Le Aquile della Steppa: Romanzo
Part 10
Torme di armati continuavano a percorrere le vie, come se fossero impazziti o come se i russi fossero già sotto le mura della città, e sulle terrazze si sparava sempre. Anche i cannoni della cittadella tuonavano, con un crescendo spaventevole, sprecando inutilmente le munizioni, mentre sulla cima degli esili minareti si udivano le voci strillanti dei _muezzin_ a gridare a squarciagola:
— All'armi, figli d'Allah e credenti d'Ali e d'Hussein!... Ecco gl'infedeli! —
Abei continuava a salire le vie tortuose che conducevano alla cittadella, senza preoccuparsi di tutto quel baccano. Girava invece continuamente gli sguardi intorno a sè, colla speranza di incontrare qualcuno dei banditi che Hadgi doveva aver lasciato in Kitab.
Era ansioso di sapere se le _Aquile_ avevano avuto il tempo di uscire e di condurre, sulle montagne, Talmà.
— È impossibile che non si siano accorti del nostro arrivo, — mormorava. — Cinquanta uomini e per di più a cavallo si notano subito.
Chissà che non mi aspettino nei dintorni del caravanserraglio. —
Erano le nove del mattino, quando giunse dinanzi alla cittadella, che era guernita di quattro ridotti in forma di mezzaluna.
Su uno di quelli scorse subito un uomo piuttosto attempato, vestito come un principe, con grandi ricami d'oro sulla lunga casacca bianca ed il capo riparato da un immenso turbante di mussola verde, il colore che possono portare solo coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, e che dà a quelle persone una specie di titolo di santità.
S'avvicinò ad una delle porte del ridotto; ma dovette subito fermarsi perchè la sentinella che vegliava, un _shagrissiabs_, di statura gigantesca ed immensamente barbuto, l'aveva subito preso di mira con una specie di trombone, minacciando di crivellarlo con una tempesta di pallottoloni mescolati a chiodi.
— Metti da parte la tua racchetta, — gli disse Abei, con accento ironico. — Va' invece ad avvertire _Baba beg_ che il nipote di _beg_ Giah Aghà e figlio di Abei Hakub, desidera vederlo. Sarà tanto di guadagnato per la vostra causa. —
Il _shagrissiabs_, impressionato dal tono altero del giovane e anche dalla sua calma, chiamò alcuni compagni e trasmise loro la domanda.
Un momento dopo la porta si spalancava a due battenti ed Abei entrava nella cittadella, scortato da quattro artiglieri, passando fra due altissime muraglie di mattoni, che oscillavano pericolosamente ogni volta che i cannoni dei ridotti tuonavano sulla cima delle scarpate.
All'estremità dello stretto sentiero, che girava intorno ai bastioni, su una piccola spianata dove si trovavano collocate, su dei cavalletti, alcune racchette, lo aspettava il beg di Schaar, appoggiato sulla sua lunga e molto arcuata scimitarra.
— È vero che tu sei il figlio di Abei Hakub? — chiese l'ex luogotenente dell'Emiro di Bukara, mentre il giovane scendeva da cavallo.
— Forse che non somiglio a mio padre, beg? — chiese il giovane. — Mi hanno detto che sono il suo ritratto.
— Infatti — disse il beg, — tu mi ricordi l'uomo a cui io devo la vita. Che vuoi da me?
— Hai saldato verso mio padre il tuo debito di riconoscenza? — chiese Abei.
Il beg lo guardò un po' inquieto, mentre faceva cenno agli artiglieri di allontanarsi.
— Tu giungi in un brutto momento, giovanotto, — gli disse poi. — Abbiamo i russi alle porte della città.
— Od invece in un buon momento? — disse Abei. — Io non sono qui venuto solo, anzi ti ho condotto cinquanta cavalieri, che forse valgono come duecento dei tuoi _shagrissiabs_. —
Il beg lo guardò con un certo stupore, poi un sorriso illuminò il suo volto.
— Come? — esclamò — tu vieni a chiedermi di pagarti il debito di riconoscenza che io devo a tuo padre e nel tempo stesso mi porti degli aiuti?
— Sì, ma ad una condizione, beg, — disse Abei.
— Quale?
— Che tu mandi i miei uomini ed i loro capi dove sarà più intenso il fuoco dei russi.
— Io non ti comprendo, giovinotto, — disse Baba, il cui stupore aumentava.
— Tu devi riconoscenza a mio padre?
