# Le Amanti

## Part 9

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Vi fu un giorno, però, in cui tutte le ombre malinconiche, e le incertezze, e i timori parvero dileguati. Era nella calda estate ed ella era andata ad Albano, sui colli, per fuggire l'aria soffocante di Roma. Colà, lo aspettava pazientemente, per giornate intiere, ma egli, pur promettendo di venire a trovarla, pur scrivendole, non veniva mai. Per tre o quattro volte ella era andata alla stazione, inutilmente. Una grandissima tristezza adesso opprimeva la donna superba; giacchè le pesava sulle spalle tutto l'irreparabile del suo errore sentimentale. Volontariamente ella si era ingolfata in questo amore; con ostinazione di passione ella ne aveva abbracciata la croce; la sua fantasia l'aveva spinta ai più duri sacrificii; e adesso erano impegnati il suo cuore e il suo onore. Stando sola, nella freschezza dei colli albani, ella approfondiva l'immensità del suo ultimo fallo e quel verde riposato tutt'intorno, e quella serenità la crucciavano. Infine, un giorno egli giunse, quasi inaspettato. Era così lieto! Le disse, subito che non era venuto, ma che aveva sofferto molto, a non venire: che l'aveva molto amata, nella sua assenza: e le domandò, se ella lo amasse ancora. Così lieto! Ella diventò lietissima. Andarono, insieme, sotto l'ombrellino di Clara, a una lunga passeggiata, a braccetto, a traverso i sentieri di campagna, fra i prati fioriti. Clara aveva un vestito di seta leggiera, di un bianco avorio: e un gran cappello di merletto avorio come una cuffia. Pareva molto più giovane e così delicata che egli la chiamò, ridendo: _Madame la marquise_. Ella era raggiante. Si sedettero sull'erba, all'ombra di un elce secolare, famoso in quelle campagne, e le loro anime furono così assolutamente e perfettamente armoniose, in quella solinga e serena campagna, che essi si guardavano e indovinavano l'un l'altro i pensieri. Si dispersero, due volte, per la via, ridendo, scherzando, baciandosi, dietro l'ombrello abbassato di Clara: e _Madame la marquise_ arrossiva finemente di gioia, sotto l'ombra bianca del suo grande cappello. Non un motto del passato: non un pensiero del domani: non un velo di amarezza, mai. Egli aveva l'aria di un fanciullo; strappò dei fiori di campo, odorosissimi, ne fece un gran fascio, lo portarono all'albergo in trionfo. Là pranzarono soli, soli, in un angolo della stanza da pranzo, guardandosi negli occhi, sorridendosi, toccandosi le mani nel porgersi un bicchiere, un piatto, ebbri di una gioia di vivere che li faceva impallidire di piacere. Andarono sulla terrazza dell'albergo, soli sempre, tenendosi per mano, tacendo, dicendosi nello sguardo innamorato quelle cose profonde e intime, che l'amore pensa e non dice. Ogni tanto, ella chiedeva:

--Mi vuoi bene?

--Sì--rispondeva lui, semplicemente, senza reticenze.

--Quanto?

--Molto.

--Io ti adoro--ella concludeva, arrossendo.

Alla sera, ella lo ricondusse alla stazione, attaccata al suo braccio, innamoratissima di lui, mentre lui non sapeva staccare lo sguardo da quei cari occhi: si baciarono nella penombra della stazione, senza pensare a chi li guardava. Il treno si mosse, ella restava a guardare e lui si sporgeva dallo sportello, salutando.

Ella gli scrisse, nei giorni successivi, otto o dieci lettere, folli: egli non rispose. Aveva giurato di ritornare: non ritornò. Ella ripartì per Roma, prima che la villeggiatura finisse.

V.

