Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 12
— Tuo zio, il_ beg_, non avrebbe esitato un solo istante. —
Abei aggrottò la fronte.
— Sono sì o no il capo io? — rispose poi. — Sono io che comando ora e non già il _beg_ mio zio.
Accampatevi e lasciatemi riposare. So bene quello che faccio. —
Levò al proprio cavallo le briglie e la sella, onde potesse pascolare liberamente; stritolò una galletta di granoturco che uno dei banditi gli aveva offerto e andò a sdraiarsi all'ombra d'un platano, mentre i superstiti della scorta, vedendolo così tranquillo s'affrettavano ad imitarlo, in attesa di menar poderosamente le mani contro le _Aquile_.
Nessun avvenimento turbò il loro riposo. Quando il sole fu prossimo al tramonto, Abei, che aveva sempre dormito o forse aveva voluto farlo credere, si alzò e dopo d'aver insellato il cavallo disse:
— Avanti, amici: il momento è giunto di riprenderci una buona rivincita. Pensate che la liberazione di Talmà, la vostra signora, dipende dal vostro valore.
— Siamo pronti, signore, a dare la vita per la padrona, — rispose ad una voce la scorta.
— Seguitemi dunque: è il nipote di Giah Aghà che vi guida, — gridò Abei sfoderando il _kangiarro_.
— Sono cariche le vostre armi?
— Sì, signore!...
— Avanti, cavalieri della steppa! —
Si misero a salire la montagna, seguendo un sentieruzzo che era fiancheggiato da folte piante, le quali nascondevano completamente uomini e cavalli. D'altronde l'oscurità era diventata profondissima, essendosi steso al di sopra delle montagne un denso velo nebbioso.
Il drappello, giunto a tre o quattrocento passi dall'entrata della caverna, si arrestò e gli uomini saltarono a terra onde poter avvicinarsi inosservati e sorprendere i banditi, che forse, ritenendosi perfettamente sicuri fra quelle aspre montagne, non vegliavano.
— Signore, — disse un Sarto, rivolgendosi ad Abei. — Attaccheremo a fondo o assedieremo i banditi?
— È necessario prendere la caverna d'assalto, — rispose il nipote del _beg_. — I banditi che si sono recati a Schaar potrebbero ritornare e sorprendere invece noi.
Seguitemi e appena saremo dinanzi al rifugio fate fuoco, e poi avanti coi _kangiarri_. —
Si spinsero innanzi, tenendosi nascosti fra le piante e procedendo curvi.
Abei ed i banditi che lo avevano scortato, camminavano in testa a tutti, non desiderando questi ultimi separarsi dai loro camerati.
Erano giunti ad una trentina di metri dalla caverna, quando si udì una voce a gridare:
— All'armi!...
— Sotto, amici! — comandò Abei, slanciandosi innanzi.
I Sarti, in pochi salti, superarono la distanza, fecero fuoco attraverso la fenditura, poi s'avventarono risolutamente innanzi coi _Kangiarri_ e le pistole.
Nella caverna Si udirono alcuni spari, poi delle grida che pareva si allontanassero rapidamente.
Abei stava per guidare i suoi uomini entro il rifugio, quando una voce che gli fece battere il cuore lo arrestò:
— Non fate fuoco, amici!...
— Talmà! — esclamò Abei.
— Sì... sono io... cognato! — rispose la fanciulla, correndogli incontro.
— I banditi?
— Fuggiti tutti!...
— Viva la nostra signora! — gridarono i Sarti, circondandola.
— E Hossein? — chiese con angoscia Talmà. — Perchè non è qui?
— È presso il _beg_, — rispose Abei. — Una ferita lo ha costretto a ritornare con Tabriz.
— Lui ferito!...
— È nulla, sorellina. Un semplice colpo di baionetta ad un braccio, datogli da un russo durante l'assalto di Kitab.
