiata.

Sanno però ricompensare le loro vittime.

— In quale modo, Tabriz?

— Procurando agli allevatori di cavalli degli arrosti squisiti. La carne di queste bestie vince quella dei più grassi montoni e me ne dirai qualche cosa fra poco. —

Il gigante così parlando aveva ripreso il _kangiarro_ e con pochi colpi vigorosi, aveva tagliato le gambe deretane dell'animale.

— Signore, scuoia questi due squisiti bocconi, mentre io preparo il forno. Faremo una colazione magnifica. —

Servendosi sempre del _kangiarro_ scavò una buca profonda un paio di piedi e la riempì di rami secchi accumulando gli uni sugli altri.

— Ecco un forno superbo che cucinerà perfettamente gli zamponi di quel gaglioffo che voleva divorarmi.

È necessario ora avvolgerli nelle foglie, onde non si brucino.

— M'insegni a far cucina tu?

— Così Talmà non avrà da lamentarsi di te. Ah!... Stupido che sono! Non doveva rammentartela! —

Hossein si era rialzato lentamente, pallidissimo.

— Perdonami, signore, — disse il gigante.

— Anzi parliamone, — disse Hossein incrociando le braccia. — Metti a cucinare gli zamponi prima.

— È fatto, signore — rispose il gigante sbarazzando rapidamente la buca dai tizzoni mezzi consunti e collocando sulle ceneri calde i due prosciutti dell'orso.

Riempì la buca di terra e vi accese sopra una bracciata di rami onde il calore si conservasse sotto.

— Ed ora padrone? — disse.

— Penso a Talmà! — rispose Hossein. — Che cosa mi consigli di fare?

— Uccidere tuo cugino, signore. — È lui che ha pagato le _Aquile_, ne sono ormai sicuro; è lui che ha tramato tutto, è lui che ha cercato di assassinarci.

Uccidilo senza pietà, senza misericordia!... Se non lo farai tu, giuro sul mio _kangiarro_, che lo farò io!... Parola di Tabriz!

A te sono sfuggiti certi sospetti che avevano colpito me e tuo zio.

— Il _beg_?...

— Sì, anche lui si era accorto indubbiamente di qualche cosa, perchè prima che noi lasciassimo la steppa, mi incaricò di sorvegliare Abei.

— Lui!...

— Sì, lui.

— Vuoi farmi impazzire, Tabriz?

— No, ti apro gli occhi. D'altronde forse che non abbiamo le prove che egli ha tentato di assassinarci? Che per maggior sicurezza ti aveva messo dei documenti compromettenti nella fascia? Che cosa vuoi di più? Da un simile uomo si può anche aspettarsi che fosse d'accordo colle _Aquile_.

— Tabriz, bisogna che l'uccida! — ruggì Hossein.

— Sono del tuo parere, signore.

— Ma di Talmà che cosa sarà successo? — gridò il povero giovane, prendendosi disperatamente la testa fra le mani. — È questo che io vorrei sapere. —

Tabriz stava per aprire le labbra ed esprimere forse qualche terribile sospetto, poi subito le rinchiuse. Certo non osava dire quello che pensava riguardo la sorte di Talmà.

— Dimmi qualche cosa, Tabriz, — disse Hossein.

— Calmati, signore, — rispose finalmente il gigante. — Hai tu dimenticato tuo zio? Quell'uomo non lascerà la tua fidanzata nelle mani dei banditi, dovesse sacrificare metà della sua fortuna per mettere in armi tutti i Sarti della nostra steppa.

— Ed a chi la darà poi se qualcuno spargerà la voce che io sono stato ucciso sotto le mura di Kitab?

— Vorrà ben accertarsene prima, signore. Il _beg_ non si accontenterà di una semplice voce e manderà indubbiamente dei messi fedeli a Kitab per assumere informazioni sulla nostra sorte.

E poi non siamo ora liberi noi?

— Non siamo ancora usciti dalla steppa della fame, Tabriz.

— Bah!... Gli usbeki ci crederanno sepolti sotto le sabbie o portati via da qualche tromba e non perderanno tempo a cercare i nostri cadaveri.

Di costoro non mi preoccupo punto e sono più che certo che ora quei furfanti galoppano verso Bukara. —

Hossein pareva che si fosse tranquillizzato. L'accesso di disperazione che l'aveva colpito poco prima era, se non del tutto, almeno in parte scomparso.

— Può darsi che tu abbia ragione — disse finalmente. — Quanto credi che sia lontano l'Amu-Darja?

— Non potremo raggiungerlo prima di otto giorni, padrone. Non possiamo contare che sulle nostre gambe e pur troppo noi, abituati a vivere quasi sempre sui cavalli, siamo pessimi camminatori.

Cerchiamo di far onore al pasto se vogliamo rimetterci in forza, poi ce ne andremo portando con noi qualche provvista.

— E dell'acqua soprattutto.

— Sì, padrone.

— Che non sapremo dove mettere non avendo noi nessun recipiente.

— L'orso ci offrirà la sua vescica e quella ne conterrà parecchi litri.