Vestita di bianco, con un leggiero scialletto di crespo bianco sulle spalle, Clara, in quelle ultime lunghe sere di estate, aspettava Giovanni al balcone. Prima, la solinga donna leggeva un poco, si aggirava come un fantasma per la casa deserta; poi, verso le nove, approssimandosi l'ora dell'arrivo, ella esciva sul balcone, interrogando le penombre di via del Babuino. Malgrado che l'afa di quella fine d'agosto togliesse la gente alle case soffocanti e la spingesse per le vie, in cerca di un fantastico fresco, via del Babuino era spopolata. È lontana dal centro: ed è via di forestieri, che la popolano solo nell'inverno. Pochissima gente l'attraversava; avanzandosi la sera, non più un viandante. Clara guardava l'alto della strada, verso piazza di Spagna, donde giungeva sempre Giovanni, quando giungeva: e appena una persona svoltava l'angolo, essa si piegava sui ferri, cercando distinguere l'alta figura e il passo un po' lento, a lei così noti. L'ora serotina si svolgeva, calda, spesso attraversata da un molle soffio sciroccale; Giovanni non compariva. Affaticata dallo stare in piedi, ella si sedeva sovra uno sgabello di legno, che era fuori sul balcone; appoggiava la testa ai ferri, in atto di pazienza e di riposo; talvolta, un lieve sonno la coglieva; alle undici e mezzo, che ella sentiva suonare a Santa Maria del Popolo, si levava, rientrava, poichè Giovanni non sarebbe venuto più. Un brivido di freddo la coglieva, in casa: e si accostava alla sua scrivania, per scrivergli un biglietto, una lettera, lagnandosi che egli avesse ancora mancato alla promessa. Ma, sedutasi, si rialzava subito: a che lagnarsi? Su sette sere della settimana, egli mancava cinque: e la lasciava, così, in una interminabile aspettativa, fuori su quel balcone, in una solitudine e in una malinconia grande, sapendo benissimo che ella lo aspettava ogni sera e che era sola, solissima. Adesso, ella non si lagnava più, giacchè le scene la stancavano e la impaurivano, perduta di energia, precipitata e giacente nella inazione spirituale di chi ha troppo amato inutilmente: e non lamentandosi lei, egli non si scusava neppure e aveva l'aria di non rammentarsi che ella non esciva, non vedeva nessuno, per lui soltanto. Oramai, Clara non aveva più quelle crisi di violenza, in cui malediceva l'aridità del cuore di Giovanni e la viltà del proprio cuore che non sapeva infrangere un legame così fittizio e così torturante: ella era in preda a quelle sonnolenti rassegnazioni, che abbattono tutte le persone di carattere impetuoso, dopo un periodo di passione. Sul viso altiero di Clara, dove sempre aveva brillato il sorriso trionfale della donna padrona del proprio destino, ora sedeva l'espressione stanca e paziente della vittima. Quando Giovanni le riappariva innanzi, ella sorrideva tenuemente, gli si sedeva accanto, ma non troppo vicino, non gli faceva un rimprovero, gli parlava a voce bassa, senza ridere mai. Egli la guardava curiosamente: scrutava tutte le impressioni di quel volto mobile, di quegli occhi vivacissimi, e scorgendovi come disteso un velo d'inesorabile e quieta tristezza, crollava il capo, senza dire nulla. Egli stesso era profondamente triste. Forse, s'imponeva di non andare da Clara, più spesso. Forse, per una singolare contraddizione del suo spirito, quell'aspetto di vittima, quel silenzio, quella mancanza di sorriso, lo tormentavano più di una scena furiosa. Nel settembre, egli partì per Napoli, senz'avvertirla neanche; ella gli scrisse, tre o quattro volte, delle lettere pacate, ma senza rampogna; delle lettere dove tutto il fuoco dell'anima di Clara parea fosse stato smorzato dalle lacrime. Ritornò, Giovanni, dopo dieci giorni: ed ella non gli fece nessuna interrogazione, fredda e tenera, fredda e triste, fredda e oppressa da una fatica morale che le traluceva, torbidamente, dagli occhi.

--Che hai? Che hai?--le chiese lui, quel giorno, con ansietà, andando volontariamente incontro a una spiegazione.

--Sono stanca--ella disse, chinando gli occhi.

--Di me?

Ella esitò, un minuto. Disse:

--No.

--Finirai per odiarmi, io lo aveva preveduto--egli soggiunse, desolatamente.

--E perchè, Giovanni? Tu non hai nessuna colpa.

--E tu neanche, poveretta!--replicò lui, prendendole le mani.

Ella si svincolò, dolcemente e freddamente.

--Oh io, sì!--e un vero accento di convinzione, la dichiarava colpevole di quel malinconico ultimo peccato, pieno di tante delusioni.

--La colpa è delle cose, è degli anni, è della fatalità--egli spiegò.

--La fatalità è la scusa dei deboli e degli sciocchi--diss'ella brevemente.--Io ho voluto che questo fosse; la colpa è mia.

--Poveretta, poveretta!--mormorò lui, con voce di pianto.