— È vero: egli mi ha salvato la vita nella steppa, un giorno in cui una torma di ghirghisi nella piccola orda, mi aveva assalito e stava per opprimermi.
— Rispondi prima ad una domanda che ti rivolge il figlio del tuo salvatore.
— Parla.
— Ieri dei cavalieri che giungevano dalla steppa sono entrati qui, è vero?
— Sì, me l'hanno detto.
— Avevano una fanciulla con loro?
— Anche questo è vero. Pare che si trattasse di qualche matrimonio perchè la fanciulla indossava le vesti nuziali ed aveva sul capo una tiara ricchissima.
— Dove si trovano ora?
— Non lo so. Hanno attraversata la città a corsa sfrenata, uscendo dalla parte opposta.
— Non si sono fermati? — chiese Abei, con uno slancio di gioia.
— No.
— Il tuo debito di riconoscenza è pagato, _beg_.
— In qual modo?
— La truppa che io ti ho condotto è guidata da mio cugino, pur lui nipote del _beg_ Giah Aghà: Metti i suoi uomini in prima linea, esponili al fuoco dei russi più che potrai e non curarti d'altro.
Al resto penserò io: tu mi hai pagato.
— Ecco una cosa a buon mercato, — disse il _beg_, sorridendo. — Io non indagherò il mistero che ti spinge a sacrificare quegli uomini.
Ho bisogno di valorosi e mi varrò di loro.
— Quando credi che i russi daranno l'assalto?
— Non prima di domani.
— Hai qualche speranza di tenere testa a loro?
— Sì, se riuscirò a fanatizzare i miei cavalieri e la popolazione. Questa sera lancerò i _muezzin_ attraverso le vie della città e farò loro invocare la protezione di Alì e di Hussein, portando in giro la veste verde dell'uno e la spada dell'altro e le colombe bianche, simbolo del loro martirio.
— Ho la tua parola, _beg_?
— L'hai, — rispose Baba, — così se morrò nella pugna anche questo debito l'avrò pagato. —
— Ci rivedremo al fuoco. —
Abei risalì sul suo cavallo, salutò con un gesto della mano il _beg_ e uscì dalla cittadella, scendendo a piccolo trotto, verso la piazza del _bazar_.
Dieci minuti dopo, ilare e sorridente, rientrava nel caravanserraglio. Tabriz e Hossein, che stavano preparandosi il pranzo, avendo acquistato alcuni montoni per loro e per la scorta, vedendolo, si affrettarono a muovergli incontro.
— Dunque, cugino? — chiese il giovane, che era diventato pallido.
— La tua Talmà è qui — rispose Abei.
— Dove? — gridò Hossein.
— Ecco quello che Baba _beg_ non sa ancora, tuttavia ha un sospetto e mi ha giurato sul Corano che ci aiuterà a ritrovarla.
— Ah!...
— Adagio, cugino, disse Abei. — Quello che temevo si è avverato.
— Che cosa dici? — Chiese Hossein diventando livido.
— Egli esige, come compenso, che noi lo aiutiamo a prestargli man forte contro i russi.
— Se non è che per questo, noi sciaboleremo per bene quei maledetti moscoviti, — disse Tabriz che nutriva vecchi rancori contro gli occidentali. — Purchè trovi Talmà e ce la restituisca, noi faremo dei veri miracoli d'eroismo, è vero, signore?
— E le _Aquile_? — chiese Hossein.
— Sono fuggite dopo d'aver lasciato qui Talmà.
— Ma a chi l'hanno lasciata? Te lo ha detto, Abei?
— Non lo sa ancora.
— Signore, — disse Tabriz. — Se Baba _beg_ ha giurato sul Corano, da buon mussulmano, manterrà la sua promessa.
Per ora aiutiamolo a respingere quei dannati moscoviti. Sarebbe stato meglio non imbarazzarci in questa ribellione, tuttavia giacché siamo coinvolti anche noi, meneremo le mani meglio che potremo. Sarà sangue straniero che scorrerà e non già turchestano.
— Pranziamo, — disse Abei. — Fra poco comincerà la processione degli sfregi in onore di Ali e di Hussein, che Djura bey ha ordinata per fanatizzare le sue truppe, e noi, come difensori della fede, dobbiamo prendervi parte.
— E Talmà? — chiese Hossein, come se uscisse da un sogno.