Padrone, l'arrosto deve essere cotto a puntino. Dimentica tutto e lavora di denti. —

Colla punta del _kangiarro_ disperse i tizzoni quasi semi-spenti, ammucchiati sopra la buca, scavò il suolo e senza badare all'intenso calore che si sprigionava da quel forno primitivo, levò destramente l'arrosto, il quale esalava un profumo squisito.

— Ecco un boccone che anche l'Emiro di Buckara ci invidierebbe, — mormorò il gigante.

Strappò da un cespuglio alcune larghe foglie e vi depose il zampone, dopo averlo sbarazzato del suo involucro.

— Cottura perfetta, signore, — disse. — Vedi come la pelle è magnificamente screpolata e arrosolata? —

Tagliò l'arrosto in quattro parti e si misero tutti e due a mangiare.

Avevano ingoiati però pochi bocconi, quando una voce gioviale disse dietro di loro:

— Buona sera, signori. Non vi è nulla per un povero _loutis_ che muore di fame e che non ha più la sua scimmia per guadagnarsi da vivere? —

Tabriz e Hossein, colti all'improvviso, balzarono precipitosamente in piedi, impugnando i _kangiarri_.

L'uomo che era sbucato fra le macchie d'astragalli, fece un cenno con ambe le mani, come per dire:

— Da un povero diavolo par mio non avete nulla da temere, signori.

— To'! — esclamò Tabriz dopo d'averlo squadrato attentamente, — io ti ho veduto ancora.

— E anch'io, signore — disse Karaval, poichè era lui.

— Tu facevi parte della carovana che conduceva a Bukara i prigionieri fatti a Kitab, è vero?

— Sì, io la seguivo per divertire colle mie scimmie quei disgraziati e nel medesimo tempo per guadagnare qualche cosa.

— Se non m'inganno avevi un compagno.

— Anche questo è vero, — rispose Karaval.

— Come ti trovi ora qui? — proseguì Tabriz, guardandolo un po' sospettosamente. — Perchè non hai seguita la carovana?

— Nel momento in cui le sabbie precipitavano sull'accampamento degli usbeki, mi sono sentito sollevare in aria e scaraventare non so dove. Una tromba mi avrà preso fra le sue spire e portato via.

— Come siamo stati portati via noi, — disse Hossein.

— Quando rinvenni, mi trovai solo in mezzo alle dune, colle ossa tutte peste. — Mi orizzontai come meglio potei e cercai di riguadagnare l'accampamento, ma non trovai più nè tende, nè usbeki, nè prigionieri, nulla.

— Erano partiti tutti?

— Uhm! ne dubito, mio signore, — rispose il birbante. — Io credo che quei poveri diavoli siano rimasti sotto la sabbia insieme coi cammelli.

— Non sei però certo, — disse Tabriz.

— Là dove si erano accampati non ho veduto altro che una enorme collina sabbiosa. Se avessi avuto qualche istrumento, per tentare qualche scavo, sono sicuro che sotto avrei trovato degli uomini e anche degli animali.

— E poi? Continua.

— Poi mi sono messo subito in marcia per raggiungere quest'oasi, onde non espormi al pericolo di morire di sete.

— Dunque tu conosci questa steppa?

— Vi sono nato, signore, e poi noi, conduttori di scimmie, camminiamo tutto il tempo della nostra vita, sicchè la Tartaria, la Persia, i Kanati e il Belucistan ci diventano presto famigliari.

— Siedi fra noi allora e mangia — disse Hossein. — Abbiamo carne in abbondanza.

— Lo vedo, signore, — rispose Karaval gettando uno sguardo ardente sull'orso che giaceva a pochi passi dal forno.

Tutti e tre si rimisero a lavorare di denti senza aggiungere altra parola. Il birbante divorava avidamente come se non avesse mangiato da quarantott'ore; però, quando non si vedeva osservato, fissava intensamente ora il gigante ed ora il nipote del _beg_ e un fugace sorriso malizioso gli spuntava sulle sottili labbra.

Il furfante doveva essere ben contento di aver ritrovati i fuggiaschi!

Terminato il pasto, inaffiato da una lunga sorsata d'acqua, non avendo nemmeno il mostratore di scimmie un sorso di _kumis_, i tre uomini s'accordarono, prima di lasciare l'oasi, di cucinare un altro pezzo d'orso e di preparare un otre per non esporsi al pericolo di morire di sete durante il viaggio nella steppa.

Quei preparativi però richiesero parecchie ore e non fu che verso il tramonto che i tre uomini lasciarono il rifugio, incamminandosi nella direzione opposta, che avrebbe dovuto tenere la carovana.

Tabriz, sempre sospettoso, non aveva prestata intera fiducia alle affermazioni del mostratore di scimmie.

La steppa sabbiosa, dopo un uragano, cambia sovente aspetto e non è facile riconoscere un luogo che prima era ben noto, accumulandosi le dune in modo straordinario e cambiando totalmente forma, altezza e direzione.

La regione che percorrevano era tutta coperta di tepè, cioè di monticelli composti, più che di sabbia, di terra finissima, disposta a strati orizzontali pieni di avanzi di animali. Nessun essere vivente animava quella terribile steppa della fame, nessuna erba o cespuglio la rallegrava.

Le lepri e le gazzelle che sono così comuni nelle altre steppe e anche le piccole e deliziose ottarde, mancavano assolutamente.