--Mi sono ingannata, anche questa volta--ella replicò, con una freddezza di ghiaccio.

L'accenno agli amori passati, il primo che ella facesse durante un anno e mezzo di relazione con lui, la comunanza del suo amore con gli altri, nella mente di Clara, gli fece una impressione pessima.

--Io non ti ho ingannata--esclamò lui offeso, contristatissimo.

--Chi sa!--ella disse.--Hai creduto di dirmi la verità: ma quando è che l'hai detta?

--Mai, mai ti ho ingannata!

--Eppure un giorno mi dicevi d'amarmi e un giorno lo negavi. Quando è che mentivi?

--Mai, mai, Clara!

--Vedi bene che tu stesso ignori la verità. Tu non sai niente!

--So che soffro, ecco tutto.

--Anche io, molto, Giovanni, molto.

--Non più di me!

--Più di te, più di te, in un modo diverso, con una intensità maggiore e diversa. Niuno ha mai espiato un peccato più immediatamente e più rigorosamente di me, credilo.

--Povera Clara, io ti ho portato sfortuna!--e la più grande tenerezza vibrava in lui.

Ma queste gelide consolazioni non arrivavano a riscaldare il cuore della donna.

--La fortuna o la sfortuna è in noi--rispose ella, recisamente.

--In me, in me! Sono un essere malaugurato e sventurato.

--E perchè? Non hai amato?

--Troppo presto e troppo male, Clara!

--Non sei stato amato?

--Troppo tardi, troppo tardi.

--I tuoi ricordi saranno dolci, nella vecchiaia--ella soggiunse, con una glaciale tenerezza.

--Io non giungerò alla vecchiaia degli anni, lo so.

--Fortunato te!

Fu l'unica parola profondamente disperata che le uscì di bocca, in quello strano duetto. Ma, adesso, i loro scarsi e rari colloqui diventavano penosi; vi aleggiava una tristezza infinita, i loro volti erano distratti e assorbiti, un soffio di gelo chiudeva la coppia amorosa. Amorosa? Niuna parola d'amore, più. Ella, a poco a poco, gli scriveva meno. Egli se ne lagnò:

--Perchè mi scrivi così poco?

--Ti affliggerei, scrivendoti.

--Tu puoi dirmi tutto, lo sai.

--Non ho da dirti nulla.

Anche quando si vedevano, la conversazione si rallentava fra loro. Prima, Clara si interessava a tutta l'esistenza di Giovanni lasciandosi narrare le sue noie e le sue soddisfazioni: adesso, ella non lo interrogava più. Se egli voleva dirle qualche cosa, lo ascoltava, ma con gli occhi velati, quasi non intendendo.

--La tua anima è lontana, Clara--le disse, una sera.

--Non è che malata, tanto malata--ella si lamentò.

--Non speri di guarire?

--Sperare di guarire? Questa guarigione è anche la morte.

--La morte è di tutte le anime che hanno amato.

--È vero--ella concluse, a capo basso.

Adesso, ogni tanto, guardandola, mentre essa lo guardava, gli pareva di vedere delle lacrime negli occhi. Ma esse si dileguavano. Talvolta, ella si alzava dal suo posto, andava verso un balcone, andava nell'altra stanza: egli indovinava che Clara rasciugava queste poche lacrime: l'avanzo dei grandi pianti antichi,

--Perchè ti viene da piangere, guardandomi?--le domandò, infine, turbato assai di ciò, intravvedendolo.

--Io? No, non piango.

--Perchè me lo nascondi? Non sono il tuo migliore amico?

--Amico? Io non ho amici.

--Il tuo amante, allora?--ribattè lui, dopo una esitazione.

--Io non ho amanti, Giovanni.

--L'uomo che ti ama?

--Nessuno mi ama.

Profondo silenzio. Le lagrime erano inaridite negli occhi di Clara: ma egli vi ritornò sopra amaramente:

--Non vuoi dirmi, perchè mi guardi e i tuoi occhi si orlano di lacrime? Ciò è così triste! Mi pare che tu pianga un morto.

--Sono tanti i modi di morire.

