Le Aquile della Steppa: Romanzo

Part 13

Chapter 133,658 wordsPublic domain

Poi, volgendosi verso Tabriz, aggiunse:

— Tu fra un paio di giorni potrai alzarti. Hai una fibra meravigliosa, mio caro. —

Poi, senza attendere la risposta del gigante, passò oltre, visitando rapidamente gli altri ammalati.

Era appena uscito quando due cosacchi, armati di fucile, andarono a collocarsi presso i due letti occupati da Hossein e da Tabriz.

— Ecco le nostre guardie, — disse il gigante, che era ridiventato inquietissimo.

— Silenzio, — disse uno dei due soldati con un tono da non ammettere replica. — Abbiamo l'ordine d'impedirvi di parlare.

— Di parlare! — ripetè l'altro come un'eco fedele.

Tabriz rispose con una specie di grugnito e si cacciò sotto le coperte mentre Hossein faceva altrettanto.

Sei giorni trascorsero, durante i quali i due cosacchi vigilarono costantemente per turno sui due feriti. Tabriz era già guarito, ma non aveva potuto avere il permesso di mettere i piedi fuori dalla tenda-ospedale, nè di poter scambiare una parola col suo giovane padrone.

La sorveglianza era diventata così stretta attorno al gigante da non poter fare un passo.

— Capitano, — disse il sesto giorno Hossein, vedendo entrare il russo, — mi pare che sia tempo di lasciare il letto.

La ferita si rimargina rapidamente ed il riposo non è fatto per gli uomini della steppa.

— Fate pure — rispose il russo, voltandogli le spalle.

Tabriz era accorso per aiutare il suo padrone a vestirsi, ma il cosacco, che lo seguiva come la sua ombra, fu lesto a fermarlo, dicendogli:

— Siete prigioniero. —

Il gigante inarcò le braccia e strinse le pugna, pronto a fulminare il panduro del Don. Uno sguardo imperioso di Hossein lo arrestò, prima che quei possenti muscoli si stendessero.

— Un momento di ritardo e tu eri morto, — disse, digrignando i denti. — Che cosa si vuole da me?

Un drappello di soldati era nel frattempo entrato. Tutti avevano le baionette inastate e parevano pronti a farne uso, in caso di resistenza.

— Signore, — disse il gigante, che pareva furibondo. — Devo buttar giù questi imbecilli?

— Non muovere un dito, — rispose Hossein, che aveva finito di vestirsi coll'aiuto di un infermiere. — Vediamo di che cosa ci accusano questi moscoviti.

Un prigioniero di guerra non è un bandito della steppa. —

Il sergente, che li aveva raccolti sul campo di battaglia, aveva assunto il comando del drappello, dicendo ai due turchestani:

— Dovete seguirci: vi consiglio di rimanere tranquilli perchè ho l'ordine di farvi fuoco addosso, in caso di ribellione.

Spero che tutto finirà bene per voi, miei poveri ragazzi!

— E di che cosa ci si accusa? — disse Hossein. — Di aver cercato di lasciare Kitab prima che venisse presa, non desiderando noi immischiarci negli affari di _Diura-bey_ e di _Baba-bey_?

— Ah!.... Io non lo so, signor mio. Andiamo: al maggiore non piacciono i ritardi. —

I cosacchi presero in mezzo Tabriz e Hossein e lasciarono la tenda-ospedale, conducendoli in un'altra più piccola, che si trovava in mezzo ad un giardino, all'ombra di un platano gigantesco e dinanzi alla quale vegliava un soldato del 6º battaglione di linea del Turchestan.

Nell'interno non vi erano che due persone sedute dinanzi a un tavolo.

Uno era un maggiore russo, piuttosto attempato, con una barba rossiccia e già brizzolata ed il petto coperto di decorazioni.