Quando giungeremo nella tua steppa sarà guarito. A cavallo Talmà. Fra due giorni saremo alla tua casa. —
Tornarono frettolosamente là dove avevano lasciati i cavalli, e pochi momenti dopo il drappello scendeva frettolosamente la montagna.
. . . . . . .
Verso il tramonto del secondo giorno Abei, che aveva preceduto la scorta di qualche miglio, lasciando Talmà sotto la protezione dei Sarti, entrava nella tenda del _beg_, che era stata alzata di fronte alla casa della signora della steppa.
— Padre, — disse al vecchio, fingendo di asciugare due lagrime, — ti riconduco Talmà, che io ho strappata ai banditi; ma devo annunciarti che tu ormai non hai più che un figlio solo che rallegri, se lo potrà, la tua vecchiaia. —
Giah Aghà, udendo quelle parole, si fece pallidissimo e si slanciò verso il nipote, afferrandolo per le braccia:
— Hossein! — gridò, con un singhiozzo.
— È morto assieme a Tabriz sotto le mura di Kitab. Il piombo maledetto dei moscoviti ha ucciso entrambi. —
Il vecchio _beg_ si era tenuto per alcuni istanti ritto, cogli occhi sbarrati, il viso sconvolto da un dolore intenso, poi si era lasciato cadere su uno dei divani che circondavano la tenda, scoppiando in singhiozzi.
— Padre, — disse Abei, — tu hai perduto un figlio, ma potrai ancora avere una figlia perchè Talmà è viva e salva.
Se tu lo vorrai, surrogherò mio cugino e avrai una famiglia.
— Sì, — mormorò il _beg_.
PARTE SECONDA
CAPITOLO I.
I prigionieri.
— Avanti!...
— Eccoci, sergente.
— Vi sarà forse qualcuno da raccogliere laggiù, fra i due burroni.
Caricavano bene quei Shagrissiabs, benchè non fossero molti. Se _Djura bey_ avesse avuto due migliaia di cavalieri così ardimentosi, non so se Kitab sarebbe in nostra mano.
— E troveremo anche molti dei nostri, è vero, sergente?
— Ne sono caduti non pochi.
Bada, Olaff, che la lanterna non si spenga. La notte si fa troppo oscura.
— No, sergente.
— Avanti dunque e guardate ove posate i piedi. —
Quattro fantaccini di linea turchestana, guidati da un sergente cosacco, di forme vigorose, con una selva di capelli rossi che gli sfuggivano al di sotto del villoso cappello in forma di torre, s'avanzavano con precauzione fra i due burroni, dove la scorta di Hossein era stata quasi interamente sterminata dai russi.
Il sergente ed i quattro soldati, uno dei quali portava la lanterna, superato il primo burrone, avevano rallentata la marcia e armati i fucili, potendo darsi che vi fosse qualche ferito nascosto e che li salutasse con qualche colpo di fuoco prima di spirare.
— Non dobbiamo essere lontani, — disse il sergente. — Se le Aquile rapaci sono qui, i morti non mancheranno.
Aprite gli occhi, ragazzi!...
— Fa oscuro come in fondo alla bocca d'un cannone, — borbottò colui che teneva la lanterna.
— Manda una benedizione alla luna perchè si mostri, tu che sei figlio d'un _pope_.
— Preferirei di dar fuoco a tutte queste erbe.
— E arrostire anche noi poco allegramente, è vero Olaff?
Tu non sei un cosacco e non conosci perciò la steppa; quando brucia, fa paura mio caro, ed i pozzi di petrolio di Baku, farebbero una ben meschina figura insieme coi loro serbatoi!
Ah!... Ci siamo! Uomini e cavalli! Vi è un bel gruppo di morti qui. —
A cinquanta metri dal secondo burrone vi era una massa di cadaveri. Uomini e cavalli erano caduti confusamente insieme, sotto le scariche dei cacciatori del Turchestan, formando come una immensa catasta.
