Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 11
— Vieni, cugino, — disse Hossein, che pareva avesse dimenticato per un istante Talmà. — Mostriamo ai moscoviti, come sanno battersi i nomadi della steppa turchestana. —
Ad un suo cenno i cinquanta uomini, rinforzati dai banditi di Hadgi, avevano lanciato i cavalli al galoppo, avviandosi verso la porta di Ravatak.
I russi avevano cominciato l'attacco con molto vigore, sicuri di trionfare facilmente di quelle muraglie che non potevano offrire una lunga resistenza, malgrado il loro aspetto imponente, essendo costruite solamente con mattoni seccati al sole.
Il generale Abramow aveva preso le sue misure con grande attenzione; approfittando dell'oscurità, aveva fatto scavare una profonda trincea di fronte alla porta, onde battere vigorosamente le torri della muraglia esteriore, armandola con cannoni e con racchette ed aveva fatto nascondere i suoi cacciatori dietro un piccolo burrone situato a sinistra, un po' avanti della batteria.
I Shagrissiabs, quantunque non avessero alcun dubbio sull'esito finale della battaglia, erano accorsi in massa sulle muraglie merlate, sparando furiosamente, intanto che dalla cittadella tuonavano i pezzi ed i falconetti sotto la direzione del _beg_ di Schaar, tentando di contrabbattere le batterie russe di destra.
Le palle cadevano in gran numero sulla città, sfondando facilmente le deboli terrazze e facendo fuggire le donne fra clamori spaventevoli, e provocando qua e là incendii che nessuno si curava di spegnere.
Quando Hossein ed Abei giunsero alla porta di Ravatak, il cannoneggiamento era divenuto intensissimo.
Centinaia e centinaia di Shagrissiabs, nascosti dietro le mura dei giardini o ammassati sulle creste delle muraglie, mantenevano un fuoco vivissimo quantunque poco efficace, trovandosi i cacciatori del Turchestan ben nascosti entro il burrone ed i pezzi al coperto dietro la trincea.
I cinquanta uomini d'Hossein, scesi da cavallo, si erano subito dispersi, appiattandosi dietro i merli della muraglia ed aprendo anch'essi il fuoco.
Hossein e Tabriz avevano preso il comando d'una batteria di falconetti, bocche da fuoco che conoscevano perfettamente e che sapevano maneggiare anche con molta abilità.
Una immensa colonna di fumo s'alzava al di sopra delle altissime muraglie e delle torri, abbattendosi sui giardini sottostanti, rendendo incerto anche il tiro dei russi e un'altra giganteggiava sopra la cittadella dove i ventinove pezzi del _beg_ di Schaar non cessavano di tuonare.
Disgraziatamente i Shagrissiabs, quantunque fossero tre o quattro volte più numerosi degli assalitori, non erano nè ben guidati, nè ben disciplinati, combattendo ciascuno per proprio conto, e le loro artiglierie, composte tutti di vecchi pezzi, non potevano recare gran danno.
Per di più le loro muraglie non offrivano che una ben magra resistenza agli obici russi, sicchè, verso le sette del mattino, i pezzi istallati sulla torre di Ravatak erano ridotti al silenzio e una grande breccia era già stata aperta nella muraglia.
I cacciatori del Turchestan cominciavano a uscire dal burrone, marciando all'assalto su due colonne.
— Tabriz, — disse Hossein che non aveva cessato di far giuocare contro il nemico i falconetti, credo che tutto stia per finire. —
I Shagrissiabs, non resisteranno dieci minuti all'ultimo attacco.
— Tale è anche la mia opinione, signore, — rispose il gigante, la cui fronte si era rannuvolata. — Questi uomini non valgono quelli della steppa. Hanno troppa paura delle baionette dei moscoviti.
— Come finirà quest'avventura?
— Male di certo se non filiamo più che in fretta, cugino, tanto più che non abbiamo più nulla da fare qui, — disse una voce dietro di lui.
— Che cosa vuoi tu dire, Abei? — chiese Hossein, voltandosi verso il cugino.
— Che ho saputo or ora e per bocca di Baba-beg, che Talmà non si trova più qui, — rispose il nipote del _beg_.
— Hai detto? — gridò Hossein.
— Che i banditi l'hanno portata, prima che i russi giungessero, fra le montagne di Kasret-Sultan.
— E quel furfante non ce lo ha detto prima?
— Pare che non lo sapesse.