L'altro invece era un bukarino, qualche pezzo grosso dell'Emiro, a giudicarlo dall'ampio turbante verde che gli copriva il capo, dai ricami d'oro che ornavano la sua casacca e dalla ricchezza del suo _kangiarro_ e della sua scimitarra.

Il maggiore, che stava fumando un grosso sigaro, vedendo entrare i due prigionieri, fissò i suoi occhi grigiastri e ancora vivissimi su Hossein.

— Tu sei? — gli chiese, dopo alcuni istanti di silenzio.

— Il nipote del _beg_ Giah Aghà, — rispose il giovane.

— Lo conoscete? — chiese il magiore volgendosi verso il rappresentante dell'Emiro di Bukara.

— Sì, Giah Aghà è uno dei più noti e de' più ricchi _beg_ della steppa occidentale, — rispose il buccaro. — Ha dato anzi molto filo da torcere al mio signore, alcuni anni sono.

— Un pericoloso allora.

— Lo credo.

— Suo nipote non lo sarà meno dunque.

— Certo.

— Correte, a quanto pare, nel giudicare, — disse Hossein ironicamente.

— Nega di aver combattuto contro di noi, se l'osi, — disse il maggiore. — Sei caduto dinanzi al battaglione che io comandava.

— Non dico il contrario, — rispose Hossein, — ma mi preme dirvi, maggiore, che io non volevo misurarmi coi moscoviti, non essendomi mai interessato nè degli affari di _Djura-Beg_, nè di quelli dell'Emiro.

Io fuggiva colla mia scorta onde dare battaglia ad una banda di Aquile, che mi avevano rapita la fidanzata.

— Là!.... Là! — fece il maggiore, con un sorriso beffardo.

— Non sono un ragazzo io per bere simili istorie.

Una vampa d'ira salì in viso al fiero nipote del _beg_, mentre Tabriz faceva come una mossa per slanciarsi sui due uomini e fulminarli con due tremendi pugni.

— Io non ho mai mentito, maggiore, — gridò Hossein. — Non sono un bandito, nè un predone della steppa io!.... Mio padre era un principe!

— Io dico che tu sei venuto qui con un'altra missione e ne ho le prove, — disse il russo.

— Quale missione?

— Di attentare alla vita dell'Emiro di Bukara e anche a quella del maggiore generale Abramow, comandante in capo della spedizione.

— Coloro che vi hanno detto codeste cose, hanno mentito! — gridò Hossein con indignazione.

— E le lettere che ti abbiamo trovate indosso?

— Quali lettere?

— Ah l'infame! — ruggì Tabriz. — L'avevo sospettato!....

— Ah!.... Vedi! — esclamò il maggiore, sogghignando. — Il tuo servo si è tradito e ti ha involontariamente perduto.

— Che cosa volete dire, maggiore? — chiese Hossein smarrito.

— Che quando il capitano medico ti fece spogliare, trovò nascoste nella tua fascia due lettere, le quali ti davano le istruzioni necessarie per compiere il doppio colpo.

— È impossibile.

— Non credi?

— No, è impossibile.

— Ebbene, guarda, — disse il maggiore aprendosi la giubba e levandosi da una tasca interna due fogli. — Riconosci questa calligrafia? —

Hossein vi gettò sopra uno sguardo, poi indietreggiò vivamente, pallido come un cencio lavato, cogli occhi dilatati, mentre un grido straziante gli sfuggiva dalle labbra.

— La calligrafia di mio cugino!.... Ah!.... Il miserabile!.... l'infame!... È lui che mi ha colpito alle spalle per rubarmi Talmà....

— Sì, mio signore, — disse Tabriz, con accento irato. — Io l'ho veduto a far fuoco su di noi ed ora te lo dico.

È tuo cugino che ha tramato tutto.

— Infame!.... Infame! — urlò Hossein.

Il maggiore ed il rappresentante dell'Emiro non sembravano affatto commossi, nè per l'esplosione di dolore del disgraziato Hossein, nè dello scoppio d'ira di Tabriz.