Così, in questo ambiente di gelido dolore, di amarezze quiete e infinite, di grandi veli bigi e fitti che li avvolgevano in una nuvola di orrenda e intima malinconia, evitavano di vedersi in casa, dove soffrivano anche più. Non si davano convegno, ma si incontravano randagi pallidi, vagabondi delle vie remote di Roma, camminando accanto senza parlarsi, o scambiando qualche motto insignificante. Una volta andarono al Colosseo; era un chiarore plenilunare bianchissimo, con un freddo vivido d'ottobre; ella era tutt'avvolta in un mantello col cappuccio. Si sedette, Clara, sovra uno scalino dell'anfiteatro; Giovanni, si sedette più giù, vicino a lei, toccandole le ginocchia con la testa. Il grandioso circo era tutto molle e candido, sotto il raggio lunare. Ella fece un atto, e la sua mano si posò, lievissima, sulla testa di Giovanni. Tacevano: la mano restava lì, lieve, fredda, immota. Egli si volse un poco, prese la mano e la baciò sulle dita, appena appena, con una carezza casta, fugace; la mano ricadde lungo la persona. Si guardarono negli occhi, in quella solitudine, in quella notte chiara, e quello sguardo infinitamente e rassegnatamente desolato fu inteso, da ambedue, per quel che era, per quel che diceva.

L'indomani, nelle ore tarde pomeridiane, si videro al Pincio, dove ella gli aveva dato convegno. Ella era vestita di un abito di seta grigia e aveva una giacchetta di velluto nero; sul cappellino di velluto nero era una fine veletta nera. Egli pensò, vedendola, a quella sera di _Armida_, oramai lontana, nelle sensazioni e nelle memorie. Ma si forzò a scacciare ogni debolezza, tanto temeva di sè. Clara camminò un poco accanto a lui: poi guardando gli alberi di villa Borghese, dalla terrazza, gli disse la gran frase:

--Dunque, si finisce?

Ah egli si era creduto più forte! Si sentì vacillare, non potè rispondere. Che avveniva, dunque, in lui, di contradittorio, di bizzarro, che questa soluzione tanto da lui invocata, ora gli faceva orrore?

--Non mi rispondi, Giovanni?--ed ella alzava, ogni tanto, il manicotto sino alla bocca, come a reprimere un singhiozzo, un grido.

--Tu non hai pietà di me, Clara?

--Tu pensi troppo alle tue miserie, e non a quelle altrui; io non ti chieggo pietà.

--Tu sei forte.

--Ero forte.

--Tu sei forte.

--La mia unica forza mi ha abbandonata--ella soggiunse, sempre guardando altrove.

--Quale era?

--L'amore. È finita, Giovanni--ed ebbe un cenno largo, definitivo, verso la campagna.

--Non ci vedremo più, dunque?---egli chiese, debolissimo, tremante, come un fanciullo disperato.

--A che servirebbe? A maggiori dolori?

--Come amici.... qualche volta?

--Io non ti sono amica, Giovanni: ti ho troppo amato per esserti amica.

--Io sono il più sventurato fra gli uomini--egli gridò, gittandosi sovra un banco, non reggendo più.

Ella gli sedette accanto: aveva gli occhi bassi, dietro la veletta.

--Giovanni, sii buono, non diminuire il mio coraggio. Vedi.... per giungere a questo, la mia anima ha dovuto fare un così lungo viaggio! Ho detto io, la parola estrema: io! Che ho innanzi, io? Sai che esistenza di solitudine, d'inutili e tardi rimpianti, di pentimenti postumi, di lacrime senza conforto? Sai che lungo e deserto viaggio io intraprendo, sino alla morte, sola?

--Il più sventurato fra gli uomini!--gemeva lui, con la faccia fra le mani, come un fanciullo abbandonato.

--Eppure.... io, io stessa rinunzio. Tutto è stato inutile, fra noi: il tuo amore, prima; il mio amore, dopo.

--Almeno, almeno, non mi avessi amato!--esclamò lui, in un ingenuo scoppio di dolore.

--Ti ho amato, invece, molto, alla mia maniera, che è certo imperfetta, poichè tutti siamo degli esseri imperfetti. Ti ho amato.... così teneramente, così passionalmente.... ma era tardi, era tardi, era tardi!

--Ma io ti voglio bene, Clara!--egli balbettò, smarrito, vedendo che ella era per levarsi, per andarsene.

--Ne sei certo?--gli chiese ella, duramente, come nella prima sera del loro amore.--Ne sei certo?

--Non lo so--rispose lui, annientato, ricadendo sul banco.

--Addio, Giovanni!--ella disse, innanzi a lui, pallida come una morta.

--Non te ne andare, non mi lasciare!--e tese le mani per rattenerla.