— Invece è stato zitto per valersi dei nostri cinquanta cavalieri! — disse Tabriz.
— Può darsi, — rispose Abei.
— Che cosa fare, Tabriz? — chiese Hossein.
— Mi pare che non ci rimanga che una cosa sola, signore, — rispose il gigante.
— Di andarcene prima che i russi diano l'assalto?
— Sì, mio signore. I Moscoviti non hanno, a quanto sembra, forze sufficenti per circondare tutta la città e penso che noi potremmo uscire senza troppe molestie dalla porta di Rachid.
Da quella parte non odo a tuonare il cannone, ciò indica che il nemico non si è ancora mostrato.
— È una defezione la nostra, — disse Hossein.
— È buona guerra, signore, — rispose Tabriz. — Giacché il _beg_ ci ha giuocati, ora facciamola a lui.
Se la cavi come meglio potrà. Andiamo, signore, lasciamo qui i suoi falconetti e finché abbiamo tempo, sgombriamo.
Noi non abbiamo niente a che fare coll'Emiro di Bukara, tanto meno coi suoi protettori. —
Poi, alzando la voce verso i suoi uomini, gridò, dominando colla sua voce stentorea il rombo delle artiglierie ed il crepitìo della moschetteria:
— A cavallo, amici!... Andiamo a caricare i russi! —
La confusione che regnava in quel momento sui bastioni e sulle muraglie di Ravatak era tale, che nessuno si poteva occupare della defezione dei cinquanta cavalieri.
I russi spingevano l'attacco con grande vigore. I cavalieri del Turchestan ed i cosacchi correvano all'assalto, mandando fragorosi urrah e portando seco un gran numero di scale per superare le altissime muraglie.
Le migliaia di fucili che tuonavano dietro le merlature e dietro le mura dei giardini, non arrestavano affatto l'assalto dei moscoviti, i quali muovevano addosso alle mura a passo di carica, preceduti dai loro trombettieri e protetti dal fuoco intensissimo dei pezzi nascosti dietro la trincea.
Hossein e Tabriz, prevedendo l'imminente resa della città e non amando essere coinvolti in quella ribellione che non li interessava affatto, avevano lanciato i cavalli a galoppo sfrenato per raggiungere la muraglia opposta, prima che i russi potessero completare l'aggiramento.
Tutte le vie erano ingombre di fuggiaschi. Donne e fanciulli, correvano all'impazzata, urlando spaventosamente, carichi degli oggetti più preziosi, mentre le palle delle artiglierie russe cadevano dovunque, provocando nuovi incendi.
Sulle case della città alta, una immensa nuvolaglia nera s'alzava, carica di scintille, volteggiando turbinosamente e calando verso i giardini.
Gli scoppi coprivano le urla dei fuggiaschi. Erano le polveriere della cittadella che saltavano, facendo diroccare le scarpate e sventrando i ridotti sui quali ancora tuonavano, ma con poca fortuna, i ventinove pezzi ed i falconetti del _beg_ di Schaar.
Hossein e Tabriz, seguiti da Abei, dai cinquanta cavalieri e dai banditi di Hadgi, attraversarono la città, travolgendo sotto le zampe dei cavalli non pochi fuggiaschi e raggiunsero la porta di Rachid, che era guardata solamente da pochi cavalieri Shagrissiabs, non essendosi mostrata, in quella direzione, alcuna compagnia di russi.
— Aprite! — gridò Tabriz, sfoderando il _kangiarro_. — Ordine di _Djura-bey_.
— Che cosa vuoi fare? — chiese il comandante del drappello.
— Caricare i russi alle spalle, — rispose il gigante. — Sbrigati o prenderanno d'assalto la torre di Ravatak. —
La porta, laminata con lastre di bronzo, che non era stata barricata, fu spalancata ed i cavalieri passarono come un uragano sul ponte levatoio gettato attraverso il profondo fossato.
— Preparate gli archibugi! — gridò Hossein. — Questa calma non mi assicura.
— Vedi nulla? — chiese poi a Tabriz, che spingeva i suoi sguardi attraverso i folti cespugli che coprivano i margini dei burroni.
— No, signore, — rispose il gigante. — Tuttavia non sono completamente tranquillo.
Questo silenzio mi ha l'aspetto di un agguato.
— Carichiamo a fondo.
— Sono pronto, signore!
— E passeremo come siamo passati attraverso le linee delle _Aquile_?
— Non ne dubito.