Anzi il primo sussurrò agli orecchi del secondo:

— Come sono abili commedianti questi selvaggi della steppa! —

Poi, volgendosi verso Hossein, che si era lasciato cadere su una sedia, nascondendosi il viso tra le mani, gli chiese ruvidamente:

— Dunque l'hai conosciuta questa calligrafia.

— Sì, è di mio cugino Abei, — rispose il giovane.

— Dov'è codesto tuo cugino?

— È fuggito.

— Dove?

— Che ne so io?

— Sarà colle _Aquile_, mio signore, — disse Tabriz. — E stato lui ad assoldarle, non ho più alcun dubbio.

— Dove si sono rifugiati quei banditi? — chiese il maggiore.

— Sulle montagne, probabilmente, — rispose Tabriz.

— Ed il cugino è con loro?

— Lo suppongo.

— Quello è stato più furbo di voi, — disse il maggiore ironicamente. — Penserà l'Emiro ad andarlo a trovare, se ne avrà tempo. —

Stette un momento silenzioso, poi battè le mani.

Il sergente ed i suoi cosacchi che si erano fermati dinanzi alla tenda, entrarono.

— Conducete questi uomini nella cittadella, — disse loro, — doppia sorveglianza, — aggiunse poi.

— Signore, che cosa volete fare di noi? — chiese Hossein, balzando in piedi.

— Deciderà il rappresentante del Khan, — rispose il russo. — D'altronde la vostra sorte mi pare che sia oramai decisa.

Voi siete due pericolosi che meritereste, per mio conto, un po' di Siberia, in fondo a qualche miniera.

— Dunque voi non credete a quanto vi abbiamo detto?

— Bah!....

— Ci trattate come banditi....

— No, come ribelli dell'Emiro di Bukara.

— Non abbiamo preso parte alla ribellione noi!.... ve lo giuro!....

— Avete fatto fuoco contro di noi e basta.

— Perchè i vostri c'impedivano di andarcene. Siete miserabili che abusate della vostra forza.

— Ehi, giovinotto, non siamo nella steppa qui, ricordatelo e pensa a quello che tu devi dire. Vi è del piombo nei nostri fucili.

— E del buon acciaio, nei nostri _kangiarri_, — rispose fieramente Hossein.

— E dei pugni che accoppano, nelle nostre braccia — aggiunse Tabriz.

— Conduceteli via, — disse il maggiore, volgendosi verso il sergente. — Ne ho abbastanza di costoro.

— Andiamo — disse il cosacco, spingendo fuori Hossein e Tabriz.

Rimasti soli, il maggiore riaccese il sigaro che aveva lasciato spegnere, poi guardando il rappresentante dell'Emiro, che conservava un'impassibilità strabigliante, gli chiese:

— Credete a quanto hanno narrato quei due prigionieri?

— No, — rispose asciuttamente il buccaro.

— Non credete neppure che quel giovane sia un personaggio distinto? Veramente mi ha l'aria di un pezzo grosso della steppa.

— Può darsi che sia un nipote del _beg_ Giah Aghà.

— Un uomo forte quel _beg_?

— Che gode d'una grande autorità nella steppa occidentale, per aver purgato il suo paese dai banditi che lo infestavano e per aver sventato, sia coll'astuzia, sia colle armi, le mire, sia pure ambiziose, del mio signore, che desiderava estendere i suoi domini al di là dell'Amu-Darja.

— Credete che quel giovane volesse proprio attentare alla vita dell'Emiro?

— Non ho alcun dubbio; anzi aggiungerò che io sospetto appartenga alla setta dei babi[8].

— Dei Babi? Chi sono costoro?

— Fanatici che vorrebbero rovesciare tutti gli Emiri e anche lo sciah di Persia, e che hanno già dato molto da fare a quest'ultimo.