— Non temere, cugino. La ritroveremo e forse più presto che tu non creda. Da Kitab non è uscita, il _beg_ me lo ha assicurato e colui che ha pagato le _Aquile_ per rapirtela, pagherà colla vita la sua bricconata. È vero Tabriz?
— M'incarico io di strozzarlo, — rispose il gigante, mostrando le sue mani vellose come quelle d'un orso. — Una stretta sola e crac!... Il collo mi rimarrà fra le dita. —
Il pranzo fu tuttavia molto silenzioso; Hossein, Tabriz e anche Abei parevano profondamente preoccupati, specialmente quest'ultimo il quale non riusciva a staccare gli sguardi dalle mani, poderose e terribili, del gigante della steppa, che pareva lo minacciassero.
Al rimbombo delle cannonate e alle urla dei _Shagrissiabs_, era subentrato a poco a poco un profondo silenzio. Gli abitanti ormai rassicurati che i russi, almeno per quel giorno, non avevano alcuna intenzione di assalire la città, si erano ritirati nelle case, per prepararsi alla processione della sera, che alcuni araldi di Djura bey ed i _muezzin_, dall'alto dei minareti, avevano ormai annunciata, per invocare sui difensori della fede la protezione di Hussein e di Hussan, i due santoni venerati dai turchestani e dai persiani, discendenti da Maometto.
Il sole era appena tramontato, quando su tutti i minareti della città echeggiarono, nell'aria tranquilla, le voci squillanti dei muezzin.
— Ecco la luna dell'Islam che sorge!.... Alla gloria d'Hussein e di Alì!... Mostrate, fedeli, ai nostri santi, la vostra fede! —
Tabriz ed i cavalieri della scorta si erano prontamente messi a cavallo.
— Mostriamo che anche noi siamo credenti, — disse Hussein. — E poi chissà che non incontri Talmà nella processione. —
Quando uscirono, tutta la città era coperta di lumi. I bastioni della cittadella, i merli delle muraglie, le scarpate, i muri dei giardini, le terrazze, scintillavano di punti bianchi, rossi, gialli, verdi, azzurri, con un effetto fantastico ed insieme splendido, e attraverso le tortuose vie della città alta, si vedevano scendere delle vere fiumane di torce, che si lasciavano dietro delle nuvole di fumo e di scintille.
Pareva che Kitab fosse in festa e che più nessun pericolo la minacciasse.
Masse di gente s'accalcavano nella gran piazza, dove sorgeva la moschea dedicata ai due santoni, salmodiando con voce rauca e nasale i versetti del Corano, in attesa di organizzare la processione e di cominciare la festa del sangue.
I turchestani sono i più fanatici dei turchi e, fino ad un certo punto, rassomigliano in ciò agli indiani. Non si gettano come questi sotto i carri di pietra per farsi schiacciare a centinaia e centinaia, tuttavia celebrano tutte le loro feste religiose con grande effusione di sangue.
Un certo numero di fanatici, scelti fra i molti concorrenti, si mettono a capo delle processioni, armati di sciabole, di _jatagan_, di pugnali, di coltellacci e cinti di pesanti catene che trascinano fragorosamente per le vie e si tagliuzzano con una voluttà feroce e ributtante il viso, le braccia, il petto, invocando a squarciagola i loro santi protettori.
Il loro orgasmo è tale che i parenti e gli amici che li accompagnano sono sovente costretti a strappare loro di mano le armi od a calmarli, onde non finiscano per scannarsi. Malgrado tale sorveglianza, dopo ogni processione, si contano sempre parecchi morti e quelli sono gli invidiati, perchè tutti sono convinti che saliranno senz'altro nel paradiso del profeta.
Quando Abei, Hossein ed i loro cavalieri giunsero sulla vasta piazza, che era decorata con bandiere verdi e con tende nere su cui si leggevano, trapunti in oro, alcuni versetti del Corano, la processione si era ormai organizzata.
Tre o quattrocento fanatici, coperti d'una zimarra lunghissima di tela bianca, onde le macchie ed i rivi di sangue spiccassero maggiormente, tutti armati di scimitarre affilatissime ed i fianchi cinti di grosse catene, che trascinavano con un fragore infernale sui ciottoli della via, aprivano il corteo, fiancheggiati da parenti e da amici, che reggevano lunghe torce fiammeggianti.
Seguivano parecchi _muezzin_, i quali conducevano per le briglie tre cavalli bianchi, di razza araba, splendidamente bardati, con lunghe gualdrappe di seta trapunte in oro ed in argento e alti pennacchi sulla testa.