— Il _kangiarro_ fra i denti! Al galoppo! —
Il primo burrone non era che a mille metri dall'ultimo giardino. I cavalieri vi giunsero sopra a corsa sfrenata, ma nel momento di scendere il declivio videro sorgere una selva di baionette.
Era troppo tardi per arrestare i cavalli. La colonna passò di volata, atterrando quanti russi si trovavano sul suo passaggio, facendo fuoco colle pistole e maneggiando tremendamente gli affilatissimi _kangiarri_; trecento passi più innanzi si trovava un secondo burrone e fu da quello che partì una scarica così intensa e così micidiale da rovesciare più di metà dei cavalli.
— A terra! — gridò Hossein. — Tutti dietro i cavalli!... Fuoco nel burrone!... Da due parti! —
I Sarti ed i Shagrissiabs della scorta, quantunque in gran parte scavalcati, si erano gettati dietro gli animali, rispondendo con una scarica terribile.
Abei, approfittando della confusione, aveva fatto un cenno imperioso ai banditi di Hadgi.
— Qui, presso di me... non esponetevi... un colpo supremo... o non vi darò un _tomano_. —
Il volto del miserabile era diventato, in quel momento, lividissimo; però i suoi occhi mandavano lampi cupi.
Si era lasciato cadere dietro al suo cavallo, armando le sue due lunghe pistole. Non guardava i russi che si erano schierati sul margine dei due burroni e che si preparavano a fucilare i cinquanta cavalieri, bensì Hossein e Tabriz che stavano sdraiati dinanzi a lui, a pochi passi di distanza, riparati dietro i loro cavalli che avevano fatto coricare.
— Amici! — gridò Hossein. — Aspettate che si mostrino!... Finchè a Kitab tuona il cannone non avremo da temere. Eccoli!... Fuoco! —
Una cinquantina e più di cosacchi erano sorti sull'orlo del burrone, avanzandosi con precauzione in mezzo alle erbe, coi moschetti puntati.
La scorta non indugiò a far fuoco, con un accordo splendido, mirando molto in basso.
Quindici o venti moscoviti, colpiti alle gambe ed al basso ventre rotolarono nel burrone che stava dietro a loro, insieme a numerosi cavalli che si erano alzati fra i cespugli.
Quella scarica disorganizzò per un momento gli assalitori, ma subito una mezza _sotnia_ di cosacchi sorse come per incanto fra le erbe, aprendo un fuoco violentissimo, appoggiato da due falconetti mascherati dietro un piccolo rialzo.
Una dozzina di Sarti, quantunque protetti dai cavalli, stramazzarono al suolo, fulminati da una bordata di mitraglia.
— Ah!... Tabriz! — esclamò Hossein. — Siamo presi!...
— Non ci rimane che di caricare, signore, — rispose il gigante.
— A fondo?
— Di volata.
— Da' il comando, prima che i russi ci ammazzino o ci storpino tutti i cavalli. —
Il gigante stava per alzarsi, quando due nuove scariche rimbombarono dinanzi e dietro la scorta. I moscoviti avevano fatto fuoco dai due burroni e quella scarica fu disastrosissima per la scorta.
I cavalieri erano stramazzati, più di metà, per non più rialzarsi.
— A cavallo! — urlò Hossein, balzando in piedi. —
In quel momento un colpo di pistola rimbombò dietro di lui... e cadde sul proprio cavallo.
Tabriz si voltò, col kangiarro in pugno, digrignando i denti e urlando:
— Tradimento!... Tradi... —
Non potè finire. Un secondo sparo echeggiò a tre passi di distanza, confondendosi colle scariche dei russi e anche il gigante colpito al dorso, cadde a fianco del suo signore, mandando un vero ruggito di furore.
Aveva veduto la mano che gli aveva cacciato in corpo quel proiettile foderato di rame, come usano gli uomini della steppa.
Quasi nel medesimo istante una voce squillante aveva gridato:
— A cavallo!... Caricate! —
Abei, che stringeva ancora fra le mani le pistole fumanti, con un salto da tigre si era gettato sul suo farsistano, che alla voce del padrone erasi prontamente levato.
— Caricate! — ripetè il nipote del _beg_. — Giù col _kangiarro_! —
Quindici uomini, fra i quali i banditi di Hadgi, sfuggiti miracolosamente alle scariche dei russi, avevano risposto all'appello.
Un urlo terribile, feroce, si sprigionò dai loro petti.