Quei furfanti, malgrado abbiano già ricevuto delle tremende lezioni in Persia, a Zindjan specialmente, dove tutti i loro compagni furono passati a fil di spada dalle truppe di Nasser-el Din, si sono infiltrati anche nel nostro kanato.

— Sicchè, cosa volete concludere?

— Che quei due prigionieri devono essere condotti a Bukara, insieme coi ribelli catturati. Tale è l'ordine del mio signore.

— E se non fossero due affiliati alla setta dei Babi?

— Deciderà l'Emiro, — rispose il buccaro, con voce ferma.

— Ricordatevi però che dopo l'interrogatorio, voi dovete riconsegnare a noi tutti i ribelli, e vivi.... ricordatevelo bene, vivi. L'Europa tiene gli occhi su di noi.

— Noi non uccideremo nessun ribelle, ve lo prometto a nome dell'Emiro. Noi rispetteremo i trattati.

— Anche quei due sono vostri, ma, Babi o no, ce li ritornerete. Abbiamo troppe terre disabitate intorno al Caspio, e quella gente non si troverà male laggiù e taglieremo nello stesso tempo le ali ai pretendenti come _Djura-Bey_ e _Baba Bey._

Noi già non lavoriamo sempre per i begli occhi del vostro signore.

Domani adunque i ribelli di Kitab saranno a vostra disposizione e avrete il permesso di trattenerli in Bukara per una settimana, non di più, m'intendete? Io parlo a nome del maggior generale Abramow e del governo del Turchestan.

Ora potete andare. —

CAPITOLO III.

Le spie di Abei.

— Nulla?

— No Karawal.

— Tu vuoi guadagnare i tomani del nipote del _beg_ bevendo caffè e passeggiando per Kitab?

— È impossibile sapere qualche cosa. Seppelliscono alla rinfusa i cadaveri senza badare se siano stati poveri o ricchi.

— Sei uno stupido.

— Allora tu sei stato più fortunato, Karawal.

— Cioè più furbo e più lesto di te, Dinar.

— Morti, è vero?

— Vivi, vivissimi come me e te. I sospetti del nipote del _beg_ erano ben fondati.

— Non era dunque proprio sicuro di averli uccisi?

— Non si sa mai dove va a finire una palla, — sentenziò gravemente Karawal. — Talvolta fulmina e tal'altra invece risparmia.

Fidati ora delle palle! Abei doveva colpirli col _kangiarro_, mio caro: l'acciaio non sbaglia come il piombo.

— E concludi?

— Che Hossein e Tabriz sono vivi come lo siamo noi.

— Ti hanno ingannato.

— Sei uno stupido, Dinar. Li ho veduti io, con questi miei due occhi uscire da una tenda-ospedale, in mezzo ad un gruppo di cosacchi.

— Sicchè sono in mano dei russi!....

— Adagio, mio caro. Ho saputo d'altro.

— Che cosa?

— Che domani verranno condotti a Bukara insieme coi ribelli fatti prigionieri a Kitab.

— E noi?

— Li seguiremo.

— La nostra missione dovrebbe essere finita a questo punto.

— Già, il nipote del _beg_ ci avrebbe promessi cinquecento _tomani_ per fargli solamente sapere se suo cugino e Tabriz erano veramente morti. Se non volevi altro impiccio dovevi seguire Hadgi nella sua ritirata ed accontentarti dei dieci o dodici tomani che ti avrebbe dato per tanto lavoro, come si sono appagati quei due imbecilli che erano in nostra compagnia.

Karawal sa fare i propri affari.

Già, io sono uno stupido, — disse Dinar.

— Un cretino, anzi.

— Come vuoi, non me ne offendo. Io non ho la veste d'un uomo che un giorno diverrà il capo d'una banda di _Aquile_.

— È il mio sogno e, dovessi rinnegare Maometto, lo diverrò, — disse Karawal.

— Dunque dicevi?

— Che noi li seguiremo e che se l'Emiro li risparmia, i nostri _kangiarri_ ripareranno l'errore.