Uno portava sulla sella due scimitarre a doppio taglio, con due mele infilzate nella punta, il frutto prediletto di Alì, l'amico e nipote di Maometto, trucidato dai settari di Omar, che aspiravano in sua vece al califfato; il secondo un bellissimo cavallo vestito di seta verde con ricami magnifici, che voleva raffigurare quello che indossava Alì il giorno del suo assassinio; il terzo invece una cesta di vimini con entrovi due colombe e che volevano rappresentare la strage di Hussein e di tutti i suoi fedeli sterminati nelle pianure di Kirbdeil, mentre stavano per muovere alla conquista del califfato.
Venivano poi soldati, cavalieri, cittadini, muniti tutti di torce, pigiandosi, urtandosi, fra un frastuono spaventevole prodotto da migliaia e migliaia di voci che urlavano a squarciagola:
— Alì — Hussein! — Proteggeteci dagli infedeli! — Sterminateli, fulminateli! — Allah! — Allah! —
In mezzo a quella folla, stretta da tutte le parti, come impacchettati, si scorgevano i due Beks di Kitab e di Schaar, coi loro immensi turbanti verdi, montati su bianchi cavalli e seguiti da un brillante stato maggiore.
La processione si era messa in moto a passo accelerato, poiché i fanatici che marciavano alla testa, per meglio esaltarsi e anche per raddoppiare il fracasso delle pesanti catene, si erano messi a correre, mandando delle urla che più nulla avevano d'umano.
Le loro armi taglientissime scintillavano sinistramente alla luce sanguigna proiettata da quelle centinaia e centinaia di torce.
D'un tratto un grido formidabile si sprigiona da quei tre o quattrocento petti: sembra un immenso e spaventevole ruggito:
— Alì! — Hussein! —
Quei furibondi cominciavano a tagliuzzarsi la fronte, le labbra, il naso, le spalle, le braccia, che erano nude, con una voluttà feroce! Il sangue zampillava copioso, macchiando e scorrendo sulle bianche zimarre e colando sui ciottoli.
Lo spettacolo è orribile, ributtante, ma non impressiona nessuno: anzi tutti invidiano quei disgraziati, che si mutilano atrocemente, convinti di guadagnarsi, con tutto quel sangue che perdono, il sospirato paradiso del Profeta.
Di quando in quando uomini mezzi dissanguati, stramazzano al suolo colla schiuma alla bocca, gli occhi schizzanti dalle orbite; subito gli amici od i parenti li raccolgono e li portano nelle case vicine, dove le donne si affrettano a lavarli, fasciarli e rinvigorirli con tazze di _kumis_ o con acquavite di segala.
Quella corsa, poiché era diventata una vera corsa attraverso alle vie più spaziose della città, durava da una mezz'ora, fra un baccano sempre più spaventevole, quando Abei, che al pari degli altri aveva dovuto scendere da cavallo per non calpestare la folla, che lo stringeva d'ogni parte, si sentì tirare per una manica, assai vigorosamente.
Tabriz e Hossein, divisi dalla scorta, erano già molto innanzi in quel momento.
— Signore, — sussurrò una voce nell'orecchio del giovane.
Abei si era voltato. Un uomo molto barbuto, che aveva il viso in parte nascosto da un ampio turbante, gli stava dietro, tenendolo sempre per la manica.
— Che cosa vuoi? — gli chiese.
— Lasciate passare questi imbecilli, — disse quell'uomo. — Appoggiatevi contro il muro e tenete ben saldo il vostro cavallo. —
Poi aggiunse, spingendolo ruvidamente contro la porta d'una casa:
— Hadgi...
— Aspetta, — rispose Abei, mentre un lampo di gioia gli brillava negli occhi.
La turba passò, seguendo i fanatici che non cessavano di sfregiarsi i corpi; poi, quando gli ultimi uomini scomparvero verso la parte bassa della città, dove giganteggiava un'altra moschea e si trovarono soli, l'uomo barbuto aiutò Abei a salire in sella, dicendogli:
— Non abbiamo tempo da perdere. I russi s'avvicinano.
— Sei uno degli uomini che Hadgi ha lasciato qui perché mi guidino?
— Sì, signore.
— Sei solo?
— Ho quattro compagni che mi aspettano presso la porta di Ravatak e tutti ben montati.
— Dov'è la fanciulla?