— _Uran!... Uran!..._ —
Poi quel drappello di demoni, senza curarsi di coloro che giacevano al suolo, contorcendosi fra gli ultimi spasimi dell'agonia, era partito con un impeto irrefrenabile, piombando coi kangiarri alzati fra i cosacchi, che occupavano il margine del burrone.
Quell'attacco fu così fulmineo, che i russi, per non venire travolti, si gettarono alla rinfusa a destra ed a sinistra, senza nemmeno tentare di farvi fronte.
Il drappello, preceduto da Abei, passò come un uragano, discese il burrone, poi lo risalì in volata e scomparve fra le alte erbe della steppa, salutato da un'ultima, ma troppo tardiva scarica.
CAPITOLO XVI.
Il rifugio dei banditi.
Mentre Abei, colla sua piccola scorta, galoppava verso la catena dei Kasret-Sultan-Geb, per raggiungere la caverna, dove si trovavano rifugiate le _Aquile_ della steppa, Kitab assalita sempre vigorosamente dalle due colonne d'assalto del colonnello Miklalovsky a poco a poco cadeva.
Una larga breccia era già stata aperta a fianco della porta di Ravatak ed i cannoni della torre, tutti smontati, non potevano più far nulla.
Era dunque quello il buon momento per dare il colpo supremo alle orde dei Shagrissiabs.
Questi che si erano ammassati sulle terrazze e sulle mura, non avevano indugiato ad aprire un fuoco vivissimo coi loro moschettoni, non potendo contare che sull'appoggio di pochi falconetti e di qualche racchetta, ancora piazzati sui ridotti della cittadella.
Malgrado quella pioggia di palle, i russi piantarono le loro scale, alcune sulla breccia, altre sulla muraglia e sui parapetti, montando lestamente all'assalto.
I Shagrissiabs, che si erano radunati in buon numero sulla cresta della cinta, già sgomentati per la perdita della loro artiglieria, al primo apparire delle baionette russe, si erano dati alla fuga attraverso i giardini urlando a squarciagola:
— Il nemico!... Il nemico!... Si salvi chi può! —
Secondo le istruzioni ricevute, le due colonne d'assalto, appena superata la cinta, si erano subito messe in marcia verso la cittadella sui cui ridotti i falconetti sparavano ancora.
Una frazione però aveva dato la scalata alla torre di Ravatak ed aveva rovesciato nel fossato i due cannoni che la difendevano.
Le due colonne, dato fuoco ad alcune capanne per illuminare la via, avevano continuata la loro marcia, rinforzate dalla riserva che l'avevano in quel frattempo raggiunta.
I Shagrissiabs nascosti nelle strette vie che dividevano i giardini racchiusi fra le due cinte, pur fuggendo, non cessavano di far fuoco. Anche i ridotti non erano diventati ancora muti.
Il generale Abramow, frettoloso di finirla, lanciò allora all'assalto una terza colonna, coll'ordine d'impadronirsi della seconda cinta e di entrare nelle vie della città.
Un quarto d'ora dopo i russi superavano anche quella muraglia senza aver incontrato molta resistenza, quantunque _Djura bey_ e Baba, il _beg_ di Schaar, disponessero ancora di circa ottomila uomini fra fanti e cavalieri.
Le colonne, compiuta la loro riunione, s'avanzarono allora senza por tempo in mezzo, verso la terza cinta.
Le vie strette dei giardini erano piene di Shagrissiabs fuggiaschi, coi quali i russi dovettero impegnare delle accanite lotte a corpo a corpo, e giunta la colonna ad un crocivio, fecero alto, incendiando varii mucchi di fieno.
Appena sorto il sole, le truppe moscovite, con pochi colpi di granata, sfondavano le ultime difese.
I Shagrissiabs s'erano riuniti nella torre vicina all'ultima breccia, aprendo nuovamente un fuoco intensissimo e micidiale, ciò che obbligò il generale Abramow a farla prender d'assalto, con non poca fatica, poiché gli assediati non volevano cedere.
La cittadella nel frattempo era stata abbandonata dai due beg e dai loro artiglieri. Vistisi ormai perduti, avventarono sui russi la loro cavalleria e anche quel supremo sforzo non ebbe che un esito infelice.
Alle otto del mattino tutta Kitab era nelle mani dei russi ed i Shagrissiabs facevano atto di sottomissione, esempio che fu subito seguito anche dalla guarnigione di Schaar.