— Vediamo se vi è qui in mezzo qualcuno dei nostri — disse il sergente, prendendo la lanterna e proiettando la luce dinanzi a sè. — Di questi bricconi di Shagrissiabs non ci cureremo gran che e non li disputeremo ai falchi ed alle aquile, ma daremo sepoltura almeno ai camerati.
— E poi vi può essere qualche ferito da soccorrere, — disse Olaff.
Il cosacco ed i suoi compagni si cacciarono, non senza un po' di ripugnanza, fra quei cadaveri, tirando a forza gli uomini che si trovavano sotto i cavalli.
I Sarti ed i loro camerati presentavano, anche nella morte, un aspetto fierissimo.
Tutti stringevano ancora fra le mani, rattrappite dalle ultime convulsioni dell'agonia, _kangiarri, jatagan_ e pistole, ed avevano i lineamenti alterati dalla rabbia della lotta.
— Sono ben brutti, — diceva il sergente, chinandosi su ciascuno. — Sembrano veri briganti.
— Ma non questo, sergente! — esclamò ad un tratto un soldato che si era precipitosamente curvato su uno dei combattenti. — Farebbe una splendida figura anche fra le guardie nobili del Padre bianco (lo Tzar).
— Vediamo un po' Mikalow. —
Il sergente spinse innanzi la lanterna ed un grido gli sfuggì:
— Oh!... Il bel giovane!...
— Sembra un principe, — disse Olaff.
— E tale da innamorare qualunque fanciulla, — aggiunse un altro.
— Che splendide armi! — esclamò il sergente. — Questo deve essere il figlio di qualche Emiro o di qualche _beg_.
Peccato che l'abbiano ucciso e così giovane!...
— Vediamo sergente, se è veramente morto, — disse Olaff.
— Alzatelo. —
Due soldati trassero il giovane di sotto ad un cavallo che in parte lo copriva e lo esaminarono attentamente.
— Nessuna ferita dinanzi, — disse il sergente. — Voltatelo... Ah!... Eccolo qui un foro nel dorso, sotto la scapola sinistra... una palla di certo...
To'!.. Vediamo... mi sembra impossibile che questa ferita abbia potuto causare la morte a questo giovane...
Per tutti gli_ etmani_ della Kabardia!. Un fremito!... Oh ragazzi, non è ancora spirato! Me ne intendo io di ferite! —
I quattro soldati, che avevano provata una subitanea simpatia per quel bel giovane, quantunque dovesse essere stato un loro nemico, lo avevano deposto frettolosamente sul cadavere d'un cavallo, probabilmente il suo a giudicarlo dalla ricchezza della gualdrappa che era ricamata in oro e dalla bellissima sella tutta a borchie d'argento.
Il sergente gli tolse il _kangiarro_ che teneva ancora in mano, pulì la lama con un lembo della sua grossa casacca e gliela mise dinanzi alle labbra che erano semi-aperte, mormorando:
— L'aria è fredda questa notte; vedremo se l'acciaio si appannerà. —
Attese un mezzo minuto, poi fece un gesto di gioia.
Sull'acciaio si era distesa lentamente come una leggerissima ombra, la quale aveva offuscato lo scintillìo del metallo.
— Respira! — esclamò il cosacco.
— Sia pure nostro nemico, eppure sarei ben lieto che questo giovane si potesse salvare e... —
Si era bruscamente interrotto, retrocedendo vivamente. Anche i quattro soldati lo avevano imitato, armando rapidamente i loro fucili.
Un'ombra gigantesca era sorta a pochi passi da loro, chiedendo con voce rauca:
— Che cosa fate voi, canaglie? Siete i corvi della steppa? Giù quel giovane, o Tabriz vi ucciderà!...
— Noi siamo russi e non già ladri, — disse il sergente, snudando la sciabola.
Il gigante era rimasto un momento silenzioso, fissando i suoi occhi ora sulla lanterna ed ora sul giovane, poi un grido lacerò il suo petto.