— Al sicuro, fra le montagne di Kasret Sultan Geb.
Affrettiamoci o resteremo anche noi assediati.
— Andiamo, — disse Abei. — Domani i russi assaliranno Kitab, succederà certo un massacro, Tabriz e Hossein difficilmente sfuggiranno alla morte... e Talmà sarà mia. —
Aveva messo il cavallo al trotto ed il bandito lo seguiva a piedi, correndo come un'antilope.
In quindici minuti Abei ed il bandito raggiunsero i gradini che si estendevano dietro l'alta muraglia, poi piegarono a dritta per arrivare alla porta che supponevano fosse ancora aperta.
Già la intravedevano, quando quattro cavalieri mossero loro incontro.
— Che cosa c'è? — chiese il bandito che si era fermato.
— Troppo tardi! — rispose uno dei cavalieri. — La porta è stata chiusa. —
Quasi nel medesimo istante si udirono le sentinelle di guardia della scarpata e dei bastioni esterni a gridare:
— All'arrmi!... I russi! —
Poi un colpo di cannone rimbombò fra le tenebre, ripercuotendosi fra i ridotti della cittadella.
Le colonne del maggior generale Abramow marciavano all'attacco della città ribelle.
CAPITOLO XV.
L'assalto di Kitab.
Le popolazioni dell'Asia centrale e specialmente quelle che occupano quell'immensa regione, che si estende dalle rive orientali del mar Caspio ai confini meridionali della Duzungaria Chinese e che è conosciuta col nome di Tartaria Indipendente, sono di una irrequietezza incredibile.
È raro che passi un anno senza che forti insurrezioni scoppino in questo od in quel Kanato, scatenate per lo più dalla sfrenata ambizione dei luogotenenti degli Emiri, assetati, come i loro padroni, di potere.
Le pene tremende che spettano ai ribelli vinti, non spaventano quegli spiriti irrequieti e giuocano la loro vita, senza darsi pensiero di quello che toccherà loro più tardi.
Dopo che Yakub, un luogotenente dell'Emiro di Bukara, ribellatosi al suo signore, si è formato un piccolo regno nella Duzungaria, un po' a spese dei tartari ed un po' alle spalle dei chinesi, diventando oggidì uno dei più prosperi dell'Asia centrale e anche dei più civili, molti hanno cercato d'imitarlo, quantunque sempre con pessima fortuna.
I bey di Kitab e di Schaar, alleatisi, forti dell'appoggio loro promesso dalla tribù dei Shagrissiabs e della robustezza delle loro città, si erano a loro volta ribellati all'autorità dell'Emiro di Bukara, colla speranza di rendersi prima indipendenti e poi di emulare le gesta fortunate di Yakub.
Probabilmente vi sarebbero riusciti, se la diplomazia russa, sempre vigilante su tutto ciò che succede nell'Asia Centrale, che ritiene come un futuro suo boccone, non ci avesse messo lo zampino.
Quella ribellione aveva turbato i sonni tranquilli del governatore del Turchestan, e siccome il suo protetto, l'Emiro di Bukara, non si trovava in grado di calmare gli spiriti belligeri dei due _beg_, si era affrettato a offrirgli il suo aiuto.
Subito un corpo di spedizione era stato formato colle truppe di guarnigione a Samarcanda, composto di nove compagnie di fanteria, di due sotnie di cosacchi del Don, di dodici cannoni e otto racchette, il tutto sotto gli ordini del maggior generale Abramow.
Quelle truppe non erano certamente molte, ma potevano dar da fare agli indisciplinati Shagrissiabs, buoni soldati nelle imboscate e pessimi in una vera battaglia, malgrado l'impetuosità dei loro attacchi e le loro urla ferocissime.
Il corpo di spedizione, divisosi in due colonne, si era messo in marcia senza indugio.
Quella di destra era stata messa sotto gli ordini del colonnello Miklalowskye, quella di sinistra era stata affidata al tenente colonnello Schovnine e doveva spingersi verso Kitab per la via più breve, mentre l'altro aveva avuto l'ordine di far sosta a Diam.
Trattandosi di una guerra che non poteva durare che qualche settimana, le truppe non avevano ricevuto che viveri per soli dieci giorni e le munizioni invece al completo. A Diam però, già occupato da due compagnie del sesto battaglione di linea del Turchestan e che doveva formare la riserva, il maggior generale Abramow aveva fatto ammassare una certa quantità di provvigioni, nel caso che la guerra dovesse prolungarsi oltre le previsioni.