— Con quel demonio di Tabriz!....

— Un buon colpo a tradimento e anche lui cadrà.

— Sei spiccio, tu.

— Mi premono i _tomani_ di Abei.

— E non verremo sospettati, noi?

— Chi potrà avere dei sospetti su due poveri _loutis_[9] che cercano di guadagnare qualche cosa? Eppoi siamo abbastanza trasformati perchè Tabriz e Hossein possano riconoscerci. Non hanno di certo mai fatto attenzione a noi; erano troppo occupati durante il matrimonio e anche durante il banchetto.

Padrone! Un'altra tazza. Abbiamo fatto una buona giornata ieri. —

Questa conversazione aveva luogo in uno dei tanti _kabne-kahnè_ di Kitab, ossia in un piccolo caffè, dove ordinariamente si radunavano gli sfaccendati per sorseggiare una tazza di eccellente caffè, giuocare agli scacchi e alla dama, ed ascoltare le storielle dei _mestvires_ ed a fumare del buon _tumvak_, profumato dall'acqua di rose contenuta nei _nargul_....

Eran due tipi di veri bricconi, quei due uomini che si facevano credere due mostratori di scimmie, per nascondere il loro vero essere.

Uno aveva poco più di vent'anni, l'altro invece quasi il doppio, con un brutto ceffo quasi interamente coperto da una barba rossiccia e ispida, che gli nascondeva però male una terribile cicatrice, la quale gli attraversava tutto il volto, passandogli fra il naso e le labbra.

Entrambi indossavano lunghe zimarre mezze sdruscite, portavano sul capo alti cappelli villosi, rassomiglianti a quelli che usano i persiani, e tenevano in mano fruste dal manico corto.

Vuotata la seconda tazza di caffè, che era stata loro portata, Karawal, lo sfregiato, aveva subito ripreso a voce bassa, urtando col piede Dinar:

— Hai capito quale è il mio piano?

— Sì e no.

— Come hai l'intelligenza corta, Dinar! Tu non riuscirai mai a nulla, figliuol mio.

— Sono ancora giovane, Karawal.

— Io alla tua età ero un briccone emerito, e rubavo, quasi sotto il naso dei pastori illiati, cammelli e cavalli, senza contare i montoni.

— Spero di poter un giorno diventare anch'io così abile.

— Te lo auguro di cuore. Dunque il mio piano è d'informare Abei che il suo colpo è andato fallito, così affretterà le nozze con Talmà.

Accetterà la fanciulla?

— Le donne fanno presto a rassegnarsi e anche a dimenticare. E poi forse che il signor Abei non è anche lui un nipote del _beg_?

— E poi?

— Poi seguiremo i due prigionieri e non li lasceremo, se riescono a sfuggire alle granfie dell'Emiro di Bukara, finchè non li avremo soppressi. Le buone occasioni non mancheranno ed è necessario che non tornino più mai nella steppa o non prenderemo un solo _tomano_.

Mi hai compreso Dinar?

— Perfettamente, — rispose il giovane.

— Oh!.... Ecco che la tua intelligenza comincia a schiudersi; sotto di me farai della strada, figliuol mio.

Orsù riprendiamo le nostre scimmie e andiamo a fare i nostri preparativi di partenza.

— Ci permetteranno di seguire i prigionieri?

— Non dubitare: i _loutis_ sono ben veduti da tutti. —

Pagarono e uscirono, girando intorno al piccolo caffè che nella forma sembrava un grosso dado di pietra. Dietro, sotto una piccola tettoia, stavano incatenati due scimmie, quadrumani che si trovano sulle montagne del Chachemir e sulle pendici dell'Himalaya, alte più di mezzo metro, con una coda di venticinque centimetri, di corporatura massiccia, e ricca di pelo di color verdastro e la faccia invece di tinte ramigno chiare, del più singolare effetto.