L'assalto era costato ai Shagrissiabs più di seicento morti, ma non si poté sapere il numero dei feriti; ai russi diciannove soli morti, fra cui un ufficiale e cento e due feriti, fra i quali un generale, quattro ufficiali superiori e tre inferiori.
Furono trofei della vittoria quattro stendardi, ventinove cannoni ed un gran numero di falconetti e d'armi da taglio.
. . . . . . .
Abei intanto continuava la sua corsa, non essendo stato più inquietato dai russi nascosti nei burroni e che d'altronde, non possedendo ottimi cavalli, non avrebbero potuto dargli la caccia.
I banditi di Hadgi, praticissimi della regione, si erano messi alla testa del drappello, il quale si componeva quasi esclusivamente di Sarti, ossia di amici fedelissimi di Talmà, pronti a qualunque sbaraglio pur di liberare la loro signora.
La frontiera della Tartaria chinese, o meglio della Duzungaria, non era lontana.
I cavalli, da due giorni ben riposati, divoravano d'altronde le miglia, col medesimo slancio impetuoso, senza dar segno di stanchezza.
A mezzodì il drappello saliva già i primi contrafforti, che erano coperti da folte foreste, per la maggior parte da macchie immense di querce, di cedri selvatici, di pini e di ginepri sopra i quali si vedevano volteggiare in gran numero aquile d'Astrakan, falconi, merops e sparvieri.
Giunto ad una certa altezza, dove si cominciava a scorgere un sentiero serpeggiante attraverso ad un burrone, i banditi si erano fermati, guardando Abei.
Questi aveva subito compreso che non dovevano trovarsi lontano dal rifugio delle _Aquile_ e che era giunto il momento di prendere delle precauzioni, onde i Sarti non potessero accorgersi della sua intesa coi rapitori di Talmà.
— Amici, — disse, alzando la voce e volgendosi verso i Sarti che stavano caricando i loro moschettoni, fingendosi in preda ad una profonda commozione, — mio cugino è caduto sotto il piombo dei russi, ma io ho giurato al _beg_, mio zio, di condurre a buon fine l'impresa che ci ha spinti lontani dalla steppa.
La mia vita appartiene a Talmà, la vostra signora, ed io non tornerò al di là dell'Amu-Darja, senza quella povera fanciulla.
Siete sempre decisi ad aiutarmi?
— Siamo pronti a morire, — risposero i Sarti ad una voce.
— Questi uomini, che ci hanno guidato fino qui, — riprese Abei, — sanno ove si sono rifugiate le _Aquile_ e dove Talmà è stata condotta. Accomodatevi qui e aspettate il mio ritorno.
— Signore, — disse un vecchio Sarto dalla lunga barba grigia, — dove vai tu? Non esporre la tua vita senza che noi ti scortiamo.
Il _beg_ tuo zio ti ha affidato a noi e dobbiamo proteggerti.
— Non farò che una ricognizione, che giudico necessaria, — rispose Abei. — Siamo in numero troppo esiguo ormai per tentare un assalto diretto contro quei banditi e dovremo ricorrere ad una sorpresa, se vorremo liberare Talmà.
Non inquietatevi quindi per me e aspettate senza ansie il mio ritorno. —
I Sarti, completamente rassicurati dalle parole del nipote del _beg_, discesero da cavallo, accampandosi in mezzo ad una folta macchia di colossali platani.
Allentò le briglie e riprese la salita, scortato dai banditi.
Oltrepassato il burrone che si estendeva per qualche miglio, fiancheggiato da altissime querce, i cavalieri si trovarono improvvisamente dinanzi ad un gruppo di uomini barbuti, con immensi turbanti sul capo e armati di fucili, di pistole e di _kangiarri_, che diedero l'alt con voce minacciosa.
— Giù le armi, — disse uno dei banditi della scorta, facendo un segno. — Annunciate il capo Abei Dullah, nipote del _beg_ Giah Aghà. —
Gli archibugi, che erano già stati puntati, furono subito abbassati, gli uomini s'inchinarono profondamente ed i cavalieri continuarono a salire il sentiero fermandosi dinanzi ad un'alta parete rocciosa che mostrava alla sua base un largo crepaccio.
Altri banditi erano comparsi, sorgendo fra i cespugli che coprivano la base della muraglia, puntando anche essi i fucili: poi scorgeudo i loro camerati che scortavano Abei, si erano subito messi in posizione d'attenti.