— Il mio signore!... Morto!...
Morto!... Dannazione d'Allah e del miserabile che l'ha ucciso!..
— Chi, Ercole? — chiese il sergente — e se tu invece t'ingannassi?
— È il mio padrone! — ruggì Tabriz.
— Un principe?
— Il nipote di un_ beg_... di Giah Aghà!...
— Me l'ero immaginato che doveva essere un pezzo grosso, ma rassicurati. Ercole mio, non è ancora spento e forse non se ne andrà nel paradiso di Alì, Hussein, Maometto e compagni.
— Vive?...
— Sembra. —
Tabriz fece un salto innanzi, poi cadde subito sullo stesso cavallo su cui trovavasi Hossein.
— Maledetta palla che quel traditore mi ha cacciato nel dorso — disse, digrignando ferocemente i denti.
— Anche tu ferito?
— Per me non mi preoccupo, — disse Tabriz. — Ci vuol ben altro che una palla.
— Infatti sei più robusto d'un orso.
— Sergente, — disse Olaff, — noi perdiamo tempo in chiacchiere inutili, mentre questo giovane ha bisogno di cure.
— Hai ragione, sono uno stupido. Slacciate una coperta e portiamolo al campo. Penseranno i nostri medici a salvarlo.
Lesti, ragazzi!... Torneremo più tardi. Tu, Ercole, puoi seguirci? Ci vorrebbe un elefante per portare te.
— Salvate lui, il mio padrone, — disse Tabriz, con voce singhiozzante.
— Io vi seguirò egualmente.
È lui che voglio che viva.
— Uhm! — grugnì il cosacco. — Purchè non lo fucilino più tardi, o l'Emiro di Bukara non lo faccia acciecare.
Non è troppo tenero quel selvaggio principe coi ribelli che turbano i suoi sonni. —
Un soldato aveva spiegata rapidamente la coperta di lana, che portava a tracolla ed i suoi camerati vi avevano adagiato sopra Hossein con infinite precauzioni.
Il cosacco, prima di dare il comando di mettersi in marcia, levò al ferito la ricca giubba persiana, tagliò la camicia di seta, diede uno sguardo alla ferita prodotta, a quanto pareva, da una palla di pistola e vi cacciò dentro un pizzico di filaccia di lino fasciandola poi lestamente, quantunque il sangue si fosse oramai raggrumato impedendo l'uscita a quello che rimaneva nel corpo.
— Là, — disse, facendo schioccare contemporaneamente la lingua e le dita. — Credo che un medico dell'esercito non avrebbe potuto fare di meglio. Oh!.... M'intendo io di ferite! —
Poi, volgendosi verso Tabriz che si manteneva ritto per uh vero miracolo di suprema energia, gli chiese:
— E per te, Ercole, che cosa posso fare? Vuoi che visiti anche la tua ferita?
— Farai quello che vorrai, moscovita, ma più tardi, quando saremo al campo.
— Ecco un magnifico orso, — borbottò il sergente, con vera ammirazione; — che pelle dura hanno questi Shagrissiabs! —
Poi alzando la voce:
— Lesti, all'accampamento, camerati! —
I quattro soldati afferrarono i quattro lembi della coperta e guidati dal sergente che teneva alta la lanterna, si misero in marcia a passo affrettato, seguiti da Tabriz il quale pareva che fosse improvvisamente guarito della sua ferita.
In venti minuti raggiunsero il primo burrone, poi in altri dieci si trovarono dinanzi ai giardini di Kitab, dove ardevano giganteschi falò, i quali facevano vivamente scintillare un gran numero di fasci d'armi.
Molte tende, per lo più piccole, si rizzavano qua e là e molti soldati russi fumavano placidamente le loro immense pipe di porcellana, commentando a bassa voce gli avvenimenti della giornata e narrandosi le prodezze compiute durante l'assalto della torre di Ravatak, il solo luogo si può dire, ove i Shagrissiabs di _Djura bey_ e di Baba-beg avevano opposta un'accanita resistenza.