Ella si trattenne in piedi, innanzi a lui. Si vedeva che non aveva la forza di fare un passo. Guardandola disperatamente negli occhi, tenendole una mano, egli la supplicava ancora, confusamente, di non lasciarlo, così, in quell'ombra; ed ella non rispondeva, levando il volto, mordendosi le labbra.

--Giovanni, perchè vuoi che io resti? Che ci porterà di nuovo questa sera, o il domani? Non saremo sempre gli stessi? Che si muta, per un discorso o per un giorno? Avevamo strade diverse e ci siamo voluti amare: questo amore è stato il tuo cruccio, allora; è stato il mio cruccio, adesso. Riprendiamo la via, più stanchi e più delusi di prima: Dio benedica la tua strada!

--Non te ne andare, non te ne andare!

--Addio, Giovanni--e gli toccò la mano, con la mano guantata, allontanandosi subito.

Per l'uomo che singhiozzava, lassù, sul banco del giardino solitario, come per la donna che discendeva alla città, senza vedere il sentiero, poichè le lacrime l'acciecavano, il sole era tramontato. Intorno ad essi era la grande, lunga, infinita notte dell'anima. [Blank page]

L'AMANTE SCIOCCA.

_A Luigi Gualdo._

I.

Paolo Spada aspettava la sua nuova innamorata, con una vivace curiosità mescolata a una certa tenerezza piena d'indulgenza e a movimenti improvvisi e insoliti di buon umore. Egli aveva realizzato, finalmente, dopo alcuni anni vissuti fra i tormentosi piaceri di amori inconsciamente complicati, dopo aver adorato delle bizzarre e inquietanti creature che eran tali, naturalmente, o che si affrettavano a diventare bizzarre e inquietanti al suo contatto, dopo essere stato adorato nelle forme più turbolenti, più folli e più tetre dalle medesime creature, finalmente, egli aveva realizzato un suo antico desiderio: desiderio fluttuante sempre in quell'anima, ora sommersa in fondo al naufragio di qualche stravagante passione, ora galleggiante sul mare cheto che segue le tempeste, il desiderio, cioè, di amare una donna semplice e di esserne amato. Anzi, nei suoi momenti di accasciamento passionale, quando il più perfido ingranaggio psicologico e le mistificazioni dei sensi avevano esaltato i suoi nervi e il suo cuore, quando più egli aveva provato le stanchezze supreme e le nausee profonde di qualche amore complesso, impreciso ed enigmatico, egli non diceva di desiderare una donna semplice, diceva: una donna stupida. Era tale la sua ribellione a nuove avventure d'amore dove il cuore e la persona avessero dei misteri da rivelare, delle ombre da indagare, che egli arrivava alla volgarità di certi uomini comuni, i quali vantano, per aver inteso vantare ad altri, l'amore umile delle donne che non conoscono l'ortografia. Paolo Spada, l'artista squisito, narratore di storie sentimentali e crudeli, cesellatore, di versi ora sonori, ora dolenti, sempre alti, sempre nobilissimi, rassomigliava, in queste sue rivolte, a un qualunque farmacista di provincia, che dica il suo avviso sull'amore e sulle donne, a tre o quattro amici, al lume azzurro di un boccale illuminato. E, certo, egli l'aveva cercata, spesso, questa donna semplice, anzi questa donna stupida, per ripetere il suo sincero e brutale aggettivo: e due o tre volte egli aveva creduto di trovarla e aveva avuto dei sussulti di gioia, un senso generale di pace nel suo spirito, come un addormentamento di tutti i sottili dolori che stridevano sui suoi nervi. Era stato deluso, sempre: giacchè nella semplicità apparente e ingannatrice di queste donne, egli aveva presto ritrovato quei segreti moti, quelle illogiche azioni, quelle incoerenze talvolta leggiadre, talvolta repulsive, che danno all'uomo innamorato l'acuto e torturante segnale di non so quale mistero racchiuso in un carattere, in un temperamento muliebre. Fresco e lieto, egli si era abbandonato alla dolcezza di trovarsi con una creatura limpida, cristallina: invece, quasi per una ironia, troppe volte ripetuta, perchè non paresse fatta apposta, egli si trovava innanzi a un'enigma fisiologico e psicologico. In fondo, alcune di queste donne erano forse semplici, o meno complicate: ma appena elevatesi all'onore di essere amate da Paolo Spada e di amare Paolo Spada, subito vi era in loro, come per magica influenza, un annodarsi di pensieri, d'idee, di sentimenti, un ravvolgersi di circostanze e di fatti, un concentrarsi di veli e di ombre, per cui pareva che cangiassero di natura. Freddamente furibondo per l'inganno, Paolo Spada rodeva il freno di un giogo spirituale e sensuale, che lo opprimeva con una monotonia scorante. Quando veniva la liberazione, quando, cioè, l'amore finiva, egli giurava di essere più cauto, più sagace in un'altra prova.