— Andate a chiamare il capo, — disse uno della scorta, mentre Abei scendeva da cavallo e si gettava dietro una macchia d'astrogolli, per timore di venire scorto da Talmà.
Pochi momenti dopo Hadgi usciva dalla caverna e raggiungeva Abei, che si era seduto su un masso.
— Cominciavo ad inquietarmi del tuo ritardo, signore, — disse il bandito, facendo un goffo inchino. — Ho udito tutta la notte a rombare il cannone a Kitab.
L'hanno presa?
— Credo che ormai tutto sia finito per Djura bey, — rispose Abei. — E Talmà?
— È nella caverna, strettamente sorvegliata. Comincia ad annoiarsi quella fanciulla; non fa che piangere.
— M'incarico io di consolarla.
— E tuo cugino, signore? Dove l'hai lasciato?
— I russi l'hanno ucciso insieme a Tabriz.
— Ne sei bene sicuro? Io ho più paura di quei due uomini, che di tutti i Shagrissiabs di _Djura bey_.
— Io non ho potuto bene accertarmi se Hossein sia proprio morto, perchè i russi non me ne hanno lasciato il tempo. L'ho visto cadere, assieme a Tabriz, colpiti entrambi alle spalle...
— Alle spalle! — esclamò Hadgi, guardando maliziosamente Abei. — Da palle di piombo o da palle rivestite di rame?
— Non occuparti di ciò, — disse Abei, seccato.
— E se fossero stati solamente feriti?
— I russi non ischerzano colle spie: le deportano nelle steppe del Don o le fucilano.
— Non ti comprendo, signore.
— Ho fatto scivolare ieri sera, nella fascia di mio cugino, delle lettere compromettenti. Non sono uno sciocco io.
— Anzi, un uomo meraviglioso, — disse il bandito, con sincera ammirazione.
— Basta, lasciamo i morti e occupiamoci dei vivi. Hai preparato il tuo piano? Ricordati che io devo comparire come un salvatore, o tutto l'edificio che ho innalzato con tanta pazienza e tanta abilità, andrà a catafascio, insieme ai _tomani_ che devo sborsarti.
— Tu hai una scorta, — rispose il bandito, dopo qualche istante di riflessione, — è vero?
— Una quindicina d'uomini.
— Io farò credere a Talmà che devo assentarmi colla maggior parte dei miei banditi per accorrere in aiuto di Kitab e non lascerò che una diecina d'uomini a guardia della caverna.
Questa sera tu darai l'attacco, i miei, alle prime fucilate, scapperanno come lepri, per un passaggio che è noto solo a noi e ti prenderai la fanciulla.
Che cosa vuoi di più semplice?
— Sei furbo.
— I tomani, ora, signore, perché noi non ci rivedremo forse mai più.
Ritorno nella steppa della fame e non ripasserò, per parecchi anni di certo la frontiera di Bukara... —
Abei si tolse dall'ampia fascia due carte e le consegnò al bandito.
— Una per te, una per la famiglia del _mestvire_. Presentati a Jurtschi Omar, banchiere a Samarcanda e ti verrà subito versata la somma. Egli è già stato avvertito da parecchie settimane.
— Grazie, mio signore.
— Sii leale colla famiglia del povero _mestvire_.
— Giuro sul Corano che non mancherò di versarle fino all'ultimo tomano. Addio, signore, questa sera io sarò ben lontano. —
Abei lo congedò con un gesto, raggiunse il cavallo e ridiscese verso il campo, sempre seguito dai banditi che l'avevano fino allora scortato.
I Sarti lo aspettavano, in preda ad una vivissima ansietà, colle armi in mano, temendo qualche improvviso attacco da parte delle _Aquile_.
— Accampatevi pure, amici, — disse loro Abei, smontando. — Sono riuscito a scoprire il rifugio dei banditi e quello che maggiormente ci interessa, ho anche saputo da un pastore che quasi tutte le _Aquile_ hanno lasciato queste montagne per accorrere in aiuto dei Shagrissiabs di Schaar e che solo un piccolissimo drappello veglia su Talmà.
— Signore, — disse un vecchio Sarto, che pareva esercitasse una certa influenza sui suoi compagni, — se è vero quello che ti hanno raccontato, partiamo subito, invadiamo la caverna e facciamo a pezzi quei miserabili.
— No, — rispose Abei, con voce ferma, — aspetteremo questa sera per sorprenderli.