L'11 Agosto del 1875, la colonna di destra occupava, dopo una lunga e rapidissima marcia, il villaggio di Makrt, nel piano dei Shagrissiabs, senza aver sparato un colpo di fucile.
Gli abitanti erano così lontani dal pensare ad una invasione russa, che erano stati sorpresi mentre coltivavano i loro giardini ed i loro campi, sicchè non avevano avuto il tempo di organizzare la menoma resistenza.
L'indomani però la colonna si trovava alle prese con numerose bande di cavalieri, le quali, dopo averla lasciata passare senza attaccarla, fecero fuoco sui carri dei bagagli e sulla retroguardia, uccidendo e ferendo non pochi uomini.
Due colpi di racchetta e poche fucilate erano state sufficenti a disperdere quegli uomini, più banditi che buoni soldati.
Il 13, alle cinque pomeridiane, la colonna di Miklalowsky giungeva, senza combattimenti, ai giardini di Urens-Reshlak, la cinta esterna dei Shagrissiabs.
La medesima sera faceva la sua congiunzione colla colonna guidata dal tenente colonnello Schovnine, la quale fino allora non aveva avuto l'occasione di consumare una sola cartuccia.
Il 14, di buon mattino, alcune masse nemiche, comparivano improvvisamente sul fianco dell'accampamento e, giunte a tiro di fucile, aprivano un fuoco piuttosto violento quantunque male diretto, poi si squagliavano subito dinanzi ad alcune scariche dei cacciatori del Turchestan.
Respinti i cavalieri di Bek-Djura bey e del _beg_ di Schaar, il generale Abramow, seguito dal suo stato maggiore, da una compagnia di linea e da venti cosacchi e appoggiato da due cavalletti di racchette, eseguiva una rapida ricognizione sotto le mura di Kitab, non ostante il fuoco del nemico, onde scegliere il punto per aprire una breccia d'assalto e alla sera iniziava il bombardamento della città, dopo d'aver disposti i suoi uomini su due colonne.
. . . . . . .
Abei, udendo tuonare il cannone e vedendo i soldati di Djura bey e del _beg_ di Schaar, accorrere in massa verso le mura, per respingere l'imminente attacco dei russi, non aveva potuto trattenere una bestemmia.
Ormai si trovava chiuso nella città assediata, esposto agli orrori d'un assalto, con forse poche probabilità di salvare la pelle e di poter più tardi raggiungere i banditi ed impadronirsi di Talmà.
— Siano maledetti Djura bey e quel furfante di _beg_ di Schaar! — esclamò coi denti stretti. — Vadano all'inferno Hussein, Alì e Maometto insieme! —
I banditi lo avevan circondato, aspettando i suoi ordini e chiedendosi il motivo di quell'improvviso scatto di rabbia.
— E voi, stupidi, non potevate mostrarvi prima? — gridò finalmente Abei, minacciandoli col pugno.
— Vi abbiamo cercato dappertutto, signore, — disse colui che lo aveva guidato. — Saremmo stati anche noi più contenti di andarcene, prima che i russi ci chiudessero il passo.
— Siete dei cretini! —
Stette un momento come pensieroso, poi, alzando le spalle e dando una strappata alle briglie, mormorò:
— Bah! Forse sarà meglio. Cerchiamo di spingere gli altri e di non esporre la mia pelle.
Vedremo se torneranno vivi nella steppa! —
Volse il cavallo e si diresse a piccolo trotto verso la piazza del _bazar_, mentre i cannoni della cittadella rombavano furiosamente, rispondendo alle artiglierie russe che battevano in breccia la porta di Ravatak e la torre sovrastante.
Quando giunse al caravanserraglio, trovò Hossein e Tabriz in sella, pronti a prendere parte alla difesa della città coi loro cinquanta uomini.
Un messo di Baba-beg li aveva già avvertiti che l'assalto stava per cominciare e che la loro presenza sulle mura era necessaria.
— Ti credevamo già morto, — disse Hossein, vedendolo. — Le palle russe cominciano a piovere nelle vie.
— Mi ero solamente smarrito, cugino, — rispose Abei, — e devo ringraziare gli uomini che m'accompagnano se mi hanno messo nella buona via, Kitab non la conosco.
— Giungi in buon punto. I russi si preparano ad espugnare la città.
— È alla porta di Ravatak che tenteranno l'attacco, — disse Tabriz.