Sono, si può dire, le sole scimmie che sopportano benissimo il freddo, trovandole perfino a tremila metri d'altezza, là dove le nevi abbondano; sono però anche cattivissime e difficili a domarsi, non temendo di assalire perfino i cacciatori coi loro robustissimi denti.

I due finti _loutis_, dopo d'averle in parte liberate, presero le catene e le trassero attraverso le vie della città, camminando velocemente, malgrado le proteste ringhiose dei quadrumani.

La popolazione di Khitab non aveva ancora riprese le sue abitudini. Spaventata dalla presenza dei russi, i quali bivaccavano ancora sulla piazza e sulle vie principali, attorno ai falconetti, alle racchette ed ai fasci d'armi, si teneva ancora ben tappata nelle case, per timore di passare un altro brutto quarto d'ora, sicchè tutte le strade erano ancora deserte, quantunque il maggior generale moscovita avesse imposto a tutti di non disturbare alcuno.

In meno di mezz'ora Karawal e Dinar attraversarono la città e si trovarono in mezzo ai giardini della porta d'oriente, dove i russi avevano radunati, sotto ampie tende, guardate da un doppio cordone di sentinelle, i prigionieri che dovevano essere inviati all'Emiro di Bukara.

Scavalcarono un muro ed entrarono in un orto che era stato abbandonato dai suoi proprietari, accampandosi sotto un superbo melagrano.

— Qui è come fossimo in casa nostra e nessuno verrà a disturbarci, finchè i russi non torneranno a Samarcanda, — disse Karawal al compagno. — E di qua noi sorveglieremo i prigionieri. —

Trassero dalle loro bisacce di pelle, delle gallette di maiz e un po' di montone arrostito e si misero a mangiare; poi terminato il frugale pasto e date alle scimmie alcune melegranate, si coricarono fra le erbe, che crescevano sotto la pianta, accendendo i loro _cibuc_.

La notte li sorprese che stavano ancora fumando.

Karawal, arrampicatosi sulla muraglia, diede un lungo sguardo al piccolo campo russo, che si distingueva benissimo alla luce dei falò accesi fra tenda e tenda, cominciando le notti a essere fredde, poi rassicurato dalla calma che regnava, raggiunse il compagno.

Si gettò accanto a Dinar che cominciava già a russare, coprendosi la testa con un lembo della sua lunga zimarra.

Uno squillo di tromba li svegliò poco dopo i primi albori.

Karawal, che già dormiva cogli orecchi ben aperti, per modo di dire, fu pronto a svegliare il compagno e le due scimmie.

— In marcia, — disse. — Andiamo a vedere che cosa succede a Bukara. —

Presero le scimmie, scavalcarono il muro e s'avviarono verso l'accampamento.

Da una tenda vastissima, da quella che aveva una doppia fila di sentinelle, uscivano gruppi di Shagrissiabs, legati a venti a venti per mezzo d'una lunga catena, che passava attraverso alle loro larghe e solide cinture di pelle, fiancheggiati da cavalieri usbeki e bukari, che montavano piccoli cavalli villosi, dalle zampe robustissime.

Erano i prigionieri di Kitab, i più compromessi nell'insurrezione, che il governatore del Turchestan aveva promessi all'Emiro, colla condizione di restituirglieli vivi, dopo averli interrogati per sapere le responsabilità che spettavano agli abitanti delle due città ribellatesi e colpirli di ammende indubbiamente rovinose.

Fu nel quarto gruppo che Karawal e Dinar scoprirono Tabriz e Hossein, legati l'uno presso l'altro con una doppia catena.

Il gigante pareva addirittura inferocito e lanciava sguardi terribili sugli usbeki e sui bukari dell'Emiro; Hossein invece sembrava completamente annichilito da quel nuovo colpo, che gli faceva forse perdere per sempre la fanciulla, così intensamente amata.