Il sergente ed i suoi soldati, dopo d'aver risposto alla parola d'ordine delle sentinelle, attraversarono l'accampamento ed entrarono sotto una vasta tenda sulla cui cima ardeva un grosso fanale, accanto ad una bandiera rossa, attraversata da una grande croce bianca.
Nell'interno vi era una ventina di materassi, sui quali giacevano degli uomini che avevano la testa fasciata di bende più o meno insanguinate: russi feriti dai kangiarri, dagli jatagan e dalle scimitarre dei Shagrissiabs, nell'attacco dei giardini di Kitab.
Nel mezzo, sotto una lanterna, un capitano medico, molto barbuto, con un grosso sigaro in bocca, stava seduto su un tamburo leggendo qualche vecchio giornale.
Vedendo entrare il sergente alzò il capo, senza smettere di fumare.
— Che cosa mi porti, Alikoff? — chiese. — Non è ancora finita la raccolta dunque?
— No, capitano, però quello che vi conduco non è uno dei nostri. —
Il capitano aggrottò la fronte e fece un gesto come di stizza.
— Un ribelle?
— Sì, capitano.
— Portatelo a _Djura bey_ od al suo socio, Baba beg.
— Non potrebbe giungere vivo fino a loro. È un pezzo grosso che vi reco capitano, il figlio d'un _beg_, sembra.
— Bah!.... Vediamo! —
Gettò via il sigaro e s'accostò ai quattro soldati che reggevano la coperta su cui si trovava Hossein.
— Per S. Piero e S. Paolo! — esclamò. — Che bel giovane! Dove l'hai pescato, Alikoff?
— In mezzo ad un cumulo di cadaveri.
— Non è morto?
— Non ancora, capitano.
— Dov'è ferito?
— Al dorso.
— Ferita non gloriosa se vogliamo. Fallo deporre su quel letto vuoto e fammi portare i ferri.
— Ve n'è un altro, capitano, — disse il sergente, indicando Tabriz, che in quel momento entrava.
Il medico squadrò il gigante con un certo stupore, poi disse, un po' sorridendo:
— A quello basterà una buona zuppa per rimetterlo in gambe.
— No, capitano, ha una palla in corpo anche lui e non delle nostre, — rispose il sergente.
— Ed è venuto qui senza aiuto?
— Da solo.
— Avrebbe l'anima attaccata al corpo con chiavarde di acciaio? — esclamò il capitano.
— Sembra, signore.
— Allora può aspettare. Pensiamo prima a questo giovane che è più interessante di quel bufalo della steppa.
Se non è morto finora non morrà nemmeno più tardi. Fallo passare in un altro letto. —
Si avvicinò ad Hossein che era stato già deposto su un materasso e si curvò su di lui, aprendogli la camicia di seta bianca e appoggiando un orecchio sul cuore.
— Batte, — disse dopo qualche istante. — Ferita grave senza dubbio; forse non è mortale.
Cerchiamo di estrargli la palla, innanzi a tutto. —
Gli tolse la ricchissima e lunghissima fascia di seta che gli stringeva i fianchi ed in quell'atto vide cadere a terra un piccolo plico.
Lo raccolse lestamente e se lo mise in tasca, non così presto che Tabriz non l'avesse veduto. Il turchestano però non credette opportuno di fare qualche rimarco, temendo di ritardare l'estrazione del proiettile.
Il sergente intanto aveva portato la cassetta dei ferri chirurgici, mentre due infermieri preparavano fasce e filamenti di lino.
Il capitano dopo d'aver fatto bene accomodare il giovane sul ventre, si mise subito all'opera, scandagliando prima la ferita e poi allargandola.
Agiva rapidamente, con mano sicura, da uomo pratico in fatto di ferite.