Così, a furia di sagacia, di cautela, di gelida pazienza, egli aveva ritrovata in Adele Cima la donna semplice, a cui il suo cuore stanco e disfatto anelava. Oh egli l'aveva sottoposta a una quantità di prove, la giovane donna, dai belli e lunghi capelli castani che si ammassavano sulla testina, dai grandi occhi lionati che guardavano con tanta tranquillità e tanto candore, e avevano il fascino della tranquillità e del candore, dalle fini sopracciglia nere e dalla fronte un po' breve; e nelle prove, molto lunghe, convincenti, esaurienti, era risultato che Adele Cima era una donna assolutamente semplice e anche stupida, un pochino, non molto. La sua beltà mancava di finezza, la sua persona non aveva nè flessuosità nè opulenze, i suoi vestiti non erano elegantissimi: e, sovra tutto, ella non sapeva nulla di ciò, era giustamente persuasa di essere una donnina piacevole, era convinta di vestire come si conveniva, decentemente, era contenta di sè senza alterigia, e non aveva occhi per vedere nè il peggio, nè il meglio di quello che essa rappresentava. A Paolo Spada ella era piaciuta subito, per la sua freschezza, per non so che di nuovo e di fragrante, che era in lei, per questi indizii fisici di semplicità e anche di una certa stupidaggine, gentile, non soverchia, non urtante; quando ebbe fatti tutti gli assaggi per conoscerne l'anima, egli si abbandonò subito ad amare questa piccola Adele Cima. In quanto a lei, lo aveva amato immediatamente. Paolo Spada aveva fatto su lei un effetto folgorante. Il suo imbarazzo, la sua confusione, innanzi a lui, avevano qualche cosa di commovente. Le avevan detto che Paolo Spada era un illustre artista, che era un uomo celebre: ma ella non aveva letto di lui neppure una riga, e si era innamorata di lui, così, in un minuto secondo, senza rimedio. Ella si vergognava molto di questo subitaneo amore e non se lo sapeva spiegare.

--Io vi amo molto: ma non so il perchè--ella gli diceva, guardandolo coi suoi buoni occhi, che ingenuamente indagavano.

--Cercate bene--rispondeva lui, sorridendo teneramente.

--È inutile: non so perchè vi voglio bene. Lo sapete voi, forse, che conoscete tutte le cose?

--Io? Neppure per sogno.

--Allora non vi è, questo _perchè_--soggiungeva lei, subito convinta.

Pure, malgrado questo fulminante amore, Adele Cima era ancora la sua innamorata e non ancora la sua amante. Ella si rifiutava, debolmente, con argomenti vaghi, già quasi sedotta e trattenuta da uno sgomento che, ogni tanto, appariva nei suoi grandi occhi spalancati.

--Vi faccio paura?--le diceva Paolo Spada, un po' scherzando, un po' rattristandosi,

--Sì--rispondeva Adele.

--E perchè?

--Perchè siete una persona così diversa da me--ella diceva, con una umiltà sincera.

--Non importa, non importa--era la parola indulgente e carezzosa del seduttore.

Ella aveva finito per promettere di andare da lui, in quel giorno, alle due; e Paolo Spada, in un rinnovellamento pacifico di tutte le sue forze morali, in un rigoglio di tutte le sue energie fisiche, aveva inteso una viva gioia dilatarsi in lui. Nessun dubbio lo tormentava, come in tutti gli altri primi convegni, in cui mille volte aveva temuto che l'amata non giungesse--e gli era bene accaduto, di aspettare invano!--che un capriccio, un caso la trattenessero: egli era certo che Adele Cima sarebbe venuta al convegno. Era troppo semplice per mancare.

--Ed ella verrà anche a tempo, alle due, non prima e non dopo: forse, si tratterrà per via; per non giungere troppo presto--egli pensò, leggendo a distanza nell'anima della sua dilettissima stupida, come già la chiamava.