— Uhm!... — fece Karawal, tirandosi la barba. — Non so come se la caveranno coll'Emiro.

Comincio a sperare che non sarà necessario che noi si faccia uso dei nostri _kangiarri_.

Non vorrei trovarmi al loro posto.

— L'Emiro li ucciderà?

— Forse non l'oserà perchè i moscoviti gli terranno gli occhi addosso; tuttavia ti ripeto che non vorrei trovarmi lì in mezzo.

Ha dei cavatori d'occhi famosi quel caro principe.

— Lo so, — disse Dinar. — L'anno scorso ho veduto acciecare una cinquantina di vecchi, perchè avevano assalita una carovana che gli apparteneva. Ti giuro che ho riportata una impressione profonda.

— Ti credo. Ecco gli ultimi: mettiamoci in coda. —

La carovana si era messa in moto. Si componeva di oltre trecento prigionieri e di duecento cavalieri bukari e usbeki, sotto la condotta del rappresentante dell'Emiro, quello stesso che aveva assistito, nella tenda del maggiore russo, all'interrogatorio di Hossein e di Tabriz.

I due finti mostratori di scimmie, si erano messi dietro a tutti, senza che alcuno facesse loro attenzione.

La colonna, girata la parte occidentale di Khitab, prese definitivamente la via di ponente, rasentando le ultime pendici dei Sarset-Sultan, onde guadagnare la così detta steppa di Karnak-Tschul, che divide Khitab da Bukara.

Tabriz e Hossein, frammisti coi prigionieri del quarto gruppo, oppressi da quel colpo di fulmine che non si aspettavano, camminavano l'uno a fianco all'altro, sorvegliati attentamente da un manipolo di usbeki, che pareva avesse ricevuto l'ordine di esercitare, particolarmente su di loro, una speciale vigilanza.

Certo, il rappresentante dell'Emiro aveva dato degli ordini a parte, per quei due pericolosi, come li aveva chiamati il maggiore, e dovevano infatti essere tali coi documenti trovati indosso a Hossein.

Il gigante, che stentava a rassegnarsi, di quando in quando alzava gli occhi verso i cavalieri, guardandoli ferocemente e chiedendosi quanti pugni sarebbero stati necessarii per demolirli tutti.

— Se non ci fossero gli altri, — borbottava, — non so come la passereste con me, canaglie! Io non avrei paura ad impegnare la lotta anche se sono senz'armi. —

La colonna era entrata nella steppa, nell'eterna steppa che doveva accompagnarla fin quasi alle porte di Bukara, ma non era quella verdeggiante e rigogliosa dei Sarti, piena di erbe e di fiori come le praterie del Far-West americano.

Era una landa sconfinata, senza boschi e senza campi, impregnata fortemente di sale, con pochissime graminacee e così dure da essere appena tollerate dai cammelli e senza accampamenti, perchè quei terreni erano incapaci di nutrire le numerose mandrie degli usbeki.

Quantunque l'aria fosse tranquilla, immense cortine di polvere sfilavano all'orizzonte: quelle cortine che al tramontare del sole prendono la strana tinta d'un azzuro cupo, sì da dar l'illusione che all'orizzonte si estenda un mare sconfinato.

Sotto i piedi dei cavalli, altra polvere s'alzava, avvolgendo l'intera colonna come in una leggerissima nube di fumo, ricadendo addosso ai prigionieri, penetrando nelle loro gole, per quanto tenessero le labbra strette, e nei loro occhi.

— Ecco il paese dannato o meglio maledetto, — disse Tabriz, guardando a Hossein. — Hai mai veduto, mio signore, una steppa più arida di questa? Quale differenza col nostro mare di verzura! Se soffiasse la _burana_ passeremmo indubbiamente un brutto quarto d'ora.

— Che cos'è codesta _burana_? — chiese Hossein, quasi distrattamente.

— Un terribile uragano di polvere, che qualche volta riesce fatale alle carovane.