Trascorse qualche minuto, lungo quanto un secolo pel povero Tabriz che non aveva voluto ancora coricarsi, poi il capitano ritirò dolcemente una specie di pinza, mostrando al sergente ed agli infermieri una palla rotonda, tutta coperta di sangue.
— Fortunatamente la scapola l'ha fermata, — disse. — Se avesse continuato il suo cammino, avrebbe attraversato il polmone.
— Non è una palla russa, è vero, signore? — chiese Tabriz i cui occhi avvampavano d'una collera terribile.
Il capitano la lasciò cadere in un bacino di rame per pulirla dal sangue, poi la ritirò.
— È rivestita di rame, — disse poi. — È una palla turchestana.
Vi uccidevate fra voi, dunque?
— No, signore. È stato commesso un infame delitto ed il fatto risulta limpidamente dalla ferita ricevuta dietro le spalle, mentre questo valoroso giovane non ha mai mostrato i talloni al nemico.
— Bah!... Avete sempre questioni voi o... —
Un sospiro che sfuggì a Hossein gl'interruppe la frase.
— Buon segno, — disse il capitano.
Poi, voltandosi verso Tabriz:
— Ora a te, gl'infermieri s'occuperanno del giovane. —
Tabriz andò a sdraiarsi su un materasso vuoto, che si trovava prossimo a quello del nipote del _beg_ e si spogliò, senza aver bisogno dell'aiuto del sergente.
— Una ferita quasi identica e anche questa alla scapola, ma a sinistra invece che a destra, — disse il capitano medico.
— L'uomo che vi ha sorpresi alle spalle, ha fatto un doppio colpo. La faccenda sarà più facile dell'altra.
Per sfondare un simile dorso ci vuole ben altro che la palla d'una pistola.
— Quella d'una racchetta, capitano, — aggiunse il sergente.
— E forse non bastava ancora, — rispose il medico, sorridendo.
L'operazione non durò più di due minuti e riuscì completamente. Tabriz non mandò nessun lamento, anzi nemmeno un sospiro.
— Turchestana, è vero? — chiese il gigante, quando udì la palla cadere nel bacino.
— Precisa dell'altra, — rispose il capitano.
— Il miserabile! — ruggì Tabriz.
— Conosci l'assassino!
— Sì capitano.
— Un turchestano come te.
— Sì.
— Un cattivo camerata.
— Che un giorno ritroverò, signore e che ucciderò come fosse una belva feroce, quantunque nipote di un _beg_ e parente del mio signore.
— Taci e pensa a guarire ora. Gli ammalati non devono parlare.
— Permettimi una parola, signore.
— Parla.
— Rispondi della vita del mio signore? Credi che sopravviverà?
— Ora che gli ho estratta la palla non corre più alcun pericolo. Fra un paio di giorni potrà parlare, ma bada, per ora di lasciarlo tranquillo.
Resisti alla febbre che fra poco ti coglierà e non seccarmi altro. —
Ciò detto lasciò la tenda-ospedale e passò in una più piccola, che s'alzava a breve distanza e che era del pari illuminata.
Non conteneva che un piccolo letto da campo, un tavolino sgangherato ed una sedia in non migliore stato.
Accese un nuovo sigaro, si sedette e poi estrasse il plico che era caduto mentre svolgeva la fascia di Hossein.
— Può contenere dei documenti importanti pel generale, — mormorò, stracciando la busta di carta-pecora.
Il plico non conteneva che due foglietti, ma ciò che vi era scritto sopra doveva essere ben grave, poichè il dottore aveva fatto un soprassalto e la sua fronte si era aggrottata.
— Un complotto contro il maggior generale Abramow, e contro l'Emiro! — esclamò ad un tratto. — _Djura bey_ ha fatto bene a scappare, perché se fosse stato preso non so chi lo salverebbe.
E quei due eran gl'incaricati di commettere l'assassinio! Non valeva la pena di estrarvi due palle per farvene cacciare in corpo più tardi una dozzina.
Vedremo però come la intenderà il khan di Bukara. —
CAPITOLO II.
Il tradimento d'Abei.
Non fu che dopo tre giorni di febbre intensissima, accompagnata da frequenti accessi di delirio, durante i quali non faceva che invocare, con voce straziante, Talmà, che Hossein poté finalmente riconoscere il suo fedele turchestano.
Lo stupore del povero giovane fu tale, nel vedersi quasi accanto, ancora però sdraiato, il gigante, che credette dapprima di essere ancora in preda al delirio.
Tabriz, vedendo che lo guardava cogli occhi sbarrati, senza parlare, aveva indovinato subito ciò che passava attraverso il cervello di Hossein.
— Non t'inganni, mio signore, sono proprio io, il tuo fedele servo — disse il gigante. — Come stai? Meglio di ieri di certo, a quanto mi sembra.
Possiamo dire di essere scampati alla morte per un pelo di cammello.
— Tabriz!.... Tu! — esclamò Hossein.
— Parla sottovoce, mio signore od il capitano medico ti proibirà di aprire la bocca.
Sei ancora troppo debole.
— Che cosa è successo? Che cosa fai tu, lì? Dove siamo noi? V'è nel mio cervello una confusione inestricabile.
— Sono accadute certe cose, mio signore, che è meglio che tu le ignori per ora, — rispose Tabriz con voce sorda. — Tu vuoi sapere dove siamo? In un ospedale da campo dei moscoviti, sotto le mura di Kitab.
— E allora?....
— Taci, mio signore, non nominarla. Tu non devi pensare alla fanciulla per ora; ti basti sapere che oramai conosco la persona che assoldò le _Aquile della steppa_.
Le nostre due ferite mi hanno aperto gli occhi.
— Che cosa vuoi dire Tabriz?
— Che noi non siamo caduti sotto il piombo dei moscoviti.
Un miserabile ci ha colpiti a tradimento alle spalle e quel miserabile era un turchestano al pari di noi.
— Chi! Tu conosci il suo nome?
— Sì, padrone, ma non te lo dirò fino a che non sarai perfettamente guarito. —
Poi abbassando la voce, in modo da non poter essere udito dai feriti che occupavano gli altri letti e che erano tutti russi gli chiese:
— Padrone, avevi dei documenti tu, nella tua fascia?
— Io! Nessuno, Tabriz. —
Il gigante si era fatto smorto.
— Qualche altro tradimento? — si chiese poscia, aggrottando a più riprese la fronte e tirandosi rabbiosamente la barba.
Il dottore li guardò in un certo modo che sembrava dire: vi terrò d'occhio.
— E dunque, Tabriz? — Chiese Hossein vedendo che il gigante rimaneva muto.
— Quando il capitano medico ti ha levata la fascia ti sono cadute delle carte, signore.
— Non è possibile: io non ne avevo in dosso. Vado alla guerra col _kangiarro_ io e non munito di pezzi di carta.
— Sarà come tu dici, mio signore, — disse Tabriz, vedendolo inquietarsi. — Mi sarò ingannato.
Silenzio, signore: ecco il capitano. —
Il capitano era entrato seguito da alcuni infermieri e vedendo Hossein col capo curvo dalla parte di Tabriz, gli aveva subito piantato addosso gli occhi assumendo un'aria poco benigna.
— Come state, giovanotto? — gli chiese poscia, con accento ruvido.
Lo dicevo che non sareste morto.
— Mercè le vostre cure però e la vostra abilità, — rispose cortesemente Hossein. — Mio zio, il _beg_ Giah Aghà, vi sarà riconoscente, signore.
— Chi lo sa! — disse il capitano, con un certo imbarazzo. — Badate che voi ed il vostro compagno siete in istato d'arresto.
— Come prigionieri di guerra?
— Ah!... Questo non lo so. Silenzio, non parlate troppo.
La vostra febbre non è cessata. Occorre riposo assoluto a bocca chiusa. —